mercoledì 29 settembre 2021

SÈNTERE ‘E CANTÀ ‘A QUAGLIA

 

SÈNTERE ‘E CANTÀ ‘A QUAGLIA

Dell’espressione in epigrafe  mi à chiesto  il  caro amico P. G. (i consueti problemi di riservatezza mi costringono ad indicare solo le iniziali di nome e cognome) domandandomi   di chiarirgliene   significato ed origini. Gli ò cosí risposto: L’espressione di cui mi chiedi, antichissima [come che  risalente al 1600 circa] e desueta  in origine fu coniugata quasi sempre in tal guisa : “Tra poco siente ‘e cantà ‘a quaglia!”; si tratta di un’espressione minacciosa rivolta verso un responsabile di un reato o di una   semplice colpa, per significargli che di lí a poco gli sarebbe piombato addosso un castigo severo, tanto piú severo quanto maggiore fósse stata la colpa commessa; tale punizione  poteva addiritturaraggiungere la pena capitale in caso omicidio o lesa maesta.Ciò detto chiediamoci cosa c’entri la quaglia ed il suo canto.La faccenda si spiega tenendo presente che l’espressione in origine nacque in campo venatorio ed  in origine fu rivolta dai cacciatori ai propri cani al tempo (primaverile e/o settembrino) del passo migratorio di quaglie,   allorché i seguci  non avessero fatto il loro dovere di stanare i volatili che, furbissimi,non si fossero fatti catturare  standosene  fermi e muti sui campi pieni  di stoppie ingannando i cani che, non riuscendo a stanarli   permettevano  loro di sfuggire alla cattura ed alzarsi in volo libero riprendendo a cantare con il loro caratteristico verso. Qualora fósse accaduto quanto paventato dai cacciatori costoro redarguivano i loro bracchi o quel che fossero minacciandoli della riduzione di cibo per aver consentito alle quaglie di tornare a cantare senza finire arrostite, come invece sperato. L’espressione fu mutuata dapprima dai contadini e poi si estese dappertutto diventando d’uso comune.    E qui penso di poter far punto convinto d’avere esaurito l’argomento, soddisfatto l’amico P.G. ed interessato qualcun altro dei miei ventiquattro lettori e piú genericamente  chi dovesse imbattersi in queste paginette.Satis est.

 Raffaele Bracale

DIFFERENZA TRA IL “FAVORITE” DELL’ITALIANO ED IL “FAVURITE” NAPOLETANO.

 

DIFFERENZA TRA IL “FAVORITE” DELL’ITALIANO ED IL “FAVURITE” NAPOLETANO.

Premesso che sia nella lingua italiana che nell’idioma napoletano c’è[con derivazione  dal lat. favōre(m)[deverbale di favere]] il verbo favorire, che nel napoletano suona favurí o faurí, è completamente diverso il senso che si dà al verbo, spesso coniugato, nell’un caso e nell’altro alla seconda persona pl. dell’imperativo; per esemplificare rammento  il “ favorite il biglietto” del controllore usato per chiedere al passeggero di esibire il biglietto di viaggio che attesti un avvenuto  pagamento che dà quindi diritto a usufruire di un servizio; ben diverso lo stringato “favurite” del napoletano che, in procinto di desinare,  invita cortesemente un amico, un conoscente o chi sia presente ad assidersi con lui alla mensa per consumare il medesimo pasto   gratuitamente.

In effetti il “ favorite” del controllore  riprende un antiquata accezione del verbo favorire nel senso di  concedere  ciò che viene richiesto; si tratta cioè di un favore quasi preteso,  mentre il “favurite” del napoletano è un’espressione di cortesia, talvolta solo formale di accettare ciò che viene offerto, ossia un favore messo a disposizione.Se ne puó dedurre che in generale  i napoletani sono piú gentili ed altruisti, abituati a dare, piuttosto che ricevere mostrandosi   meno egoisti ed  egocentrici o  pretenziosi degli italiani. Forse erro, ma tanto reputo! RaffaeleBracale

‘A CRIANZA D’’O SOLACHIANIELLO

 

‘A CRIANZA D’’O SOLACHIANIELLO

Mi è stato chiesto, via e-mail,  dal  caro amico A. M. (i consueti problemi di riservatezza mi costringono ad indicare solo le iniziali di nome e cognome) di spendere qualche parola per illustrare significato e portata della locuzione in epigrafe.L’accontento significandogli in primis la traduzione ad litteram dell’espressione che suona in lingua nazionale:il garbo del ciabattino, ma nella città bassa, dove la locuzione nacque è un’espressione usata in maniera ironica in riferimento  alla grossolanità, rozzezza, ruvidezza, quando non scontrosità tipica del cibattino che nell’inteso comune si identifica nell’atto di percuotere violentemente le suole o relativi pezzi usati le une o gli altri per rattoppare le scarpe che gli vengono affidate perché le rimetta in sesto, azione che è quanto di piú lontano da un comportamento garbato, gentile, cortese, di belle maniere riferibile al sostantivo crianza [s.vo f.le =  complesso delle maniere di una persona ben educata; compitezza, gentilezza:bbona, mala crianza: senza crianza (buona, mala creanza; senza creanza) voce derivata dritto per dritto dallo sp. crianza, deriv. di criar 'allevare, educare', che è dal lat. creare 'creare'.]. Rammento a margine che la locuzione in esame  talora viene riferita, ma erroneamente come:” ‘a crianza d’’o scarparo” e dico erroneamente perché nel puro napoletano altro è il “solachianiello” [etimologicamente agglutinazione della voce verbale sola (3ª pers. sg.ind. pr. dell’infinito sulà= risuolare, applicare una nuova suola,azione tipica del ciabattino)con il sostantivo chianelle(=pianelle,ciabatte; il sg. chianella etimologicamente è dal lat. planu-m con il consueto esito del gruppo pl in chi(cfr. ad es. plu(s)→chiú – plumbeu(m)→chiummo – plaga→chiaja etc.)] ed altro lo “scarparo” [ id est:il fabbricante di scarpe,in linea con l’etimologia del termine scarparo che è dal portoghese-spagnolo escarpa con l’aggiunta di un suffisso di attinenza arius→ aro di reminescenza latina.]    E qui penso di poter far punto convinto d’avere esaurito l’argomento, soddisfatto l’amico A. A.  ed interessato qualcun altro dei miei ventiquattro lettori e piú genericamente  chi dovesse imbattersi in queste paginette.Satis est.

 Raffaele Bracale

martedì 28 settembre 2021

‘ONNA PÉRETA FORA Ô BARCONE

 

  ‘ONNA PÉRETA FORA Ô BARCONE  

Letteralmente  donna Pereta fuori (affacciata) al balcone; ci troviamo dinnanzi ad una locuzione usata con divertente immagine per mettere alla berlina una donna becera, villana, sciatta,sguaiata, volgare,  sfrontata ed, a maggior ragione,una donna di malaffare o anche solo chi fosse una demi vierge o che volesse apparir tale, soprattutto quando tale donna le sue pessime qualità faccia di tutto per metterle in mostra appalesandole a guisa di biancheria esposta al balcone; tale tipo di donna è detto  péreta, soprattutto quando quelle sue pessime qualità la donna le inalberi  e le metta ostentatamente in mostra; le ragioni di questo nome sono facilmente intuibili  laddove si ponga mente che il termine péreta(nella locuzione a margine usata  per dileggio quasi come nome proprio di persona) è il femminile ricostruito[per indicare un peto piú duraturo e  piú rumoroso]  di pireto (dal b. lat.:peditu(m)) cioè: peto, scorreggia, manifestazione viscerale rumorosa rispetto alla corrispondente loffa (probabilmente dal tedesco loft= aria) fetida manifestazione viscerale silenziosa, ma olfattivamente tremenda. Altrove quella donna becera, sguaiata, volgare e sfrontata  è detta, volta volta:locena  che nel suo precipuo significato di vile, scadente  è forgiato come il toscano ocio  ed il successivo locio (dove è  evidente  l’agglutinazione dell’articolo) sul latino volgare avicus mediante una forma aucius che in toscano sta per: scadente, di scarto; da locio a locia  e successiva locina con consueta epentesi di una consonante (qui la N) per facilitare la lettura, si è pervenuto a locena; lumera = esattamente lume a gas   e lume a ggiorno =lume a petrolio atteso che una donna becera e volgare abbia nel suo quotidiano costume  l’accendersi iratamente per un nonnulla; tale prender fuoco facilmente richiama quello simile del lume a gas (lumera) o di quello a petrolio ( lume a giorno) ambedue altresí maleolenti tali  quale una pereta.

A margine ed aggiunta alla espressione in epigrafe fin qui esaminata, ne rammento altre tre che articolate sui termini  loffe e pérete  fanno parte del patrimonio popolare nell’icastico linguaggio partenopeo. E sono:

1) ‘E lloffe d’ ‘e mmonache addorano ‘e ‘ncienzo!

2) ‘E ppérete d’ ‘a sié Rosa so’ tutte sceruppate!

3) ‘E ppérete d’ ‘a sié Badessa so’ tutte limungelle fresche!

Mi pèrito di darne la traduzione letterale chiarendo súbito che si tratta solo di un esercizio letterale atteso che le espressioni non vanno lette ad litteram, ma nei sensi figurati che chiarirò. Ecco le traduzioni:

1) Le scorregge delle  monache odorano d’incenso!

2) I péti  della signora  Rosa sono  tutti sciroppati!

3) I péti  della signora  Badessa son tutti limoncini  freschi!

E passiamo ai significati figurati che son quelli con cui vanno intese le espressioni in esame:

1)La locuzione ‘E lloffe d’ ‘e monache addorano ‘e ‘ncienzo  che è da intendersi come “le mancanze, anche gravi, delle persone consacrate vanno in ogni caso  perdonate” è usata ad ammonimento ed avvertenza  di quelle persone che, subíto un danno fisico o morale o un’offesa  da soggetti consacrati, vorrebbero reagire vendicandosi ed invece devono cristianamente offrire l’altra guancia atteso che le offese o mancanze  delle persone consacrate iperbolicamente odorano d’incenso, cioè di solito non son dovute a cattiveria ma a mero errore.

2)La locuzione ‘E ppérete d’ ‘a sié Rosa so’ tutte sceruppate!” è usata ironicamente in riferimento ai comportamenti vanaglioriosi dei vanitosi, superbi, immodesti, boriosi che pur tenendo atteggiamenti non consoni, irriguardosi o immodesti fan le viste opposte al segno di voler fare apparire dolci, graditi, gradevoli, piacevoli, soavi manifestazioni che al contrario son palesemente brutte, sgradevoli, spiacevoli quando non addirittura  disgustose come sono i peti.

3) Ed infine la locuzione”‘E ppérete d’ ‘a sié Badessa so’ tutte limungelle fresche!” analoga a quella sub 1)

 ‘E lloffe d’ ‘e monache addorano ‘e ‘ncienzo   è da intendersi come “le mancanze delle persone importanti e/o dei capi  vanno in ogni caso accettate come ineludibili quali fatti cui non ci si possa opporre ”. La locuzione è usata perciò ad ammonimento ed avvertenza  di quelle persone che subíto un danno fisico o morale dai superiori  o siano  vessati da soggetti consacrati vorrebbero reagire vendicandosi ed invece devono obtorto collo sopportare in silenzio  atteso che è del tutto inutile contrastare avversare, osteggiare, contrariare, contestare, contraddire i capi o i superiori destinati in ogni caso ad aver la meglio sui sottoposti che devono rassegnarsi alla figurata iperbole che i peti dei superiori odorino di limoncini freschi! A margine di tutto faccio notare che nella locuzione sub 1 si fa riferimento a loffe  laddove in quella sub 3 si parla di pérete e ciò accade perché, con ogni probabilità, nella coniazione delle due locuzioni si è intesi essere piú duri in quella sub 1 atteso che si parla di loffe che, come ò precisato, sono molto piú tremende delle pérete

Alcune notazioni linguistiche.

Di loffa e péreta ò già détto antea.

 addorano voce verbale (3ª pers. pl. ind. pr.) dell’infinito addurà = odorare, profumare, olezzare; etimologicamente addurà  è un denominale del tardo lat. *adore(m)  per il cl. odore(m); la a intesa come un residuo di ad favorí il raddoppiamento espressivo della occlusiva dentale sonora (d) per cui *adore(m) fu*addore(m)  donde addurà.

‘ncienzo s.vo neutro  = incenso: gommoresina che si ottiene praticando profonde incisioni nel tronco di varie specie di piante originarie dell'India, Arabia e Somalia, e che, bruciata, emana un intenso aroma; fin dall'antichità è stata usata durante le cerimonie religiose.
2 (estens.) il fumo e l'odore di quella gommaresina. etimologicamente è voce aferizzata  dal lat. tardo, eccl. incĕnsu(m), propr. part. pass. neutro sost. di incendere 'accendere, infiammare'; da incĕnsu(m)→(i)ncĕnsu(m)→’ncienzo con il consueto passaggio ns→nz e dittongazione della ĕ.

sceruppato = sciroppato voce verbale (part.pass.m.le agg.to)dell’infinito sceruppà = (come nel caso che ci occupa)sciroppare,conservare la frutta nello sciroppo: sciroppare le pesche | sciropparsi qualcuno, qualcosa, (fig.) sopportarli, sorbirseli pazientemente; etimologicamente il verbo sceruppà è un denominale di sceruppo =sciroppo dal lat. medievale sirupu(m)  che fu dall’arabo sharûb= bevanda dolce; a margine di questa voce rammenterò, come ò già accennato, che il verbo denominale di sceruppo, e cioè sceruppare/sceruppà à come primo significato quello di conservare frutta o altro nello sciroppo o pure indulcare o migliorare con zucchero e/o aromi varie preparazioni, mentre nel significato figurato ed estensivo (soprattutto nella forma riflessiva scerupparse) vale sopportare, sorbirsi a forza qualcosa e/o qualcuno , sorbirseli pazientemente: scerupparse a uno (sopportare  la vicinanza o la presenza di uno(non gradito); scerupparse ‘nu trascurzo (sorbirsi con pazienza  un discorso (noioso) ). Rammenterò che tale accezione figurata ed estesa del napoletano scerupparse è pervenuta anche nella lingua nazionale dove il verbo sciroppare corrispondente del napoletano sceruppà è usato anche figuratamente nel medesimo senso di sopportare, sorbirsi a forza qualcosa e/o qualcuno del napoletano riflessivo scerupparse.

Ed ora, quasi al termine mi piace illustrare un’ icastica frase  in uso a Napoli forgiata col verbo sceruppà; essa recita sceruppà ‘nu strunzo  e vale ad litteram: sciroppare uno stronzo, ma va da sé che non la si può intendere in senso letterare atteso che, per quanto sodo possa essere lo stronzo in esame, nessuno mai potrebbe o riuscirebbe a vestirlo di congrua glassa zuccherina, e che perciò l’espressione sceruppà ‘nu strunzo  debba esser letta nel senso figurato di:elevare ad immeritati onori un uomo dappoco  e ciò sia che lo si faccia di  propria sponte, sia che avvenga  su sollecitazione del diretto interessato e la cosa  vale soprattutto nei confronti di chi supponente e saccente, ciuccio e presuntuoso,  pretende arrogantemente di porsi o d’esser posto una spanna al di sopra degli altri  facendo le viste d’essere in possesso di scienza e conoscenza conclamate  ed invece in  realtà è persona che poggia sul niente la sua pretesa e spesso sbandierata falsa  valentía in virtú della quale s’aspetta  ed addirittura esige d’essere elavato ad alti onori in campo socio-economico cosa che gli consentirebbe di muoversi con iattanza,  boria e presunzione, guardando l’umanità dall’alto in basso…; tale soggetto con icastica espressività, coniugando al part. passato l’infinito sceruppà, è detto strunzo sceruppato= stronzo sciroppato, quell’escremento cioè che quand’anche (se fosse possibile, e non lo è) fosse ricoperto di uno congruo strato di giulebbe, sotto la glassa zuccherina, sarebbe pur sempre quel pezzo di fetida merda che è.

Altrove tale soggetto è detto (restando pur sempre  in àmbito scatologico): pireto annasprato=peto coperto di glassa zuccherina. Ed anche in tal caso, come per il precedente stronzo sciroppato, ci troviamo difronte ad un iperbolico modo di dire con il quale si vuol significare che il soggetto di cui si parla, è veramente un’infima cosa e  quand’anche si riuscisse a coprirlo di glassa zuccherina (cosa che risulta tuttavia  impossibile da  farsi) mostrerebbe sempre, sotto la copertura zuccherina, la sua intima natura di evanescente, ma rumoroso gas intestinale!          

sié è l’apocope ricostruita di signora dalla medesima voce francese femminilizzata e metatetica di seigneur sie-gneuse→sié(gneuse)→sié.

badessa e cioè: superiora in un monastero femminile: madre badessa, ma ironicamente anche donna autoritaria, che si dia arie di superiorità; etimologicamente il termine badessa è una forma aferetica per (a)-badessa che viene dal latino abbatissa voce femminilizzata di abbas/abbate(m) che trae dal caldeo e siriaco âbâ o âbbâ= padre.

E qui mi fermo. Satis est.

R.Bracale

 

 

  

 

 

LA GIACCA ELEGANTE ED I TERMINI CORRISPONDENTI

 

LA GIACCA ELEGANTE  ED I TERMINI CORRISPONDENTI

 

Nella parlata napoletana esistono svariati termini per indicare  la giacca elegante, capo di abbigliamento maschile;

-iniziamo con il termine matiné derivato dal francese matinée  col quale si intende la giacca elegante, ma da indossar  di mattino;

 - abbiamo poi la  sciassa derivato dal francese châsse ed è la giacca elegante dalle  falde non eccessivamente lunghe, ma aperte centralmente dalla vita in giú,     originariamente di colore rosso, giacca usata su pantaloni da cavallerizzo,per la caccia(in francese châsse);

- la giacca stretta in vita, non abbottonata, dalle lunghe e strette falde, indossata su stretti pantaloni neri da cerimonia, con gilè e sparato nonché cravattino bianchi è detta fracchisciasse, con simpatica commistione tra le parole frac  e la sciassa ricordata dianzi;detto modo di abbigliarsi divenne tra il finire del 1800 e i primi anni del 1900, la consueta divisa dei camerieri di ogni elegante caffè del centro di Napoli;

 - la giacca elegante con falde lunghe, tipica  delle cerimonie è invece resa con il termine sciammèria che probabilmente è un denominale forgiato sul francese chambre oppure e più probabilmente  è derivato direttamente dallo spagnolo chamberga sempre che non derivi  direttamente dal nome del duca di Schönberg (17° sec.) che volle che le sue truppe fossero equipaggiate con una lunga palandrana che, dal nome del duca, è resa in italiano col termine giamberga ; personalmente trovo più convincente l’ipotesi ispanica  che più si presta ad approdare a sciammeria attraverso la napoletanissima,  solita prostesi di una s intensiva all’originario cia (ch) spagnolo, assimilazione regressiva della b, caduta del gruppo rg sostituito da una i atona;

si tratta di una giacca molto ampia che inviluppa quasi chi l’indossa  al segno che per traslato giocoso e furbesco  con il termine  sciammeria si intende anche il coito,  in particolare quello in cui l’uomo assume una posizione tale che  copra del tutto la donna col proprio corpo;

 - la giacca stretta in vita,monopetto o doppiopetto, ma sempre a due falde, che con i pantaloni a minute righe verticali forma il tight, è resa invece  con un  termine giocoso: cafè a ddoje porte (caffè a due porte) atteso che le ampie falde posteriori con il movimento del corpo facilmente si aprono e si  sollevano lasciando scoperti i pantaloni;

 - esistette  poi un tempo, ed ora non più in uso, un’ampissima giacca da gala, con un’unica lunghissima falda posteriore insistente sul fondoschiena  che perciò fu detta parapérete (id est: blocca peti) o altrove (nel leccese) ‘nfocapérete (id   est: riscalda peti).

                                                                         Raffaele Bracale

 

‘E RIPPE O ‘E RAPPE e DI RIFFE O DI RAFFE

 

 

‘E RIPPE O ‘E RAPPE  e DI RIFFE O DI RAFFE

 

L’amica F. C. (i consueti problemi di privatezza mi costringono ad indicare solo le iniziali di nome e cognome) mi à chiesto di illustrarle la prima espressione in epigrafe e soprattutto di formularne, se possibile,  etimologia e semantica. Provvedo alla richiesta cominciando col dire  súbito che non è possibile tradurre letteralmente (se non in parte) in italiano l’espressione in quanto formata con due termini di cui solo il secondo e cioè rappe trova corrispondenza nei vocabolarî italiani nelle voci: grinze, rughe, crespe, sgualciture, piegature casuali ed imprecise di stoffe; il primo termine rippe non  trova alcuna  corrispondenza nei vocabolarî italiani in nessuna voce,né potrebbe trovarla,   trattandosi di voce ricavata nel napoletano per bisticcio ed allitterazione con la successiva rappe (etimologicamente dal longobardo *krapfo→(k)rap(f)o→rappo/rappa= uncino). Ciò precisato do la spiegazione dell’espressione;  essa è nata partendo proprio dal termine rappe  legandovi, per stabilire una relazione , un fantasioso rippe ; l’espressione à però un suo compiuto significato  che  si può rendere con:  in ogni modo, con qualsiasi espediente

 in una maniera precisa  o anche scorretta  e cioè: sia che con la nostra azione scorretta (‘e rappe) si producano grinze, rughe, crespe, sgualciture, piegature casuali ed imprecise, sia che invece si agisca in maniera corretta( ‘e rippe), occorrerà raggiungere lo scopo, puntando dritto al fine da raggiungere  in ogni caso, magari alla carlona o – per dirlo in pretto napoletano – alla sanfrasòn/zanfrasòn o sanfasòn che sono , pari pari, corruzione del francese sans façon (senza misura) e sono tra le pochissime, se non quasi uniche voci del napoletano che essendo accentate sull’ultima sillaba si possono permettere il lusso di   terminare per consonante in luogo di una  consueta vocale evanescente  paragogica finale (e/a/o) e raddoppiamento della consonante etimologica: normalmente in napoletano ci si sarebbe atteso sanfrasònne/zanfrasònne o sanfasònne come altrove barre per e da bar  o tramme  per e da tram  etc.

Di riffe o di raffe

In coda ed a margine di tutto quanto ò scritto circa l’espressione napoletana: ‘e rippe o ‘e rappe (in ogni modo, con qualsiasi espediente) ricordo che in molti altri linguaggi regionali (Lazio, Marche, Toscana, Emilia etc.) ed piú in generale in tutto il territorio nazionale esiste l’espressione   di riffe o di raffe  che à all’incirca la medesima valenza dell’espressione partenopea  e sta per in ogni modo, con qualsiasi espediente,ed anche con le buone o le cattive.

Ciò che vien da chiedersi è se le espressioni siano le stesse con morfologia alquanto diversa ed in caso positivo  chi àbbia la primogenitura dell’espressione. Orbene giacché non esistono scritti di riferimento che possano attestare con sicurezza priorità natali,  connubi e/o derivazioni fono-morfologiche e semantiche tra le due espressioni, non mi resta che ipotizzare qualcosa affidandosi alla logica ed al D.E.I. il solo che registri la voce riffa  (deducendola la prima volta nel 1729 da Fagiuoli: Giovan Battista Fagiuoli (Firenze, 24 giugno 1660 – † ivi 1742)  scrittore, poeta e drammaturgo italiano.))come agg.vo f.le di riffo ( litigioso, rissoso, prepotente). A voler dunque stare a credere al D.E.I. la voce negativa nell’espressione di riffe o di raffe  dovrebbe essere riffe da intendersi non piú come agg.vo pl. f.le, ma come s.vo pl. f.le =  litigi, risse, prepotenze e come voce negativa dovrebbe essa indicare le cattive della spiegazione con le buone o le cattive e conseguentemente la voce raffe dovrebbe essere voce positiva e valere le buone costringendoci, per esser precise a spiegare di riffe o di raffe = con le cattive o con  le buone  e non con le buone o le cattive. Almeno la logica questo farebbe sospettare; epperò, epperò nel medesimo D.E.I. si trova registrata la voce raffa (anonimamente nel XIV sec.)= furto s.vo f.le deverbale di raffare  verbo piú diffuso come arraffare= rubare  (dal tedesco hraffo= strappo via) che costringerebbe a ritenere anche  raffe pl. di raffa voce negativa e non positiva di talché di riffe o di raffe  meriterebbe d’esser spiegata non con le buone o le cattive o con le cattive o le buone ma  con le cattive o le cattive  cosa che però non darebbe senso alla congiunzione  disgiuntiva o . D’altro canto atteso che sia la voce riffe che la voce raffe  nell’italiano non sono attestate altrove  se non nell’espressione in esame mi permetto di dissentire dal D.E.I. e segnatamente dal prof. Carlo Battisti che curò le voci sotto la lettera R  e ritenere che l’espressione in esame di riffe o di raffe   non sia nata costruendola con voci esaminate riffe = prepotenza  e raffe = furto, ma che sia pervenuta dapprima nelle regioni limitrofe (Lazio) o vicine (Marche) e poi in tutto l’idioma nazionale quale calco adattato(p→f) della napoletana ‘e rippe o ‘e rappediventando nell’italiano   di riffe o di raffe   con la sostituzione dell’esplosiva labiale p con  la consonante fricativa labiodentale sorda f  forse ritenuta piú elegante ed adatta alla lingua nazionale, della popolaresca rumorosa p.

 

 

Penso d’aver contentata l’amica F.C.e qualche altro dei miei ventiquattro lettori. Satis est.

Raffaele Bracale

- ACCENTO, APOCOPE & ALTRO NELLA GRAFIA DELLE PARLATE DIALETTALI.

 

 - ACCENTO, APOCOPE & ALTRO NELLA GRAFIA DELLE PARLATE DIALETTALI.

 Durante le mie numerose letture sulla parlata napoletana ed in genere sui dialetti centro meridionali, mi è capitato spesso, di imbattermi in taluni autori che, ritenendo di fare cosa esatta, usano per le parole, anche plurisillabi, apocopate dell’ultima sillaba, perciò rese tronche (soprattutto infiniti) usano il segno diacritico dell' apocope (') in luogo dell' accento tonico e non si rendono conto che solamente l'accento tonico può appunto dare un tono alla parola,ed indicarne graficamente l'esatta pronuncia; mi è capitato peraltro di imbattermi in altri maldestri autori e, tra essi addirittura uno spocchioso compilatore di dizionario (peraltro (cfr. alibi) fautore d’una scrittura dell’idioma napoletano privo di raddoppi consonantici o geminazioni iniziali....) che per tema di errore, abbondano in segni diacritici e sbagliano parimenti, ma poi presuntuosamente da asini e supponenti, spocchiosi, tronfi, saccenti,quali mostran d’ essere!..., osano accusare di ignoranza e faciloneria chi non si adegua al loro inesatto modo di scrivere! In effetti nella grafia della parlata napoletana non v’à ragione (checché ne dica ad es. A. Altamura) per accentare l'ultima vocale di certi infiniti ed aggiungervi anche un pleonastico apostrofo ad indicare l'avvenuta apocope dell' ultima sillaba:l'accento, inglobando la doppia funzione, è piú che sufficiente alla bisogna ; il segno dell'apostrofo in fin di parola si deve porre quando si voglia operare un taglio ad un termine mantenendone però il primitivo accento tonico.

 Per esempio il verbo èssere può essere apocopato (soprattutto in poesia, per particolari esigenze metriche e/o espressive) in èsse' che non andrà letto essè, ma èsse, come ancora ad es. il verbo tégnere, può, per particolari esigenze espressive o metriche, essere apocopato in tégne’, mantenendo però il suo accento tonico e non diventando alla lettura: tegnè, mentre – sempre a mo’ d’esempio – l’infinito del verbo cadere va reso con la grafia cadé e non cade’ che si dovrebbe leggere càde e non cadé!

 Parimenti la medesima cosa accade nel dialetto romanesco dove quasi tutti gli infiniti risultano apocopati e senza spostamento d’accento tonico per cui graficamente sono giustamente resi con il segno (‘) come ad es. càpita con il verbo vedere che in napoletano è reso con vedé ed in romanesco vede’ (che va letto: vede e non vedé).

 A margine e completamento di tutto quanto fin qui detto rammento che – checché ne dicano taluni pedestri vocabolaristi i quali (poggiandosi sul fatto che la voce apocope in greco indica appunto il troncamento) confondono l’apocope con il troncamento; quest’ultimo è infatti la caduta di un suono in fine di parola: es. fior per fiore o anche pur per pure, qual per quale, tal per tale etc.; l’apocope ( cfr. nel napoletano si’ che sta per si(gnore) è pur essa la caduta di uno o piú suoni in fine di parola, ma tale caduta è, nella stragrande maggioranza dei casi, caduta di una o piú sillabi finali ad es. nell’italiano: san per santo (almeno per ciò che riguarda il napoletano [nell’italiano tale esigenza non è contemplata salvo che per talune parole come fra’ che è da fra(te), po’che è da po(co)] l’apocope (caduta di suoni rappresentati da una o piú sillabe finali, non di una sola consonante; infatti come si ricava dalla medesima parola la consonante non è titolare d’un suono proprio che le viene offerto da una vocale d’accompagnamento... ) dev’essere indicata con un segno diacritico (‘) quando la caduta della sillaba non esiga addirittura l’accento come ad es.in tutti gli infiniti dei verbi dove la caduta della sillaba finale (re) lascia una parola terminante per vocale che va accentata tonicamente (cfr. parlà che è da parla(re) – capí che è da capi(re) e cosí via; in questo caso mettere il segno dell’apocope (‘) porterebbe ad avere parla’ – capi’ che non consentirebbero l’esatta pronuncia di parlà o capí, ma andrebbero pronunciati parla e capi; l’accento in luogo dell’apocope mette le cose a posto e pertanto è inutile e pleonastico scrivere (come pure inopinatamente (cfr. A.Altamura) m’è occorso di trovare scritto parlà’ e capí’ abbondando in pletorici segni diacriti quali i due apostrofi accanto a vocali già accentate.

 In napoletano i monosillabi apocopati di una o piú consonanti (che come visto non son rappresentative da sole di un suono) non necessitano di alcun segno diacritico (ad. es. mo =ora, adesso (che è da mox e non da mo(do)), cu= con (da cum),pe=per (da per)po= poi (da post) etc.) Mi dilungo al proposito sull’avverbio di tempo mo.

 Mo’, mo ed altro.

 Nel napoletano vuoi nei testi scritti, che nel comune parlare si trova o si sente spessissimo il vocabolo in epigrafe usato per significare: ora, adesso e, talvolta esso vocabolo trasmigra addirittura nell’italiano con il medesimo significato.Ciò che voglio trattare è innanzitutto il suono da assegnare alla vocale (o) che nel parlato cittadino è pronunciata e va pronunciata con timbro aperto (mò) mentre nella provincia scivola verso una pronuncia chiusa (mó), dando modo a chi ascolta di poter tranquillamente definire cittadino o provinciale colui che pronunci l’avverbio mo che se è pronunciato con la o aperta connota il cittadino e se è pronunciato con la o chiusa connota il provinciale.

--mo (è possibile trovarlo anche come mo' o ancóra mò) avv. - Ora, adesso; poco fa Concorrente di ora e adesso, mo à una lunga tradizione storica, ma non si è quasi mai affermato nell'uso scritto dell’italiano ; resta quindi limitato all'uso parlato di gran parte d'Italia, in partic. di quella centro-merid.

 nel napoletano anche nella forma iterata mmo mmo con tipico raddoppiamento espressivo della consonante d’avvio nel significato di súbito, immediatamente, senza por tempo in mezzo. Rammento che invece che nella forma reiterata mo, mo con la nasale scempia e separate da una virgola l’avverbio è da intendersi quale esclamazione nel senso di Un momento!, Con calma!, Senza affrettarsi!

 Detto ciò passiamo ad un altro problema; come si scrive la parola in epigrafe?

 Il problema non è di facilissima soluzione posto che non v’è identità di vedute circa l’etimologia della parola, unica strada forse da percorrere per poter addivenire – con buona approssimazione – ad una corretta soluzione;

 vi sono infatti parecchi scrittori e/o studiosi partenopei e non che fanno discendere il termine dall’ avv. latino modo che accanto a molti altri significati à pure quello di ora, adesso; ebbene, qualora si scegliesse questa strada sarebbe opportuno scrivere mo’ tenendo presente il fatto che allorché una parola viene apocopata di un’intera sillaba, tale fatto deve essere opportunamente indicato dall’apposizione di un segno diacritico (‘).

Se invece si fa derivare la parola mo dall’avverbio latino mox = ora, súbito, come io reputo che sia, ecco che la faccenda diviene piú semplice e basterà scrivere mo senza alcun segno diacritico.

 È, infatti, quasi generalmente accettato il fatto che quando un termine, per motivi etimologici, perde una sola lettera (consonante)o piú consonanti in fin di parola e non per elisione (allorché – come noto – a cadere è una vocale), non è previsto che ciò si debba indicare graficamente come avverrebbe invece se a cadere fosse una intera sillaba ovviamente vocalica;

 ecco dunque che ciò che accade per il mo derivante da mox ugualmente accade, in napoletano, per la parola cu (con) derivante dal latino cum e per pe (per) dove cadendo una semplice consonante ( m oppure r) e non una sillaba non è necessario usare il segno dell’apocope (‘) ed il farlo è inutile, pleonastico, in una parola errato! La stessa cosa accade per l’avverbio napoletano di luogo lla (in quel luogo, ivi) avverbio che in italiano è là; sia l’avv. napoletano che quello italiano sono ambedue derivati dal lat. (i)lla(c): in napoletano mancando un omofono ed omografo lla non è necessario accentare distintivamente l’avverbio, come è invece necesario nell’italiano là dove è presente l’omofono ed omografo la art. determ. f.mle,

 Nel napoletano scritto c’è una sola parola nella quale cadendo una consonante finale è necessario fornire la parola residua di un segno d’apocope (‘): sto parlando della negazione nun= non che talvolta viene apocopata in nu da rendersi nu’ per evitarne la confusione con l’omofono ‘nu (un, uno) che conviene sempre fornire del segno (‘) d’aferesi e ciò in barba a troppi moderni addetti e non addetti ai lavori partenopei per i quali è improvvidamente invalso l’uso di rendere l’articolo indeterminativo maschile nu senza alcun segno diacritico alla medesima stregua dell’articolo indeterminativo femminile ‘na che è reso na senza alcun segno diacritico, quasi che il segnare in avvio di parola un piccolo segno (‘) comportasse gran dispendio di energie o appesantisse la pagina scritta e non fosse invece,se mancasse, a mio avviso un chiaro segno di sciatteria, pressappochismo dello scrittore (si chiamassero pure Di Giacomo,F.Russo,E. Nicolardi etc.e giú giú fino ad E.De Filippo.).

 A mio avviso infatti è buona norma corredare sempre del segno (‘) d’aferesi le parole che etimologicamente lo richiedano; in un sol caso se ne può fare a meno: solo quando la parola aferizzata, per la sua posizione, richiede anche il segno di elisione e ciò avviene ad esempio per gli aggettivi ‘sto <chi-sto, ‘sta<che-sta che antecedenti a parole principianti per vocale possono essere vergati come st’ in luogo di ‘st’.

Qualcuno mi à fatto notare che il termine mo non potrebbe derivare da mox in quanto, pare, che una doppia consonante come cs cioè x non possa cadere senza lasciar tracce, laddove ciò è invece possibile che accada specie per una dentale intervocalica come la d di modo.

 Ora,a parte il fatto che anche le piú ferree regole linguistiche posson comportare qualche eccezione (come avviene ad es. per la voce della lingua nazionale re che pur derivata dritto per dritto dal latino re(x),si scrive senza alcun segno diacritico traccia della x , anche ammettendo che il napoletano mo discenda da modo e non da mox non si capisce perché esso mo andrebbe apocopato (mo’) o addirittura accentato (mò) atteso che vige comunque la regola che i monosillabi vanno accentati solo quando,nell’àmbito di un medesimo sistema linguistico, esistano omologhi omofoni che potrebbero creare confusione.

 Penso perciò che forse sarebbe opportuno nel toscano/italiano accentare il mò (ora, adesso) per distinguerlo dall’apocope di modo (mo’ dell’espressione a mo’ d’esempio), ma nel napoletano non esistendo il termine modo né la sua apocope è inutile e pleonastico aggiunger qualsiasi segno diacritico (accento o apostrofo) al termine mo (ora/adesso).

 Raffaele Bracale