venerdì 31 agosto 2018

ESPRESSIONI 131


1.Tené 'e fruvole dint' ô mazzo.
Letteralmente: avere i fulmini, i razzi nel sedere. Icastica espressione con la quale si indicano i ragazzi un po' troppo vivaci ed irrequieti ritenuti titolari addirittura di fuochi artificiali allocati nel sedere, fuochi che con il loro scoppiettio costringono i ragazzi a non stare fermi, anzi a muoversi continuamente per assecondare gli scoppiettii. La locuzione viene riferita soprattutto ai ragazzi, ma anche a tutti coloro che non stanno quieti un momento. Letteralmente 'e fruvole sono i fulmini, le folgori dal latino fulgor con roticizzazione e successiva metatesi della elle.
2. Rummané â prevetina o comme a don Paulino.
Rimanere alla maniera dei preti o come don Paolino. Id est: Rimanere in condizioni economiche molto precarie addirittura come un mitico don Paolino, sacerdote nolano che, non avendo di che comprare ceri per celebrar messa, si doveva accontentare di tizzoni accesi.
3.Tanto va 'a lancella abbascio ô puzzo, ca ce rummane 'a maneca.
Letteralmente: tanto va il secchio al fondo del pozzo che ci rimette il manico. Il proverbio con altra raffigurazione, molto più icastica, ripete il toscano: tanto va la gatta al lardo che ci lascia lo zampino, e ne adombra il significato sottointendendo che il ripetersi di talune azioni, a lungo andare, si rivelano dannose per chi le compie. La lancella (dal t. lat. lancula diminutivo di lanx) della locuzione è propriamente un secchio atto ad attingere acqua dal pozzo, secchio provvisto di doghe lignee e di un manico in metallo che, sollecitato lungamente, finisce per staccarsi dal secchio.
4.Signore mio scanza a mme e a chi coglie.
Letteralmente: Signore mio fa salvo me e chiunque possa venir colto. È la locuzione invocazione rivolta a Dio quando ci si trovi davanti ad una situazione nella quale si corra il pericolo di finire sotto i colpi imprecisi e maldestri di qualcuno che si stia cimentando in operazioni non supportate da perizia.
5.'O piezzo cchiú gruosso à dda essere 'a recchia.
Letteralmente: il pezzo piú grande deve essere l'orecchio. Iperbolica minaccia che un tempo veniva rivolta soprattutto ai ragazzini chiassosi e/o facinorosi cui si promettevano inenarrabili percosse tali da ridurli in pezzi di cui il più grande avrebbe dovuto essere l'orecchio.
6. Essere 'na guallera cu 'e filosce.
Letteralmente: essere un'ernia corredata di frittate d'uova. Icastica iperbolica  offensiva espressione con cui si denota una persona molle ed imbelle dal carattere debole quasi si tratti di una molle pendula ernia a cui siano attaccate, per maggior disdoro delle ugualmente molli e spugnose frittatine d'uova.
Guallera s.f. = ernia (dall’arabo wadara= ernia)
Filosce s.n. pl. di filoscio = frittatina sottile (dal fr. filoche fil= sottile)
7. Mettere a uno 'ncopp' a 'nu puorco.
Letteralmente: mettere uno a cavallo di un porco. Id est: sparlar di uno, spettegolarne, additarlo al ludibrio degli altri, come avveniva anticamente quando al popolino era consentito di  condurre alla gogna il condannato trasportandolo a dorso di maiale affinché venisse notato da tutti e fatto segno di ingiurie e contumelie. Questa abitudine era tipica della città partenopea dove v’era abbondanza di maiali che circolavano liberamente per  strade   e vicoli, allevati com’erano in libertà assoluta per esser poi destinati oltre che all’uso personale di chi li allevasse, anche come offerta ai monaci del TAU che conducevano nei pressi della chiesa di S. Antonio Abate (in piazza Carlo III) uno loro piccolo ospedale dove curavano affezioni dermatologiche usando pomate confezionate anche con il lardo dei maiali; altrove (ad es. a Roma) ci si serviva di asini.
8. Oramaje à appiso 'e fierre a sant' Aloja.
Letteralmente: ormai à appeso i ferri a sant'Eligio. Id est: ormai non à piú velleità sessuali,(à raggiunto l'età della senescenza ...)Il sant'Aloja della locuzione è sant'Eligio (in francese Alois) al Mercato, basilica napoletana dove i cocchieri di piazza andavano ad appendere i ferri dei cavalli che, per raggiunti limiti di età, smettevano di lavorare. Da questa consuetudine, il proverbio ammiccante nei confronti degli anziani.
9. Si me metto a ffà cappielle, nàsceno criature senza capa.
Letteralmente: se mi metto a confezionare cappelli nascono bimbi senza testa. Iperbolica amara considerazione fatta a Napoli da chi si ritenga titolare di una sfortuna macroscopica.
10. A - Nun fa pérete a chi tène culo.
B - Nun dà ponie a chi tène mane.
I due proverbi in epigrafe,  con parole diverse mirano in fondo  allo stesso scopo: a consigliare cioè colui a cui vengon rivolti di porre parecchia attenzione al proprio operato per non incorrere - secondo un noto principio fisico - in una reazione uguale e contraria che certamente si verificherà; nel caso sub A, infatti è facile attendersi una salve di peti da parte di colui che, provvisto di sedere, sia stato fatto oggetto di una medesima salve. Nel caso sub B, chi à colpito con pugni qualcuno si attenda pure la medesima reazione se il colpito è provvisto di mani.
11. Chi se fa masto, cade ‘int' ô mastrillo.
Letteralmente: chi si fa maestro, finisce per essere intrappolato. L'ammonimento della locuzione a non ergersi maestri e domini delle situazioni, viene rivolto soprattutto ai presuntuosi e supponenti che son soliti dare ammaestramenti o consigli non richiesti, ma poi finiscono per farte la fine dei sorci presi in trappola proprio da coloro che pretendono di ammaestrare.
masto s.vo m.le =mastro, capoperaio,esperto d’un settore lavorativo;   voce derivata dal lat. ma(gi)st(r )u(m)masto;
mastrillo s.vo m.le = trappola per topi; voce derivata dal tardo  lat.  mustricula con cambio e maschilizzazione del suffisso diminutivo cula→illo ed alterazione espressiva della vocale nella sillaba d’avvio: u→a.
12 Tutto a Giesú e niente a Maria.
Letteralmente: tutto a Gesú e niente a Maria; ma non è un incitamento a conferire tutta la propria devozione a Gesú e a negarla alla Vergine; è invece l'amara constatazione che fa il napoletano davanti ad una iniqua distribuzione di beni, distribuzione  di cui ci si dolga, nella speranza che chi di dovere si ravveda e provveda ad una piú equa redistribuzione. Il piú delle volte però non v'è ravvedimento e la faccenda non migliora per il petente e resta solo l’amara espressione dell’epigrafe che riproduce quella pronunciata da un anziano curato di una piccola chiesa popolare nei confronti del suo sacrestano che, delegato ad addobbare i due altari presenti nella chiesuola, aveva riservato gli addobi all’altare del Salvatore tenendo sguarnito quello dedicato alla Vergine.
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ESPRESSIONI 130


1 -Sciú, â faccia toja!
Espressione volgare   di schifo e disprezzo, intraducibile ad litteram, che viene pronunciata, accompagnata spesso  dal gesto di un finto sputo, all'indirizzo di chi è tanto spregevole da meritarsi  di esser raggiunto da uno sputo al volto: infatti  la parola sciù altro non è se non l'onomatopeica  riproduzione di uno sputo, che - come precisato nel prosieguo della locuzione – à come destinazione  proprio la faccia di colui che si intende disprezzare! Talvolta l’espressione è limitata al solo sciú mantenendo però inalterato il senso di schifo e disprezzo contenuto nell’intera espressione.
2. -Scummiglià 'a ramma
Ad litteram: scoprire il rame  Id est : togliere i coperchi alle pentole di rame  per controllare  il cibo in cottura. Invito che si rivolgeva temporibus illis alle donne di casa addette alla cucina perchè controllassero attentamente  la cottura delle pietanze, evitando di distrarsi con  chiacchiere inutili.
In senso traslato: mettere a nudo i difetti di qualcuno.
3. - Scummiglià 'e zzelle
Ad litteram: scoprire le tigne e per traslato scoprir le  magagne, le manchevolezze.  Id est: mettere a nudo i difetti altrui .
Locuzione della medesima portata del senso traslato della precedente. In particolare la zella (da un lat. reg.(capitem) *psilla(m))  è la tigna che veniva coperta con un cappelluccio  e veniva così tenuta celata agli occhi indiscreti, fino a che un rompiscatole non strappasse il cappelluccio dalla testa del tignoso, mettendone proditoriamente a nudo  i difetti.Per estensione si dice di chiunque si diverta a render note,  quali che siano, le manchevolezze altrui battezzate pur sempre: zelle anche se non realmente attinenti alla tigna.
4. -Scuntà a ffierre 'e puteca
Ad litteram:sdebitarsi con i ferri della bottega  Cosí si dice quando - non riuscendo ad ottenere il pagamento di un debito in moneta contante - il creditore si contenta di chiedere al debitore che lo soddisfi  mediante l'opera lavorativa servendosi dei propri  ferri del mestiere, cioè conferendogli artigianalmente  un servizio  in cui il debitore sia versato.
5. –Sgummà/scummà 'e sango
Ad litteram: far perdere la gomma al sangue. Id est: percuotere tanto violentemente qualcuno e segnatamente colpirlo sul volto fino a fargli  copiosamente emettere dalle fosse  nasali fiotti di sangue  divenuto a seguito delle percosse  cosí fluido da scorrere liberamente quasi avesse perduto la gomma o l’ipotetico collante che ne determinano la naturale vischiosità perduta a sèguito delle percosse.
6. -S' è avutato 'o canisto
Ad litteram: si è invertito il canestro Locuzione  che, con amaro senso di dispetto viene pronunciata da chi  vede che una situazione  che lo riguarda  da che era positiva e favorevole, cambia improvvisamente diventando sfavorevole e negativa. Originariamente la locuzione ripeteva la delusione che si ascoltava sulla bocca dei giocatori del lotto che dopo alcune estrazioni favorevoli vedevano sortire numeri che non attendevano  ed attribuivano la faccenda al fatto  che l'urna (il canestro della locuzione) contenente i bussolotti con i numeri  fosse stata - eccessivamente - ruotata.
7. -S'è avutato 'o munno
Ad litteram: è ruotato il mondo Amaro  ed indispettito commento pronunciato da chi - specie anziani - si trovi ad essere coinvolto o anche a fare da semplice spettatore ad accadimenti ritenuti paradossali, assurdi ed inattesi che mai si erano verificati, né mai si riteneva si potessero verificare  e che solo il capovolgimento del mondo à reso possibili.
8 -Sedognere l'asso oppure 'a falanca
Ad litteram:ungere l'asse oppure la trave.  Inveterata necessità che nel corso dei secoli à assunto le piú svariate connotazioni  e modi di realizzarsi, ma restando sempre ineludibile nella sua reale  funzione di permettere un adeguato movimento  degli elementi ruotanti (asse)
o assicurare la scorrevolezza della trave(falanca) su cui far scivolar le barche, e per traslato, consentire che una pratica non si intoppi ed anzi proceda speditamente verso la sua realizzazione. Falanca s.f. = trave di supporto per lo scorrimento dei natanti; dal lat. phalanga(m)→phalanca(m)= palo.
9 -S'è 'mbriacata 'a úsciola
Ad litteram:S'è ubriacata la bussola Amaro commento pronunciato da chi si trovi improvvisamente davanti a situazioni inopinatemente ingarbugliate, quando non scombussolate, al segno che non ci si raccapezzi piú, come quando per un'improvvisa tempesta magnetica la bussola (ùsciola) non indichi piú il nord, o come quando il contenitore delle offerte ( pur'esso: úsciola) ingarbugliatosi  non trattenga piú le monete, ma le lasci cadere in terra.
10 -Se ne parla a vvino nuovo
Ad litteram: se ne parla al tempo del vino nuovo Modo di dire che sebbene indichi   un preciso momento - quello della nuova vinificazione - non corrisponde ad un tempo certo, ma è usato per significare la volontà di voler rimandare sine die un impegno a cui non si à molto desiderio di applicarsi.
11. -Se pava niente? E sedogneme 'a capa ô pere!
Ad litteram:Si paga nulla? Ed ungimi dalla testa al piede!
Con questa espressione si suole fare il verso al comportamento   degli avari, spilorci e profittatori, sempre pronti a godere gratuitamente di beni e/o occasioni al pari di un non meglio identificato avaro che, sul letto di morte, informatosi dal sacerdote che l'estrema unzione  non comportava tariffa alcuna, né che fosse commisurata all'estensione dell'unzione, pretese  che fosse unto completamente dalla testa ai piedi.
12. -Sentirse 'e  prórere 'e mmane
Ad litteram:Avvertire un prurito alle mani  Cosí afferma chi sia in procinto di usare le mani  per percuotere qualcuno.E cosí solevano dire, temporibus illis, i genitori quando erano stati inutilmente esperiti tutti i tentativi di convincere i propri piccoli figliuoli a desistere dal far confusione, o dalle loro reiterate marachelle .per avvertire i ragazzi che era prossimo il momento in cui essi genitori sarebbero passati a vie di fatto  e avrebbero fatto ricorso alle percosse.
13. -Sentirse 'e scennere quaccosa
Ad litteram:avvertire che qualcosa stia per accadere Id est: avere la sensazione che stia per succedere qualcosa, positiva o negativa che sia ed accada quasi calando dall'alto, in modo inatteso ed imprevedibile.
Allorché il qualcosa sia negativo la locuzione diventa:Sentirse 'e scennere quaccosa pe dereto ê rine (avvertire che qualcosa stia per accadere dietro le spalle).
14. -Sentirse 'e tremmà 'o strunzo 'nculo
Ad litteram:avvertire di esser prossimi ad evacuare  Cosí, in modo sorridente ma becero,si dice che questa  sia la situazione di chi lungamente minacciato di violenze e percosse  sia assalito da spavento cosí grande  da dover precipitarsi  a cavalcare la tazza del cesso.
15. -S'è scuntrato 'o sango cu 'a capa
Ad litteram:è avvenuto lo scontro (incontro) del sangue e della testa
Id est: si è verificata la circostanza favorevole perché si potesse verificare ciò che si voleva o desiderava  o anche si è verificato l'atteso incontro tra due persone di interessi collimanti, incontro foriero di buoni, sperati accadimenti positivi per loro  ed altri.
Mi spiego. Quando ancora le sacre reliquie (cranio ed ampolle del sangue) di san Gennaro santo protettore della città di Napoli, non erano  conservate nella a Lui  dedicata cappella del Duomo napoletano, nel giorno della memoria del santo (19 settembre) partivano  due distinte processioni: una, recante le ampolle con il sangue, muoveva da Pozzuoli  alla volta di Antignano (ameno sito della collina vomerese), l'altra processione partiva dal Duomo  e puntava su Antignano recando il busto argenteo contenente il cranio del santo; quando le due processioni venivano a contatto, ossia si verificava quanto previsto nella locuzione, spesso accadeva che si compisse il miracolo della liquefazione del sangue contenuto nelle ampolle  rinserrate in un'artistica teca d'argento. Ancora oggi che la processione è una sola,  la teca con le ampolle del sangue  viene posta accanto al busto  contenente il cranio del santo, appena il canonico incaricato dà inizio alle preghiere impetrative e si attende che l'incontro abbrevi i tempi di attesa  del miracolo.
Altre volte la locuzione riportata in epigrafe è intesa pedissequamente ad litteram ed il luogo dell'incontro qui sopra descritto, fa riferimento ad un vero e proprio scontro tra due persone che non collimando in niente  non lasciano presagire nulla di buono; in tal caso la locuzione deve essere intesa  con valenza negativa in luogo della positiva prospettata dall'incontro enunciato precedentemente.
16. - Sfilà 'a curona
Ad litteram: sfilare la corona  Id est: dar la stura ad una lunga sequela di ingurie e contumelie dirette a chi se le meriti, ingiurie  reiteratamente ripetitive quasi alla stregua di grani di una corona  che però per la verità,  viene usata per reiterare preghiere e non contumelie. La reiterazione delle ingiurie è tanto lunga e violenta da determinare lo sfilarsi dei grani dell’ipotetica corona usata per contare le contumelie.
17. - Sfruculià 'a mazzarella 'e san Giuseppe
Ad litteram: sbreccare il bastoncino  di san Giuseppe id est: annoiare, infastidire, tediare qualcuno molestandolo  con continuità asfissiante.
La locuzione  si riferisce ad un'espressione che la leggenda vuole affiorasse, a mo' di avvertimento,  sulle labbra di un servitore veneto posto a guardia  di un bastone ligneo ceduto da alcuni lestofanti al credulone tenore Nicola Grimaldi, come appartenuto al santo padre putativo di Gesù. Il settecentesco tenore  espose nel suo palazzo il bastone e vi pose a guardia un suo servitore con il compito di rammentare ai visitatori di non  sottrarre, a mo' di sacre reliquie, minuti pezzetti (frecole)  della verga, insomma di non sfregolarla o sfruculià.
Normalmente, a mo' di ammonimento,  la locuzione è usata come imperativo preceduta da un corposo NON.

18. -Sfruculià 'o pasticciotto
Ad litteram: sbreccare il dolcino. Id est:annoiare, infastire, molestare qualcuno; locuzione di valenza simile alla precedente, usata anch'essa in tono imperativo preceduta da un  canonico NON. Qui, in luogo della mazzarella, l'oggetto fatto segno di figurate sbreccature  è un ipotetico pasticcino, chiaramente usato eufemisticamente al posto di un intuibilissimo sito anatomico maschile.
19. -Sicco, peliento  e ossa
Ad litteram: magro, pallido e ossuto  Cosí viene divertentemente  apostrofato  chi sia estremamente magro,pallido:  latinamente pallente(m)→ (peliento)  e cosí poco in carne da potergli contar le ossa.
20 - Sona ca piglie quaglie
Ad litteram: suona ché prenderai quaglie. Locuzione ironica da intendersi in senso antifrastico, usata per mettere a tacere gli importuni        saccenti ai quali si vuol dire: state perdendo il vostro tempo e state inutilmente dando fiato alla bocca: non riuscirete a nulla  di ciò che pensate, né con le vostre chiacchiere riuscirete  ad irretire qualcuno, che  (come le quaglie che non si lasciano attirare da alcun richiamo)  resisterà ad ogni vostra insistenza e/o miraggio.
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giovedì 30 agosto 2018

ESPRESSIONI 129


1.PUOZZ'AVÉ MEZ'ORA 'E PETRIATA DINTO A 'NU VICOLO ASTRITTO E CA NUN SPONTA, FARMACIE 'NCHIUSE E MIEDECE GUALLARUSE!
Imprecazione malevola rivolta contro un inveterato nemico cui si augura di sottostare ad una mezz'ora di lapidazione subíta in un vicolo stretto e cieco, che non offra cioè possibilità di fuga;  a maggior cordoglio poi  gli si augura di non trovare farmacie aperte in cui reperire medicamenti e/o linimenti  ed imbattersi in medici affetti da  ernie inguinali e pertanto lenti al soccorso.
2. AJE VOGLIA ‘E METTERE RUMMA: ‘NU STRUNZO
NUN ADDIVENTA MAJE BBABBÀ
È inutile aggiungere rum, uno stronzo non diverrà mai un babà. Letteralmente: Puoi anche irrorarlo con parecchio rum,tuttavia uno stronzo non diventerà mai un babà. Id est: un cretino, uno sciocco per quanto si cerchi di agghindarlo, edulcorare o esteriormente migliorare, non potrà mai essere una cosa diversa da ciò che è...; non potrà mai diventare buono gustoso ed appetibile come un babà, restando pur sempre la stomachevole cosa che è!
 Per legge naturale per quanto si tenti di edulcorarlo, uno stronzo non potrà mai trasformarsi in  un dolce saporito come un babà; alla stessa stregua: per quanto lo si cerchi di migliorare, uno sciocco, un imbecille non potrà mai cambiare in meglio la propria sfavorevole natura;
aje voglia ‘e locuzione verbale, in uso anche nella lingua italiana nella valenza di  insistere inutilmente in un tentativo: ài voglia a (o di) strillare, tanto non ti sente nessuno, per quanto tu possa strillare, non ti sentirà nessuno; anche ellittico: ài voglia!: è inutile;
mettere = mettere, porre, aggiungere, disporre collocare dal  Lat. mittere 'mandare' e 'porre, mettere';
rumma = rum acquavite ottenuta per lo piú  dalla distillazione della melassa di canna da zucchero fermentata.la voce inglese rum è derivata da rum- bustious 'chiassoso, violento', con allusione al comportamento degli ubriachi bevitori della suddetta acquavite; la voce napoletana rumma  è coniata su quella inglese con una tipica paragoge, ma qui  di una piena  a finale (invece della consueta e semimuta) e raddoppiamemento espressivo della m etimologica fino a formare la seconda sillaba ma  della voce rumma, come altrove tramme←tram,barre←bar etc.
strunzo = stronzo,  escremento solido di forma cilindrica  e figuratamente  persona stupida, odiosa etimologicamente dal longobardo strunz 'sterco';
addiventa =diventa voce verbale (3° pers. sing. ind. pres.) dell’infinito addiventà = divenire, venire a essere, trasformarsi in derivato  dal lat. volg. ad+ *deventare, forma rafforzata (vedi prep. ad) di quella  intensiva deventare del lat. devenire = divenire; da notare la particolarità  che la voce verbale a margine (indicativo presente) è resa in italiano con il futuro, tempo che – quantunque esistente nelle coniugazioni dei verbi napoletani – è pochissimo usato, preferendogli un presente in funzione futura o altrove costruzioni del tipo aggi’ ‘a = devo da;
maje = mai, in nessun tempo, in nessun caso derivato dal latino magi(s)= piú   con caduta della  sibilante finale e della g intervocalica sostituita da una j di transizione e con paragoge della semimuta finale e  al posto della i ;
babbà = babà tipico dolce partenopeo ( tuttavia non originario in quanto pare importato a Napoli, sotto il regno di Ferdinando I di Borbone, da pasticcieri francesi (chiamati a Napoli da Maria Carolina e richiesti a sua sorella Maria Antonietta)che l’avevano mutuato da dolcieri polacchi che s’ era portato dietro nel suo esilio parigino  il re Stanislao Leszczinski, re di Polonia dal 1704 al 1735.e che una leggenda, priva di supporti storici,  vuole inventore - per puro caso -  del dolce ) di pasta soffice e lievitata, intrisa di uno sciroppo al rum. La voce napoletana, con tipico raddoppiamento espressivo della seconda labiale esplosiva,  è  dal fr. baba→babbà, che è dal polacco baba '(donna vecchia')in quanto il dolce per la sua morbidezza ben s’addice alla bocca sdentata d’una vecchia!
3.SI 'A MORTE TENESSE CRIANZA, ABBIASSE A CHI STA 'NNANZE.
Letteralmente: Se la morte avesse educazione porterebbe via per primi chi è piú innanzi, ossia è piú vecchio... Ma, come altre volte si dice, la morte non à educazione, per cui non è possibile tenere conti sulla priorità dei decessi.
crianza s.vo f.le =creanza,compitezza,buona educazione, gentilezza; voce  dallo sp. crianza, deriv. di criar 'allevare, educare', che è dal lat. creare 'creare'
abbiasse  voce verbale 3° p. sg. cong. imperfetto dell’infinito abbiare/abbià  
4.PURE 'E CUFFIATE VANNO 'MPARAVISO.
Anche i corbellati vanno in Paradiso. Cosí vengono consolati o si autoconsolano i dileggiati prefigurando loro o auto prefigurandosi il premio eterno per ciò che son costretti a sopportare in vita. Il cuffiato è chiaramente il corbellato cioè il portatore di corbello (in arabo: quffa)
5.'O PURPO SE COCE CU LL'ACQUA SOJA.
Letteralmente: il polpo si cuoce con la propria acqua, non à bisogno di aggiunta di liquidi. Id est: Con le persone di dura cervice o cocciute è inutile sprecare tempo e parole, occorre pazientare e attendere che si convincano da se medesime.
6.'A GATTA, PE GGHÍ 'E PRESSA, FACETTE 'E FIGLIE CECATE.
La gatta, per andar di fretta, partorí figli ciechi. La fretta è una cattiva consigliera. Bisogna sempre dar tempo al tempo, se si vuol portare a termine qualcosa in maniera esatta e confacente.
7.FÀ 'E CCOSE A CAPA 'E 'MBRELLO.
Agire a testa (manico) di ombrello. Il manico di ombrello è usato eufemisticamente in luogo di ben altre teste. La locuzione significa che si agisce con deplorevole pressappochismo, disordinatamente, grossolanamente, alla carlona.
8.CHI NUN SENTE A MMAMMA E PPATE, VA A MURÍ ADDÒ NUN È NATO...
Letteralmente: chi non ascolta i genitori, finisce per morire esule. Id est: bisogna ascoltare e mettere in pratica i consigli ricevuti dai genitori e dalle persone che ti vogliono bene, per non incorrere in disavventure senza rimedio.
9.È GGHIUTA 'A MOSCA DINT' Ô VISCUVATO...
Letteralmente: È finita la mosca nella Cattedrale. È l'icastico commento profferito da chi si lamenta d' un risibile asciolvere somministratogli, che non gli à tolto la fame. In effetti un boccone nello stomaco, si sperde, quasi come una mosca entrata in una Cattedrale... Per traslato la locuzione è usata ogni volta che ciò che si riceve è parva res, rispetto alle attese...
10.CU 'NU SÍ TE 'MPICCE E CU 'NU NO TE SPICCE.
Letteralmente: dicendo di sí ti impicci, dicendo no ti sbrighi. La locuzione contiene il consiglio, desunto dalla esperienza, di non acconsentire sempre, perché chi acconsente, spesso poi si trova nei pasticci... molto meglio, dunque, è il rifiutare, che può evitare fastidi prossimi o remoti.

11.LASSEME STÀ CA STONGO 'NQUARTATO!
Lasciami perdere perché sono irritato, scontroso, adirato. Per cui non rispondo delle mie reazioni... La locuzione prende il via dal linguaggio degli schermidori: stare inquartato, ossia in quarta posizione che è posizione di difesa, ma anche di prevedibile prossimo attacco il che presuppone uno stato di tensione massima da cui possono scaturire le piú varie reazioni.
12.SE FRUSCIA PINTAURO, D''E SFUGLIATELLE JUTE 'ACITO.
Si vanta PINTAURO delle sfogliatelle inacidite. Occorre sapere che Pintauro era un antico pasticciere napoletano che, normalmente, produceva delle ottime sfogliatelle dolce tipico inventato peraltro dalle suore del convento partenopeo detto Croce di Lucca. La locuzione è usata nei confronti di chi continua a pavoneggiarsi vantandosi di propri supposti meriti, anche quando invece i risultati delle sue azioni sono piuttosto deprecabili come sarebbero quelli di sfogliatelle inacidite dunque non edibili.
13.CARCERE, MALATIA E NECISSITÀ, SE SCANAGLIA 'O CORE 'E LL'AMICE.
Carcere, malattia e necessità fanno conoscere la vera indole, il vero animo, degli amici.
14.MURÍ CU 'E GUARNEMIENTE 'NCUOLLO.
Letteralmente: morire con i finimenti addosso. La locuzione di per sé fa riferimento a quei cavalli che temporibus illis, quando c'erano i carretti e non i camioncini tiravano le cuoia per istrada, ammazzati dalla fatica, con ancora i finimenti addosso.Per traslato l'espressione viene riferita, o meglio veniva riferita a quegli inguaribili lavoratori che oberati di lavoro, stramazzavano, ma non recedevano dal compiere il proprio dovere.... Altri tempi! Oggi vallo a trovare, non dico uno stakanovista, ma un lavoratore che faccia per intero il suo dovere...
15.NISCIUNO TE DICE: LAVATE 'A FACCIA CA PARE CCHIÚ BBELLO 'E ME.
Nessuno ti dice: Lavati il volto cosí sarai piú bello di me. Ossia:non aspettarti consigli atti a migliorarti, in ispecie da quelli con cui devi confrontarti.
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