domenica 31 dicembre 2017

VARIE 17/1352



1.TUTTE 'E CANE PISCIANO 'NFACCI' Ô MURO
Ad litteram: Tutti i cani mingono sul muro; id est: allorché un atteggiamento, anche se errato o riprovevole , sia tenuto da tutti quanti finisce per esser considerato giusto ed accettabile; locuzione che in maniera icastica rende a suo modo l'antico brocardo latino: error communis facit jus (l'errore comune diventa legge).
2.TUTTO A GGIESÚ E NNIENTE A MMARIA!
Letteralmente: Tutto a Gesú e niente a Maria! Ma non è un incitamento a conferire tutta la propria devozione a Gesú ed a negarla alla Vergine; è invece l'amara constatazione che fa il napoletano davanti ad una iniqua distribuzione di beni, distribuzione di cui ci si dolga, nella speranza che chi di dovere si ravveda e provveda ad una piú equa redistribuzione. Il piú delle volte però non v'è ravvedimento e la faccenda non migliora per il petente. Le parole in epigrafe ripetono quelle pronunciate da un anziano pievano che redarguí il proprio sacrestano che, delegato ad addobbare gli altari laterali della pieve, aveva riservato gli addobbi al solo altare del Cuore di Gesú, lesinando sugli addobbi all’altare della Vergine.
3.TUTTO PO’ ESSERE, FORA CA LL'OMMO PRIÉNO.
Tutto può essere, fuorchè l'uomo incinto. La cosa è ancóra vera anche se l'alchimie della moderna scienza non ci permette di esserne sicuri... La locuzione viene usata per sottolineare che non ci si deve meravigliare di nulla, essendo, nella visione popolare della vita, una sola cosa impossibile [sino ad ora... almeno!].
4.TUTT''O STUORTO, S''O PPORTA 'A ZAPPA
Ad litteram: Tutto l'irregolare viene portato via dalla zappa ; id est: il lavoro appiana le deformità, pone rimedio all'errato; per estensione: l'impegno attento,costante e - se del caso – deciso, se non violento fa superare ogni difficoltà, come i colpi assestati con il taglio della zappa che appianano le asperità del terreno.
5.UH, ANEMA D''E PIERE 'E PUORCHE!
Locuzione esclamativa intraducibile ad litteram atteso che è impossibile che le zampe di un maiale abbiano quell'anima che iperbolicamente, ma erroneamente, nella locuzione viene chiamata in causa;
il senso celato della locuzione è: che esagerazione!, cosa mi vai raccontando?, è incredibile ciò che mi dici!, come incredibile sarebbe un maiale provvisto nelle zampe o altrove di anima.
BRAK

sabato 30 dicembre 2017

VARIE 17/1351



1.VA' TE COCCA!
Ad litteram: va' a coricarti Altro modo di invitare qualcuno a togliersi di torno, ad andar via, a sparire per non importunarci o tediarci. Qui con modi piú contenuti e gentili rispetto a quelli dei numeri precedenti, lo si vuol convincere di liberarci della sua presenza, andandosene a dormire. Talvolta però, atteso che per coricarsi occorre stendersi su di un letto, con la locuzione in epigrafe si adombra il recondito, cattivo, se non pessimo desiderio che il soggetto contro cui è rivolta debba giacere definitivamente disteso cioè debba mancare, andarsene, scomparire, passare nel numero dei piú, liberandoci per sempre della sua sgradita presenza!
2.VA TRUVANNO CHI LL'ACCIDE.
Letteralmente: va in cerca di chi lo ammazzi. Lo si dice di chi, sciocco e masochista provochi il prossimo, lo stizzisca al punto da provocarne gli istinti omicidi nei propri confronti.
3.VA TRUVANNO: 'MBRUOGLIO, AIUTAME.
Letteralmente: va alla ricerca di un imbroglio che lo soccorra. Cosí a Napoli si dice di chi in situazioni difficili e senza apparenti vie di scampo, si rifugi nell'astuzia, nell'inganno, in situazioni ingarbugliate rimestando nelle quali spera di trovare l'aiuto alla soluzione dei problemi
4.VA’ A TTE A FFÀ FOTTERE!
Ad litteram: va' a farti possedere Ma è il medesimo perentorio invito a farsi sodomizzare - sia pure metaforicamente - contenuto nella variante di cui precedentemente al n°10.
5.VE DICO 'NA BUSCÍA.
Vi dico una bugia. E' il modo sbrigativo e piuttosto ipocrita di liberarsi dall'incombenza di dare una risposta, quando non si voglia prender posizione in ordine al richiesto e allora si avverte l'interlocutore di non continuare a chiedere perché la risposta potrebbe essere una fandonia, una bugia...
BRAK

VARIE 17/1350



1.VA' DINTO Ê CHIESIE GRANNE CA TRUOVE SEGGE E SCANNE...
Va' nelle chiese grandi dove troverai sedie e scranni - Cioè: Chi vuol qualcosa lo deve cercare nei negozi piú grandi che sono i piú forniti.Per ampliamento semantico: chi vuole aiuto deve rivolgersi ai piú attrezzati e o versati alla bisogna per scienza e coscienza.
2.VA' FÀ LL'OSSE Ô PONTE
Letteralmente: vai a racimolare le ossa al ponte. Id est: mandare qualcuno a quel paese. Infatti la locuzione suona pure: mannà ô ponte, con il medesimo significato. Un tempo a Napoli presso il ponte della Maddalena, già ponte Licciardo esisteva un macello, dove il popolo si recava ad acquistare le carni delle bestie macellate. I meno abbienti si accontentavano di prelevare gratis et amore Dei le ossa, per farne del brodo, per cui spingere qualcuno a fare le ossa al ponte significa augurargli grande miseria. La medesima accezione vale per la locuzione mannà a ‘o ponte; (mandare al ponte) tenendo presente che questa seconda locuzione la si usa nei confronti di uomini attempati e un po’ rovinati dagli acciacchi e dall’età ecco che essa locuzione à una valenza un po’ piú amara della prima giacché la si rivolge a chi - probabilmente - non à la capacità di ripigliarsi ed è costretto a subire gli strali dell’avversa fortuna.
3.VA FACENNO PILE PILE  'A FESSA D'’A MADRE BADESSA
Ad litteram: Va facendo pelo per pelo (id est: va spulciando minutamente) la vulva della madre badessa.Id est: indaga anche nei piú riposti fatti altrui. Becera sarcastica antica e desueta espressione usata per indicare e porre alla berlina il fastidioso e spiacevole comportamento di chi – soprattutto donna – metta naso e con manifesto piacere si impegoli, impelaghi, invischi nelle altrui faccende cercando di venire a capo minutamente di accadimenti che normalmente non sarebbero di sua competenza e perduri in tale atteggiamento seccante, noioso, irritante, sgradevole, spiacevole.L’espressione che furbescamente chiama in causa una madre badessa e la sua vulva non è da intendersi in senso reale, ma solo come icastica cioè significativa rappresentazione di un comportamento disdicevole quale è quello di chi tenti di indagare (per proprio gusto e senza essere autorizzato) minutamente fin nei piú segreti recessi del prossimo e non mette conto se questo sia un popolano o una persona di riguardo; in effetti la voce badessa è usata solo perché rimante acconciamente con fessa!
fessa s.vo f.le il piú comune dei termini usati volgarmente per indicare la vulva femminile; fessura, apertura con etimo dal lat. fissa→féssa: part. pass. femm. del verbo lat. findere=fendere, aprire ;la voce a margine, semanticamente ripete il significato di porta, apertura che è anche del corrispondente vulva(dal lat. vulva(m), variante di volva(m)=porta, accesso) dell’italiano; per tutti gli altri termini usati nel napoletano per indicar la vulva rimando alibi sotto la voce sciuscia e altre.
badessa s.vo f.le: superiora in un monastero femminile: madre badessa, ma ironicamente anche donna autoritaria, che si dia arie di superiorità; etimologicamente il termine badessa è una forma aferetica per (a)-badessa che viene dal latino abbatissa voce femminilizzata di abbas/abbate(m) che trae dal caldeo e siriaco âbâ o âbbâ= padre.
4.VA' FELICITA QUACCUN'ATO
Ad litteram: va' a render felice qualcun altro Locuzione di valenza molto simile alla precedente; questa in epigrafe è venata di maggior ironia, se non sarcasmo, atteso che se uno infastidisce qualcuno, certamente non lo rende felice ; ed in effetti qui il render felice sta ironicamente a significare: romper le scatole, tediare, pesantemente infastidire.
5.VA' 'O PIGLIA’ A AGNANO! o piú semplicemente PIGLIAL’ A AGNANO
Letteralmente: Va’ a pigliarlo in Agnano o piú semplicemente: piglialo ad Agnano Eufemistica, ma icastica, graziosa, divertente espressione ancóra usata al posto delle becere Vallo a pigliarlo in culo o piglialo in culo oppure Vallo a pigliarlo in ano/piglialo in ano ; le becere espressioni valgono ad litteram: va’ a prenderlo nel culo/prendilo nel culo(ed il cosa è facilmente intuibile) l’espressione in esame è una rabbiosa esclamazione indirizzata verso chi si voglia invitare a lasciarsi figuratamente sodomizzare, per significargli che deve accettare ciò che viene, senza opporre resistenza, soprattutto se ciò che arriva è un tiro mancino proditorio ed inatteso, tiro scoccato da qualcuno con cui non si può competere; spesso la locuzione in esame è accompagnata da un perentorio e statte zitto (e taci).La graziosità dell’espressione va riscontrata nell’adattamento eufemistico fatto delle voci in ano trasformate nell’assonante Agnano che di per sé attualmente corrisponde ad una zona di Napoli compresa nella decima municipalità ed in origine fu un vulcano estinto dei Campi Flegrei che formò una conca e dalle sorgenti di acqua termale che vi sgorgano copiose, nel XI secolo la conca si trasformò in un lago prosciugato poi con una bonifica nel 1870: dei canali a raggiera convogliano le acque in una vasca centrale dalla quale si diparte un emissario che, passando sotto il Monte Spina, sfocia a mare a Bagnoli.Interessantissima l’etimologia del nome Agnano: Secondo Benedetto di Falco, il nome della località sarebbe derivato, a metà del '500, dal termine Anguignano, per la moltitudine di serpi che si annidavano tra le felci che contornavano il lago (dal latino anguis, "serpente"). In effetti nell'opera di Pietro da Eboli (Eboli1170? –† ivi 1220 ca) chierico che fu cronista, poeta e miniaturista, vicino alla corte sveva), la miniatura che illustra la sorgente termale di Agnano, chiamata Balneum Sudatorium, mostra il lago pieno di rane e di serpenti. Una tale etimologia, però, non à basi linguisticamente probanti. Tralasciando numerose altre ipotesi, parimenti poco credibili, formulate tra il '600 e l'800, risale al 1931 il primo lavoro in cui l'etimologia del toponimo Agnano viene trattata in maniera scientifica. L'autore, Raimondo Annecchino, dopo un'attenta disamina delle fonti, fa risalire il toponimo Agnano ad un ipotetico praedium Annianum, cioè ad un fondo di proprietà di esponenti della gens Annia, attestata a Pozzuoli in epoca romana. Cita, infatti, vari documenti medioevali in cui compare il toponimo Anianum o Annianum. La teoria è stata di recente criticata da Gaetano Barbarulo in un saggio in cui evidenzia come il toponimo originario fosse Angulanum (Luogo a forma di angolo) e traesse origine dalle caratteristiche geomorfologiche del Luogo. Da Angulanum (attestato già in una fonte del VI secolo), attraverso le forme intermedie Anglanum e Agnanum, si sarebbe giunti alla moderna forma Agnano. Tutte queste ipotesi etimologiche sono riportati par pari in un famoso saggio di toponomastica di Gino Doria (Napoli1888-†ivi1975) singolare figura di storico, personalità eclettica, dai molteplici interessi culturali (letteratura, musica, arte, bibliografia, giornalismo, storia patria etc.).Nota linguistica Nella corretta scrizione napoletana dell’espressione in esame l’infinito pigliare è scritto in maniera apocopata piglia’ con il segno diacritico (‘) che indica l’avvenuta apocope della sillaba finale re, ma lascia invariato come è giusto che sia l’accento tonico della parola per cui il piglia’ di va’ ‘o piglia’etc. va lètto piglia ; si volesse spostare l’accento tonico della parola come nella frase corrispondente vallo a ppiglià etc. dove il pronome lo è enclitico di va si dovrebbe usare per indicare l’avvenuta apocope non l’apostrofo, ma l’accento ed ottenere piglià. In effetti bisogna tener presente che il segno dell'apostrofo in fin di parola si deve porre quando si voglia operare un taglio ad un termine mantenendone però il primitivo accento tonico ; per esempio il verbo èssere può essere apocopato (soprattutto in poesia, per particolari esigenze metriche e/o espressive) in èsse' che non andrà letto essè, ma èsse, come ancora ad es. il verbo tégnere, può, per particolari esigenze espressive o metriche, essere apocopato in tégne’, mantenendo però il suo accento tonico e non diventando alla lettura: tegnè, mentre – sempre a mo’ d’esempio – l’infinito del verbo cadere va reso con la grafia cadé e non cade’ che si deve leggere càde e non cadé! Parimenti la medesima cosa accade nel dialetto romanesco dove quasi tutti gli infiniti risultano apocopati e senza spostamento d’accento tonico per cui graficamente sono giustamente resi con il segno (‘) come ad es. càpita con il verbo vedere che in napoletano è reso con vedé ed in romanesco vede’ (che va letto: vede e non vedé. A margine e completamento di tutto quanto fin qui detto rammento che – checché ne dicano taluni pedestri vocabolaristi i quali (poggiandosi sul fatto che la voce apocope in greco indica appunto il troncamento) confondono l’apocope con il troncamento; quest’ultimo è infatti la caduta di un suono in fine di parola: es. fior per fiore o anche pur per pure, qual per quale, tal per tale etc.; l’apocope ( cfr. nel napoletano si’ che sta per si(gnore) è pur essa la caduta di uno o piú suoni in fine di parola, ma tale caduta è, nella stragrande maggioranza dei casi, caduta di una o piú sillabi finali ad es. nell’italiano: san per santo e (almeno per ciò che riguarda il napoletano (nell’italiano tale esigenza non è contemplata salvo che per talune parole come fra’ che è da fra(te), po’che è da po(co)) l’apocope (caduta di suoni rappresentati da una o piú sillabe finali, non di una sola consonante; infatti come si ricava dalla medesima parola la consonante non è titolare d’un suono proprio che le viene offerto da una vocale d’accompagnamento... ) dev’essere indicata con un segno diacritico (‘) quando la caduta della sillaba non esiga addirittura l’accento come ad es.in tutti gli infiniti dei verbi dove la caduta della sillaba finale (re) lascia una parola terminante per vocale che va accentata tonicamente (cfr. parlà che è da parla(re) – capÍ che è da capi(re) e cosí via; in questo caso mettere il segno dell’apocope (‘) porterebbe ad avere parla’ – capi’ che non consentirebbero l’esatta pronuncia di parlà o capí, ma andrebbero pronunciati parla e capi; l’accento in Luogo dell’apocope mette le cose a posto e pertanto è inutile e pleonastico scrivere (come pure inopinatamente (cfr. A.Altamura) m’è occorso di trovare scritto parlà’ e capí’ abbondando in pletorici segni diacriti quali i due apostrofi accanto a vocali già accentate. In napoletano i monosillabi apocopati di una o piú consonanti (che come visto non è/son rappresentativa/e da sola/e di un suono) non necessitano di alcun segno diacritico (ad. es. mo =ora, adesso (che è da mox), cu= con (da cum),pe=per (da per)po= poi (da post) etc.).
BRAK

CROTONE – NAPOLI (29/12/17) 0 A 1 ’A VEDETTE ACCUSSÍ



CROTONE – NAPOLI  (29/12/17) 0 A 1
’A VEDETTE ACCUSSÍ
Eccuce cca guagliú. Alleluja, alleluja! Ajere a nnotte   se turnaje da Crutone cu ttre punte d’oro dint’â sacca e cu ddoje nutizzie ‘mpurtante: ‘a primma fove chella d’’a nichemata cuana (vittoria azzurra), ca cunfermaje ‘o Ciuccio ‘ncimma â crassifica d’’o campiunato, ô ssicuro ‘e nun puté essere ancappato dâ vecchia zoccola, assignanole ‘o titulo ‘e primm’aletto ‘e vierno ca po’ essere ‘nu bbuono arcabbanno (viatico) pe cchello ca vulimmo e sperammo succere a mmaggio; ‘a siconna nutizzia fove ca Marekiaro ce cunfermaje ca s’era definitivamente repigliato e scetato tant’è overo ca fove proprio isso a cunzignarce ‘e tre ppunte ‘e ‘na nichemata  (vittoria) cchiú ca maje ‘mpurtante contro  a ‘na scuatra[pur’essa, cumme Atalanta e sSassuolo, assineja (satellite) d’’a vecchia zoccola ] ca, ‘ncopp’a ‘nu campo ‘e patane  ce mettette cegna  (grinta) e ccattiveria pe ffarce ‘o sgambetto, ma nun ce ‘a facette pure si Cordazzo doppo ll’addaffa (rete) pigliata, cacciaje ‘a scienza e sse mettette a ffà ‘e miracule  dicenno ‘e no cchiú ‘e ‘na vota a lLorenzigno i a pPeppe ‘a ‘nguenta.... cosicché se vincette sulo p’uno a zzero ‘mmece d’’e duje o tre stuche (gol) ch’âssem’avuto ‘a signà! Sinamparco (comunque) avastaje chillo d’’o capitano e ccumplessivamente ‘o Ciuccio dimustraje pure ajere cchiú ssicurtà (sicurezza) e ccumminziona a ppietto d’’o  ppassato...Simmo sempe cchiú fforte â faccia ‘e chi ce vo’ male i à dda murí cu ‘o fieto ‘e ggravone. Mo ce âmm’ ‘a sulo credere pe vvencere ‘o campiunato. E i’ dico ca è ppussibbile!
Passammo ê ppaggelle:
REINA 6,5  Durante ‘o primmo ajone tuccaje palla pecché nce ‘a passajeno ‘e cumpagne si no, sfastediato ‘e nun fà niente, se ne fósse  pure jito â casa; ‘mmece a ll’arranqua, quanno ‘o Crutone tentaje ‘e russimà(pareggiare)êtte faticà primma cuntrullanno ‘na palla periculosa ‘e Stoianno, po salvanno ‘ncopp’a ‘nu pallunetto ‘e  Trotta e ccumpletaje ‘a jurnata cu ‘na granna parata ‘nfuffo pe ffermà ‘na palla velenosa ‘e  Crociata.
 MAGGIO 6 Se dette da fà ‘ncopp’â curzuia soja soprattutto difennenno.
ALBIOL[‘O Masto] 6  Mantenette ‘a pusizziona sfruttanno ll’acerche (anticipi) d’’o gGialante. Fove nutizziato  (ammonito)  pe ‘nu carì  (fallo) ca s’êsse pututo sparagnà.
KOULIBALY[‘O GIALANTE] 7 ‘A solita trancara (diga)  sicura, attienta, affattiva (efficace).Vale tant’oro quanto pesa e fforze ‘e cchiú.
 HYSAJ[Meza Cucchiara] 6,5  Custretto a gghiucà a mmancina  nun sulo facette ‘na bbona fijura, ma se facette apprezzà pe cumme cupuliaje (dialogò) cu ‘e cumpagne ‘e curzia.
ALLAN[‘O ‘Ncrifato] 7,5  Granna atalossa (prestazione) d’’o bbrasiliano ca agghiuntaje qualità a cquantità e nnun solo facette vedé ‘a solita fatica fatta ‘e corza e ccegna (grinta) pe ricuperrà pallune e ppallune, ma fove prutacunista ‘e ll’jusaida (assist) giniale p’’o capitano ca mettette a ffrutto.
JORGINHO 6,5  Me parette ‘ncriscenza esustatanno (impostando) e ricuperanno palle; s’abbuscaje ‘nu cartellino jalizzo (giallo) inutile e pp’evità ‘mpicce Sarri s’’o chiammaje ‘mpanca. [Dô 77’ DIAWARA 6,5  Trasette ô niajo (finale), ‘mpignaje a  cCordazzo e ppurtaje  cunsistenza lla ‘mmiezo.]
CALLEJON[Peppe ‘a ‘nguenta] 6,5 – Me parette migliurato a ppietto ‘e ll’urdimi vvote: Martella ll’anticipaje pe ‘nu niente ‘nu paro ‘e vote levannole ‘a purpetta dô piatto e ‘o purtiere pe ddoje vote lle paraje ddoje bbelli ppalle destinate ô funno d’’a rezza.Peccato! 
INSIGNE [Lorenzigno] 6  Nunn’ è a ll’arriba(top) e sse vedette; Cordazzo durante ô primmo ajone (tempo) ll’annijaje ‘o stuco  (gol), po centraje ‘o travesagno   (traversa) cu ‘o solito tiro a ggiro e ppo cca e lla troppi ‘mpricisioni ca nurmalmennte  nun fa. [Dô 67’ ZIELINSKI 6  Trasette cu ‘o ggenio  justo e ffacette ‘o ssuĵo, prupunennose e ttenenno palla comme serveva.]

MERTENS 5,5 ‘Nu poco ‘e cumpagne nun lle detteno ‘na palla pricisa, justa e ssistimata, ‘nu poco isso sbagliaje tutt’’o ppussibbile; ‘nzomma nun me parette isso. S’Êsse’arrepusà, ma Sarri à ditto ca nun ‘o leva maje!Aspettammo ca se sceta. [Da ll’ 88’ ROG 6 ‘e stima, pecché putette fà sulo atto ‘e presenza.]

all.  SARRI 6  Sulo pecché se vincette e cce mettettemo ‘e tre ppunte dint’â sacca, ma ‘o Napule d’ajeressera nun fove chillo ca cunuscimmo e doppo d’’o primmo quarto d’ora se ne scennette ‘e pressiona e soprattutto a ll’arrancua affannaje e isso êsse avut’’a cagnà primma coccheduno e nnunn’ ‘o ffacette!
arbitro: MARIANI 5 ‘A fora ‘e nun avé cecato ‘o carí (fallo) ‘ncuoll’ô gGialante carriato ‘nterra dint’â muntaca (area di rigore) crutunesa, ati grossi fessarie nun facette, ma ‘stu pecuraro rumano è ‘na meza cazetta!
E fermammoce cca. P’’o mumento bbuono accussí, simmo primme e pprimme âmm’’a restà a mmaggio.
Ve saluto e ssi Ddi’ vo’ ve donco appuntamento a ll’anno nuovo doppo d’’o sibbacco (match) ‘e coppa itaglia contr’a ll’Atalanta ca sperammo ‘e vattere. Staveti bbe’; bbona fina d’anno e mmeglio abbío d’’o nuovo! R.Bracale

VARIE 17/1349



1.UOCCHIE SICCHE
Ad litteram: occhi seccati, o - meglio - seccanti,cioè: occhi capaci di seccar, prosciugare(ossia arrecar danno) coloro contro cui vengon rivolti. Cosí, come in epigrafe, vengono chiamati i menagramo, gli iettatori, tutti coloro che  sono ritenuti capaci di grandemente danneggiare qualcuno, non con azioni proditorie, ma semplicemente guardandolo.
2.UOVO 'E N'ORA, PANE 'E 'NU JUORNO, VINO 'E N'ANNO E GGUAGLIONA 'E VINT'ANNE.
Ad litteram: uovo di un'ora, pane di un giorno, vino di un anno, e ragazza di vent'anni. Questa è la ricetta di una vita sana e contenutamente epicurea. Ad essa non devono mancare uova freschissime, pane riposato per lo meno un giorno, quando pur mantenendo la sua fragranza à avuto tempo di rilasciare tutta l'umidità dovuta alla cottura, vino giovane che è il piú dolce ed il meno alcoolico, ed una ragazza ancora nel fior degli anni,capace di concedere tutte le sue grazie ancora intatte.
3.USO NUN METTERE E USO NUN LEVÀ
Ad litteram: non creare (nuove) abitudini e non toglierne; id est: lascia stare il mondo cosí com'è; non impegnarti a tentare di cambiarlo introducendo nuove abitudini che specialmente se si concretano in liberalità, omaggi e donativi nei confronti di terzi, diventano con il trascorrere del tempo eccessivamente onerosi e difficili se non impossibile toglier via; la cosa vale anche quando si trattasse di togliere inveterate abitudini; il tentativo di estirparle potrebbe ingenerare malumori nei terzi che vedendo eliminati o lesi alcuni pregressi privilegi potrebbero ribellarsi anche violentemente.
4.VA' A FFÀ 'E PPEZZE!
Ad litteram: va’ a raccattare cenci!
Eufemistica espressione usata in Luogo di altra piú corposa anche se becera, che qui di seguito illustrerò, per invitare un importuno, fastidioso individuo a liberarci della sua sgradita presenza, ed andare a raccattare cenci.
5.VA' A FFÀ 'NCULO! ma meglio VALLO A PPIGLIÀ 'NCULO!
Superfluo tradurre questi conosciutissimi modi di rendere l'italiano: va' a quel paese!La variante è sí piú becera, ma quanto piú corposa, esplicita, icastica ancorché dura, atteso che colui cui è rivolta la locuzione è invitato a tenere nell'ipotetico rapporto sodomitico la posizione soccombente, non quella attiva prevista dalla prima locuzione; ambedue però,  si rivolgono ad un importuno, fastidioso soggetto, invitato a dedicare il suo tempo ad altre attività che non quella di infastidire.
Rammento che nel fiorito linguaggio espressivo popolare talora la prima espressione in esame, (nello sciocco intento di evitar di pronunciare la parola culo ingiustamente intesa volgare o becera) viene imbarocchita in VA’ A FFÀ DINTO A ‘NA CHIEJA ‘E MAZZO che ad litteram è: vai a fare (coire) in una piega di sedere dove con il termine piega di sedere si intende il solco anatomico di separazione delle natiche solco che icasticamente rappresenta una piegatura di quelle. Nel pronunciare tuttavia quest’ultima espressione accade che in luogo di pronunciare il termine culo,[ritenuto, non so perché,  becero e volgare], se ne pronuncia uno analogo: mazzo di talché per ovviare a tutto ciò qualcuno trasforma eufemisticamente l’espressione in un’altra di analogo significato, ma che suona VA’ A FFÀ DINTO A ‘NA CHIEJA ‘E VESTA! che ad litteram è: vai a fare (coire) in una piega di veste e con essa espressione si dà luogo ad una precisazione utilissima , con cui si chiarisce che la piega di sedere da prendere in considerazione è esattamente una piega femminile, cosa che si evince dal fatto che la veste è un indumento femminile!
chieja sv.vo f.le =piega, piegatura, ma anche incavo, solco; voce dal lat. plica-m con consueta risoluzione del digramma latino pl seguito da vocale nel napoletano chi (cfr. chiummo←plumbeu(m) - chiazza←platea – pluere→chiovere etc.).
mazzo sv.vo m.le di per sé in primis è l’ano e poi per sineddoche il culo, il sedere,il deretano, il complesso delle natiche e dell’ ano complesso che è tipico degli esseri umani e degli animali quadrupedi di grossa taglia; gli uccelli come il gallo (cfr. ultra) non son forniti di natiche, ma del solo ano; cionnonpertanto nella locuzione ‘a gallina fa ll’uovo e ô vallo ll’abbruscia ‘o mazzo si preferisce mantenere la voce mazzo riferito al gallo, voce piú rapida e forse meno volgare de ‘o buco d’’o culo con cui in napoletano, accanto ad altre voci come fetillo,feticchio, taficchio, màfaro etc. si indica l’ano;etimologicamente la voce mazzo nell’accezione indicata è dall’acc. lat. matia(m)=intestino e la voce femminile matiam è stata poi maschilizzata ed in Luogo di dare mazza à dato mazzo;la maschilizzazione si rese necessaria per scongiurare la confusione tra un’eventuale mazza (ano) e la mazza (bastone) e si addivenne al maschile mazzo anche tenendo presente che nel napoletano un oggetto (o cosa quale che sia) è inteso se maschile piú piccolo o contenuto del corrispondente femminile; abbiamo ad . es. ‘a tavula (piú grande rispetto a ‘o tavulo piú piccolo ),‘a tammorra (piú grande rispetto a ‘o tammurro piú piccolo ), ‘a cucchiara(piú grande rispetto a ‘o cucchiaro piú piccolo), ‘a carretta (piú grande rispetto a ‘o carretto piú piccolo ); ),‘a canesta (piú grande rispetto a ‘o canisto piú piccolo ), fanno eccezione ‘o tiano che è piú grande de ‘a tiana e ‘o caccavo piú grande de ‘a caccavella; nella fattispecie l’ano, per vasto che possa essere, è certamente piú piccolo d’ un bastone e dunque mazzo l’ano/il sedere e mazza il bastone.
A margine di questa voce rammento che nel napoletano esiste un omofono ed omografo mazzo che vale però fascio (di fiori, ortaggi o carte da giuoco) ed à un diverso etimo derivando non dall’acc. lat. matia(m)=intestino , ma da un nom. lat. med. macĭus.
BRAK