mercoledì 29 novembre 2017

VARIE 17/1210



1.JÍ CU ‘O SIBBEMOLLE
Ad litteram: procedere con il si bemolle; id est: andare con estrema calma, lentamente, senza porre eccessiva forza nella propria azione, come un musicista che non usasse, nel comporre che semitoni e mai note piene di forza adeguata.
2.JÍ CU ‘O SIDDIVÒ E CU ‘O SENZA PRESSA
Ad litteram: andare con il se-dio-vuole e con il senza-fretta Locuzione di portata simile alla precedente, ma con una piú marcata sottolineatura della lentezza usata nell’agire; locuzione che è usata soprattutto per indicare la neghittosità di chi si dispone ad agire, che lo fa senza quasi porvi volontà, ma fidando esclusivamente nella spinta ed aiuto del Cielo.
3.JÍ DINTO A LL’OSSA
Ad litteram: andare nelle ossa detto di tutto ciò che risulti ampiamente giovevole, utile e proficuo che faccia quasi assaporarne i benefici fin nelle ossa; la locuzione però non attiene escLLUsivamente al piano fisico , potendosi usare anche e forse soprattutto con riferimento morale.
4.JÍ FACENNO 'O GGIORGIO CUTUGNO.
Letteralmente: andar facendo il Giorgio Cotugno. Id est: andare in giro bighellonando, facendo il bellimbusto, assumendo un'aria tracotante e guappesca alla stessa stregua di un  tal mitico Giorgio Cotugno scolpito in tali atteggiamenti su di una tomba della chiesa di san Giorgio maggiore a Napoli. Con la locuzione in epigrafe il re Ferdinando II Borbone Napoli soleva apostrofare il duca Giovanni Del Balzo che era solito incedere con aria tracotante anche davanti al proprio re.
5.JÍ GIURGIULIANNO oppure  JÍ ‘NZUNZULIANNO
Ad litteram: andar bighellonando; id est: andare girozolando, ma farlo alla maniera del giurgio* cioé dell’ebbro, ciondolando, magari a rischio di cadere, andar senza meta e senza scopo; l’alternativa proposta in epigrafe esprime i medesimi concetti, ma è voce piú moderna coniata partendo dal termine zonzo. *Etimologicamente giurgio risulta essere non la corruzione del nome Giorgio inteso, partendo dalla figura del Santo guerriero, come un gradasso, uno spaccone dall’andatura presuntuosa ed altalenante, tal quale l’ ubriaco, ma pi ú esattamente una derivazione del fr. gorge= gola in riferimento all’organo deputato ad accogliere le bevute.
BRAK

VARIE 17/1209



1.JÍ METTENNO ‘A FUNE ‘E NOTTE
Ad litteram: Andar mettendo la fune di notte. Locuzione che si usa pronunciare risentitamente, in forma negativa ( nun vaco mettenno ‘a fune ‘e notte) (non vado tendendo la fune di notte)oppure sotto forma di domanda retorica: ma che ghiesse mettenno fune ‘e notte?(forse che vado tendendo funi di notte?)per protestare la propria onestà, davanti ad eccessive richieste di carattere economico; a mo’ d’esempio quando un figlio chiede troppo al proprio genitore, costui nel negargli il richiesto usa a mo’ di spiegazione la locuzione in epigrafe, volendo significare: essendo una persona onesta e non un masnadiero abituato a rapinare i viandanti tendendo una fune traverso la strada, per farli inciampare e crollare al suolo, non ò i mezzi economici che occorrerebbero per aderire alle tue richieste; perciò règolati e mòderale !
2.JÍ P’AIUTO E TTRUVÀ SGARRUPO
Letteralmente: andare (in cerca) d’aiuto e trovare danno; locuzione usata per sottolineare tutte quelle strane situazioni nelle quali , in Luogo dell’aiuto richiesto ed atteso si trova danno che naturalmente non fa che peggiorare la situazione per quale s’era chiesto un aiuto.
3.JÍ PE CCULO E TTRUVÀ CAZZO
Letteralmente: andare (in cerca) di un culo (da sodomizzare) ed imbattersi in un membro maschile (che ti sodomizzi) locuzione di significato simile alla precedente, ma di portata piú furbesca e becera usata per sottolineare una di quelle strane situazioni nelle quali , in luogo del cercato, richiesto ed atteso ci si imbatta in qualcosa dell’esatto opposto che stravolga completamente la faccenda, peggiorandola irrimediabilmente.
4.JÍ PE FFICHE E TTRUVÀ CETRULE
Ad litteram: andare in cerca di fichi e trovare cetrioli. Locuzione di portata simile a quelle ricordate antea  atteso che il cetriolo pure essendo un ortaggio buono ed edibile, non è certo saporito e gustoso come un fico.In senso traslato e furbesco la locuzione vale: andare alla ricerca di vulve [cioè di donne da coire] ed imbattersi in peni[ cioè in uomini da cui essere sodomizzati].
5.JÍ PE RRAZIA E TTRUVÀ JUSTIZZIA
Letteralmente: andare (in cerca) di una grazia, di un perdono o un’assoluzione(delle proprie cattive azioni) ed imbattersi invece nella giustizia (cioè in qualcosa o qualcuno che facendo giustizia,faccia pagare il malfatto o ne chieda ragione). Anche questa locuzione è di significato simile alle precedenti, ma è di portata piú seria e raffinata ed usata per sottolineare una di quelle sgradite situazioni nelle quali , in Luogo dell’auspicato cercato, richiesto ed atteso perdono ci si imbatta in qualcuno che nelle vesti di giusto giudice ci commini una pena rifiutandoci la desiderata grazia.
BRAK

VARIE 17/1208



1.JÍ PE SSOTTO
Ad litteram: finire di sotto; id est: essere accusato ingiustamente, esser inopinatamente chiamato in causa e magari pagare il fio di colpe non commesse.
2. JÍ SOTTO E ‘NCOPPA
Ad litteram: andare sottosopra; id est veder ribaltato il proprio status socio-economico; locuzione riferita innanzitutto per significare il fallimento di attività commerciali, ma - per traslato - anche ogni altro rivolgimento che occorra nella vita.
3.JÍ STOCCO E TTURNÀ BACCALÀ.
Letteralmente: andare stoccafisso e ritornare baccalà. La locuzione viene usata quando si voglia commentare negativamente un'azione compiuta senza che abbia prodotto risultati apprezzabiliIn effetti sia che lo si secchi-stoccafisso-, sia che lo si sali-baccalà- il merluzzo rimane la povera cosa che è.
4. JÍ TRUVANNO CRISTO ‘INT’ Ê LUPINE o meglio JÍ TRUVANNO CRISTO DINTO A LA PINA
ad litteram: ANDAR CERCANDO CRISTO FRA I LUPINI o meglio ANDAR CERCANDO CRISTO NELLA PIGNA. Id est: mettersi alla ricerca di una cosa difficile da trovarsi o da conseguirsi; cosa pretestuosa e probabilmente inutile, per cui, il piú delle volte, non metterebbe conto il mettersene alla ricerca. Come ò segnalato la prima locuzione è meno esatta della seconda che risulta essere quella originaria, mentre la prima ne è solo una frettolosa corruzione; ed in effetti se si analizza la seconda locuzione, quella consigliata, si può intendere a pieno la valenza delle espressioni, valenza che è difficile cogliere accettando la prima locuzione che fa riferimento ad incoferenti e pretestuosi lupini; quanto piú corretta la seconda, quella che fa riferimento alla pigna in quanto i pinoli in essa contenuti presentano un ciuffetto di cinque peli comunemente detto: manina di Cristo e la locuzione richiama la ricerca di detta manina, operazione lunga e che non sempre si conclude positavamente: infatti occorre innanzitutto procurarsi una pigna fresca, abbrustolirla al fuoco per poi spaccarla ed estrarne i contenitori dei pinoli, da cui trar fuori i suddetti ed alla fine andare alla ricerca della manina e cioè di Cristo; spesso capita però che i contenitori siano vuoti di pinoli e dunque tutta la fatica fatta va sprecata e si rivela inutile. Qualche altro scrittore di cose napoletane [ed evito di far nomi per carità di patria!] nel vano tentativo di fare accogliere la prima locuzione, fa riferimento ad una non meglio annotata o rammentata leggenda che vede stranamente la Vergine Maria non esser misericordiosa con la pianta di lupini; nelle mie ricerche tale leggenda è risultata pressocché sconosciuta, mentre non v’è anziano popolano che non sia a conoscenza della manina di Cristo.
5.JÍ TRUVANNO CHI LL’ACCIDE nell’espressione: VA TRUVANNO CHI LL’ACCIDE
Ad litteram: ANDARE IN CERCA DI CHI L’UCCIDE nell’espressione VA IN CERCA DI CHI L’UCCIDE espressione usata per commentare le antipatiche azioni del provocatore, di chi stuzzichi il prossimo fino a destare, anche se figuratamente, nei meno pazienti, istinti omicidi.
BRAK

VARIE 17/1207



1.JÍ TRUVANNO GUAJE CU ‘A LANTERNELLA
Ad litteram: andare in cerca di guai con un lanternino detto di chi per sua natura e non per sopraggiunte casualità, si va cacciando di proposito nei guai, quasi andandone alla ricerca con una lanterna per meglio trovarli.
2.JÍ TRUVANNO  SCESCÉ
Espressione intraducibile ad litteram con la quale si identifica chi, in ogni occasioni cerchi cavilli, pretesti, adducendo scuse per non operare come dovrebbe o facendo le viste di non comprendere, per esimersi; talvolta chi si comporta come nella locuzione in epigrafe lo fa allo scopo dichiarato di litigare, pensando di trovare nel litigio il proprio tornaconto. La parola scescé è un chiara corruzione del francese chercher (cercare) Probabilmente, durante la dominazione murattiana un milite francese si fermò a chiedere una informazione ad un popolano dicendogli forse: “Je cherche (io cerco) oppure usò una frase contenente l’infinito: chercher” Il popolano che non conosceva la lingua francese fraintese lo chercher, che gli giunse all’orecchio come scescè e pensando che questo scescé fosse qualcosa o qualcuno di cui il milite andava alla ricerca, comunicò agli astanti che il milite jeva truvanno scescé (andava alla ricerca di un non meglio identificato scescé).
3.JÍ ZUMPANNO ASTECHE E LLAVATORE
Letteralmente: andar saltando per terrazzi e lavatoi. Id est: darsi al buon tempo, trascorrendo la giornata senza far nulla di costruttivo, ma solo bighellonando in ogni direzione: a dritta e a manca, in alto (asteche=lastrici solai,terrazzi) ed in basso (i lavatoi erano olim ubicati in basso - per favorire lo scorrere delle acque - presso sorgenti di acque o approntate fontane, mentre l'asteche, ubicati alla sommità delle case,erano i luoghi deputati ad accogliere i panni lavati per poterli acconciamente sciorinare al sole ed al vento, per farli asciugare.
4.JÍRSE A SPILÀ 'E RRECCHIE A SSAN PASCALE
Letteralmente: andarsi a sturare le orecchie a san Pasquale. Espressione usata sarcasticamente nei confronti di chi faccia le viste di essere improvvisamente insordito e perciò non sentire un invito o un comando per non metterlo in pratica. In realtà tutto ciò avviene perché manca nel finto sordo la volontà di accettare l’invito o di sottostare al comando; ebbene a costui si consiglia di provvedere a farsi curare la sordità recandosi presso il monastero dei monaci( in origine Alcantarini di Lecce)di san Pasquale a Chiaia che conducevano un piccolo ospedale annesso al loro monastero e vi curavano piccole o grosse affezioni otorino-laringotatriche; tra le pratiche piú comuni v’era quella si liberare gli orecchi dall’eccesso di cerume (causa talora di temporanea ipoacusia) servendosi di un olio medicamentoso prodotto dagli stessi monaci con le mandorle raccolte nel proprio orto/giardino. Il monastero di san Pasquale era adiacente all’omonima chiesa edificata per volontà di Carlo di Borbone nel 1750 ca ed affidata ai monaci Alcantarini, famiglia francescana nell'Ordine dei Frati Minori (O.F.M.); l'Ordine degli Alcantarini, nacque con San Pietro d'Alcàntara nel 1555, come riforma all'interno del grande Ordine dei Francescani Minori.
5.JIRSENE ‘E CAPA
Ad litteram: andarsene di testa. Id est: esaltarsi,montarsi la testa. Espressione usata per connotare l’atteggiamento scioccamente spocchioso di chi si esalti, si insuperbisca anche per un semplice piccolo elogio ricevuto, imbaldanzendosi oltre ogni limite o il consueto. BRAK

VARIE 17/1206



1.JIRSENE ‘MPILO ‘MPILO
Ad litteram: andarsene di pelo in pelo Id est: deperire, consumarsi a poco a poco. Espressione usata in riferimento a chi per malnutrizione, inedia si indebolisca, esaurendosi, consumandosi, deperendosi al segno che, iperbolicamente, se ne possano contare i singoli peli.
2.JIRSENE ‘NZOGNA ‘NZOGNA
 Ad litteram: andarsene sugna sugna locuzione che non attiene alla sfera culinaria, ma che è usata per commentare il lento consumarsi o deperirsi di una persona che si sciolga quasi a mo’ di sugna ‘nzogna s.vo f.le = sugna, strutto; preciso súbito che la voce napoletana a margine che rende l’italiano sugna o strutto è voce che va scritta ‘nzogna con un congruo apice (‘) d’aferesi (e qui di sèguito dirò il perché) e non nzogna privo del segno d’aferesi, come purtroppo càpita di trovare scritto. Ciò detto passiamo all’etimologia e sgombriamo súbito il campo dall’idea (maldestramente messa in giro da qualcuno che nzogna, (non ‘nzogna) possa essere un adattamento dell’ antico italiano sogna(sugna) con protesi di una n eufonica e dunque non esigente il segno d’aferesi (‘) e successivo passaggio di ns→nz, dal latino (a)xungia(m), comp. di axis 'asse' e ungere 'ungere'; propr. 'grasso con cui si spalma l'assale del carro'; occorre ricordare che nel tardo latino con la voce axungia si finí per indicare un asse di carro e non certamente il condimento derivato dal grasso di maiale liquefatto ad alta temperatura, filtrato, chiarificato, raffreddato e conservato in consistenza di pomata per uso alimentare, mentre gli assi dei carri venivano unti direttamente con la cotenna di porco ancóra ricca di grasso. Ugualmente mi appare fantasiosa l’idea (D’Ascoli) che la napoletana ‘nzogna possa derivare da una non precisata voce umbra assogna per la quale non ò trovato occorrenze di sorta! Messe da parte tali fantasiose proposte, penso che all’attualità, l’idea semanticamente e morfologicamente piú perseguibile circa l’etimologia di ‘nzogna sia quella proposta dall’amico prof. Carlo Iandolo che prospetta un in (da cui ‘n) illativo + un *suinia (neutro plurale, poi inteso femminile)= cose di porco alla cui base c’è un sus- suis= maiale con doppio suffisso di pertinenza: inus ed ius; da insuinia→’nsoinia→’nzogna.
3.JIRSENE ‘NZUOCOLO
Ad litteram: Andarsene in dondolo, farsi sospingere come in altalena, lasciandosi dolcemente ciondolare; per traslato l’espressione vale: godere beatamente e con voluttà dei piaceri dei sensi ed il collegamento semantico si coglie tenendo presente l’apparentamento tra il piacere che procura l’abbandonarsi al festoso dondolio in altalena e quello che procura l’abbandonarsi al godimento dei sensi;
jírsene = andarsene forma verbale formata dall unione dell’’infinito jí (dal lat. ire) con in posizione enclitica i pronomi atoni se (pron. pers. m.le e f.le di terza pers. sg. e pl. si usa in Luogo della forma pronominale atona se davanti ai pron. pers. lo, la, li, le e alla particella ne, in posizione sia enclitica sia proclitica: s’ ‘o lassaje scappà (se lo lasciò scappare); s’ ‘a vedette brutta(se la vide brutta); s’ ‘e mmettette dint’â sacca(se li intascò); gudersela (godersela); se ne jette(se ne andò); jennosene (andandosene), e ne (pron. m.le e f.le , sg. e pl. [forma atona che si usa in posizione sia enclitica sia proclitica; è sempre posposta ad altro pron. atono che l'accompagni e si può elidere davanti a vocale: es. jírsen’ ‘e capa]).
‘nzuocolo = in dondolo, in altalena e per traslato in godimento, in sollucchero; etimologicamente la voce è per la maggior parte degli addetti ai lavori ritenuta di etimo sconosciuto; ma a mio avviso è formata da un in→’n + il s.vo zuocolo (dondolo, altalena e per traslato godimento dal lat. jŏculu(m)→zuocolo (giuoco, scherzo, facezia).
4.JIRSENE A CCASCETTA nell’espressione TE NE VAJE A CCASCETTA!
Letteralmente: ANDARSENE A CASSETTA.nell’espressione TE NE VAI  A CASSETTA! La cassetta in questione è quella del cocchiere di carrozza padronale o del vespillone : il posto piú alto, ma anche il piú scomodo e il piú faticoso da raggiungere, delle antiche vetture da trasporto passeggeri vivi o morti che fossero. L'espressione viene usata quando si voglia sottolineare la eccessiva dispendiosità o fatica cui si va incontro, impegnandosi in un'azione ritenuta gravosa per cui se ne sconsiglia il porvi mano; infatti l’espressione viene usata a salace consiglio verso chi si accinga a cominciare qualcosa gravosa e probabilmente inutile; spesso la locuzione è preceduta da un imperioso siente a mme, lassa perdere (ascoltami, lascia perdere).
5.JIRSENE A CCALASCIONE
Ad litteram: ANDARSENE A CALASCIONE Id est: sciupare irrimediabilmente cose od azioni, tenendo un comportamento non consono, inadeguato, inadatto. Espressione che viene riferita per dileggio a chi perda il suo tempo in inutili occupazioni [come quella di strimpellare uno strumento musicale, nella fattispecie un colascione] invece di attendere in maniera . idonea, opportuna, adeguata, appropriata, atta, confacente, conforme, apposita, giusta, ad hoc al da farsi per raggiungere uno scopo o dar corso ad azioni giuste e produttive. colascione/calascione s.vo m.le strumento musicale in tutto simile ad un liuto a 10 corde di uso popolare nei secc. XVI e XVII, soprattutto nell'Italia meridionale. Etimologicamente nel napoletano dallo spagnolo colachón che è dal greco: dal gr. kaláthion 'piccolo paniere'(per la forma della cassa armonica dello strumento); strumento un po’ differente dal primitivo colascione che aveva solo due o tre corde; questo a dieci corde, détto anche tiorba fu suonato con l’ausilio di una grossa penna tonda di cuoio detta taccone e s’ebbe perciò la tiorba a taccone , strumento musicale d’accompagnamento,di cui dico, quasi antesignano del basso.
BRAK