sabato 31 luglio 2021

IL VERBO PARÉ E LA SUA FRASEOLOGIA. 3

 IL VERBO PARÉ E LA SUA FRASEOLOGIA. 3

5 - Paré ‘a gatta d’ ‘o sturente ca fótte e s’allamenta  variante

5bis - Paré ‘a gatta d’ ‘o sturente ca magna e s’allamenta 

Letteralmente la prima (5) Sembrare la gatta dello studente che coisce e si lamenta; la variante (5bis) Sembrare la gatta dello studente che mangia e si lamenta; ambedue usate per sarcasticamente bollare la pessima,incomprensibile abitudine  delle persone (soprattutto donne che tengono, per partito preso, un ingiustificato comportamento  immotivatamente lagnoso, uggioso  e piagnucoloso anche in occasioni del tutto gradevoli, quali nel primo caso il coire, nel secondo il mangiare. Anche di queste due espressioni è protagonista una gatta (presumibilmente femmina) atteso che  - come ò anticipato – le locuzioni vengon di preferenza riferite al comportamento di donne; in queste due espressioni in esame  però la gatta non è piú la bestiola della  sié Maria come nella locuzione sub 4, ma è la bestiola (forse tenuta come domestico animale di compagnia) d’un non meglio identificato studente che entra nelle due locuzioni soltanto per fornire una rima al verbo allamenta,tenendo presente che nell’idioma napoletano, quando non siano parole tronche accentate sull’ultima sillaba,  le vocali finali delle parole son tutte pronunciate in modo evanescente e/o debole per cui un’acconcia rima con allamenta  può esser fornita da qualsiasi parola terminante ovviamente in ènta, ma pure in ènte o ènto  e sturente può rimare tranquillamente con allamenta!

Studente/sturente agg.vo e s,vo m.le (al f.le è sturentessa) = studente, chi è iscritto a una scuola media o ad una università: di per sé la voce  è il  p. pres. dell’infinito studià/sturià denominale dal lat. studiu(m)→sturiu(m)→sturio

fótte voce verbale (3ª pers. sg. ind. pr. dell’infinito fottere = coire, possedere carnalmente dal lat.. volg. *futtere, per il class. Futuere;

allamenta voce verbale (3ª pers. sg. ind. pr. dell’infinito allamentar(se) dal lat.parlato ad + lamentare, class. lamentari, deriv. di lamentum 'lamento'

magna voce verbale (3ª pers. sg. ind. pr. dell’infinito magnà= mangiare etimologicamente magnare/magnà  è forma metatetica del francese manger  originata dal latino manducare incrociata con una voce popolare (gnam, gnam) di tipo onomatopeico).

6 -Paré ‘a gatta  ‘e madama quatti-quarte ca magna ‘nu chilo e pesa tre cquarte!

Letteralmente: Sembrare la gatta della madama da quattro quarti(di nobiltà) che mangia (cibo per) un chilogrammo, ma pesa (solo) tre quarti di chilo; icastica espressione usata con evidenti  risvolti a) ironici e/o giocosi, e b) velati d’invidia; i risvolti sono a) ironici e/o giocosi  quando ci si intenda riferire a persone avare  e possessive che temano possano andare perdute parte delle proprie sostanze  e siano tanto spilorce al segno di rifiutarsi d’assimilare del tutto ciò che mangino per non eccedere nel consumo delle vettovaglie e/o dei beni posseduti; l’ espressione è poi usata con evidenti  risvolti  b) velati d’invidia quando con essa ci si intenda riferire a persone che, pur ingozzandosi di cibo a profusione, riescono (forse perché dotate d’un particolare metabolismo…) a non assimilarlo del tutto, mantenendosi magre ed asciutte a dispetto delle calorie assunte. La cosa che piú diverte nell’espressione in esame è che anche in questo caso il protagonista è un gatto che però non è quello delle precedenti locuzioni; infatti  non è né il gatto d’uno studente, né quello della sié Maria ma si tratta della bestiola d’una non meglio identificata  madama da quattro quarti(di nobiltà) cioè d’una persona falsamente nobile, d’una persona che ostenta raffinatezza che non à, cercando di assumere atteggiamenti attribuiti a classi sociali piú elevate o persona che segue mode nuove ed eccentriche, con l'intenzione di distinguersi dai piú; a Napoli una persona che tenga questi atteggiamenti, se donna,  è détta appunto  ironicamente madama ‘e quatti-quarte cioè signora da quattro quarti (di nobiltà) id est nobiltà di quattro quarti, cioè di padre, di madre, avolo ed avola paterni e materni, i quali abbiano sempre vissuto nobilmente, non abbiano fatto esercizio alcuno vile per il quale abbiano pregiudicata la nobiltà; persona tanto veramente nobile da potere esibire uno stemma  derivato da quelli dei suoi,uno stemma  inquartato, stemma  cioè che in ognuno delle quattro sezioni dell’ arma di famiglia, siano riconoscibili gli stemmi d’origine di padre, di madre, avolo ed avola paterni e materni, che concorsero all’effige della nuova insegna.Faccio notare che nella stragrande maggioranza dei casi càpita che veramente  la donna ironicamente détta madama ‘e quatti-quarte sia persona magra ed asciutta di talché,quasi per sineddoche,  si possa riferire  proprio a lei piuttosto che al suo gatto l’assunto ironico e/o invidioso di mangiare per un chilo e di pesare solo tre quarti di chilo!

madama    s.vo f.le

1madama, signora, titolo di riguardo che veniva rivolto in passato a una signora; oggi usato solo in tono scherzoso o ironico

2 in epoca coloniale, concubina indigena di un bianco

3 nel gergo della malavita, la polizia.

Voce derivata dal  fr. madame, comp. di ma 'mia' e dame 'signora';

quatti-quarte  = quattro quarti; quatti  sta per quatto = quattro agg. num. card. invar.

1 numero naturale che corrisponde a tre unità piú una; nella numerazione araba è rappresentato da 4, in quella romana da IV: le quattro stagioni; i quattro Vangeli; i quattro punti cardinali; animali a quattro zampe; le quattro operazioni aritmetiche | sottintendendo il sostantivo: mettersi in fila per quattro, persone; un servizio da caffè per quattro, persone; rompere, dividere in quattro, parti; bob a quattro, posti; carrozza, tiro a quattro, cavalli

2 posposto al sostantivo, con valore di ordinale: l'articolo quattro della Costituzione; la citazione è a pagina quattro | sottintendendo il sostantivo: le (ore) quattro, antimeridiane o pomeridiane

3 indica un numero indeterminato, col significato di alcuni, pochi: faticà pe  quatto sorde; ò venduto quelle quattro cianfrusaglie per liberare la casa | farsi in quattro per qualcuno, (fig.) adoperarsi in ogni modo per essergli utile | dirne quattro a qualcuno, (fig.) sgridarlo, trattarlo duramente | fare il diavolo a quattro, (fig.) fare gran baccano, buttare tutto sottosopra

voce dal lat. quatt(u)o(r);

quarte  plur. di quarto= la quarta parte di un'unità; nella fattispecie il quarto è ognuno dei quattro campi che formano lo scudo gentilizio; voce dal lat. quartu(m);

chilo  s. m. abbreviazione di chilogrammo ; unità di misura di peso corrispondente a 1000 grammi; si abbrevia come détto,  in chilo; voce dal gr. chílioi 'mille' attrav. il fr. kilo; 

tre cquarte  = tre quarti (di chilo);

tre agg. num. card. invar.

1 numero naturale corrispondente a due unità piú una; nella numerazione araba è rappresentato da 3, in quella romana da III: tre libri; tre anni; le tre Parche, le tre Furie, le tre Grazie; le tre virtú teologali | sottintendendo il sostantivo: piegare il foglio in tre (parti); chi fa da sé fa per tre (persone)

2 posposto al sostantivo, con valore di ordinale: la stanza tre di un albergo; il primo capitolo inizia a pagina tre | sottintendendo il sostantivo: sono le (ore) tre; arriverà il (giorno) tre

3 con valore indeterminato indica una piccola quantità: dire una cosa in tre parole; non saper dire tre parole, (fig.) mancare di capacità espositiva | in qualche caso, indica molto, parecchio: prima di parlare è meglio pensarci tre volte

cquarte= quarte  cfr. antea.

7 - Paré ‘a gatta purmunara

Ad litteram: Sembrare un gatto (ma piú esattemente un gatto femmina)  goloso di polmone (vaccino). Divertito riferimento, prendendo a modello il comportamento del gatto che notoriamente  è avido di polmone vaccino, a tutte quelle persone (ma segnatamente donne/massaie)  che ripetutamente desiderose di cibo (quale che sia) ghiottonescamente si diano  continuamente a piluccare  assumendo piccoli, ma reiterati assaggi di ciò che stiano preparando in cucina.

purmunara  agg.vo f.le dal m.le purmunaro =goloso/a di polmone; la voce purmunaro è, attraverso il suffisso di pertinenza aro/ara dal lat arius/ara→arus/ara, un denominale di purmone (polmone) dal lat. pulmone(m) con cambio espressivo della liquida l→r.

 

8 – Paré ‘a palata e ‘a jonta

Ad litteram:sembrare il filone di pane e la (sua) giunta Il paragone di questa espressione  riguarda  sempre due persone che incedano di conserva; si deve però trattare realmente  di due persone di cui l'una sia longilinea e prestante e l'altra piccola  e piuttosto in carne per modo da essere paragonati ad un grosso filone di pane ed alla piccola  giunta che il fornaio soleva accordare al compratore, per  aggiustare il peso  del filone di pane spesso inferiore al previsto chilogrammo della pezzatura; spesso però il medesimo riferimento vien fatto con persone che nella realtà non sono né una longilinea, né l’altra piccola e grassa, ma che son solite accompagnmarsi.

palata  s.vo f.le = filone di pane; pezzatura di pane che non eccede il peso d’ un chilogrammo ed occupa la metà della pala per infornare; un quarto o meno della pala l’occupano le c.d. palatelle  (piccoli filoncini da 500 o 250 gr.);rammento che a Napoli il pane è venduto  nelle piú varie forme o pezzature tra le quali da ricordare   ‘o paniello  o ‘a panella (etimologicamente dal latino panis + i suffissi di genere iello o ella )  per ambedue si tratta di   ampie pagnotte rotondeggianti  di ca 1 kg.di peso; si à  altresí ‘o palatone  (grosso filone  di ca 2 kg., bastevole al fabbisogno giornaliero di una famiglia  numerosa, il suo nome gli deriva dal fatto che ,  al momento di infornarlo, detto filone occupa per intero la lunga  pala usata alla bisogna; la palata, ripeto,  è invece  il filone il cui peso non eccede 1 kg. ed occupa la metà della pala per infornare;e ripeto altresí che un quarto o meno della pala l’ occupano le cosiddétte palatelle  (piccoli filoncini da 500 o 250 gr.); tra le varie pezzature e/o tipi di pane  si à  ancóra la cocchia che(con derivazione dal lat. cop(u)la(m)→cocchia),  sta per coppia in quanto in origine fu un tipo di pane formato dall’accoppiamento di  due palatelle accostate ed unite al momento della lievitazione e poi cosí infornate; in seguito,  pur mantenendo la pezzatura di 1 kg.,  corrispondente al peso di due palatelle accoppiate, la cocchia prese una sua forma alquanto  diversa e fu  un po’ piú larga, piú schiacciata  e meno lunga della palata.Si ànno  infine panini, marsigliesi e ciabatte che sono tutti formati di pane molto contenuti,  quasi delle monoporzioni adatte ad essere consumate farcite di salumi o formaggi o gustose frittate per un rapido, contenuto  asciolvere o quale pasto da asporto comunemente détto marenna (che etimologicamente  è un gerundivo lat. neutro pl. merenda→marenna inteso femm. sg. con tipica assimilazione progressiva nd→nn.

La voce palata  è un denominale di pala (dal lat. pala(m)) con riferimento all’attrezzo (lungo e stretto asse di legno) usato per infornare il filone di pane.

Rammento infine che in napoletano esiste un’altra voce quasi simile a palata, ma di tutt’altro significato; dico cioè della voce  palïata che vale un gran numero di gravi, dolorose batoste; quest’ultima voce (palïata) originariamente  si riferiva al fatto che le percosse erano  inferte con un palo  donde il nome (palïata); in prosieguo di tempo è venuta meno la particolarità del palo, ma è rimasta  l’idea della gran quantità  di percosse che la palïata comporta.Rammento che morfologicamente dal sostantivo palo ci si sarebbe atteso come corretta derivazione la voce palata  e non palïata, ma poi che il napoletano aveva già la voce palata con tutt’altro significato come ò détto ecco che per indicare la bastonatura inferta con un palo si ricorse al termine palïata che necessitò dell’anaptissi di comodo di una ï nella voce palata.  La locuzione fà ‘na palïata (percuotere lungamente e dolorosamente) non è piú molto usata, un tempo, invece, era sulla bocca di tutte le mamme che con essa espressione minacciavano  i loro vivaci figlioletti insensibili a piú dolci rimbrotti, affinché si calmassero e recedessero dal loro irrequieto atteggiamento.

jonta/ghionta s.vo f.le  duplice morfologia d’una identica voce che vale giunta, aggiunta, sovrappiú; nella fattispecie piccolo pezzo di pane dato a complemento d’un filone di pane al fine di sistemarne il giusto peso. La voce è dal lat. (ad)iuncta→juncta→jonta/ghionta, '(le) cose aggiunte', part. pass. neutro pl.poi inteso femminile di adiungere 'aggiungere'.

  9 - Paré ‘a lampa d’ ‘o Sacramento

Ad litteram: sembrare la lampada del Sacramento  Id est: essere cosí di salute malferma e d’aspetto smunto e macilento da potersi paragonare al piccolo cero, dall’esile fiammella  che arde davanti la custodia del SS. Sacramento nelle chiese cattoliche, cero che però si consuma rapidamente.

lampa – s.vo f.le  di per sé fiamma, ma anche estensivamente lampada, lume ed altrove pure quantità di vino ingollata in un’unica bevuta; spesso è usata figuratamente per significare la vita ed il suo durare; etimologicamente dal nom. sing. del latino lamp(s)-lampa(dis);

sacramento s.vo m.le 1 (teol.) nel cristianesimo, rito istituito da Gesù Cristo per operare la salvezza dell'uomo; secondo alcune chiese (p. e. orientali e cattolica), conferisce o accresce la grazia; secondo altre, la testimonia nella fede: amministrare, impartire, ricevere i sacramenti | i sette sacramenti, nella chiesa cattolica, battesimo, cresima, eucaristia, penitenza o riconciliazione, unzione degli infermi, ordine e matrimonio: accostarsi ai sacramenti, confessarsi e fare la comunione | fare qualcosa con tutti i sacramenti, (fig. fam.) con tutte le regole, col massimo scrupolo

2 in particolare,come nel caso che ci occupa,  scritto in segno di devozione e/o rispetto con l’iniziale maiuscola, il Sacramento dell'eucaristia | l'ostia consacrata: esporre il Sacramento, il SS. Sacramento

3 (ant. , lett.) giuramento solenne: a te guardando, / o bel sole di Dio, fo sacramento

dal lat. sacramentu(m), deriv. di sacrare 'consacrare'.

 

10 - Paré ‘a limma e ‘a raspa

Ad litteram: Sembrare una lima ed una raspa; id est: détto, con riferimento all’asperità dei due utensili da carpentieri che venendo a contatto posson suscitare anche delle scintille,détto di due persone  che per la ruvidezza dei rispettivi caratteri, se entrano in una qualche  relazione son usi contrastarsi ripetutamente sino a giungere a continuo litigio.

limma   s.vo f.le  = lima, utensile manuale costituito gener. da una barra di acciaio temprato sulla cui superficie sono ricavati numerosi denti a bordo tagliente; serve ad asportare piccole quantità di materiale da superfici dure in lavori di sgrossatura e di  rifinitura; voce dal lat. lima(m) con raddoppiamento espressivo della nasale bilabiale.

raspa s.vo f.le = raspa, utensile manuale, attrezzo simile ad una lima, ma con denti piú grossi e piú radi, usato soprattutto nella lavorazione del legno; serve ad asportare rapidamente piccole quantità di materiale da superfici dure in lavori di sgrossatura, ma non  di  rifinitura; voce deverbale  di  raspare/raspà che è dal germ. raspôn 'grattare'.

11 - Paré ‘a morte ‘ncopp’ ê cantarelle

Ad litteram: Sembrare la morte ( id est:un morto) su gli scolatoi. Détto con divertita irriverenza di qualcuno che sia tanto smagrito e male in arnese da potersi paragonare ad uno di  quei cadaveri che temporibus illis venivano per un certo tempo  inumati (in catacombe o ipogei di talune chiese provviste di terra santa) posti a sedere su di una sorta di ampi càntari o cantèri (vasi di comodo) fino a che, perduti per scolatura i liquidi corporali non risultassero tanto asciutti ed incartapecoriti da poter daro loro acconcia sepoltura in terra consacrata o direttamente in nicchie senza la necessità di tenerli dapprima in una bara lignea.

‘ncopp’ ê  locuzione che vale la preposizione articolata sulle o altrove  sugli  formata dall’ unione di   ‘ncoppa  a   e dall’ articolo ‘e (=i/gli/le)che fuso con la preposizione a  si rende graficamente con ê= a+’e  come altrove (cfr. ultra) a+’a=â - a+’o=ô;  rammento al proposito che con la preposizione su  in italiano si ànno sul = su+il, sullo/a= su+lo/la sulle = su+ le, sugli = su+ gli; in napoletano per formare  analoghe preposizioni, si fa ricorso alla preposizione impropria ‘ncoppa (sopra – su, dal lat in+cuppa(m)); le locuzioni articolate formate con preposizioni improprie ànno tutte una forma scissa, mantenendo separati gli articoli dalle preposizioni e mentre nell’italiano s’usa far seguire alla preposizione impropria il solo articolo, nel napoletano occorre aggiungere alla  preposizione impropria non  il solo articolo, ma la preposizione articolata formata con la preposizione semplice a ( ad es. nell’italiano si à: sulla tavola  o sopra la tavola , ma nel napoletano si esige sulla o sopra alla tavola  e ciò per riprodurre correttamente il pensiero di chi mentalmente articola in  napoletano e non in italiano) per cui le locuzioni articolate  formate da ‘ncoppa  a   e dagli articoli ‘o (lo/il), ‘a (la) ‘e (i/gli/le) saranno rispettivamente ‘ncopp’ô ‘ncopp’â, ‘ncopp’ê  che rendono rispettivamente sul/sullo,sulla,sugli/sulle. Tutte le altre preposizioni formate dagli articoli ‘o (lo/il), ‘a (la) ‘e (i/gli/le) con le corrispondenti preposizioni semplici napoletane delle italiane per (pe) tra/fra(‘ntra/’nfra) ànno una forma rigorosamente scissa, ma solo per la preposizione pe, (mentre per ‘ntra/’nfra non è consentito) scissa  o tutt’ al piú apostrofata: pe ‘o→p’’o (per il/lo), pe ‘a→p’’a (per la), pe ‘e→p’’e (per gli/le), mentre avremo solo ntra/’nfra ‘o ntra/’nfra ‘a ntra/’nfra ‘e. Per tutte le altre preposizione articolate formate dall’unione dei soliti  articoli  con preposizioni improprie (sotto, sopra, dietro, davanti, insieme,vicino, lontano etc.), ci si regolerà alla medesima maniera di quanto ò già detto circa le preposizioni formate da dinto o ‘ncoppa tenendo presente che in napoletano sotto, sopra,dietro, davanti, insieme,vicino, lontano  sono rese rispettivamente con sotto, ‘ncoppa,arreto, annanze,’nzieme,vicino/bbicino,luntano e tenendo presente altresí  che occorre sempre rammentare che le parole e le frasi da esse formate servono a riprodurre un pensiero; ora  sia che si parli, sia che si scriva, un napoletano, nello scrivere in vernacolo, non potrà pensare in toscano e fare poi una sorta di traduzione:commetterebbe un gravissimo errore.Per esemplificare: un napoletano che dovesse scrivere: sono entrato dentro la casa, non potrebbe mai scrivere: so’ trasuto dint’ ‘a casa; ma dovrebbe scrivere: so’ trasuto dint’â casa (dove la â è la scrittura contratta(crasi) della preposizione articolata alla), che sarebbe l’esatta riproduzione del suo pensiero napoletano: sono entrato dentro alla casa. Allo stesso modo dovrà comportarsi usando sopra (‘ncopp’ a...) o sotto (sott’a....) in mezzo (‘mmiez’ a...) vicino al/allo (vicino a ‘o→vicino ô) e cosí via, perché un napoletano articola mentalmente sopra al/alla/alle/ a gli... e non sopra il/la/le/gli... e parimenti pensa sotto al... etc.  e non sotto il ... etc. D’ altro canto anche per la lingua italiana i piú moderni ed usati vocabolarî (TRECCANI) almeno per dentro  non disdegnano le costruzioni: dentro al, dentro alla  accanto alle piú classiche dentro il, dentro la.

cantarelle s.vo f.le pl. del sg. cantarella di per sé ampio càntero/càntaro, ma qui e nell’inteso generale vaso scolatoio su cui venivano assisi i cadaveri  a cedere i liquidi ed essiccarsi. La voce a margine etimologicamente è una femminilizzazione sia pure in incongrua forma di diminutivo della voce càntero/càntaro  che è dal lat. dal basso latino càntharu(m) a sua volta dal greco kàntharos; rammenterò ora di non confondere la voce càntero/càntaro  con l’altra voce partenopea - cantàro (che è dall’arabo quintâr) diversa per accento tonico e significato: questa seconda infatti è voce usata per indicare una unità di misura: cantàio= circa un  quintale ed è a tale misura che si riferisce il detto napoletano: Meglio ‘nu cantàro ‘ncapo ca n’onza ‘nculo ( e cioè: meglio sopportare il peso d’un quintale in testa che (il vilipendio) di un’oncia (ca 27 grammi) nel culo (e non occorre spiegare cosa rappresenti  l’oncia richiamata…)); molti napoletani sprovveduti e/o poco informati confondono la faccenda ed usano dire, erroneamente: Meglio ‘nu càntaro ‘ncapo…etc.(e cioè: meglio portare un pitale in testa che un’oncia nel culo!), ma ognuno vede che è incongruo porre in relazione un peso (oncia) con un vaso di comodo (càntaro) piuttosto che con un altro peso (cantàro)!

Ò parlato di incongruità circa la femminilizzazione diminutiva di càntaro in càntara e poi cantarella, in quanto è noto che in napoletano un oggetto o cosa che sia è inteso, se maschile, piú piccolo o contenuto del corrispondente femminile; abbiamo ad . es. ‘a tavula (piú grande rispetto a ‘o tavulo piú piccolo ),‘a tammorra (piú grande rispetto a ‘o tammurro piú piccolo ), ‘a cucchiara(piú grande rispetto a ‘o cucchiaro piú piccolo), ‘a carretta (piú grande rispetto a ‘o carretto piú piccolo ); fanno eccezione ‘o tiano che è piú grande de ‘a tiana e ‘o caccavo piú grande de ‘a caccavella. Ora atteso che una càntera/càntara è piú grossa o ampia del càntero/càntaro  non à senso farne il diminutivo canterella/cantarella a meno che non lo si abbia fatto per tentar di rendere (con un diminutivo aggraziante) meno tetra una cosa lugubre quale è uno scolatoio per cadaveri!

(SEGUE)

 

 

   

IL VERBO PARÉ E LA SUA FRASEOLOGIA 2

 IL VERBO PARÉ E LA SUA FRASEOLOGIA. 2

Terminata cosí l’elencazione e prima di  analizzare le singole espressioni, mi pare comunque giusto se non necessario  dilungarmi alquanto sul  verbo parere/paré (che etimologicamente deriva dal latino volg. *paríre→parere = apparire,manifestarsi come ) che   è quel verbo intransitivo con ausiliare avere che, come nell’italiano, sta per: 1 avere una certa apparenza; apparire, sembrare (può indicare contrapposizione tra apparenza e realtà): pareva ‘nu santo; me pare ‘na brava perzona; me pare sincero (pareva un santo; mi pare una brava persona; mi pare sincero) | pare ajere (pare ieri), di fatto accaduto molto tempo fa, ma che si ricorda come se fosse recente | pare impossibile, per esprimere disappunto, collera, stupore: me pare ‘mpussibbile ca nun capisce maje chello ca lle dico ( mi pare impossibile che non capisca mai quello che gli si dice) | nun me pare overo! (non mi par vero!), espressione con cui si manifesta contentezza, soddisfazione,gioia;

2 essere di una determinata opinione; credere, pensare: me pare ch’ aggiu capito bbuono…(mi pare di aver capito bene); me pareva ca fosse ll’ora ‘e partí(mi pareva che fosse tempo di partire) | con una determinazione che ne precisa il valore: me pare justo ca tu lle cirche scusa!(mi pare giusto che tu le chieda scusa); me pare fosse ora ca tu ‘a fernisce(mi pare ora che tu la smetta); che te ne pare ‘e chella perzona?, (che ti pare di quella persona?) | me pareva (bbuono)!(mi pareva (bene)!), avevo pensato, visto giusto | te pare?(ti pare?), nun te pare pure a tte?(non  sembra anche a te?), per sollecitare l'assenso di altri, per chiedere l'approvazione: aggio raggione io , nun te pare?(ò ragione io, non ti pare?); si adopera anche per esprimere il proprio dissenso o per schermirsi e come formula di cortesia: «Sî stato tu a ffarlo?» «Ma te pare!»; («Sei stato tu a farlo?» «Ma ti pare!»); «Dongo ‘mpiccio?» «Ma te pare!» («Disturbo?» «Ma ti pare!») | (fam.) volere:fa’ comme te pare! (fai un po' come ti pare!)

3 (ant.) manifestarsi, mostrarsi, comparire:pare ‘na pupata ‘e ficusecche (sembra come una pupattola…) | ancóra usato in talune particolari espressioni esclamative : vo’ paré! (a fforza ‘nu bbuonu guaglione) ( vuol sembrare a ogni costo!,ma non è una brava persona), voler apparire, mettersi in mostra come…;pare a tte! (sembra cosí a te,ma in realtà non è come pensi!)cosí appare al tuo giudizio, ma ti sbagli. pe nun paré(per non apparire), per passare inosservato ||| v. intr. impers. apparire probabile, verosimile; sembrare: pare ca vo’ chiovere (sembra  che voglia piovere); «È arraggiato?» «Pare».

(«È arrabbiato?» «Pare»).

E passiamo all’esame delle singole espressioni:

1 – Paré ‘a cuccuvaja ‘e Puorto

Letteralmente: Sembrare la civetta del Porto; icastica, antica espressione usata a mo’ di dileggio riferita ad una donna molto poco avvenente, arcigna e sgraziata, anziana, bassa, tracagnotta e  grassa e che incuta spavento o timore. L’espressione in origine (fine XVI sec.) faceva riferimento alla civetta che accompagnava la statua della dea Minerva (dea della filosofia e della saggezza oltreché protettrice delle acque) una delle statue presenti sul basamento della  Fontana degli Incanti: detta anche d’ ‘a Cuccuvaja in Piazza dell'Olmo, nel Quartiere Porto; la fontana fu détta degli Incanti perché (a voler credere ad una leggenda) una malefica,  potente strega della città, usava frequentemente l'acqua della fontana per i suoi incantesmi; ma piú verosimilmente fu cosí chiamata prendendo a riferimento  gli Incantatori (venditori di merce ai pubblici incanti) che svolgevano il loro lavoro all’aperto nei pressi della fontana che sorgeva nel mezzo della piazza all'ombra di un grande olmo che dava il nome alla piazza.

La fontana disegnata da Giovanni da Nola (Nola 1488 – †Napoli 1560) sorgeva, come ò détto, nel mezzo della Piazza su di una base quadrangolare formata da un monte con 4 grotte, nelle quali vi erano le statue di: Venere, Apollo, Cupido, Minerva; in cima al monte da una tazza rigurgitante acqua si ergeva un aquila con le Armi dell'Imperatore Carlo V e sull'esterno, in un tondo ortogonale alla grotta della Minerva, era scolpita una civetta (in napoletano cuccovaja); come è risaputo la fontana fu costruita nel XVI secolo nella piazza dell’ Olmo al Porto, quando il viceré Pedro Álvarez de Toledo(Salamanca 1484 – †Firenze 22/02/ 1553)  volle realizzare una struttura idrica per l'approvvigionamento degli abitati del luogo. Fu disegnata, ripeto  da Giovanni Merliano scultore noto come  Giovanni da Nola, ma al rifacimento di alcune parti andate distrutte partecipò anche lo scultore Annibale Caccavello(Napoli 1515 – †Napoli 1570)  che scolpí la statua di Venere.

Danneggiata  nei tumulti (luglio 1647) di Masaniello (Tommaso Aniello d'Amalfi, meglio conosciuto come Masaniello (Napoli, 29 giugno 1620 – †Napoli, 16 luglio 1647), la fontana venne riportata al nuovo splendore con i rifacimenti di alcune parti realizzate da tali non meglio identificati Francesco Castellano ed Antonio Iodice, sotto la supervisione di Francesco Antonio Picchiatti(Napoli1619 – †Napoli 1694); riparata piú volte nel corso del XVIII secolo, nel 1834, l'architetto Pietro Bianchi((Lugano 1787 -† Napoli 1849). ne ricostruí una buona parte;scampata alle demolizioni del Risanamento, venne smontata ed all'inizio del XX secolo ricostruita in  piazza Salvatore Di Giacomo(Napoli 1860 -† ivi 1934)  a Posillipo, ma per i napoletani d’antan rimase e rimane ancóra ‘a funtana d’ ‘a cuccuvaja ‘e Puorto;rammento poi   che sul finire del 1800 ed i principi del 1900  con l’espressione ‘a cuccuvaja ‘e Puorto ,  pur continuando ad usarla quale insolente espressione di irrisione,  non ci si riferiva piú all’antica tozza, brutta  civetta che accompagnava la Minerva, ma ci si riferiva con sarcastica, malevola  impertinenza a Matilde Serao(Patrasso 1856 - †Napoli 1927), la famosissima scrittrice e giornalista napoletana fondatrice a Napoli de Il Giorno con sede in Angiporto della Galleria, giornalista che per il vero era effettivamente  una donna molto poco avvenente, arcigna e sgraziata, anziana, bassa, tracagnotta e  grassa, la cui vista incuteva timore se non addirittura sgomento!

cuccuvaja  s.vo f.le = 1.civetta e talora nottola, ed anche 2. donna brutta e sgraziata che incute timore; etimologicamente  voce dal greco kikkabâu.

2 - Paré ‘a funa e ‘a teròcciola

Letteralmente: Sembrare la fune e la carrucola; icastica, antica espressione peraltro desueta preferendole l’uso della successiva (Paré variante  stà cazza e ccucchiara) ambedue usate per indicare due individui (amici,consanguinei etc.) che stiano sempre insieme procedendo  di pari passo

quasi inscindibilmente legati; nell’espressione a margine gli oggetti presi a modello sono una fune ed una carrucola di pozzo, fune e carrucola che solo in unione posson concorrere ad issare il secchio colmo d’acqua; nell’espressione che segue gli oggetti presi a modello sono invece il secchio della calcina e la mestola strumenti usati dal muratore sempre insieme.

funa  s.vo f.le = fune, insieme di piú fili di canapa, d'acciaio o di altro materiale ritorti e intrecciati fra di loro; corda, cavo,

etimologicamente dal lat.parlato  *funa(m) per il cl. fune(m); teròcciola s.vo f.le = carrucola,macchina per sollevare pesi costituita da una ruota scanalata entro cui scorre una fune, paranco, girella ed altrove  per traslato (semanticamente spiegato con il continuo cigolio della carrucola) anche viva parlantina, chiacchiera spesso fastidiosa; rammento ancora che la voce teròcciola usata al pl. teròcciole indicò un tempo le piccole carrucole metalliche che in tempi remoti regolavano le grosse bretelle di cuoio, che sorreggevano  le braghe. Etimologicamente la voce  a margine è  forsedal lat. volg.torciola diminutivo di torcja variante di torca= collana, ma trovo piú perseguibile l’idea del lat. trochlĕa marcato sul greco trochiléia;

3 - Paré variante  stà cazza e ccucchiara

Letteralmente: sembrare variante Stare   (uniti come) secchio della calcina e cazzuola/mestola; cioè:andar di pari passo, stare sempre insieme.

 Détto  di tutti coloro che  sceltisi un amico o  un compagno non si separano da lui che per brevissimo lasso di tempo, andando sempre  di pari passo, stando  sempre insieme come càpita appunto  per il secchio della calcina e la cazzuola che vengono usate dal muratore di concerto durante il lavoro giornaliero ed anche quando questo sia terminato il muratore, nettati i ferri del mestiere è solito conservarli insieme ponendo la cazzuola nel secchio della calcina per modo che l’indomani possa facilmente ritrovarli ed usarli alla ripresa del lavoro.

 La cazza come ò accennato fu in origine un recipiente per lo piú di ferro, provvisto di manico, nel quale si fondevano i metalli , poi indicò ed ancóra indica  quel  contenitore ,quel  secchio di ferro in cui i muratori usano impastare malta e/o calcina; la voce è dal  lat. tardo cattia(m), da collegarsi al gr. ky/athos 'coppa, tazza'; la voce è usata piú spesso in italiano che in napoletano dove   il suddetto contenitore è chiamato piú acconciamente   cardarella  diminutivo adattato di caldara→cardara= caldaia = in origine  recipiente metallico in cui si fa bollire o cuocere qualcosa e poi estensivamente ogni capace recipiente metallico atto a contenere materiali caldi o freddi; caldara→cardara è voce  derivata  del latino tardo caldaria(m), deriv. di calidus 'caldo'.

Poiché, come ò detto, la voce cazza è poco nota e usata a Napoli accade che l’espressione in epigrafe venga talvolta impropriamente enunciata come Essere cazzo e cucchiara  con un accostamento erroneo ed inconferente non essendovi certamente  nessun nesso tra il membro maschile  e la cucchiara= cucchiaia, cazzuola  che è appunto la mestola che usano i muratori per prelevar la calcina o malta dalla cazza  distribuendola e pareggiandola su muri e/o mattoni;

cucchiara  è di per sé il femminile di cucchiaro con etimo dal latino cochlearju(m) con normale semplificazione -  di rj→r e chiusura di o in  u in sillaba atona; cucchiaro è stato reso femminile  appunto per indicare, come già dissi altrove, un oggetto piú grande del corrispondente maschile (es.: tammurro piú piccolo – tammorra piú grande, tino piú piccolo – tina  piú grande etc. con le sole eccezioni di caccavella piú piccola – caccavo  piú grande e di tiana piú piccola – tiano  piú grande );ugualmente è erroneo stravolgere l’espressione in epigrafe in (come pure talvolta m’è occorso d’udire) Essere tazza e cucchiara , atteso che la tazza , per grande che possa essere (fino a diventar una ciotola) potrebbe procedere di conserva con un cucchiaino (tazza da caffè),  al massimo con un cucchiaio (tazza/ciotola  da caffellatte) mai con una cucchiara (cazzuola).

Qualcuno, mi ripeto,  meno esperto della tradizione e/o della parlata napoletane riferisce erroneamente il modo di dire con l’espressione:Pàrono  oppure stanno tazza e cucchiaro:sembrano oppure stanno (come)  tazza e cucchiaio, espressione inesatta come ò spiegato ed invece la locuzione, sulle labbra dei vecchi napoletani, consci di quel che dicono comporta giustamente la presenza della cucchiara arnese tipico dei muratori .

4 - Paré ‘a gatta d’ ‘a sié Marí: ‘nu poco chiagne e ‘nu poco rire: quanno sta moscia, rire e quann’è cuntenta, chiagne! Letteralmente: sembrare la gatta della signora Maria, un po’ piange ed un po’ ride:quando è triste, ride, quando è contenta piange! Caustica espressione che prende a modello la gatta  d’una non meglio identificata signora Maria (nell’espressione, come si vede, in luogo di sié Maria di quest’ultimo nome è usato una forma apocopata Marí che torna comoda per rimare (sia pure solo fonicamente nel parlato) con il primo successivo rire (ride) (pronunciato come rí tenendo cioè ben    evanescente l’ intera sillaba re  ed escludendo addirittura  a livello vocale la pronuncia della liquida r)) rammento che il gatto/la gatta è un animale domestico molto comune nelle case napoletane,quasi come componente di famiglia; presente anche in tantissime icastiche espressioni partenope non poteva mancare nel libro dei sogni;  

; la gatta,  animale protagonista(vedi ultra) come ò détto  anche  d’altre espressioni  è accreditata nella fattispecie, quasi fosse un essere umano, di immotivatamente un po’ ridere ed un po’ piangere indecisa sempre su quale comportamento tenére;anzi  è addirittura accreditata di tènere un comportamento sciocco, illogico e non spiegabile ridendo in tempo di mestizia e piangendo in quello della gioia. Della medesima strambe,  sconcertanti, ma volute indecisione ed incongruenza  sono accusate soprattutto le giovani donne  lunatiche e capricciose incapaci di tenére un comportamento stabile, donne che infatti si abbandonano ad un costante altalenare spesso immotivato e/o incomprensibile, tra uggiose scontentezze ed inopinate gaiezze et versa vice!

gatta/’atta/jatta  s.vo f.le ma usato senza differenza per indicare sia la bestia maschio che quella femmina; gatto, mammifero carnivoro domestico, con corpo agilissimo e flessuoso, capo rotondo, occhi fosforescenti, baffi (vibrisse) sul labbro superiore, zampe con artigli retrattili; la voce etimologicamente è dal lat. parl. *catta(m) per il class. cattu(m);

sié s.vo f.le = signora

 quanto all’etimo è l’apocope ricostruita di signora dalla medesima voce francese femminilizzata e metatetica di seigneur cioè da  seigneuse→sie-(gneuse).

poco/u agg. indef.  = poco, che è in piccola quantità o misura, in piccolo numero: pocu vvino; pocu ddenaro; poca pacienza; nce steva  poca ggente; pe poche minute; ‘nfra pochi mise; essere ‘e pochi pparole, essere una persona riservata; pochi cchiacchiere, e sim., espressioni usate per tagliar corto | scarso, debole, insufficiente (con riferimento all'intensità): nce steva  poco viento; ‘o ffa cu pocu ggenio con poco entusiasmo; tengo poca memmoria; tène pocu ggenio ‘e sturià | breve, corto: me ce vularrà poco tiempo; nc'è poca strata ‘a fà; cca ce sta pocu spazzio(c'è poco spazio qui) | piccolo, esiguo: cu poca spesa; è ppoca cosa, essere scarso di quantità, qualità, valore, importanza e sim. || nella loc. avv.’nu poco à valore attenuativo: è ‘nu poco cchiú ccurto; sta ‘nu poco  meglio d’ ajere ; stongo ‘nu poco stanca; m’ à fatto arraggià ‘nu poco(mi à fatto inquietare un poco) | con valore enfatico: tiene mente ‘nu poco che mm’hê cumbinato!(guarda un po' che cosa mi ài  combinato!); dimme ‘nu poco che ‘ntenzione tiene!(dimmi un po', che intenzioni ài!); rifliette ‘nu poco si te cummiene!(considera un po' tu se ti conviene!) | ‘nu bbellu ppoco , parecchio, molto: è cresciuto‘nu bbellu ppoco | ‘nu poco... ‘nu poco... , in parte... in parte...: ‘nu poco p’ ‘o ccavero, ‘nu poco p’ ‘o remmore se senteva stupetiato(un po' per il caldo, un po' per il rumore, si sentiva frastornato)

come pron. indef. [f. -a]

1 à gli stessi sign. dell'agg. e sottintende un sostantivo precedentemente espresso: «Tiene pane?» «Sí, ma ne tengo  poco»; «Ce sta  ancòra spazzio dint’ô baúglio? » «Poco» «Ài del pane?» «Sí, ma ne ò poco»; «C'è ancora spazio nel baule?» «Poco»

2 pl. non molte persone: èramo poche(eravamo in pochi); pochi / poche ‘e nuje; (pochi, poche di noi); tu, io e poch’ ate(tu, io e pochi altri)

3 con valore neutro, in espressioni ellittiche: è ppoco ca à scritto(è poco che à scritto), è poco tempo; starrà cca ‘nfra poco(sarà qui fra poco), fra poco tempo; da cca â stazzionance passa poco(da qui alla stazione c'è poco), poca distanza; oje aggiu spiso poco(oggi ò speso poco), poco denaro; ce corre poco (ci passa poco), c'è poca distanza o poca differenza; ogni poco, | con lo stesso uso della loc. ‘nu poco ,  un poco/un po’: aspettava ‘a ‘nu bbellu ppoco(aspettava da un bel po');avesse ‘a necessità ‘e guadagnà ‘nu poco ‘e cchiú( avrebbe bisogno di guadagnare un poco di piú).

4 con valore neutro, nel sign. di poca cosa, poche cose: oje ce sta poco ‘a fà; pe stasera me rummane poco ‘a sturià (oggi c'è poco da fare; per stasera mi rimane poco da studiare); se l'è ppigliata p’accussí ppoco?!; e chesto te pare poco? (se l'è presa per cosí poco?!; e questo ti sembra poco?) |  | vulerce poco a…(volerci poco a…), per esprimere la facilità con cui può accadere o si può fare qualcosa: ce vo’ poco a ffà succedere ‘nu guajo(ci vuol poco a far succedere un guaio); ce vuleva poco a ‘ntennerlo!(ci voleva poco a capirlo!) | ce manca poco ca…(mancarci poco che), per indicare che un fatto sta per accadere (sempre seguito da frase negativa):ce mancaje poco ca nun cadesse (mancò poco che non cadesse) | pe poco nun, quasi: pe poco nun cadeva |

5 con valore neutro, nel sign. di piccole quantità:’nu poco ‘e pane, ‘nu poco ‘e vino; «Vuó ancòra zuccaro?» «Sí,’nu poco»; «Vuoi ancora zucchero?» «Sí, un poco»; pigliane ‘nu poco pe vvota(prendine un po' per volta); facimmo ‘nu poco peduno(facciamo un po' per ciascuno)

come s. m. ciò che è poco; in partic., pochi beni, poche sostanze: m’ accuntento ‘e poco; vive cu chellu ppoco ca ll’ à lassato ‘o marito;

la voce è dal lat. paucu(m).

quanno = quando, allorché  ogni volta che, tutte le volte che (con valore iterativo) giacché, dal momento che (con valore causale)::  avv. di tempo  derivato dal latino quando con assimilazione progressiva nd→nn;

 

sta voce verbale (3ª pers. sg. ind. pres. dell’infinito stare = stare, fermarsi, restare ma anche come in questo caso essere  voce dal lat. stare

chiagne voce verbale (3ª pers. sg. ind. pres. dell’infinito chiagnere= piangere  dal lat.  plangere in origine 'battere, battersi il petto' con il tipico passaggio del gruppo pl + vocale al napoletano chi (cfr.plus→cchiú – plumbeu(m)→chiummo – plaga→chiaja etc.);

ride/rire voce verbale (3ª pers. sg. ind. pres. dell’infinito ridere/rirere dal lat.  tardo ridere, con mutamento di coniug. rispetto al class. ridíre e con rotacizzazione osco-mediterranea della dentale,  che da ridere dà rirere;

moscia agg.vo f.le  = mogia, depressa, abbattuta, avvilita, abbacchiata, mesta triste; etimologicamente è la femminilizzazione metafonetica del masch. muscio  che è dal lat. musteu(m), deriv. di mustum 'mosto'; propr. 'simile a mosto

cuntenta agg.vo f.le  soddisfatta, appagata, lieta, allegra etimologicamente è la femminilizzazione di cuntento  che è dal lat. contentu(m), part. pass. di continíre 'contenere', propr. 'contenuto, appagato'.

(SEGUE)

 

 

IL VERBO PARÉ E LA SUA FRASEOLOGIA 1

 

IL VERBO PARÉ E LA SUA FRASEOLOGIA -1

Il caro amico A.B., di cui – per i soliti motivi di riservatezza – mi limito ad indicare le sole iniziali di nome e cognome,si è détto molto contento di ciò che sua richiesta ò scritto circa alcune espressioni modali partenopee costruite con il verbo parlare/à e mi à chiesto di illustrare qualche espressione costruita con il verbo parere/paré (sembrare, apparire). Per contentare l’amico che me ne à fatto richiesta e forse qualcun altro dei miei ventiquattro lettori tratterò perciò  qui di sèguito di alcune espressioni  partenopee costruite con il verbo parere/paré

Comincio con il darne un breve elenco per poi analiticamente trattarne:

1 – Paré ‘a cuccuvaja ‘e Puorto

2 - Paré ‘a funa e ‘a terocciola

3 - Paré ‘a gatta appesa ô llardo

4 - Paré ‘a gatta d’ ‘a sié Marí: ‘nu poco chiagne e ‘nu poco rire: quanno sta moscia, rire e quann’è cuntenta, chiagne!

5 - Paré ‘a gatta d’ ‘o sturente ca fotte e s’allamenta  variante

5bis - Paré ‘a gatta d’ ‘o sturente ca magna e s’allamenta 

6 -Paré ‘a gatta  ‘e madama quarti-quarte ca magna ‘nu chilo e pesa tre cquarte!

7 - Paré ‘a gatta purmunara

8 – Paré ‘a palata e ‘a jonta

9 - Paré ‘a lampa d’ ‘o Sacramento

10 - Paré ‘a limma e ‘a raspa

11 - Paré ‘a morte ‘ncopp’ ê cantarelle

12 - Paré ‘a mosca dint’ ô mmèle

13 - Paré ‘a mosca dint’ ô Viscuvato

14 – Paré Arturo ‘ncopp’ ô filo

15 – Paré ‘a zoccola cu ‘e llente

16 – Paré variante  fà ‘a sporta d’’o tarallaro

17 - Paré variante  stà cazza e ccucchiara

18 – Paré ca ‘o culo ll’arrobba ‘a péttola

19 – Paré ca s’’o zúcano ‘e scarrafune

 

20 – Paré Ciccibbacco ‘ncopp’ â votta

 21 - Paré don Titta e 'o cane

 

22 – Paré ll’àseno ‘mmiez’ ê suone

23 -      Paré mill'anne

24 – Paré Lillo e  Lélla ô pere ‘e sant’ Anna.

25 - Paré ll'ommo 'ncopp'â salera

26 – Paré ‘na lacerta vermenara

27 – Paré n’anema pezzentella

28 – Paré ‘na pupata ‘e ficusecche

29 – Paré ‘na úfara

30 – Paré ‘nu capone sturduto

31 - Paré n’auciello ‘e malaurio

32 -Paré 'na luna 'nquintadecima.

 

33 -  Paré 'nu píreto annasprato

34 - Paré 'nu píreto ‘ncantarato

35 - Paré 'nu sorece 'nfuso 'a ll' uoglio

 36 -  Paré 'o diavulo e ll'acquasanta

  37 - Paré Pascale passaguaje

   38 – Paré ‘o càntaro ‘mmiez’â cchiesia.

Ed a chiudere segnalo alcune espressioni nelle quali il verbo paré non appare all’infinito  ma coniugato impersonalmente alla 3ª p. sg. dell’ind. presente ; e sono :

39 - Pare brutto.

40 - Pare ca mo te veco vestuto 'a urzo.

 41 - Pare ca mo 'o vveco

42 – Pare ‘o carro ‘e Bbattaglino

43 – Pare ‘o pastore ‘a maraviglia

 44 – Pare ‘o ciuccio ‘e Fechella : trentatré chiaje e pure ‘a cora fràceta!

45 – Pare ‘na pupata ‘e Guidotte.

(SEGUE)

venerdì 30 luglio 2021

PASTIERA NAPOLETANA

 

PASTIERA NAPOLETANA

È l’ incontrastato dolce principe della pasticceria napoletana, dolce tipico del periodo pasquale (primavera), ma buono e consigliato in ogni altro periodo dell’anno!

 

Ingredienti per 6/8 persone

per la pasta frolla:

 350 gr. di farina,

2uova,

un pizzico di sale,

140 gr di strutto,

140 gr. di zucchero.

per il ripieno
Grano cotto - 1 lattina 450 gr,
Aroma millefiori per dolci - 15 ml,
Latte - 250 gr,
Strutto - 180 gr,
150 gr. di cedro e scorza d’arancia canditi
Ricotta - 550 gr,
Uova - 9
Zucchero - 600 gr,
Vaniglia - 1 baccello

Cannella in polvere – 1 cucchiaino da tè
Farina - 350 gr,
Sale fino  una presa
Zucchero a velo per guarnire 4 cucchiai


attenzione

Per arricchire il composto della pastiera è d'uso e consigliato  aggiungere alcune cucchiaiate di una crema pasticciera preparata con:
un bicchiere di latte,
1 etto di zucchero,
50 gr. di farina doppio zero,
4 rossi d'uovo,
la scorza di un limone,
un baccello o una bustina  di vaniglia (vanillina)

Per preparare la crema procedere nel seguente modo:

Versate i tuorli direttamente in un pentolino antiaderente con il fondo arrotondato. Tenete gli albumi per un altra preparazione. Scaldate a fondo il latte in un pentolino e unite le scorzette di limone oppure la bustina  di vaniglia o il baccello spaccato in due per il lungo. Nel caso della vaniglia in baccello, grattate con la punta di un coltellino i semini neri direttamente nel latte. Unite lo zucchero ai tuorli e mescolate bene con una frusta a mano. Lavorate per alcuni minuti fino a ottenere una spuma di colore chiaro. Unite la farina e mescolate bene con la frusta. Se l'impasto diventasse troppo denso, allungatelo con 2 cucchiai di latte freddo e mescolate fino a che la farina sia ben incorporata.

Togliete dal latte la stecca o le scorzette e versatelo nel pentolino coi tuorli. Mescolate súbito con la frusta per evitare che il latte bollente cuocia i tuorli e formi dei grumi. Quando si sarà  ottenuto un impasto omogeneo, ponete il pentolino su fuoco bassissimo e continuate a mescolare fino a che la crema si addensi. Attenzione, è importante che il fuoco sia davvero basso.

Versare súbito la crema in un setaccio a trama fitta poggiato su di  una ciotola. Rimestare ben  bene con un cucchiaio, o meglio ancóra con una stecca,  nel setaccio per facilitare il passaggio della crema. Coprite la ciotola con pellicola trasparente e lasciatela raffreddare alquanto prima di aggiungerla a gli altri ingredienti.

Prepariamo adesso la pastiera.

 

Procedimento

Preparate la pasta frolla: sulla spianatoia lavorate la farina (350 g) con 2 uova, un pizzico di sale, 140 g di strutto e 140 g di zucchero. Come tutte le paste frolle bisogna impastare rapidamente. Ottenuto un panetto sodo ed elastico tenetelo a riposo, coperto, mentre preparate il ripieno.
Versate il contenuto del barattolo di grano cotto in una casseruola; amalgamatelo sulla fiamma bassa con il latte e la scorza grattugiata di un'arancia o di un limone a vostra scelta. Cuocere a lungo ed a mezza fiamma,  mescolando attentamente perché non si attacchi,  fino ad ottenere un composto cremoso.
Frullate la ricotta con 500 gr. di zucchero, 5 uova intere piú due rossi, una bustina di vaniglia, un cucchiaino da tè di cannella in polvere ed  1 fiala di aroma millefiori. Questo aroma può essere sostituito anche da una fiala di fiori d'arancio, piú facilmente  reperibile sul mercato. La vera essenza da usare, però, nella pastiera è la prima. Amalgamate il frullato con il composto a base di grano e aggiungetevi la crema pasticciera ed i canditi tagliati a dadini, girando molto bene.
Accendete il forno e portatelo a 180°. Ungete di strutto o rivestite con carta da forno una tortiera adeguata (ca 25 cm. di diametro), a bordi alti sei cm. di quelle apribili. Foderate lo stampo con la pasta frolla in modo da arrivare fino ai bordi e avendo cura di conservare un po' di pasta frolla per decorare la superficie del dolce. Versate il composto e decoratene la superficie con sette [tante quanti i principali ingredienti del dolce]strisce/fettucce strette 1,5 cm. di pasta frolla, formando come  un graticcio
Infornare per ca 180 minuti.
Lasciar raffreddare bene nello stampo e prima di servire cospargere di zucchero a velo.
Accompagnare la preparazione con rosolii dolci al gusto di arancia o limone.

*Questo dolce è tipico della zona napoletana e viene preparato in occasione della festività primaverile della santa Pasqua e la sua ricetta è molto antica. Da qualcuno, ma non so quanto veridicamente,  si afferma che la pastiera, , accompagnò le feste pagane celebranti il ritorno della primavera, durante le quali le sacerdotesse di Cerere portavano in processione l'uovo, simbolo di vita nascente, mentre  il grano o il farro, misto alla morbida crema di ricotta, potrebbero derivare dal ricordo del pane di farro delle nozze romane, dette appunto  confarreatio= confarreazione, una delle forme legali del matrimonio romano, la piú solenne (tanto che un matrimonio celebrato in questa forma non poteva esser mai sciolto!) che prendeva il nome dalla focaccia di farro farcita di ricotta  offerta agli sposi e a Giove. 

Un'altra ipotesi circa l’origine della pastiera  la fa risalire alle focacce rituali che si diffusero all'epoca di Costantino il Grande, derivate dall'offerta di latte e miele, che i catecumeni ricevevano nella sacra notte di Pasqua al termine della cerimonia battesimale. Per il vero la versione originale della pastiera napoletana, versione nata nel contado partenopeo, consistette ed in taluni paesi ancóra consiste ( sia pure con il nome di pizza doce ‘e tagliuline) in una sorta di frittata di pasta, frittata però dolce fatta mescolando uova, zucchero, ricotta ed aromi con la pasta lessa (spaghetti o vermicelli o tagliolini) scondita,  eccedente il fabbisogno dei commensali; dalla parola  pasta addizionata del suffisso femm. di pertinenza iera deriva il nome di  pastiera.È solo una divertente, fuorviante  coincidenza, ma con nessun attendibile sostrato semantico-etimologico che il suffisso iera (suffisso di pertinenza derivato (cfr. Rohlfs) dal francese ière)  di past-iera derivi dal sostantivo ieri!
      Nell'attuale versione, si pensa che la pastiera  sia stata  inventata probabilmente nella pace segreta di uno sconosciuto, dimenticato monastero  napoletano dove un'ignota suora addetta alla cucina volle che in quel dolce, simbologia della Resurrezione, si unisse agli ingredienti della cucina quotidiana,   il profumo dei fiori d'arancio del giardino conventuale. Alla bianca ricotta mescolò una manciata di grano bollito,quel grano  che, sepolto nella scura  terra, germoglia e risorge splendente come oro, aggiunse poi le uova, simbolo di nuova vita, l'acqua di mille fiori odorosa come la primavera, il cedro e le aromatiche spezie venute dall'Asia.Non vi sono certezze circa il nome del monastero, mentre è certo che le suore dell'antichissimo convento di San Gregorio Armeno furono reputate maestre nella complessa manipolazione della pastiera, e nel periodo pasquale ne confezionavano in gran numero per le mense delle dimore patrizie e della ricca borghesia, o per offrirne (in cambio di una piccola elemosina da destinare ai poveri) ai visitatori del convento.
      Oggi ogni  brava massaia napoletana si ritiene detentrice dell'autentica, ed ovviamente   migliore, ricetta della pastiera. Ci sono,per intenderci , due scuole di pensiero : la piú antica insegna a mescolare alla ricotta, al grano cotto ed agli altri ingredienti delle semplici uova sbattute, e  prevede che il dolce risulti alto non piú di due dita; la seconda(decisamente innovatrice) alla quale aderí anche mia madre dalla quale ò appreso la ricetta del dolce piú buono in assoluto,  raccomanda di confezionare un dolce alto tre dita almeno e di    mescolare a tutti gli ingredienti (uova sbattute  comprese)  una densa crema pasticciera che se non  la rende piú leggera, la fa certamente   morbida ed appetitosa ; tale innovazione fu  dovuta al dolciere-lattaio Starace con bottega in un angolo della Piazza Municipio, bottega ora non piú  esistente.
      La pastiera va confezionata con un certo anticipo, non oltre il Giovedí o il Venerdí Santo, per dare agio a tutti gli aromi di cui è intrisa di bene amaIgamarsi in un unico e inconfondibile sapore.   Appositi "ruoti" di ferro stagnato sono destinati a contenere la pastiera, che in essi viene venduta e anche servita, poiché è assai fragile ed a sformarla si rischia di spappolarla irrimediabilmente.

 Personalmente lo ritengo il dolce piú saporito che si possa preparare, superiore ad ogni altra leccornia.
Tradizionalmente viene fatto per festeggiare il ritorno della bella stagione e quindi è associato alla Pasqua ma in realtà, come ò detto all’inizio,  si può fare in ogni momento dell'anno visto che gli ingredienti son  reperibili tutto l’anno e sarebbe un peccato non approfittarne!

* Leggenda e mitologia

Leggenda e mitologia si sposano nel narrare  la storia della sirena Partenope che  incantata dalla bellezza del golfo, disteso tra Posillipo ed il Vesuvio,pare  avesse fissato lí(al fondo del mare di Napoli) la sua dimora. Ogni primavera però  la bella sirena emergeva dalle acque per salutare le genti  che popolavano il golfo, allietandole con canti d'amore e di gioia.
   Una volta la sua voce fu cosí melodiosa e soave che tutti gli abitanti ne rimasero affascinati e rapiti: accorsero verso il mare commossi dalla dolcezza del canto e delle parole d'amore che la sirena aveva loro dedicato. Per ringraziarla di un cosí grande diletto, decisero di offrirle quanto di piú prezioso avessero.
   Sette fra le piú belle fanciulle dei villaggi furono incaricate di consegnare i doni alla bella Partenope: la farina (forza e ricchezza della campagna),  la ricotta (omaggio di pastori che la producevano con il latte delle loro  pecorelle); le uova (simbolo della vita che sempre si rinnova) il grano tenero, bollito nel latte (a prova dei due regni della natura), l'acqua di fiori d'arancio (perché anche i profumi della terra  rendessero omaggio alla sirena ), le spezie (come omaggio  dei popoli piú lontani del mondo) ed infine lo zucchero (per esprimere l'ineffabile dolcezza profusa dal canto di Partenope in cielo, in terra, ed in tutto l'universo).
    La sirena, felice per tanti doni, si inabissò per fare ritorno alla sua dimora cristallina e depose le offerte preziose ai piedi degli dei. Questi, inebriati anche essi dal soavissimo canto, riunirono e mescolarono con arti divine tutti gli ingredienti, trasformandoli nella prima pastiera che superava in dolcezza il canto della stessa sirena.

Senza scomodare la mitologia si racconta, a vanto della pastiera, che Maria Teresa D'Austria (Vienna 31.07.1816  † Albano Laziale 08.08.1867) , consorte in seconde nozze  del re Ferdinando 2° di Borbone (Palermo 1810  † Caserta 1859), soprannominata dai soldati la Regina che non sorride mai, cedendo alle insistenze del marito buontempone, famoso per la sua ghiottoneria, accondiscese ad assaggiare una fetta di pastiera e non poté far a meno di sorridere,  nel gustare la specialità napoletana. Pare che a questo punto il Re esclamasse: "Per far sorridere mia moglie ci voleva la pastiera, ora dovrò aspettare la prossima Pasqua per vederla sorridere di nuovo".La storiella – ovviamente – deve essere accettata per quel che è: un’invenzione in lode della pastiera e non [come erroneamente fa qualche sprovveduto] come riferimento alla nascita della pastiera che (come détto) è con tutta probabilità molto piú datata! 

 

Concludendo dirò che sia che  si tratti di un dono degli dei ghiottoni,  sia che sia  un antico dolce d’epoca romana, o una trovata di una solerte  capa ‘e pezza o piú modestamente un’ideazione di una contadina economa e parsimoniosa, a noi non resta che plaudire all’indirizzo di chi ci à donato quest’insuperabile dolce, metterci in cucina, scorciarci le maniche, prepararlo e poi mangiarlo appena sia raffreddato, in barba al diabete, trigliceridi, colesterolo memori ca una vota se campa e tutt’’o llassato è perduto!

Alla pastiera ò dedicato i seguenti sonetti, pubblicati nel mio volume di poesie napoletane :

‘E CCOSE D’’O PPASSATO (ed. Graus 2006 Napoli)

’A PASTIERA

 

 

I

 

Simmo arrivate a Ppasca e pure st’ anno

t’ hê miso ’ncapo ca m’ hê ’a fà ’a pastiera…

Tu me saje cannaruto ’e che manera

pe chistu dolce lloco e staje ’nciarmanno

 

cu zzuccaro e rricotta, ca… nun sanno

qua’ fine aspetta… ggià da ajeressera

’mmiez’ ô revuoto ’e cinche, seje turtiere

ca o songo piccerelle o troppo ’ranne…;

 

ògne anno ’a stessa storia puntualmente

e ògne anno ’o risultato è ttale e cquale…

I’  ’o ssaccio: me vulisse fà cuntento,

 

ma ’o fatto è cchisto – nun l’averlo a mmale –

quanno s’ arape ’o furno, ch’ esce fora?

’Na ddia ’e pantosca tosta e ssenz’ addore!

 

E mme se stregne ’o core!

E mm’ arricordo, ahimmé, cu nnustalgia

d’ ati pastiere… Chelle ’e mamma mia!

 

II

 

Quanno era viva mamma, eh gioja mia…,

ê juorne ’e Pasca, ’a casa, chien’ ’addore

sapeva tutta d’ acqua ’e millesciore

e tte metteva ’ncore n’ alleria…

 

Ma che ne faje ’e ’na pasticceria!?

Pastiere tante, oj ne’, chiene ’e sapore

cotte a mmestiere, ca ’un vedive ll’ora

e n’ assaggià ’na fella, comme sia,

 

senza aspettà ca se fosse freddata,

pecché, ’ncopp’ ô buffè d’ ’a stanza ’e pranzo –

guardannole zucose e prelibbate –

 

pareva ca dicesse’: Fatte ’nnanze!

Ch’ aspiette? Taglia e dicce: Bellavita

’e ffa cchiú mmeglio, ’e ffa cchiú sapurite?…

 

Nun resistevo ô ’mmito

e nne facevo tale e ttante assagge

ca finché campo nun m’ ’e scurdarraggio!

 

III

 

E pure tu ’assaggiaste e tte piacette

talmente tanto d’alliccarte ’e ddete…

Dicive: Sta ricotta è ccomme â seta,

’sta pastafrolla è ppropeto allicchetto!

 

Ragion per cui, teté, cu ogni rispetto,

nun t’ ’a piglià si i’ mo, ’nnante a ’sta… preta,

cu ’a scusa ’e tené ’o ppoco ’e diabbete,

i’ me ricuso… Nun è ppe dispietto

 

ma proprio nun ce ’a faccio… Tiene mente:

se sente ’o ggrano, è vvascia, s’ è arruscata

è scarza ’e cetro e ’a crema nun va niente…

 

e aje voglia ’e ’mpupazzarla: ’sta… crostata

secca e ’ntaccuta e ccu ’na faccia nera

nun m’ ’a puó fa passà pe ’na pastiera!

 

Pirciò cagna penziero:

nun è arta toja! E si è ppe… devuzzione

pígliala bbella e ffatta… e statte bbona!

***

Mangia Napoli, bbona salute!

Raffaele Bracale.

IL VERBO PISCIÀ, I SUOI DERIVATI E LA FRASEOLOGIA

 

IL VERBO PISCIÀ, I SUOI DERIVATI E LA FRASEOLOGIA

Questa volta prendendo spunto dalla richiesta dell’amico carissimo D.C. (i consueti problemi di riservatezza mi costringono ad indicare solo le iniziali di nome e cognome)che nel  riportarmi  il quesito d’ un suo amico,  mi à chiesto di     illustrare, chiarire ed esaminare il  significato l’ uso e l’ origine di un’ antica espressione partenopea (cfr. ultra sub 1); prendendo spunto appunto  da tale  richiesta mi soffermerò a dire del verbo in epigrafe dei suoi derivati e della relativa fraseologia. Cominciamo dunque con il dire che il verbo piscià   vale mingere, orinare

 ed è  derivato dal tardo lat. pitissare→pi(ti)ssare→pissare→pisciare→piscià);normale nel napoletano risoluzione in sci seguíto da vocale della consonante fricativa dentale sorda o sonora (s) sia scempia che doppia purché  seguíta da vocale; e veniamo súbito alle voci derivate dal verbo per agglutinazione (In linguistica l’agglutinazione è la  riunione in una sola unità grafica e fonetica di due o piú elementi lessicali originariamente distinti, ma che si trovano spesso insieme in un sintagma (per es., disotto←di sotto , disopra←di sopra , perlopiú←per lo piú, eppure←e pure , ecc.). Il processo, che come fatto grafico è frequentissimo in antiche scritture e che spesso rispecchia fedelmente l’effettiva realtà fonetica (come in ammodo, eppure, ovvero, sebbene, macché, pressappoco, ecc.), à molta importanza nell’evoluzione diacronica in quanto può dare luogo alla formazione di nuove parole, soprattutto per la fusione (détta in questi casi anche concrezione) dell’articolo o di una preposizione, come per es. il region. loppio (da l’oppio, un albero), l’avv. ant. incontanente (dal lat. tardo in continenti [tempore]), l’ant. e pop. ninferno (da [i] n inferno).Rammento ad abundantiam che  ad una agglutinazione e falsa deglutinazione dell’articolo si devono le antiche varianti oncenso, onferno per incenso, inferno, sviluppatesi dalle forme lo ’ncenso, lo ’nferno, scritte e pronunciate loncenso→l’oncenso, lonferno→l’onferno)dicevo agglutinazione di una voce verbale piscia (3ª p. sg.dell’indicativo presente dell’inf. piscià/are) con un avverbio o un sostantivo. Abbiamo dunque

pisciasotto s.vo ed agg.vo m.le e f.le =  letteralmente: chi/ che si minge addosso;  la voce nasce come s.vo e vale in primis bimbo/a, piccolo/a; neonato/a, poppante, lattante; usato come agg.vo m.le e fem.le vale timido/a,debole,  pauroso/a, pavido/a ; schivo/a, chiuso/a,introverso/a insicuro; etimologicamente la voce, come ò già cennato e qui preciso  è formata dall’ agglutinazione  della voce verbale piscia (3ª p. sg.dell’indicativo presente dell’inf. piscià) con  avverbio sotto (dal lat. subtus→suttus→sotto,  deriv. di sub 'sotto'; il collegamento semantico tra i significati del sostantivo e quelli dell’aggettivo si colgono se solo si considera il fatto che chi è piccolo/a; neonato/a, poppante, lattante è di per sé timido/a,debole,  pauroso/a, pavido/a etc e mai potrebbe essere  coraggioso/a, audace, intrepido/a, ardito/a, impavido/a audace, disinvolto/a, sicuro/a, deciso/a;

piscianzogna s.vo ed agg.vo m.le e solo m.le=  letteralmente: chi/che  minge strutto; id est pubere, adolescente; non si tratta di un’iperbolicità divertente o ironica (atteso che non è dato a nessuno poter  mingere sugna...), ma solo di una rappresentazione icastica di una manifestazione dell’età evolutiva: è allorché un ragazzo abbia raggiunto la pubertà e sia diventato adolescente  che può dar luogo, per la prima volta,  all’emissione di seme spermatico, quel seme che per il suo colore biancastro e la sua viscidità viene assomigliato allo strutto; etimologicamente la voce, come ò già cennato e qui preciso  è formata dall’ agglutinazione  della voce verbale piscia (3ª p. sg.dell’indicativo presente dell’inf. piscià) con il s.vo ‘nzogna= sugna, strutto sostantivo sul quale mette conto io mi soffermi alquanto; preciso súbito che la voce napoletana ‘nzogna  che rende l’italiano sugna o strutto è voce che va scritta [come ò fatto!]  ‘nzogna con un congruo apice () d’aferesi (e qui di sèguito dirò il perché) e non nzogna privo del segno d’aferesi, come purtroppo càpita di trovare scritto.

Ciò detto passiamo all’etimologia e  sgombriamo  súbito il campo dall’idea (maldestramente messa in giro da qualcuno che nzogna, ( cosí erroneamente scritto e non ‘nzogna) possa  essere un adattamento dell’ antico italiano sogna(sugna) con protesi di una n eufonica e dunque non esigente il segno d’aferesi (‘) e successivo  passaggio di ns→nz, dal latino (a)xungia(m), comp. di axis 'asse' e ungere 'ungere'; propr. 'grasso con cui si spalma l'assale del carro'; occorre ricordare che nel tardo latino con la voce axungia si finí per indicare   un asse di carro e non certamente il condimento derivato dal grasso di maiale liquefatto ad alta temperatura, filtrato, chiarificato, raffreddato e conservato in consistenza di pomata per uso alimentare, mentre gli assi dei carri venivano unti direttamente con la cotenna di porco ancòra ricca di grasso.

Ugualmente mi appare fantasiosa l’idea (D’Ascoli) che la napoletana ‘nzogna possa derivare da una non precisata voce umbra assogna per la quale non ò trovato occorrenze se si esclude un assogna  che è la 3ª p. sg.dell’indicativo presente dell’inf. assognare = sognare che [come ognuno vede] nulla può avere a che spartire con il grasso per condimento! Messe perciò  da parte tali fantasiose proposte, penso che  all’attualità, l’idea semanticamente e morfologicamente piú perseguibile circa l’etimologia di ‘nzogna sia quella proposta dall’amico prof. Carlo Iandolo che prospetta un in (da cui ‘n) illativo + un *suinia (neutro plurale, poi inteso femminile)= cose di porco alla cui base c’è un sus- suis= maiale con doppio suffisso di pertinenza:  inus ed ius; da insuinia→’nsoinia→’nzogna.

Proseguiamo e prima di illustrare la fraseologia costruita con il verbo pisciare  rammento che esiste un solo s.vo derivato dal verbo in esame che connota non una persona, ma un oggetto; si tratta del s.vo

pisciaturo s. m. impianto dotato di apparecchiature igieniche per orinare, per uso pubblico maschile, orinatoio;voce derivata dal part. pass. di piscià addizionato del suffisso uro/a suffisso deriv. dal fr. -ure, usato  al maschile (uro)per formare sostantivi per oggetti (cfr. pisciaturo,trapenaturo, ballaturo) o  termini tecnici, chimici etc.ed al f.le (ura) per formare sostativi astratti (cfr. friscura,bruttura, pensatura). 

 

E veniamo alla fraseologia costruita con il verbo in epigrafe; comincio

 

1)pisciarse dê rrisa letteralmente mingersi dalle risate cioè orinarsi  addosso per il troppo ridere, id est scompisciarsi, sbellicarsi;

2)si pisce chiaro, ffa’ ‘e ffiche ô miedeco oppure 2 bis) si pisce chiaro  futtatenneoppure fruculeatenne d’ ‘o miedeco = letteralmente nel primo caso  Se mingi chiaro  fa’pure gli scongiuri alla vista d’un medico o scherniscilo (perché non ne avrai bisogno); nel caso sub 2 bis Se mingi chiaro  (addirittura) impípitane  del  medico (perché mai  ne avrai bisogno);

 fa’ ‘e ffiche! =fai le fiche!;fà ‘e ffiche= far le fiche  è un gesto internazionale di scongiuro e/o di scherno,   dileggio che à una tradizione millenaria ed appartiene ad un po’ tutto il mondo;  consiste nell’introdurre il dito pollice della mano destra serrata a pugno,tra l' indice ed il medio e tenerlo ben dritto accompagnando il gesto con l’agitar la mano con un movimento ripetuto dal basso in alto nell’intento di mimare il coito in atto;  rammento in proposito che trattasi di  gesto che  è diffusissimo ed addirittura  nei paesi dell’America meridionale (Brasile in testa) si è soliti produrre delle minuscole statuine apotropaiche in legno di bosso riproducenti il gesto che è stato ovunque abbondantemente studiato  e commentato;qui mi limito a rammentare che un tempo in origine il gesto non ebbe significato di scherno o scaramantico, ma fu un palese invito all’atto sessuale rivolto da un uomo alla sua donna o ad un’occasionale conoscenza;  va da sé che (linguisticamente parlando) ‘e ffiche è il pl. di ‘a fica   che in napoletano è sí il s.vo f.le usato per indicare il frutto del fico, ma è altresí il s.vo f.le volg. che è uno dei numerosi sinonimi(cfr. alibi) sia del napoletano che dell’italiano  dell’insieme degli organi genitali esterni femminili:1 vulva;semanticamente la fica= frutto del fico  frutto rosso e carnoso  è preso a riferimento per indicar la vulva , cosí come l’altrove usato pummarola = pomodoro, non perché la vulva sia edula come il pomodoro o il frutto del fico, ma perché sia la vulva che il pomidoro o il frutto del fico   ànno il loro interno rosso vivo;  | 2 (estens.) donna bella e desiderabile. Etimologicamente è voce dal lat. tardo fīca per fīcus «fico, frutto del fico»; il sign. fig. era già nel gr. σῦκον «fico».

futtatenne  e fruculeatenne

Queste  in esame sono  due  delle piú concise, ma icasticamente significative espressioni  del parlar napoletano, espressioni   che  si sostanziano in due imperativi (2 pers. sg.) addizionati in posizione enclitica da un  ne  che è una particella pronominale o locativa atona corrispondente al ne  dell’italiano; come   pron. m. e f. , sing. e pl.  è forma atona che in genere  si usa in posizione piú spesso  enclitica, ma talora   anche  proclitica (ad es. nun me ne parlà); mentre  è sempre posposta ad altro pron. atono che l'accompagni (come nei casi in epigrafe); esso nelle espressioni in epigrafe  vale di ciò; altrove (cfr. ad es. vattenne= vattene) à altra valenza (locativa), ma   comporta sempre in tutti i casi  il raddoppiamento espressivo della nasale per cui ne→nne.

Ma torniamo alle due espressioni in esame e dandone  il significato che ovviamente necessiterà d’un giro di parole;  il napoletano infatti spessissimo è piú stringato ed gli occorrono meno parole dell’italiano per esprimere incisivamente  un concetto. Nella fattispecie sia con l’espressione fruculeatenne (che letteralmente è: stropicciatene!)  sia con l’espressione futtatenne (letteralmente impípatene!) si intende quasi imporre oppure pressantemente  consigliare (ed ecco perché è usato

 l’ imperativo piuttosto che un piú morbido congiuntivo ottativo...) si intende consigliare, dicevo, colui cui venga rivolta una o ambedue le espressioni  di impiparsi di un  qualcosa, di  tenere in non cale un’accadimento, una faccenda, di non curarsi, di  infischiarsi di qualcuno o piú spesso  di qualcosa.

Piú esattamente l’espressione fruculeatenne(che, mi ripeto letteralmente è: stropicciatene!)  è potremmo dire un modo piú dolce e meno duro, quando non addirittura piú frivolo, per significare il medesimo concetto  dell’espressione futtatenne che risulta essere piú dura, salutarmente sanguigna   pur se  addirittura becera; ambedue gli imperativi in epigrafe risultano, comunque  incisivamente piú significativi del corrispondente algido impípatene della lingua italiana!

Ora consideriamo piú da presso le due espressioni e cominciamo con

-       fruculeatenne  come ò già detto si tratta di un imperativo (2ª pers. sg.) del verbo riflessivo fruculearse-ne/fruculiarse-ne= impiparse-ne; e vale morfologicamente esattamentestropícciati di ciò,   impípa-tene;  l’etimo del verbo fruculeà/fruculià  affonda nel lat. fricare= strofinare, stropicciare ed estensivamente frantumare in piccoli pezzi  ed è  a questa estensione che occorre pensare per percorrere la via semantica seguíta per comprendere il passaggio tra il verbo latino inteso come frantumare in piccoli pezzi  ed il napoletano fruculearse-ne/fruculiarse-ne= impiparse-ne; in effetti di qualcosa  che venga frantumato in minutissimi pezzi, non vale mettere conto, interessarsene per modo che se ne  può  impipare tranquillamente, cioè quasi fumarsi nella pipa quei minutissimi pezzi.

E passiamo a

-       Futtatenne! Anche per la voce a margine, come ò già détto, ci troviamo a che fare  con una voce verbale e cioè con  l’imperativo (2ª pers. sg.) del verbo riflessivo fotterse-ne= impiparse-ne, infischiarse- ne nella medesima valenza del pregresso fruculeatenne  quantunque  la voce a margine abbia rispetto alla prima voce in esame  un’espressività piú dura, sanguigna, impetuosa,  anzi addirittura becera atteso che col verbo di cui è imperativo non  richiama la frantumazione di qualcosa   in piccoli pezzi di cui disinteressarsi, ma molto piú sanguignamente – direi – chiama in causa una... pratica sessuale (il coito) quasi che la faccenda di cui disinteressarsi sia di nessun conto o non abbia nerbo per cui se ne possa con ogni tranquillità abusare quasi congiungendovisi in un ... rapporto sessuale. In effetti    l’etimo del verbo fottere donde il riflessivo fotterse-ne e l’imperativo a margine    affonda nel lat. futúere→fúttere (con tipico raddoppiamento della  consonante antecedente la ú seguíta da vocale e ritrazione dell’accento) verbo che sta per coire, avere rapporti sessuali  oltre che raggirare, imbrogliare. Semanticamente anche in questo caso, come per la precedente voce fruculeatenne occorre pensare che di qualcosa  che venga impunemente posseduto carnalmente ad libitum, non vale mettere conto, interessarsene per modo che uno  se ne  può  impipare tranquillamente come si terrebbe in nessun cale un fortuito  rencontre con un’occasionale donna.
Preciso ancóra, ad abundantiam,  che letteralmente la voce a margine vale Infischiatene, Non dar peso, Lascia correre, Non porvi attenzione. È il pressante invito a tenere i comportamenti indicati rivolto a chi si stia adontando o si stia preoccupando eccessivamente per quanto malevolmente si stia dicendo sul suo conto o si stia operando a suo danno. Rammento che  tale icastico, sanguigno  invito fu scritto dai napoletani su parecchi muri cittadini nel 1969 allorché il santo patrono della città, san Gennaro, venne privato dalla Chiesa di Roma della obbligatorietà della "memoria" il 19 settembre con messa propria. I napoletani ritennero la cosa un offensivo  declassamento del loro santo e allora scrissero a caratteri cubitali  sui muri cittadini: SAN GENNÀ FUTTATENNE! Volevano consigliare al loro santo patrono di non  adontarsi per l’offesa ricevuta e rassicuralo, al contempo,   che essi, i napoletani, non si sarebbero dimenticati del santo quali che fossero stati i dettami di Roma e Gli avrebbero in ogni caso tributato tutta la dulía che sin  dal  305 anno del martirio del santo vescovo, gli era stata devotamente riconosciuta.

 

 

3)SUNNARSE E PISCIÀ DINT’Ô LIETTO = Letteralmente; sognare e mingere nel letto; id est: dar credito ai sogni, spaventarsene al segno di mingere tra le coltri,  reputar vere le ombre, prender per sostanza le apparenze, scambiar sogni e realtà.

sunnarse = sognarsi  trattasi del verbo sunnà =sognare addizionato come frequentente accade    della particella pronominale se = si in funzione riflessiva,  intensiva e/o espressiva]
1 vedere, immaginare in sogno: sunnà(sognare),sunnarse ‘nu cane a ddoje cape( sognarsi un cane a due teste); sognare, sunnarse ‘e vulà(sognarsi di volare); me songo sunnato ca ire partuto(ò sognato che eri partito);
2 raffigurare nella fantasia come reale; desiderare con viva immaginazione; vagheggiare: sunnarse ‘na bbella casa(sognarsi una bella casa);sunnarse ‘e addivintà ricco (sognarsi di diventare ricco) | con riferimento al carattere irreale dei sogni: nun m’ ‘’o ssonno nemmeno!( non me lo sogno neanche!), non ci penso neanche, non lo farei mai, oppure non posso nemmeno sperarlo; nun mme ll’aggiu sunnato!(non me lo sono mica sognato), è vero, è accaduto realmente; ‘a villa ô mare s’ ‘a sonna, s’ ‘a po’ sunnà!(la villa al mare se la sogna, se la può sognare!), non l'avrà mai; nun sunnarte d’ ‘o ffà(non sognarti di farlo), non farlo assolutamente, non pensarci neanche | con riferimento al carattere divinatorio attribuito ai sogni: nun putevo sunnarmelo(non potevo sognarmelo), non potevo saperlo; chi s’ ‘o ffósse sunnato?(chi se lo sarebbe sognato?) chi poteva prevederlo? ||| v. intr. [ pure in napoletano come accade per  l’italiano il sognare(quale  intr.)  vuole l’aus. avere, mentre se costruito con la particella pron.,vuole l’aus. essere,  ] fare sogni: sonna tutte  ‘e nnotte(sogna tutte le notti);aggiu sunnato ‘e mamma mia (ò sognato di mia madre); me so’ sunnato d’ ‘e tiempe passate(mi sono sognato dei tempi passati) | me pare ‘e sunna(mi sembra di sognare), si dice di fronte a cosa straordinaria, imprevista o meravigliosa 'sunnà a uocchie apierte ( sognare a occhi aperti), fantasticare. Voce dal lat.  somniare→sonniare→sunnà, deriv. di somnium 'sogno'.

dint’ô  corrisponde all’italiano nel/nello. Al proposito rammento che con la preposizione in  in italiano si ànno nel = in+il, nello/a= in+lo/la nelle = in+ le, negli = in+ gli; in napoletano per formare  analoghe preposizioni, si fa ricorso alla preposizione impropria dinto (dentro – in); come ò già détto e qui ripeto: le locuzioni articolate formate con preposizioni improprie ànno nel napoletano  tutte una forma scissa, mantenendo separati gli articoli dalle preposizioni e mentre nell’italiano s’usa far seguire alla preposizione impropria il solo articolo, nel napoletano occorre indefettibilmente  aggiungere alla  preposizione impropria non  il solo articolo, ma la preposizione articolata formata con la preposizione semplice a ( ad es. nell’italiano si à: dentro la stanza, ma nel napoletano si esige dentro alla stanza  e ciò per riprodurre correttamente il pensiero di chi mentalmente articola in  napoletano e non in italiano) per cui le locuzioni articolate  formate da dinto a   e dagli articoli ‘o (lo/il), ‘a (la) ‘e (i/gli/le) saranno rispettivamente dint’ô dint’â, dint’ê  che rendono rispettivamente nel/néllo,nélla,negli/nelle; dinto  è dal lat.  dí intro→d(í)int(r)o→dinto 'da dentro'.

 

4)PISCIÀ ‘NCOPP’Â SCOPA

Prima di illustrare, chiarire ed esaminare il  significato, l’ uso e l’ origine dell’espressione in esame mi corre l’obbligo d’una precisazione:  l’espressione in esame è molto datata, ma stranamente, di essa non si occupa compiutamente  nessuno (con una sola eccezione, di cui dirò…), non si occupa nessuno dei numerosi addetti ai lavori o degli appassionati cultori della napoletanità e suoi usi, costumi ed espressioni linguistiche; nessuno: né il D’Ascoli, né Iandolo, né Zazzera, né altri;quest’ultimo (Zazzera) – per la verità – né dà una timida, e peraltro, erronea interpretazione (pur senza chiarire o argomentare) parlando di un generico rimedio da usarsi quale  antidoto del nervosismo;  l’unico che ne fa menzione nel suo IL NAPOLETANARIO è l’amico avv.to Renato de Falco, ma anche lui  ne dà (e ne dirò in sèguito) una spiegazione erronea o quanto meno riduttiva.

Mi corre perciò l’obbligo di fare da solo, senza il supporto d’altre penne e/o idee. Pazienza, poco male! Non mi spaventerò per questo. Cominciamo con il dire che tradotta ad litteram l’espressione è: Mingere sulla scopa. e piú spesso è usata nella forma imperativa piscia ‘ncopp’â scopa! ossia mingi sulla scopa!

 Orbene, lètta cosí semplicemente nella morfologia con l’infinito, l’espressione parrebbe quasi sostanziare, come ipotizza l’amico Renato,  un innocuo dispettuccio meschino ed insulso fatto ad altri, come ad esempio, aggiungo io, quello fatto da un ragazzino, un monello che redarguito, sgridato  e rimbrottato si vendichi mingendo sulla scopa che forse è stata usata per accompagnare i rimbrotti con qualche sana percossa…

Ma le cose non stanno cosí perché l’espressione non è usata quale fatto di cronaca, ossia non è usata per riportare e riferire  il comportamento inurbano, dispettoso e di risentimento  di un bambino; tutt’altro! L’espressione è usata (nella morfologia imperativa) a sapido provocatorio commento all’atteggiamento d’ un adulto che si dispiaccia, si adonti di/per qualcosa che gli accada e che non sia di suo gradimento; chiarisco con un esempio. Poniamo che un individuo (maschio o femmina, ma  piú spesso càpita con  una femmina, adusa piú del maschio a risentirsi, mettere il broncio etc.) abbia ricevuto, da persona a cui non ci  si possa opporre o con cui non si possa competere reagendo, abbia ricevuto, dicevo,  un rimbrotto o ancóra di piú, un’offesa o abbia subíto un danno ed ovviamente se ne dispiaccia, quando non se ne dolga o lamenti adontandosi e piccandosi, a costui/costei provocatoriamente gli/le si può opporre l’espressione dispettosa dell’epigrafe: E piscia ‘ncopp’â scopa! (Mingi sulla scopa!) che però non è lo stupido consiglio di reagire al rimbrotto, all’offesa, al danno  con un dispettuccio infantile, quanto la piú seria esortazione a fare buon viso a cattivo giuoco, a sopportare, ad arrangiarsi, a tollerare adattandosi a ciò che avviene.

L’espressione di  origine rurale, nasce prendendo spunto da un’antica pratica dei  contadini  che allorché dovevavo pulire l’aia provvedevano a bagnarla abbondantemente per evitare di sollevare polvere e quando non avevano sufficiente acqua per inumidire l’aia, si limitavano a bagnare la ramazza, ottenendo un risultato pressoché simile.

Nella fattispecie dell’esempio in esame l’uomo o piú spesso la donna   che abbia ricevuto, da persona a cui non ci si possa opporre o con cui non si  possa competere reagendo, un rimbrotto o ancóra di piú, un’offesa o abbia subíto addirittura  un danno,l’indivuduo che cioè non possa bagnare la sua metaforica aia, deve adattarsi a ciò che avviene tollerando, facendo buon viso a cattivo giuoco magari  arrangiandosi ad inumidire con il proprio metaforico piscio una metaforica scopa. Posta cosí la faccenda l’espressione assume un significato ben piú pregnante del semplice dispettuccio infantile ipotizzato dall’amico Renato, dispettuccio che mal s’attaglia al comportamento di un adulto. 

piscia = mingi

voce verbale ( qui 2ª p. sg.imperativo, altrove anche  3 ª  p. sg. ind. pres. dell’infinito piscià = orinare, mingere derivata dal tardo lat. pi(ti)ssare→pissare→pisciare→piscià);

 ‘ncopp’â  = sopra alla; è il modo napoletano di rendere la preposizione articolata  sulla; rammento che con la preposizione su  in italiano si ànno sul = su+il, sullo/a= su+lo/la sulle = su+ le, sugli = su+ gli; in napoletano per formare  analoghe preposizioni, si fa ricorso alla preposizione impropria ‘ncoppa (sopra – su, dal lat. in + cuppa(m)); come ò già détto alibi  e qui ripeto: le locuzioni articolate formate con preposizioni improprie ànno tutte una forma scissa, mantenendo separati gli articoli dalle preposizioni e mentre nell’italiano s’usa far seguire alla preposizione impropria il solo articolo, nel napoletano occorre aggiungere alla  preposizione impropria non  il solo articolo, ma la preposizione articolata formata con la preposizione semplice a ( ad es. nell’italiano si à: sulla tavola  o sopra la tavola , ma nel napoletano si esige sulla o sopra alla tavola  e ciò per riprodurre correttamente il pensiero di chi mentalmente articola in  napoletano e non in italiano) per cui le locuzioni articolate  formate da ‘ncoppa  a   e dagli articoli ‘o (lo/il), ‘a (la) ‘e (i/gli/le) saranno rispettivamente ‘ncopp’ô ‘ncopp’â, ‘ncopp’ê  che rendono rispettivamente sul/sullo,sulla,sugli/sulle. Tutte le altre preposizioni formate dagli articoli ‘o (lo/il), ‘a (la) ‘e (i/gli/le) con le corrispondenti preposizioni semplici napoletane delle italiane per (pe) tra/fra(‘ntra/’nfra) ànno una forma rigorosamente scissa o  ma solo per la preposizione pe, (mentre per ‘ntra/’nfra non è consentito) scissa o  tutt’ al piú apostrofata: pe ‘o→p’’o (per il/lo), pe ‘a→p’’a (per la), pe ‘e→p’’e (per gli/le), mentre avremo solo ntra/’nfra ‘o - ntra/’nfra ‘a - ntra/’nfra ‘e.

Per tutte le altre preposizione articolate formate dall’unione dei soliti  articoli  con preposizioni improprie (sotto, sopra, dietro, davanti, insieme,vicino, lontano etc.), ci si regolerà alla medesima maniera di quanto ò già detto circa le preposizioni formate da dinto o ‘ncoppa tenendo presente che in napoletano sotto, sopra,dietro, davanti, insieme,vicino, lontano  sono rese rispettivamente con sotto, ‘ncoppa,arreto, annanze,’nzieme,vicino/bbicino,luntano e tenendo presente altresí  che occorre sempre rammentare che le parole e le frasi da esse formate servono a riprodurre un pensiero; ora  sia che si parli, sia che si scriva, un napoletano, nello scrivere in vernacolo, non potrà pensare in toscano e fare poi una sorta di traduzione:commetterebbe un gravissimo errore.Per esemplificare: un napoletano che dovesse scrivere: sono entrato dentro la casa, non potrebbe mai scrivere: so’ trasuto dint’ ‘a casa; ma dovrebbe scrivere: so’ trasuto dint’â (dove la â è  la scrittura contratta o crasi della preposizione articolataa+’a= alla) casa; che sarebbe l’esatta riproduzione del suo pensiero napoletano: sono entrato dentro alla casa. Allo stesso modo dovrà comportarsi usando sopra (‘ncopp’ a +’a/’o/’e→’ncopp’â/ô/ê...) o sotto (sott’a. +’a/’o/’e→sott’â/ô/ê...)...) in mezzo (‘mmiez’ a. +’a/’o/’e→’mmiez’â/ô/ê...)..) vicino al/allo (vicino a ‘o/’a/’e→ vicinoâ/ô/ê ) e cosí via, perché un napoletano articola mentalmente sopra al/alla/alle/ a gli... e non sopra il/la/le/gli... e parimenti pensa sotto al... etc.  e non sotto il ... etc. D’ altro canto anche per la lingua italiana i piú moderni ed usati calepini (TRECCANI) almeno per dentro  non disdegnano le costruzioni: dentro al, dentro alla  accanto alle piú classiche dentro il, dentro la.

scopa s. f. arnese di forma varia per spazzare il pavimento, in genere consistente in una sorta di grossa spazzola fatta di rami di erica o saggina, oppure di setole o di filamenti di materia plastica, su cui si innesta un lungo manico 'avé magnato ‘o maneco d’ ‘a scopa (aver mangiato il manico della scopa), (fig.) si dice di persona che cammina rigida e impettita |sicco comme a ‘na scopa (magro come una scopa), (fig.) molto magro; voce dal lat. scopa(s) di scopae -arum pl., perché fatta con i rami della pianta omonima.

 

5)PISCIÀ ACQUA SANTA P’ ‘O VELLICULO = espressione ironica se non sarcastica che letteralmente è: mingere acqua santa attraverso l’ombellico; id est: accreditare (per il gusto però di burlarsene, non di lodarlo)  qualcuno di esser migliore di quanto sia in realtà ritenendolo addirittura capace di poter mingere in luogo dell’orina, dell’acqua lustrale attraverso un orifizio peraltro inesistente! La locuzione, usata sarcasticamente nei confronti di coloro che godano immeritata fama di bontà se non  di santità significa, appunto, che coloro cui è diretta sono da ritenersi tutt'altro che buoni,  santi o miracolosi, come invece lo sarebbero quelli che riuscissero a mingere da un orifizio inesistente, addirittura dell'acqua santa.

velliculo = ombelico; l’etimo di velliculo è il medesimo di ombelico  e cioè il lat.  umbilicu(m), affine al gr. omphalós 'bottone, ombelico' con la differenza che per il napoletano si è avuta l’aferesi della prima sillaba um, il passaggio di b a v (come altrove: bucca(m)→vocca barca→varca etc.),  il raddoppiamento espressivo della liquida nella sillaba  li→lli e l’aggiunta di un suffisso diminutivo ulo/olo← olus.

 

 

6)VULÉ PISCIÀ E GGHÍ ‘NCARROZZA

Letteralmente: voler mingere e al tempo stesso andare in carrozza Id est: pretendere di voler conseguire due risultati utili, ma incompatibili fra di essi.

per il verbo gghí = andare cfr. ultra sub 8).

7)vulé piscià tutte dint'ô rinale oppure vulé piscià tutto dint'ô rinale

Ad litteram: voler minger tutti nell'orinale oppure voler mingere completamente nell’orinale ; in ambedue i casi le espressioni stanno per : pretendere l'impossibile; infatti  non a tutti è concesso di fare  tutte le  medesime cose, come non è possibile che tutti possano mingere nell'orinale, qualcuno dovrà contentarsi di farlo all'aperto e - come i cani - contro il muro. Nella variante si manifesta l’acclarata certezza che orinando non si può depositare tutto l’orina  nel pitale; inevitabilmente si finisce per versarne fuori una parte!

rinale  s.vo m.le = orinale, pitale, piccolo vaso da notte; voce dal lat. *urinale(m)→rinale per aferesi della u diventata o e deglutinata in quanto inteso articolo: *urinale(m)→ orinale(m)→ ‘o rinale.  

 

8) ‘A SCIORTA 'E CAZZETTA:JETTE A PISCIÀ E SE NE CADETTE.
La (cattiva) fortuna di Cazzetta: si dispose a mingere e perse...il pene. Iperbolica notazione per significare l'estrema malasorte di un ipotetico personaggio cui persino lo svolgimento delle piú ovvie necessità fisiologiche comportano gravissimo nocumento.

jette = andò voce verbale (3ª p.sg. pass. remoto dell’infinito jí= andare); il verbo  merita una particolare attenzione: Il verbo italiano  andare ( che etimologicamente qualcuno pensa derivi  dal lat. ambulare o da un lat. volg. *ambitare, ma che molto piú esattamente sembra derivi da *aditare frequentativo di adire  è verbo che à  alcune forme che ànno per tema vad- derivando dal lat. vadere/vadicare 'andare') è reso,in napoletano,  con derivazione dal lat. ire, con l’infinito /ghí  e son numerose le locuzioni formate con détto infinito. Premesso  che alibi ò esaminato  qualcuna di tali locuzioni, preciso qui che in napoletano la grafia corretta dell’infinito   è – come ò scritto – oppure in talune espressioni ghí/gghí  (cfr. a gghí a gghí= di misura) dove la j è sostituita per comodità espressiva dal suono gh; è pertanto assolutamente errato (come purtroppo càpita con la stragrande maggioranza di sedicenti  scrittori napoletani noti o meno noti!) rendere in napoletano l’infinito di andare  con la sola vocale i  talvolta accentata (í) talvolta, peggio ancóra!,  seguíta da uno scorretto segno d’apocope (i’);  la (i’) in napoletano è l’apocope del pronome io→i’ e non può essere anche l’apocope dell’infinito ire; l’infnito di andare in corretto napoletano è   oppure in talune esopressioni ghí/gghí  cosí come espressamente  sostenuto dal poeta Eduardo Nicolardi (Napoli 28/02/1878 -† ivi 26/02/1954)  che era solito  far coniugare per iscritto in napoletano il verbo andare (jí) a tutti coloro che gli sottoponevano i loro parti… poetici dialettali e quando errassero nello scrivere, vergando (í) oppure (i’) in luogo di oppure, ove del caso ghí,  li metteva decisamente alla porta consigliando loro di abbandonare il napoletano e la poesia! A margine rammento che il verbo jí/ghí  nella coniugazione dell’indicativo presente (1ª,2ª e 3ª pers. sg.) si serve del basso latino *vadere/vadicare (con sincope dell’intera sillaba de/di) ed à: i’ vaco,tu vaje, isso va, mentre per 1ª e 2ª  pers. pl.usa il tema di ji –re  ed à nuje jammo, vuje jate  per tornare a *va(di)c-are per la 3ª ps. pl che è  lloro vanno.

9) PARLA SULO QUANNO PISCIA 'A GALLINA! Ad litteram: Parla solo quando orina la gallina! Perentorio icastico monito rivolto a chi (e segnatamente arroganti,  saccenti o supponenenti) si voglia indurre al silenzio e a non metter mai lingua nelle faccende altrui; monito che è  rivolto, prendendo (però erroneamente)   a modello la gallina che pur non possedendo uno specifico organo deputato all’uopo,  non è vero che non orini mai, ma compie le sue funzioni fisiologiche in un'unica soluzione attraverso un organo onnicomprensivo détto cloaca.

Analizziamo le singole parole, cominciando da

quanno: avverbio = in quale tempo, in quale momento; dal latino quando con tipica assimilazione progressiva nd→nn;

 

gallina:tipico animale da cortile,  femmina del gallo, piú piccola del maschio, con piumaggio meno vivacemente colorato, coda piú breve, cresta piccola o mancante, speroni e bargigli assenti; viene allevata per le uova e per le carni (ord. Galliformi); nell’immaginario comune è inteso animale stupido e di nessuna intelligenza e ciò forse perché – avendo testa piccola – si pensa che abbia poco cervello; etimologicamente il nome è dal lat. gallina(m), deriv. di gallus 'gallo';

10) JÍ ASCIANNO CHELLO CA PISCIA ‘A QUAGLIA

Ad litteram: Andare in cerca, desiderare, agognare (solo) ciò che minga la quaglia. Ma va da sé che la ricerca o  il bisogno, il desiderio, la brama, la cupidigia, la smania, lo struggimento, la  bramosia  di cui sia accreditato il protagonista  dell’espressione non siano quelli che mirano al conseguimento degli escrementi liquidi di una quaglia. L’espressione, nel suo sotteso autentico significato traslato vale infatti:  Andare in cerca, desiderare, agognare (solo) quanto di meglio o di piú ricercato e/o raro ci sia e ciò in riferimento al fatto che il il protagonista  dell’espressione, quello cioè che va in cerca, desidera, agogna ciò che minge la quaglia è inteso incontentabile, pretenzioso, inappagabile. La faccenda semanticamente si spiega tenendo presente che la quaglia   è un uccello migratore diffuso nelle regioni temperate, cacciato e/o allevato per le sue carni prelibate, ma di dimensioni veramente piccole di talché anche le sue deiezioni solide o liquide sono veramente parva res tanto da poterle ritenere scarse, sporadiche quasi  rare accostabili per ciò ai desideri dell’ incontentabile  che va alla ricerca di beni di consumo o in generale di prodotti pregiatissimi, ricercati,straordinari, rari in quanto esigui e perciò di prezzo anche esorbitante e talora addirittura ingiustificato stante il rapporto prezzo qualità, insomma proprio chello ca piscia ‘a quaglia!

voce verbale inf.  = andare;  questo infinito del napoletano  è una  derivazione del lat. ire;  con tale  infinito /ghí   nel napoletano esistono  numerose locuzioni e per esse rimando alibi. Qui preciso solo  che in napoletano la grafia corretta dell’infinito   è – come ò scritto – oppure in talune espressioni ghí/gghí  (cfr. a gghí a gghí= di misura) dove la j è sostituita per comodità espressiva dal suono gh; è pertanto assolutamente errato (come purtroppo càpita con la stragrande maggioranza di sedicenti  scrittori napoletani noti o meno noti!) rendere in napoletano l’infinito di andare  con la sola vocale i  talvolta accentata (í) talvolta, peggio ancóra!,  seguíta da uno scorretto segno d’apocope (i’);  la (i’) in napoletano è l’apocope del pronome io→i’ e non può essere anche l’apocope dell’infinito ire; l’infnito di andare in corretto napoletano è   oppure in talune esopressioni ghí/gghí  cosí come espressamente  sostenuto dal poeta Eduardo Nicolardi (Napoli 28/02/1878 -† ivi 26/02/1954)  che era solito  far coniugare per iscritto in napoletano il verbo andare (jí) a tutti coloro che gli sottoponevano i loro parti… poetici dialettali e quando errassero nello scrivere, vergando (í) oppure (i’) in luogo di oppure, ove del caso,  ghí  li metteva decisamente alla porta consigliando loro di abbandonare il napoletano e la poesia! A margine rammento che il verbo jí/ghí  nella coniugazione dell’indicativo presente (1ª,2ª e 3ª pers. sg.) si serve del basso latino *vadere/vadicare (con sincope dell’intera sillaba de/di) ed à: i’ vaco,tu vaje, isso va, mentre per 1ª e 2ª  pers. pl.usa il tema di ji –re  ed à nuje jammo, vuje jate  per tornare a *va(di)c-are per la 3ª pers. pl che è  lloro vanno.

ascianno voce verbale  gerundio dell’infinito asciare = andare alla ricerca (di qualcosa), ma farlo  con intensa applicazione comportandosi quasi come un cane che annusi per trovare la traccia  cercata; il verbo  asciare  donde il gerundio ascianno della locuzione deriva infatti dal latino adflare (annusare) con il tipico mutamento partenopeo  FL in SCI  come per il latino  flos diventato sciore in napoletano o come flumen→sciummo oppure flacces→scioccele.

 

quaglia letteralmente quaglia  voce usata per indicare il volatile di cui ò détto, ma anche,  alibi,  per indicare icasticamente  un’ernia addominale, inguinale, o ombelicale, che abbia la tipica forma ad uovo dell’uccello còlto nella posizione di riposo con le alucce chiuse e raccolte su se stesso; la voce nap.  quaglia è dall'ant. fr. quaille, che è forse dal lat. volg. *coàcula(m),   di probabile orig. onomat. se non, piú acconciamente,   da un   latino parlato *quà(r)uala→quàglia  che richiamava il verso dell’uccello;

11) E GGIÀ, MO MORE CHILLO D’ ‘E PPISCIATORE... NUN PISCIAMMO CCHIÚ!

Ad litteram: E già, ora muore colui (che fabbrica)gli orinatoi... non mingiamo piú!

Sarcastica espressione esclamatoria usata irridentemente in riferimento si ritenga o sia ritenuto tanto essenziale ed importante da far pensare che se venisse meno la sua operatività si produrrebbero nei terzi molto danno quasi che con il rifiuto da parte del soggetto messo alla berlina, di volere adempiere al proprio ufficio ai terzi  fósse precluso di portare a compimento addirittura delle funzioni fisiologiche imprescindibili. Nella fattispecie dell’espressione si ipotizza sarcasticamente che  con il decesso del fabbricante degli orinatoi, addirittura  non sia dia piú corso alla minzione! Cosa ovviamente assurda ed impensabile donde l’accezione ironica, il senso caustico dell’espressione.

pisciatóre  pl. f.le del s.vo m.le sg. pisciaturo

1 in primis e come nel caso che ci occupa

orinatoio pubblico,

2 per traslato caustico e furbesco uomo dappoco, cattivo soggetto,vile, inetto, incapace, incompetente, inesperto, buono a nulla. Voce dal lat. pisciatoriu(m); faccio notare che si è  usato un plurale femminile di un s.vo maschile per indicare che ci si intende riferire non ai vasi da notte,a gli orinali domestici(che pur avendo il medesimo sg.pisciaturo ànno il pl. m.le pisciaturi), ma ci si intende riferire a gli orinatoi pubblici (che pur avendo il medesimo sg.pisciaturo ànno il pl. f.le metafonetico  pisciatore e ciò in ottemperanza del fatto che in napoletano un oggetto (o cosa quale che sia) è inteso se maschile piú piccolo o contenuto del corrispondente femminile; abbiamo ad . es. ‘a tavula (piú grande rispetto a ‘o tavulo piú piccolo ),‘a tammorra (piú grande rispetto a ‘o tammurro piú piccolo ), ‘a cucchiara(piú grande rispetto a ‘o cucchiaro piú piccolo), ‘a carretta (piú grande rispetto a ‘o carretto piú piccolo ); ),‘a canesta (piú grande rispetto a ‘o canisto piú piccolo ), fanno eccezione ‘o tiano che è piú grande de ‘a tiana e ‘o caccavo piú grande de ‘a caccavella; nella fattispecie è ovvio che gli orinatoi pubblici siano piú grandi dei contenuti vasi da notte, degli orinali domestici; per cui per indicare al plurale gli orinatoi pubblici si fa ricorso al pl. f.le metafonetico  pisciatóre, mantenento per i   contenuti vasi da notte, e gli orinali domestici il pl. m.le pisciaturi).

In coda a tutte le esapressioni trattate ne aggiungo una dodicesima che ancorché non marcata sul verbo in epigrafe, alla minzionr fa riferimento:

12.JÍ A MMITTO. Ad litteram: andare a minzione  Id est: rovinare qualcosa o l’intrapreso per precipitazione,per disattenzione o  per eccessiva foga. Espressione d’antan e desueta che corrisponde all’incirca al moderno andare in tilt cioè andare in confusione con indesiderati  risultati dannosi, nocivi, rovinosi.L’espressine della lingua nazionale è mutuata dall’espressione inglese tilt = inclinare con riferimento al gioco del flipper che come è noto è  un gioco di abilità a moneta di origini statunitensi, molto diffuso a partire dagli anni cinquanta, soprattutto in bar, sale da giuoco ed altri locali pubblici, détto anche biliardino elettrico o elettroautomatico.

Il nome originale inglese della macchina è pinball; il termine flipper, usato in Italia, Francia ed altri paesi europei, deriva dalle piccole pinne (flippers), oggi più comunemente note come alette, che corredano il piano di gioco e che sono azionate e  comandate da pulsanti esterni e con le quali il giocatore può colpire una biglia d'acciaio[che rotola abbastanza velocemente su di un piano inclinato e che – se non sospinta dalle piccole pinne – può finire in buca, mettendo fine al gioco ed al divertimento]   mirando a bersagli posti su un piano inclinato coperto da un vetro trasparente. Ogni singolo bersaglio o combinazione di bersagli colpiti apporta un punteggio o agevolazioni (bonus) al gioco, che addizionati da un numeratore concorrono a stabilire una sorta di classifica fra piú giocatori che si succedessero al bigliardino. Allorché il giocatore, nell’intento di indirizzare ai bersagli voluti la biglia d’acciaio scuote o inclina  oltre il consentito il biliardino elettrico la macchina si blocca, impedendo al giocatore di continuare a governar la pallina e sullo scherma appare appunto la scritta TILT per avvisare il giocatore che non può proseguire il gioco avendo inclinato oltre il lecito il flipper. Dal gioco il termine  Tilt è passata a connotare con l’espressione   andare in tilt” tutte quelle situazioni della vita reale  allorché si rovini qualcosa o l’intrapreso per  colpevole confusione,precipitazione,per disattenzione o  per eccessiva foga.

Quanto piú icastica l’espressione napoletana che pone in rapporto il fallimento dell’azione intrapresa o la rovina di un non meglio idetificato quid, non con una generica confusione, ma con la volontaria precipitazione di chi avverta l’impellente necessità di mingere e  si precipiti    a farlo incurante di quanto aveva in corso d’opera; il napoletano mitto altro non è infatti  che un participio passato sostantivato  marcato sul latino minctu-m→mi(n)ttu-m→mitto participio perfetto passivo maschile dell’infinito mingere= orinare.

 

 

Qui giunto penso proprio d’aver soddisfatto l’amico D.C. ed interessato qualche altro dei miei ventiquattro lettori e metto un punto fermo. Satis est.

Raffaele Bracale