mercoledì 30 giugno 2021

LA CARCIOFFOLÀ DI DI GIACOMO

LA CARCIOFFOLÀ DI DI GIACOMO

 Mi è stato chiesto, via e-mail, dalla cara amica A. A. (i consueti problemi di riservatezza mi costringono ad indicare solo le iniziali di nome e cognome) di spendere qualche parola per illustrarle il significato e la portata del termine carcioffolà in epigrafe usato dal poeta Salvatore DiGiacomo (Napoli, 13 marzo 1860 – † Napoli, 4 aprile 1934) quale titolo di una sua briosa canzone musicatagli nel 1893 dal maestro Eduardo Di Capua(NA 12/3/1865 - † NA 3/10/1917) . Evito di riportare per intero il lunghissimo testo che riproduce un grazioso dialogare tra una mamma ed una figlia e mi limito a rammentare che ognuna delle quattro parti della canzone si chiude con il distico: E ndanderandí./E ndanderandà./Che bona figliola/Carcioffolá! Ed è proprio quel Carcioffolà usato in chiusura delle parti che à sollevato la curiosità dell’amica ch’io m’auguro di poterle togliere. Dirò imnnanzitutto che l’amica non à tutti i torti ad essere incuriosita; d’acchito infatti non si coglie il significato di quel termine se lo si esclude dal contesto in cui è usato ed in una morfologia [accentata]che non si comprende e va chiarita atteso che il termine originario che l’à suggerito è quel nome comune sdrucciolo dell’ortaggio carciòffola che rende in napoletano il carciofo della lingua nazionale. Perché mai un termine normalmente sdrucciolo è diventato tronco e cosa mai à che spartire l’ortaggio carcioffola divenuto carcioffolà con una figliola [seu ragazza]attestata bona [seu piacente, appetitosa e non banalmente buona]?Sono le due domande a cui bisogna dare una risposta per togliere la curiosità all’amica!Rispondere alla prima, è relativamente semplice: al poeta occorreva una parola tronca che sottolineasse in chiusura di strofa la briosità dell’argomento trattato e pensò bene di servirsi d’una licenza poetica, spostando l’accento di una parola sdrucciola, ma pregna del significato voluto, per farla diventare tronca, cosa che giovò anche al musicista che fu favorito nel poggiare su di una parola tronca la nota che doveva concludere la strofa. Un po’ piú complicato rispondere al secondo interrogativo, ma non impossibile e mi spiego: il collegamento tra l’ l’ortaggio carcioffola divenuto carcioffolà e la ragazza attesta formosa, piacente, appetitosa, cioè bbona va spiegato tenendo presente che il carciofo, in un modo di dire partenopeo ['a carcioffola s'ammonna fronna a ffronna] cioè Il carciofo si monda brattea a brattea, id est: le cose vanno fatte paulatim et gradatim(poco per volta e con gradualità ) se si vogliono raggiungere buoni risultati.Cosí una ragazza formosa, piacente, appetitosa non va assalita, ma va conquistata lentamente, e quasi poi consumata con studiata flemma per prolungare il piacere d’una eventuale conquista dei favori della ragazza. Tratto le due parole incontrate: bona agg.vo f.le di buono [dal lat. bona-m] 1)buona, affabile, amabile, bonaria, comprensiva, cortese,2)come nel caso che ci occupa formosa, piacente, appetitosa, avvenente, florida, generosa, prosperosa, disponibile; carcioffola s.vo f.le = 1)carciofo, ortaggio a brattee spinose e non 2) per traslato vulva di una donna giovane con riferimento all’organo stretto e serrato, non deflorato di una giovane donna tal quale il carciofo che se fresco e giovane à le brattee ben chiuse e serrate; [ in nap. voce dall’arabo harsûf addizionato del suff. diminutivo lat. ola (femm. di olus)]. E qui penso di poter far punto convinto d’avere esaurito l’argomento, soddisfatto l’amica A. A. ed interessato qualcun altro dei miei ventiquattro lettori e piú genericamente chi dovesse imbattersi in queste paginette.Satis est.

Raffaele Bracale

 

 

 

NE PUTISSE FÀ LUMINE P’’A NOTTE

 

 

NE PUTISSE FÀ LUMINE P’’A NOTTE

Questa volta è stato il  caro amico P. G. (i consueti problemi di riservatezza mi costringono ad indicare solo le iniziali di nome e cognome) a  chiedermi via e-mail di chiarirgli  significato e portata dell’ espressione partenopea   in epigrafe. Gli ò risposto  che la locuzione in esame da rendersi nella lingua nazionale: “ Potresti farne piccole candele [da accender]di notte”,

è usata sarcasticamente in riferimento all’inutile, improduttivo agitarsi di qualcuno che sprechi  tempo e materiali [a volte costosi come ad. es. la cera d’api] che potrebbe essere speso l’uno  ed usati gli altri  per finalità piú fattive, utili e concrete [come sarebbero  i lumini per la notte, nel caso della cera d’api.].L’espressione è usata altresí in riferimento a chi reagisca con profondo turbamento di spirito ed iriitazione  di fronte ad accadimenti o accuse da tenersi in non cale in quanto risibili gli uni o patentemente false le altre. E qui penso di poter far punto convinto d’avere esaurito l’argomento, soddisfatto l’amico P.G. ed interessato qualcun altro dei miei ventiquattro lettori e piú genericamente  chi dovesse imbattersi in questa paginetta.Satis est.

 Raffaele Bracale

 

 

martedì 29 giugno 2021

'A VECCHIA 'O CARNEVALE

 

 

‘A VECCHIA ‘O CARNEVALE

 

Ad litteram: La vecchia del Carnevale.

Con l’espressione in epigrafe, si fa riferimento  ad  una antichissima  tradizione popolare che vuole Pulcinella travestito in modo complicatissimo cosí da sembrar cavalcare con delle gambe finte legate al petto della maschera  un fantoccio di prosperosa ragazza che però à  la faccia truccata da vecchia, fantoccio che il Pulcinella porta legato in vita e che fa scuotere muovendosi tutto al ritmo di una musica  sfrenata prodotta da triccabballacche scetavajasse e putipù. La danza sfrenata di Pulcinella così agghindato si teneva per le strade della città bassa nel giorno [17 gennaio] di sant'Antonio abate, [noto come Sant’Antuono, per distinguerlo dal sant’Antonio da Padova, santo predicatore, la cui festività cade ai 13 di giugno]; la danza sfrenata del Pulcinella  terminava a sera inoltrata nei pressi d'un fucarazzo[cioè falò] dove il fantoccio della vecchia  veniva bruciato. Perché bruciare la vecchia in un falò dedicato a sant’Antuono? Semplicemente per profittare della presenza  dei tanti falò dedicati al santo, presenti in molti crocicchi; e perché parlare di vecchia del Carnevale? Perché quel Pulcinella agghindato in quella strana foggia era la prima manifestazione della gioiosa festività del Carnevale che  ufficialmente sarebbe principiato   di lì a poco nel mese di febbraio!

Brak

'A BBOTTA D''O MASTO!

 

‘A BBOTTA D’’O MASTO!

 

Ad litteram: Il colpo del maestro! La locuzione in esame che in origine faceva  riferimento a quei piccoli aggiustamenti finali operati da un maestro d’arte o mestiere su di un prodotto affidato ad un allievo,finí per essere usata in ogni campo operativo, rappresentando  il rassegnato sarcastico commento espresso , sia pure sommessamente, da un inferiore alla vista del provocatorio e quasi sempre inutile intervento finale d’un suo saccente, supponente  superiore che sopravvenga per metter mano ad un manufatto[quale che  esso sia ] dell’inferiore , nella pretesa di fargli intendere che se non ci avesse messo mano lui, il capo, il manufatto non sarebbe risultato eseguito con tutti i dovuti  crismi.

MASTO s.vo m.le = in primis maestro d’arte o mestiere, capo operaio; per estensione capo, superiore, dirigente, leader, padrone, principale; usato come agg.vo m.le = eccellente, valente. Voce dal lat. magistru-m con caduta della sillaba GI e riduzione del nesso  STRU→STO[cfr. finestra-m→ fenesta ]

BRAK

 

 

AMMAZZARUTO

 

AMMAZZARUTO

Mi è stato chiesto dall’amico G.L. (i consueti problemi di riservatezza mi costringono ad indicare solo le iniziali di nome e cognome) via e-mail di chiarirgli  significato Ed etimo  del termine   partenopeo   in epigrafe. Gi ò cosí rapidamente risposto:

la voce  ammazzaruto è unagg.vo m.le e solo m.le che se riferito al pane vale  mal lievitato, azzimo; per traslato se riferito a persona significa  basso, tracagnotto, pesante; voce derivata dall'arabo  mas'ra attraverso il greco mazeros

E qui penso di poter far punto convinto d’avere esaurito l’argomento, soddisfatto l’amico G.L. ed interessato qualcun altro dei miei ventiquattro lettori e piú genericamente  chi dovesse imbattersi in queste paginette.Satis est.

 Raffaele Bracale

L'EQUIVOCO DI "MARUZZELLA"

 

 

L’EQUIVOCO DI “MARUZZELLA”

 

Mi fu  chiesto dall’amico N.C. (al solito, motivi di riservatezza mi impongono di  riportar solo le iniziali di nome e cognome di chi mi scrive per sollecitar ricerche) quanto corrispondesse al  vero ciò che, in una trasmissione musicale dell’anno 2000,fu messo dagli autori sulla bocca della signora Loretta Goggi allorché, presentando la famosa  canzone di Enzo Bonagura e Renato Carosone “MARUZZELLA” del 1955,  propalò l’inesattezza che la ragazza protagonista della canzone s’ebbe dal poeta Bongura il nome che dà il titolo alla canzone in riferimento alla particolare pettinatura della ragazza détta in napoletano “maruzzella” Gli risposi  illico et immediate  che gli autori della trasmissione incorsero in un equivoco, probabilmente per aver consultato in modo sommario un calepino dell’idioma napoletano. E gli  specificai che in napoletano il termine “maruzzella” è un sostantivo che in primis  è il diminutivo del sostantivo femminile  maruzza cioè lumaca, chiocciola. Maruzza èdal lat.medioevale  marucĕa, che è da un tardo maruca ed il suo  diminutivo maruzzella indica, in primis- come détto -  la lumachina di mare e solo per traslato indica (con riferimento alla sua forma di spirale arrotolata a mo’ di chiocciola) una ciocca di capelli che avvolta su di un bigodino cilindrico assume la forma di un ricciolo a stretta spirale; infine per estensione del traslato con il termine “maruzzella” nell’idioma napoletano si indica una ragazza simpatica e vicace con la capigliatura pettinata a riccioli. E fu a questa estensione di significato che  Enzo Bonagura fece riferimento parlando della ragazza protagonista della canzone (con ogni probabilità originaria di Capri o Positano, località ispiratrici del poeta). E quanto détto trova conferma nel fatto che non c’è pettinatrice o capera d’antan che non conosca il termine “maruzzella” quale tipo di ricciolo, ma nessuna ne à contezza nel significato inesatto di pettinatura!         Non mi pare ci sia altro da aggiungere per cui mi fermo qui, sperando d’avere accontentato l’amico N.C. ed interessato qualcun altro  dei miei ventiquattro lettori e  chi  forte dovesse imbattersi in questa paginetta. Satis est.

Raffaele Bracale

ABBASSO A LL'ACQUAQUIGLIA

 

ABBASSO A LL’ ACQUAQUIGLIA

In un suo famosissimo sonetto: GENTILHOMMERIE  Libero Bovio scrive in un verso: ché se tu scendo abbasso all’Acquaquiglia, ed il carissimo amico N.C. [al solito, motivi di riservatezza mi impongono di  riportar solo le iniziali di nome e cognome di chi mi scrive per sollecitar ricerche] mi à chiesto, per le vie brevi, di chiarirgli, quale fósse la zona di Napoli presa in considerazione dal poeta, atteso che mi à detto di non aver mai saputo di una via o un quartiere napoletano chiamato Acquaquiglia. Confesso che la ricerca è stata faticosa, ma alla fine ne sono venuto a capo e posso dire, senza téma di smentite, che allorché il poeta parlò di “abbasso all’Acquaquiglia”,  intendeva riferirsi alla  zona Porto Basso,tra il Mandracchio e la vecchia Dogana del sale,  posta cioè all'incrocio tra via Conte Olivares e  via Molo Piccolo, zona  nota  tra il popolo della città bassa con il nome riportato dal poeta e mutuato da quello di un’antichissima fontana: “AQUAQUILIA” [fontana risalente al 1589, voluta dal fondatore della casata Borbone  Enrico IV di Borbone, detto Enrico il Grande (le grand) (Pau, 13 dicembre 1553 –Parigi, 14 maggio 1610), fontana che era ubicata all’altezza dell’angolo sud dell’incrocio tra le attuali Via Marchese Campodisola e Via Conte Olivares e che fu una di quelle demolite, al tempo del presidente del consiglio itagliano Agostino De Petris,  dalla furia iconoclasta degli addetti allo sventramento di Napoli, ipotizzato sin dalla metà dell'Ottocento, e portato a compimento a seguito di una epidemia di colera, avvenuta nel 1884, sotto la spinta del sindaco di allora, Nicola Amore; e cosí nel 1885, allo scopo – si disse -  di risolvere il problema del degrado di alcune zone della città che era stato, secondo il sindaco Amore, la principale causa del diffondersi del colera, si decise l'abbattimento di numerosi edifici tra i quali appunto la   Fontana dell'Aquaquilia. È chiaro che l’originario nome latino  Aquaquilia fu storpiato dal popolo della città bassa in ACQUAQUIGLIA e cosí conservato nella memoria di poeti d’antan. Quanto all’origine del nome AQUAQUILIA bisogna partire    da “Aqua Aquilia”, con l'idronimo aqua  determinato da un aggettivo derivato da un antroponimo, come è per la  romana Acqua Marcia (lat. aqua Marcia, dal pretore del 144 a.C Quinto   Marcio Re). Da un Aquilius prendono analogamente il nome la via  Aquilia (fatta costruire da Manlio Aquilio Gallo nel 65 a.C., da Capua  a Reggio Calabria) e la antica lex Aquilia, voluta probabilmente da un  tribuno della plebe. Il nome Aquilius è sicuramente attestato in  Campania dalle iscrizioni (Paestum, ma anche Capua, Ercolano, Miseno,  Pozzuoli).Con ogni probabilità all’epoca dell’edificazione alla fontana voluta dal Borbone fu dato un nome latineggiante nell’intento di farla apparire piú antica di quel che fósse.

Non mi pare ci sia altro da aggiungere per cui mi fermo qui, sperando d’avere accontentato l’amico N.C. ed interessato qualcun altro  dei miei ventiquattro lettori e  chi  forte dovesse imbattersi in queste paginette. Satis est.

Raffaele Bracale