1.Tené 'e fruvole dint' ô mazzo.
Letteralmente: avere i fulmini, i razzi nel sedere. Icastica espressione con la quale si indicano i ragazzi un po' troppo vivaci ed irrequieti ritenuti titolari addirittura di fuochi artificiali allocati nel sedere, fuochi che con il loro scoppiettio costringono i ragazzi a non stare fermi, anzi a muoversi continuamente per assecondare gli scoppiettii. La locuzione viene riferita soprattutto ai ragazzi, ma anche a tutti coloro che non stanno quieti un momento. Letteralmente 'e fruvole sono i fulmini, le folgori dal latino fulgor con roticizzazione e successiva metatesi della elle. |
2. Rummané â prevetina o comme a don Paulino.
Rimanere alla maniera dei preti o come don Paolino. Id est: Rimanere in condizioni economiche molto precarie addirittura come un mitico don Paolino, sacerdote nolano che, non avendo di che comprare ceri per celebrar messa, si doveva accontentare di tizzoni accesi. |
3.Tanto va 'a lancella abbascio ô puzzo, ca ce rummane 'a
maneca.
Letteralmente: tanto va il secchio al fondo del pozzo che ci rimette il manico. Il proverbio con altra raffigurazione, molto più icastica, ripete il toscano: tanto va la gatta al lardo che ci lascia lo zampino, e ne adombra il significato sottointendendo che il ripetersi di talune azioni, a lungo andare, si rivelano dannose per chi le compie. La lancella (dal t. lat. lancula diminutivo di lanx) della locuzione è propriamente un secchio atto ad attingere acqua dal pozzo, secchio provvisto di doghe lignee e di un manico in metallo che, sollecitato lungamente, finisce per staccarsi dal secchio. |
4.Signore mio scanza a mme e a chi coglie.
Letteralmente: Signore mio fa salvo me e chiunque possa venir colto. È la locuzione invocazione rivolta a Dio quando ci si trovi davanti ad una situazione nella quale si corra il pericolo di finire sotto i colpi imprecisi e maldestri di qualcuno che si stia cimentando in operazioni non supportate da perizia. |
5.'O piezzo cchiú gruosso à dda essere 'a recchia.
Letteralmente: il pezzo piú grande deve essere l'orecchio. Iperbolica minaccia che un tempo veniva rivolta soprattutto ai ragazzini chiassosi e/o facinorosi cui si promettevano inenarrabili percosse tali da ridurli in pezzi di cui il più grande avrebbe dovuto essere l'orecchio. |
6. Essere 'na guallera cu 'e filosce.
Letteralmente: essere un'ernia corredata di frittate d'uova. Icastica iperbolica offensiva espressione con cui si denota una persona molle ed imbelle dal carattere debole quasi si tratti di una molle pendula ernia a cui siano attaccate, per maggior disdoro delle ugualmente molli e spugnose frittatine d'uova.
Guallera s.f. = ernia (dall’arabo wadara= ernia)
Filosce s.n. pl. di filoscio = frittatina sottile (dal fr.
filoche ←
fil= sottile)
|
7. Mettere a uno 'ncopp' a 'nu puorco.
Letteralmente: mettere uno a cavallo di un porco. Id est: sparlar di uno, spettegolarne, additarlo al ludibrio degli altri, come avveniva anticamente quando al popolino era consentito di condurre alla gogna il condannato trasportandolo a dorso di maiale affinché venisse notato da tutti e fatto segno di ingiurie e contumelie. Questa abitudine era tipica della città partenopea dove v’era abbondanza di maiali che circolavano liberamente per strade e vicoli, allevati com’erano in libertà assoluta per esser poi destinati oltre che all’uso personale di chi li allevasse, anche come offerta ai monaci del TAU che conducevano nei pressi della chiesa di S. Antonio Abate (in piazza Carlo III) uno loro piccolo ospedale dove curavano affezioni dermatologiche usando pomate confezionate anche con il lardo dei maiali; altrove (ad es. a Roma) ci si serviva di asini. |
8. Oramaje à appiso 'e fierre a sant' Aloja.
Letteralmente: ormai à appeso i ferri a sant'Eligio. Id est: ormai non à piú velleità sessuali,(à raggiunto l'età della senescenza ...)Il sant'Aloja della locuzione è sant'Eligio (in francese Alois) al Mercato, basilica napoletana dove i cocchieri di piazza andavano ad appendere i ferri dei cavalli che, per raggiunti limiti di età, smettevano di lavorare. Da questa consuetudine, il proverbio ammiccante nei confronti degli anziani. |
9. Si me metto a ffà cappielle, nàsceno criature senza capa.
Letteralmente: se mi metto a confezionare cappelli nascono bimbi senza testa. Iperbolica amara considerazione fatta a Napoli da chi si ritenga titolare di una sfortuna macroscopica. |
10. A - Nun fa pérete a chi tène culo.
B - Nun dà ponie a chi tène mane.
I due proverbi in epigrafe, con parole diverse mirano in fondo allo stesso scopo: a consigliare cioè colui a cui vengon rivolti di porre parecchia attenzione al proprio operato per non incorrere - secondo un noto principio fisico - in una reazione uguale e contraria che certamente si verificherà; nel caso sub A, infatti è facile attendersi una salve di peti da parte di colui che, provvisto di sedere, sia stato fatto oggetto di una medesima salve. Nel caso sub B, chi à colpito con pugni qualcuno si attenda pure la medesima reazione se il colpito è provvisto di mani. |
11. Chi se fa masto, cade ‘int' ô mastrillo.
Letteralmente: chi si fa maestro, finisce per essere intrappolato. L'ammonimento della locuzione a non ergersi maestri e domini delle situazioni, viene rivolto soprattutto ai presuntuosi e supponenti che son soliti dare ammaestramenti o consigli non richiesti, ma poi finiscono per farte la fine dei sorci presi in trappola proprio da coloro che pretendono di ammaestrare.
masto s.vo m.le =mastro,
capoperaio,esperto d’un settore lavorativo;
voce derivata dal lat. ma(gi)st(r )u(m)→masto;
mastrillo s.vo m.le = trappola
per topi; voce derivata dal tardo lat.
mustricula con
cambio e maschilizzazione del suffisso diminutivo cula→illo ed
alterazione espressiva della vocale nella sillaba d’avvio: u→a.
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12 Tutto a Giesú e niente a Maria.
Letteralmente: tutto a Gesú e niente a Maria; ma non è un incitamento a conferire tutta la propria devozione a Gesú e a negarla alla Vergine; è invece l'amara constatazione che fa il napoletano davanti ad una iniqua distribuzione di beni, distribuzione di cui ci si dolga, nella speranza che chi di dovere si ravveda e provveda ad una piú equa redistribuzione. Il piú delle volte però non v'è ravvedimento e la faccenda non migliora per il petente e resta solo l’amara espressione dell’epigrafe che riproduce quella pronunciata da un anziano curato di una piccola chiesa popolare nei confronti del suo sacrestano che, delegato ad addobbare i due altari presenti nella chiesuola, aveva riservato gli addobi all’altare del Salvatore tenendo sguarnito quello dedicato alla Vergine.
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venerdì 31 agosto 2018
ESPRESSIONI 131
ESPRESSIONI 130
1 -Sciú,
â faccia toja!
Espressione volgare di
schifo e disprezzo, intraducibile ad litteram, che viene pronunciata,
accompagnata spesso dal gesto di un
finto sputo, all'indirizzo di chi è tanto spregevole da meritarsi di esser raggiunto da uno sputo al volto:
infatti la parola sciù altro non è se non l'onomatopeica riproduzione di uno sputo, che - come
precisato nel prosieguo della locuzione – à come destinazione proprio la faccia di colui che si intende
disprezzare! Talvolta l’espressione è limitata al solo sciú mantenendo però
inalterato il senso di schifo e disprezzo contenuto nell’intera espressione.
2.
-Scummiglià 'a ramma
Ad litteram: scoprire il
rame Id est : togliere i coperchi
alle pentole di rame per
controllare il cibo in cottura. Invito
che si rivolgeva temporibus illis alle donne di casa addette alla cucina perchè
controllassero attentamente la cottura
delle pietanze, evitando di distrarsi con
chiacchiere inutili.
In senso traslato: mettere a nudo i difetti di qualcuno.
3. -
Scummiglià 'e zzelle
Ad litteram: scoprire le
tigne e per traslato scoprir le magagne, le manchevolezze. Id est: mettere a nudo i difetti altrui .
Locuzione della
medesima portata del senso traslato della precedente. In particolare la zella (da un lat. reg.(capitem) *psilla(m)) è la tigna che veniva coperta con un
cappelluccio e veniva così tenuta celata
agli occhi indiscreti, fino a che un rompiscatole non strappasse il
cappelluccio dalla testa del tignoso, mettendone proditoriamente a nudo i difetti.Per estensione si dice di chiunque
si diverta a render note, quali che
siano, le manchevolezze altrui battezzate pur sempre: zelle anche se non realmente attinenti alla tigna.
4. -Scuntà a ffierre 'e puteca
Ad
litteram:sdebitarsi con i ferri della
bottega Cosí si dice quando - non
riuscendo ad ottenere il pagamento di un debito in moneta contante - il
creditore si contenta di chiedere al debitore che lo soddisfi mediante l'opera lavorativa servendosi dei
propri ferri del mestiere, cioè
conferendogli artigianalmente un
servizio in cui il debitore sia versato.
5. –Sgummà/scummà 'e sango
Ad
litteram: far perdere la gomma al sangue.
Id est: percuotere tanto violentemente qualcuno e segnatamente colpirlo sul
volto fino a fargli copiosamente
emettere dalle fosse nasali fiotti di
sangue divenuto a seguito delle percosse
cosí fluido da scorrere liberamente
quasi avesse perduto la gomma o l’ipotetico collante che ne determinano la
naturale vischiosità perduta a sèguito delle percosse.
6. -S' è avutato 'o canisto
Ad
litteram: si è invertito il canestro Locuzione che, con amaro senso di dispetto viene
pronunciata da chi vede che una
situazione che lo riguarda da che era positiva e favorevole, cambia
improvvisamente diventando sfavorevole e negativa. Originariamente la locuzione
ripeteva la delusione che si ascoltava sulla bocca dei giocatori del lotto che
dopo alcune estrazioni favorevoli vedevano sortire numeri che non
attendevano ed attribuivano la faccenda
al fatto che l'urna (il canestro della
locuzione) contenente i bussolotti con i numeri
fosse stata - eccessivamente - ruotata.
7. -S'è avutato 'o munno
Ad
litteram: è ruotato il mondo Amaro ed indispettito commento pronunciato da chi -
specie anziani - si trovi ad essere coinvolto o anche a fare da semplice
spettatore ad accadimenti ritenuti paradossali, assurdi ed inattesi che mai si
erano verificati, né mai si riteneva si potessero verificare e che solo il capovolgimento del mondo à reso
possibili.
8 -Sedognere l'asso oppure 'a falanca
Ad
litteram:ungere l'asse oppure la trave.
Inveterata necessità che nel corso dei secoli à assunto le piú
svariate connotazioni e modi di
realizzarsi, ma restando sempre ineludibile nella sua reale funzione di permettere un adeguato
movimento degli elementi ruotanti (asse)
o
assicurare la scorrevolezza della trave(falanca) su cui far scivolar le barche,
e per traslato, consentire che una pratica non si intoppi ed anzi proceda
speditamente verso la sua realizzazione. Falanca s.f. = trave di supporto per lo scorrimento dei natanti; dal lat. phalanga(m)→phalanca(m)= palo.
9 -S'è 'mbriacata 'a úsciola
Ad
litteram:S'è ubriacata la bussola Amaro
commento pronunciato da chi si trovi improvvisamente davanti a situazioni
inopinatemente ingarbugliate, quando non scombussolate, al segno che non ci si
raccapezzi piú, come quando per un'improvvisa tempesta magnetica la bussola
(ùsciola) non indichi piú il nord, o come quando il contenitore delle offerte (
pur'esso: úsciola) ingarbugliatosi non
trattenga piú le monete, ma le lasci cadere in terra.
10 -Se ne parla a vvino nuovo
Ad
litteram: se ne parla al tempo del vino
nuovo Modo di dire che sebbene indichi
un preciso momento - quello della nuova vinificazione - non corrisponde
ad un tempo certo, ma è usato per significare la volontà di voler rimandare
sine die un impegno a cui non si à molto desiderio di applicarsi.
11. -Se pava niente? E sedogneme 'a capa ô
pere!
Ad
litteram:Si paga nulla? Ed ungimi dalla
testa al piede!
Con
questa espressione si suole fare il verso al comportamento degli avari, spilorci e profittatori, sempre
pronti a godere gratuitamente di beni e/o occasioni al pari di un non meglio
identificato avaro che, sul letto di morte, informatosi dal sacerdote che
l'estrema unzione non comportava tariffa
alcuna, né che fosse commisurata all'estensione dell'unzione, pretese che fosse unto completamente dalla testa ai
piedi.
12. -Sentirse 'e prórere 'e mmane
Ad
litteram:Avvertire un prurito alle mani Cosí afferma chi sia in procinto di usare le
mani per percuotere qualcuno.E cosí
solevano dire, temporibus illis, i genitori quando erano stati inutilmente
esperiti tutti i tentativi di convincere i propri piccoli figliuoli a desistere
dal far confusione, o dalle loro reiterate marachelle .per avvertire i ragazzi
che era prossimo il momento in cui essi genitori sarebbero passati a vie di
fatto e avrebbero fatto ricorso alle
percosse.
13. -Sentirse 'e scennere quaccosa
Ad
litteram:avvertire che qualcosa stia per
accadere Id est: avere la sensazione che stia per succedere qualcosa,
positiva o negativa che sia ed accada quasi calando dall'alto, in modo inatteso
ed imprevedibile.
Allorché
il qualcosa sia negativo la locuzione diventa:Sentirse 'e scennere quaccosa pe dereto ê rine (avvertire che qualcosa stia per accadere
dietro le spalle).
14. -Sentirse 'e tremmà 'o strunzo 'nculo
Ad
litteram:avvertire di esser prossimi ad
evacuare Cosí, in modo sorridente ma
becero,si dice che questa sia la
situazione di chi lungamente minacciato di violenze e percosse sia assalito da spavento cosí grande da dover precipitarsi a cavalcare la tazza del cesso.
15. -S'è scuntrato 'o sango cu 'a capa
Ad
litteram:è avvenuto lo scontro (incontro)
del sangue e della testa
Id est:
si è verificata la circostanza favorevole perché si potesse verificare ciò che
si voleva o desiderava o anche si è verificato l'atteso
incontro tra due persone di interessi collimanti, incontro foriero di buoni,
sperati accadimenti positivi per loro ed
altri.
Mi
spiego. Quando ancora le sacre reliquie (cranio ed ampolle del sangue) di san
Gennaro santo protettore della città di Napoli, non erano conservate nella a Lui dedicata cappella del Duomo napoletano, nel
giorno della memoria del santo (19 settembre) partivano due distinte processioni: una, recante le
ampolle con il sangue, muoveva da Pozzuoli
alla volta di Antignano (ameno sito della collina vomerese), l'altra
processione partiva dal Duomo e puntava
su Antignano recando il busto argenteo contenente il cranio del santo; quando
le due processioni venivano a contatto, ossia si verificava quanto previsto
nella locuzione, spesso accadeva che si compisse il miracolo della liquefazione
del sangue contenuto nelle ampolle
rinserrate in un'artistica teca d'argento. Ancora oggi che la
processione è una sola, la teca con le
ampolle del sangue viene posta accanto
al busto contenente il cranio del santo,
appena il canonico incaricato dà inizio alle preghiere impetrative e si attende
che l'incontro abbrevi i tempi di attesa
del miracolo.
Altre
volte la locuzione riportata in epigrafe è intesa pedissequamente ad litteram
ed il luogo dell'incontro qui sopra descritto, fa riferimento ad un vero e
proprio scontro tra due persone che non collimando in niente non lasciano presagire nulla di buono; in tal
caso la locuzione deve essere intesa con
valenza negativa in luogo della positiva prospettata dall'incontro enunciato
precedentemente.
16. - Sfilà 'a curona
Ad
litteram: sfilare la corona Id est: dar la stura ad una lunga sequela
di ingurie e contumelie dirette a chi se le meriti, ingiurie reiteratamente ripetitive quasi alla stregua
di grani di una corona che però per la
verità, viene usata per reiterare
preghiere e non contumelie. La reiterazione delle ingiurie è tanto lunga e
violenta da determinare lo sfilarsi dei grani dell’ipotetica corona usata per
contare le contumelie.
17. - Sfruculià 'a mazzarella 'e san Giuseppe
Ad
litteram: sbreccare il bastoncino di san Giuseppe id est: annoiare,
infastidire, tediare qualcuno molestandolo
con continuità asfissiante.
La
locuzione si riferisce ad un'espressione
che la leggenda vuole affiorasse, a mo' di avvertimento, sulle labbra di un servitore veneto posto a
guardia di un bastone ligneo ceduto da
alcuni lestofanti al credulone tenore Nicola Grimaldi, come appartenuto al
santo padre putativo di Gesù. Il settecentesco tenore espose nel suo palazzo il bastone e vi pose a
guardia un suo servitore con il compito di rammentare ai visitatori di non sottrarre, a mo' di sacre reliquie, minuti
pezzetti (frecole) della verga, insomma
di non sfregolarla o sfruculià.
Normalmente,
a mo' di ammonimento, la locuzione è
usata come imperativo preceduta da un corposo NON.
18. -Sfruculià 'o pasticciotto
Ad
litteram: sbreccare il dolcino. Id
est:annoiare, infastire, molestare qualcuno; locuzione di valenza simile alla
precedente, usata anch'essa in tono imperativo preceduta da un canonico NON. Qui, in luogo della mazzarella,
l'oggetto fatto segno di figurate sbreccature
è un ipotetico pasticcino, chiaramente usato eufemisticamente al posto
di un intuibilissimo sito anatomico maschile.
19. -Sicco, peliento e ossa
Ad
litteram: magro, pallido e ossuto Cosí viene divertentemente apostrofato
chi sia estremamente magro,pallido:
latinamente pallente(m)→ (peliento)
e cosí poco in carne da potergli contar le ossa.
20 - Sona ca piglie quaglie
Ad
litteram: suona ché prenderai quaglie. Locuzione
ironica da intendersi in senso antifrastico, usata per mettere a tacere gli
importuni saccenti ai quali si
vuol dire: state perdendo il vostro tempo e state inutilmente dando fiato alla
bocca: non riuscirete a nulla di ciò che
pensate, né con le vostre chiacchiere riuscirete ad irretire qualcuno, che (come le quaglie che non si lasciano attirare
da alcun richiamo) resisterà ad ogni
vostra insistenza e/o miraggio.
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giovedì 30 agosto 2018
ESPRESSIONI 129
1.PUOZZ'AVÉ
MEZ'ORA 'E PETRIATA DINTO A 'NU VICOLO ASTRITTO E CA NUN SPONTA, FARMACIE
'NCHIUSE E MIEDECE GUALLARUSE!
Imprecazione malevola rivolta contro un inveterato nemico cui si augura di sottostare ad una mezz'ora di lapidazione subíta in un vicolo stretto e cieco, che non offra cioè possibilità di fuga; a maggior cordoglio poi gli si augura di non trovare farmacie aperte in cui reperire medicamenti e/o linimenti ed imbattersi in medici affetti da ernie inguinali e pertanto lenti al soccorso.
Imprecazione malevola rivolta contro un inveterato nemico cui si augura di sottostare ad una mezz'ora di lapidazione subíta in un vicolo stretto e cieco, che non offra cioè possibilità di fuga; a maggior cordoglio poi gli si augura di non trovare farmacie aperte in cui reperire medicamenti e/o linimenti ed imbattersi in medici affetti da ernie inguinali e pertanto lenti al soccorso.
2. AJE VOGLIA ‘E METTERE RUMMA: ‘NU STRUNZO
NUN ADDIVENTA MAJE BBABBÀ
È inutile aggiungere rum, uno stronzo non
diverrà mai un babà. Letteralmente:
Puoi anche irrorarlo con parecchio rum,tuttavia uno stronzo non diventerà mai
un babà. Id est: un cretino, uno sciocco per quanto si cerchi di agghindarlo,
edulcorare o esteriormente migliorare, non potrà mai essere una cosa diversa da
ciò che è...; non potrà mai diventare buono gustoso ed appetibile come un babà,
restando pur sempre la stomachevole cosa che è!
Per legge naturale per quanto si tenti di
edulcorarlo, uno stronzo non potrà mai trasformarsi in un dolce saporito come un babà; alla stessa
stregua: per quanto lo si cerchi di migliorare, uno sciocco, un imbecille non
potrà mai cambiare in meglio la propria sfavorevole natura;
aje voglia ‘e locuzione verbale, in uso anche nella lingua italiana
nella valenza di insistere inutilmente in un tentativo: ài voglia a (o di) strillare, tanto non
ti sente nessuno, per quanto tu possa strillare, non ti sentirà nessuno;
anche ellittico: ài voglia!: è
inutile;
mettere = mettere, porre, aggiungere, disporre
collocare dal Lat. mittere 'mandare' e 'porre,
mettere';
rumma =
rum acquavite ottenuta
per lo piú dalla distillazione della
melassa di canna da zucchero fermentata.la voce inglese rum è derivata da rum- bustious 'chiassoso, violento', con
allusione al comportamento degli ubriachi bevitori della suddetta acquavite; la
voce napoletana rumma è coniata su quella inglese con una tipica
paragoge, ma qui di una piena a finale
(invece della consueta e semimuta) e raddoppiamemento
espressivo della m etimologica fino
a formare la seconda sillaba ma della voce rumma,
come altrove tramme←tram,barre←bar
etc.
strunzo =
stronzo, escremento solido di forma
cilindrica e figuratamente persona stupida, odiosa
etimologicamente dal longobardo strunz 'sterco';
addiventa =diventa voce verbale (3° pers. sing. ind. pres.) dell’infinito addiventà = divenire, venire a essere,
trasformarsi in derivato dal lat. volg. ad+ *deventare, forma rafforzata (vedi prep. ad) di quella
intensiva deventare del lat. devenire
= divenire; da notare la
particolarità che la voce verbale a
margine (indicativo presente) è resa in italiano con il futuro, tempo che –
quantunque esistente nelle coniugazioni dei verbi napoletani – è pochissimo
usato, preferendogli un presente in funzione futura o altrove costruzioni del
tipo aggi’ ‘a = devo da;
maje = mai, in nessun tempo, in nessun caso derivato dal
latino magi(s)= piú con
caduta della sibilante finale e della g intervocalica sostituita da una j di transizione e con paragoge della semimuta finale e al posto della i ;
babbà = babà tipico dolce partenopeo (
tuttavia non originario in quanto pare importato a Napoli, sotto il regno di
Ferdinando I di Borbone, da pasticcieri francesi (chiamati a Napoli da Maria
Carolina e richiesti a sua sorella Maria Antonietta)che l’avevano mutuato da
dolcieri polacchi che s’ era portato dietro nel suo esilio parigino il re Stanislao Leszczinski, re di Polonia dal
1704 al 1735.e che una leggenda, priva di supporti storici, vuole inventore - per puro caso - del dolce ) di pasta
soffice e lievitata, intrisa di uno sciroppo al rum. La voce napoletana, con
tipico raddoppiamento espressivo della seconda labiale esplosiva, è dal fr. baba→babbà, che è dal
polacco baba '(donna vecchia')in
quanto il dolce per la sua morbidezza ben s’addice alla bocca sdentata d’una
vecchia!
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3.SI 'A
MORTE TENESSE CRIANZA, ABBIASSE A CHI STA 'NNANZE.
Letteralmente: Se la morte avesse educazione porterebbe via per primi chi è piú innanzi, ossia è piú vecchio... Ma, come altre volte si dice, la morte non à educazione, per cui non è possibile tenere conti sulla priorità dei decessi.
crianza s.vo f.le =creanza,compitezza,buona
educazione, gentilezza; voce dallo sp.
crianza, deriv. di criar 'allevare,
educare', che è dal lat. creare 'creare'
abbiasse voce verbale 3° p. sg. cong. imperfetto dell’infinito abbiare/abbià
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4.PURE 'E
CUFFIATE VANNO 'MPARAVISO.
Anche i corbellati vanno in Paradiso. Cosí vengono consolati o si autoconsolano i dileggiati prefigurando loro o auto prefigurandosi il premio eterno per ciò che son costretti a sopportare in vita. Il cuffiato è chiaramente il corbellato cioè il portatore di corbello (in arabo: quffa) |
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5.'O PURPO
SE COCE CU LL'ACQUA SOJA.
Letteralmente: il polpo si cuoce con la propria acqua, non à bisogno di aggiunta di liquidi. Id est: Con le persone di dura cervice o cocciute è inutile sprecare tempo e parole, occorre pazientare e attendere che si convincano da se medesime. |
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6.'A
GATTA, PE GGHÍ 'E PRESSA, FACETTE 'E FIGLIE CECATE.
La gatta, per andar di fretta, partorí figli ciechi. La fretta è una cattiva consigliera. Bisogna sempre dar tempo al tempo, se si vuol portare a termine qualcosa in maniera esatta e confacente. |
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7.FÀ 'E
CCOSE A CAPA 'E 'MBRELLO.
Agire a testa (manico) di ombrello. Il manico di ombrello è usato eufemisticamente in luogo di ben altre teste. La locuzione significa che si agisce con deplorevole pressappochismo, disordinatamente, grossolanamente, alla carlona. |
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8.CHI NUN
SENTE A MMAMMA E PPATE, VA A MURÍ ADDÒ NUN È NATO...
Letteralmente: chi non ascolta i genitori, finisce per morire esule. Id est: bisogna ascoltare e mettere in pratica i consigli ricevuti dai genitori e dalle persone che ti vogliono bene, per non incorrere in disavventure senza rimedio. |
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9.È
GGHIUTA 'A MOSCA DINT' Ô VISCUVATO...
Letteralmente: È finita la mosca nella Cattedrale. È l'icastico commento profferito da chi si lamenta d' un risibile asciolvere somministratogli, che non gli à tolto la fame. In effetti un boccone nello stomaco, si sperde, quasi come una mosca entrata in una Cattedrale... Per traslato la locuzione è usata ogni volta che ciò che si riceve è parva res, rispetto alle attese... |
10.CU 'NU SÍ
TE 'MPICCE E CU 'NU NO TE SPICCE.
Letteralmente: dicendo di sí ti impicci, dicendo no ti sbrighi. La locuzione contiene il consiglio, desunto dalla esperienza, di non acconsentire sempre, perché chi acconsente, spesso poi si trova nei pasticci... molto meglio, dunque, è il rifiutare, che può evitare fastidi prossimi o remoti.
Letteralmente: dicendo di sí ti impicci, dicendo no ti sbrighi. La locuzione contiene il consiglio, desunto dalla esperienza, di non acconsentire sempre, perché chi acconsente, spesso poi si trova nei pasticci... molto meglio, dunque, è il rifiutare, che può evitare fastidi prossimi o remoti.
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11.LASSEME
STÀ CA STONGO 'NQUARTATO!
Lasciami perdere perché sono irritato, scontroso, adirato. Per cui non rispondo delle mie reazioni... La locuzione prende il via dal linguaggio degli schermidori: stare inquartato, ossia in quarta posizione che è posizione di difesa, ma anche di prevedibile prossimo attacco il che presuppone uno stato di tensione massima da cui possono scaturire le piú varie reazioni. |
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12.SE
FRUSCIA PINTAURO, D''E SFUGLIATELLE JUTE 'ACITO.
Si vanta PINTAURO delle sfogliatelle inacidite. Occorre sapere che Pintauro era un antico pasticciere napoletano che, normalmente, produceva delle ottime sfogliatelle dolce tipico inventato peraltro dalle suore del convento partenopeo detto Croce di Lucca. La locuzione è usata nei confronti di chi continua a pavoneggiarsi vantandosi di propri supposti meriti, anche quando invece i risultati delle sue azioni sono piuttosto deprecabili come sarebbero quelli di sfogliatelle inacidite dunque non edibili. |
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13.CARCERE,
MALATIA E NECISSITÀ, SE SCANAGLIA 'O CORE 'E LL'AMICE.
Carcere, malattia e necessità fanno conoscere la vera indole, il vero animo, degli amici. |
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14.MURÍ CU
'E GUARNEMIENTE 'NCUOLLO.
Letteralmente: morire con i finimenti addosso. La locuzione di per sé fa riferimento a quei cavalli che temporibus illis, quando c'erano i carretti e non i camioncini tiravano le cuoia per istrada, ammazzati dalla fatica, con ancora i finimenti addosso.Per traslato l'espressione viene riferita, o meglio veniva riferita a quegli inguaribili lavoratori che oberati di lavoro, stramazzavano, ma non recedevano dal compiere il proprio dovere.... Altri tempi! Oggi vallo a trovare, non dico uno stakanovista, ma un lavoratore che faccia per intero il suo dovere... |
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15.NISCIUNO
TE DICE: LAVATE 'A FACCIA CA PARE CCHIÚ BBELLO 'E ME.
Nessuno ti dice: Lavati il volto cosí sarai piú bello di me. Ossia:non aspettarti consigli atti a migliorarti, in ispecie da quelli con cui devi confrontarti.
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