sabato 30 ottobre 2021

JÍ PE TTRACCHIE, CÓTENE E OSSA

 

JÍ PE TTRACCHIE, CÓTENE E OSSA

Ad litteram: Andare (in cerca) di  tagliuoli, cotenne ed ossa; id est: contentarsi degli  scarti e di tutto quello che sia poco pregiato e poco costoso. Icastica espressione usata per bollare il disdicevole comportamento di chi sia tanto taccagno, avaro, gretto, pidocchioso,rognoso,spilorcio, tirchio, parsimonioso,arpagone, avaro, cacastecchi, pitocco da metter le mani su tutto anche dozzinale, mediocre, scadente....purché poco costoso sino a non rinunciare anzi a perseguire tutto quello che sia  di poco valore, di scarsa qualità che, nella fattispecie è rappresentato da  tagliuoli, cotenne ed ossa.

 

 

cótena/cútena s.vo f.le di doppia morfologia =letteralmente cotenna del maiale  e per traslato giocoso o spregiativo pelle dell’uomo;

voce dal lat. volg. *cutinna(m)cuti(n)nacútena/cótena, deriv. di cutis 'pelle, cute'.

tracchia, s.vo f.le  voce che è dal greco tràchelos= collo, cervice  ed indica in primis un tagliuolo, un pezzo di carne di maiale non particolarmente pregiata,una costina che se di collo è detta tracchia umida , in quanto piú morbida e succosa, se di costato è detta tracchia asciutta in quanto essendo  povera di grasso è meno morbida e succosa; per accostamento semantico poi la voce valse cicatrice che per solito presenta un aspetto contorto e grinzoso e con margini non ben definiti  tal quale le tracchie che son ricavate con un taglio approssimativo e non ben definito; la voce a margine fu riferita alla cicatrice in senso spregiativo specialmente quando le cicatrici fossero quelle di persone pòvere, sporche e/o male in arnese.

ossa s.vo f.le pl. collettivizzante del m.le sg. osso  Ciascuno degli elementi, duri, resistenti, di colore biancastro, formati di un particolare tessuto connettivo differenziato (tessuto osseo), che costituiscono l’apparato scheletrico dell’uomo e degli altri vertebrati, con funzione di sostegno e talora di protezione delle parti molli; voce dal lat.  ŏs ŏssis.

Brak

Jí ASCIANNO oppure VULÉ PAGLIA PE CCIENTO CAVALLE

 

Jí ASCIANNO oppure VULÉ PAGLIA PE CCIENTO CAVALLE

Mi è stato chiesto, via e-mail,  dal  caro amico A. A. (i consueti problemi di riservatezza mi costringono ad indicare solo le iniziali di nome e cognome) di spendere qualche parola per illustrare significato e portata della locuzione in epigrafe.L’accontento súbito precisando in primis e prima di entrar nel vivo dell’argomento che l’espressione la si ritrova (quasi certamente mutuata dal napoletano) anche in altre parlate regionali meridionali come nel dialetto tarantino dove (coniugata nel verbo volere alla 2ª perona dell’indicativo presente) suona  vo’ pagghia pe ciente cavadde  o come nel dialetto  della barlettana Margherita di Savoia dove( sempre coniugata nel verbo volere alla 2ª perona dell’indicativo presente)  suona vòule pagghje che ccinde cavàdde

Come facilmente si comprende si tratta sempre della medesima locuzione una volta coniugata all’infinito (nel napoletano dell’epigrafe) altre vòlte coniugata alla 2ª perona dell’indicativo presente, ma la sostanza non cambia. Vediamola. Ad litteram del napoletano essa vale:andare in cerca, volere, o pretendere paglia per cento cavalli. Ugualmente ad litteram nella morfologia delle altre parlate regionali coniugata alla 2ª perona dell’indicativo presente essa sta per  va  in cerca, vuole, o pretende paglia per cento cavalli. Stabilita la corrispondenza della espressione nelle varie parlate, vediamo ora quale sia oppure siano il/i significato/i nascosto/i della locuzione.

In effetti la locuzione è intesa in piú significati nascosti anche in uno stesso luogo e volta a volta è usata

1) riferita  a chi, lasciando intendere che come lui non c’è ne sono altri, si vanti di molte  prodezze che però in realtà non à mai fatto;

2) riferita  a chi  sia aduso a tergiversare,a  perdere tempo, cerchi  di mettersi a fare qualcosa di spropositato rispetto alle forze di cui  disponga;

3) riferita  a chi  sia aduso ad un comportamento provocatorio lasci sempre intendere che se si scontrasse   con qualcuno, con lo spostarsi  della conversazione  sul contatto fisico, potrebbe  diventare pericoloso, essendo egli pronto  a venire alle mani.

Tuttavia a mio avviso l’unico autentico significato nascosto dell’espressione non è nessuno dei surriferiti quanto il seguente che illustro sub

4) trattasi di una locuzione riferita  a chi  sia aduso ad un comportamento prepotente,  autoritario, sopraffattore, prevaricatore, addirittura aggressivo, arrogante mostrandosi nelle sue pretese e/o richieste  esoso quando non sordido e/o avaro.

Tanto affermo in quanto dei quattro significati illustrati il quarto è il solo piú aderente alla situazione che generò la locuzione affiorata sulle spazientite labbra d’ un feudatario d’un non meglio identificato signorotto irpino che, per sfruttare al massimo le contribuzioni dovutegli dai suoi vassalli richiese ad uno di essi granaglie e foraggi in fieno e/o paglia in quantità esorbitanti, certamente eccedente il fabbisogno del signorotto che non aveva nella sua scuderia i cento cavalli per i quali chiedeva foraggio, né una famiglia/corte   tanto vasta da giustificare le enormi, spropositate richieste di vettovaglie e/o granaglie.

Jí ascianno = andare in cerca, volere, agognare,pretendere   letteralmente: = andare infinito del verbo jí/jire dal latino ire; ascianno voce verbale (gerundio) dell’infinito asciare/ ascià= cercare con impegno, quasi affannosamente  con etimo dal lat. volgare adflare→afflare =annusare con il normale esito fl→sci;

vulé = volere, esigere, chiedere, pretendere infinito del verbo vulé dal Lat. volg.*vulire collaterale di  *volíre, per il class. velle, ricostruito sul tema del pres. volo e del perfetto volui

paglia s.vo f.le 1 l'insieme degli steli disseccati dei cereali già mietuti e battuti

2 (non com.) stelo singolo di paglia: essere liggiero comme ‘na paglia (essere leggero come una paglia )
3 oggetto prodotto con paglia (spec. cappello, borsa, pantofole): ‘e ppaglie ‘eSciurenza (le paglie di Firenze)
4 paglia ‘e fierro, detta com. paglietta matassina di trucioli metallici usata per pulire o lucidare;
5 (gerg.) sicarreta (sigaretta)

6 (per estensione come nel caso che ci occupa .)fieno, foraggio,stoppia,  strame. Voce dal lat. palea(m).

 ciento agg. num. card. invar.
1 numero che corrisponde a dieci decine; nella numerazione araba è rappresentato da 100, in quella romana da C:

2 con valore indeterminato o iperbolico indica gran numero, grande quantità. Voce dal lat. cĕntu(m) cientu(m)ciento.

cavalle  s.vo m.le pl. del sg cavallo  
1 grosso mammifero erbivoro con testa lunga, collo diritto sovrastato da criniera, coda corta con peli lunghissimi, orecchie corte e diritte, arti con un solo dito coperto dallo zoccolo; sorvolo su altri significati. Voce dal lat. caballu(m).

 E qui penso di poter far punto convinto d’avere esaurito l’argomento, soddisfatto l’amico A. A.  ed interessato qualcun altro dei miei ventiquattro lettori e piú genericamente  chi dovesse imbattersi in queste paginette.Satis est.

 Raffaele Bracale

 

16 DATATE ESPRESSIONI

 

16  DATATE ESPRESSIONI

1.    LEVARSE ‘E PÀCCARE ‘A FACCIA.

Ad litteram: togliersi gli schiaffi da faccia; poiché è impossibile fare materialmente ciò che è affermato nella locuzione,è chiaro ch’essa  deve intendersi nel senso figurato   di riscattarsi da un’onta subíta, lavarsene, in una parola: vendicarsi , fieramente ricambiando il male ricevuto.

2.    LEVARSE ‘O SFIZZIO

Ad litteram: togliersi il gusto, nel senso di  raggiungere, conquistandeselo,  l’appagamento di una intensa voglia  di un desiderio a lungo covato  e finalmente raggiunto. il termine sfizzio (correttamente scritto in napoletano con due zeta) deriva con qualche  probabilità  dal latino satis -facio  e ne conserva il sostrato di soddisfazione per raggiunger  la quale occorre fare abbastanza.

Non manca però coloro (ed io mi ci accodo) che propendono  non a torto per un’etimologia greca  da un fuxis(evasione) con tipica prostesi della S intensiva partenopea, atteso che lo sfizio  è qualcosa che eccedendo  il normale si connota come un’evasione dalla quotidianità.

3.    LEVÀ ‘O FFRACETO ‘A MIEZO.

Ad litteram: togliere il fradicio di mezzo. Id est:mondare,  far pulizia, dare un taglio netto per eliminare ciò che è corrotto  e dunque  corre il rischio di infettare il restante; per traslato la locuzione è usata quando in una situazione  che corre l’alea  di corrompersi, si prende il coraggio a due mani e si  elimina ciò che possa compromettere il buon esito della situazione e l’eliminazione, magari, è fatta a proprio danno.

4.    LEVÀ ‘A SOTTO

Ad litteram: togliere di sotto; id est: terminare  di lavorare, cessare un’attività, smettere di  operare, smobilitare, con riferimento ad ogni tipo di attività, ma soprattutto a quelle manuali; piú esattamente la locuzione in epigrafe  si riferisce  a ciò che facevano i carrettieri d’un tempo, i quali  al termine della giornata di lavoro, liberavano i cavalli dai finimenti e toglievano le bestie di sotto le stanghe dei carri, e le conducevano per rigovernarli  nelle stalle.

5.    LINDO E PINTO

Ad litteram: pulito e dipinto; modo di dire di diretta provenienza iberica  con il quale si suole commentare il mostrarsi e ancor di piú l’incedere oltremodo elegante di chi, agghindato  e ben messo,  vada in giro pavoneggiandosi; la locuzione à però anche un non nascosto sapore di  canzonatura  del soggetto  che  incedendo lindo e pinto, si mostra  artificioso  ed affettato, quando non addirittura ridicolo.

6.    METTERE LL’ASSISE Ê CETRÓLE nell’espressione  VA METTENNO LL’ASSISE Ê CETRÓLE

Ad litteram: mettere il calmiere ai cetrioli nell’espressione  va ponendo il calmiere sui cetrioli  icastica espressione con la quale si stigmatizza il comportamento sciocco di chi  dedica il proprio tempo ad attività inutili, pretestuose ed inconferenti quale quella di  calmierare il prezzo dei cetrioli, ortaggio che sebbene sia di largo consumo, per solito è a buon mercato; per traslato, ogni attività  che si riveli inutile  viene ritenuta pari a quella indicata in epigrafe.

7.    MIÉTTENCE NOMME: PENNA!

Ad litteram: chiamalo: piuma! id est: consideralo perduto, volato via. Cosí suole, a mo’ di sfottò, consigliare chi  vede qualcuno  prestare un oggetto a persona  che si ritiene non restituirà mai il prestito, volendo significare: ài prestato l’oggetto a quella tale persona? Ebbene, rassegnati a perderlo; non rivedrai mai piú il tuo oggetto  che, come una piuma d’uccello è volato via!

8.          MAL’ARIA A BBAJA  o piú scorrettamente, ma piú in uso   MAL’ARIA E BBA’. Mal’aria a Baja  o piú scorrettamente  Mal’aria e vai.

Ambedue le espressioni, quantunque la seconda sia solo una frettolosa corruzione della prima, sono indicative  di situazioni  foriere di pessima evoluzione e sono usate  proprio per indicare che ci si appressa a situazioni complicate  e non gradevoli; nella fattispecie delle locuzioni in epigrafe  tra la gente di mare era noto che  se su la città di Baja il cielo fosse tempestoso, di lí a poco anche su Napoli si sarebbe scatenato il temporale; la seconda espressione in epigrafe, come ò détto  è solo una corruzione della prima, ma d’uso  piú comune nel parlato della città bassa.

9.    MAGNÀ CULO ‘E GALLINA

Ad litteram: mangiare culo  di gallina id est: essere logorroici, continuamente e fastidiosamente ciarlieri. Il culo  della gallina, mosso spasmodicamente dall’animale, è preso a modello della bocca di chi  parla eccessivamente  al punto che alla vista di una persona che parli troppo e che muova perciò in continuazione la bocca, non ci si può esimere dal chiedersi: à magnato culo ‘e gallina? (à mangiato culo  di gallina?)

10. MANNAGGIA Ô SURICILLO E PPEZZA ‘NFOSA

Ad litteram: accidenti al topino e (alla) pezza bagnata;Il motto viene pronunciato a mo’ di imprecazione   da chi voglia evitare di pronunciarne altra piú triviale specialmente davanti a situazioni  negative sí, ma poco importanti.

Varie le interpretazioni  della locuzione in ispecie nei confronti del topolino fatto oggetto di maledizione

Esamino qui di seguito le varie interpretazioni e  per ultima segnalo la mia.

1 -  L’illustre amico e scrittore di cose napoletane(avv. Renato De Falco)  reputa che il suricillo in epigrafe altro non sia che il frustolo d’epitelio  secco che si produceva in ispecie sulle braccia e sulle gambe  allorché le si lavavano  soffregandole non con una spugna, ma con uno straccetto bagnato. È  vero, da ragazzi usavamo dare il nome di suricillo a quei frustoli d’epitelio divelti con il soffregamento dello straccio madido d’acqua.Ma il dotto amico De Falco, per far passare per buona la sua idea è costretto a leggere la e dell’epigrafe non come congiunzione, ma come aferesi di de  e leggere e pezza ‘nfosa pronunciando in maniera scempia la p di pezza, laddove il proverbio raccolto dalla viva voce della gente suona: mannaggia ‘o suricillo e ppezza ‘nfosa ed è chiara la geminazione iniziale della p di pezza e il significato di congiunzione della e.Per cui, a malgrado dell’amicizia e della stima che nutro per l’avvocato De Falco, non posso addivenire alla sua idea.

2 -(prof. Francesco D’Ascoli) Il vecchio professore (parce sepulto!)  , sbrigò la faccenda, ravvisando  nel suricillo i pezzetti di panno che si staccavano assumendo la forma del musculus, dallo straccio per lavare a terra;l’idea non è percorribile stante anche per D’Ascoli la medesima lettura impropria della locuzione che ne fa il De Falco leggendo la E come aferesi di de e non come congiunzione.

3 - (dr. Sergio Zazzera) L’ottimo dr. Zazzera si lava le mani e propone un improbabile sorcio alle prese con un orcio di olio dal quale sia saltato via un non meglio identificato stoppaccio che non si comprende perché sia umido.

A questo punto reputo che potrebbe essere  piú veritiera l’interpretazione che mi fu data  temporibus illis da mia nonna che asserí che la locuzione conglobava una imprecazione rivolta ad un sorcetto introdottosi in una casa  ed un suggerimento  dato agli abitanti di detta casa quello cioè di introdurre sotto le fessure delle porte uno straccio bagnato  per modo che al topo fossero precluse le vie di fuga e lo si potesse catturare. Volendo dire: È entrato il topino? Non c’è problema! Ce ne possiamo liberare: lo catturiamo, ma prima  affinchè non ci sfugga, turiamo con uno straccio bagnato ogni fessura  e procediamo alla cattura!

Ma poiché  fino a che non ci si sente soddisfatti, è buona norma continuare ad investigare, continuando nell’investigazione, mi  pare di poter affermare che la nonna  aveva dato una casta spiegazione a dei vocaboli  (e perciò a tutta l’espressione) per non inquietare la fantasia di un piccolo adolescente.

Infatti alla luce di ulteriori indagini ed al supporto di altre menti di appassionati studiosi di cose napoletane mi pare si possa accogliere la tesi del prof. A. Messina che vede nel suricillo - per il tramite di un xurikilla tardo latino usato in luogo del piú classico mentula - il membro maschile...

Peraltro il prof. Carlo Iandolo illustre scrittore di cose partenopee in una sua dotta lettera mi fa notare che nella  passata parlata napoletana le pezze piú note erano - oltre quelle che significavano il danaro - quelle che le donne portavano nel loro corredo, e che usavano per i loro bisogni fisiologici di ogni volger di luna, quando ancora non esistevano mediatici assorbenti con le ali  o senza.

Ecco dunque che, messa da parte la casta spiegazione data dalla nonna, penso si possa addivenire a ritenere che l’innocente imprecazione con la quale si è soliti commentare piccolissimi inconvenienti ai quali non occorra dare faticose soluzioni, sia sgorgata sulle labbra di una donna trovatasi davanti alla improcrastinabile richiesta di favori, da parte del suo uomo (...pronto alla tenzone...) e gli abbia dovuto opporre, sia pure dolendosene  che non era il tempo adatto in quanto ‘a pezza ...era ‘nfosa.

11. MIETTE ‘NU SPRUOCCOLO DINTO A ‘NU PERTUSO

Ad litteram:  poni un legnetto in un buco!  Frase che si usa  pronunciare  a commento di un avvenimento  cosí poco usuale (quale - a mo’ d’esempio - una liberalità da parte di qualcuno notoriamente avaro)  da doverselo rammentare con l’introduzione  di un ipotetico stecco in un altrettanto ipotetico buco. Probabilmente la locuzione rammenta  la consuetudine in uso nel periodo della res publica romana, allorché il praetor maximus conficcava ogni anno - a fini eponimi - un chiodo nel tempio di Giove .

12. MAGNÀ ‘E GRASSO

Ad litteram: mangiare di grasso id est: possedere tante di quelle disponibilità economiche  da esser sempre fornito di adeguato cibo abbondandemente condito; la locuzione però si usa anche in senso antifrastico  ad ironico commento  di pasti  eccessivamente parchi.

13. MAGNÀ NEMMICCULE CU ‘A SPINGULA

Ad litteram: mangiare lenticchie con lo spillo. Detto di coloro che, eccessivamente parchi, forse perché avari,  si limitano ad un pasto cosí frugale  da ridursi a sole lenticchie, consumate lentamente, addirittura infilzandole una per volta con l’ausilio di uno spillo.In senso traslato l’espressione è usata per commentare sarcasticamente l’agire eccessivamente lento e misurato di chi ami perdere tempo.

14. MAGNARSE ‘E MMANE

Ad litteram: mangiarsi le mani  Cosí, per modo di dire, si comporta chi  à veduto svanire, per propria insipienza,o accidia o mancanza d’intuito   una situazione favorevole  e si sia lasciato sfuggire l’occasione proprizia; davanti all’insuccesso non gli resta che autopunirsi  mordendosi, figuratamente, le mani.

15. MAGNARSE ‘O LIMONE

Ad litteram: mangiarsi il limone; id est: accusare il colpo,  subire un non preventivato , amaro risultato  e rassegnarsi  ad accettarlo  con tutto il suo acre sapore, quasi che fosse un metaforico  aspro limone .

16. MAGNARSE ‘O TUPPO

Ad litteram: mangiarsi la crocchia; id est : ridursi in miseria, privarsi di tutte le proprie sostanze Detto innanzitutto di donne, ma anche - per estensione -  di uomini che non solo  per riprevevole liberalità, ma innanzitutto per imperizia, negligenza, sciatteria e  trascuraggine dilapidano tutte le loro sostanze  riducendosi in miseria tale da dover vendere persino la crocchia o il ciuffo dei propri capelli.

Brak

 

27 ICONICHE LOCUZIONI

 

27 ICONICHE LOCUZIONI

1        JIRSENE A CCASCETTA(TE NE VAJE A CCASCETTA!).
Letteralmente: Andarsene a cassetta.(te ne vai a cassetta!)Id est: andare incontro ad una grossa fatica. La cassetta in questione è quella  che fu del vespillone e del cocchiere delle carrozze padronali: il posto piú alto, ma anche il piú scomodo ed il piú faticoso da raggiungere, delle antiche vetture da trasporto passeggeri. L'espressione viene usata quando si voglia sottolineare la dispendiosità o la fatica cui si va incontro, impegnandosi in un'azione ritenuta gravosa per cui,per sottinteso,   se ne sconsiglia il porvi mano.

2    Â CASA D' 'O FERRARO, 'O SPITO 'E LIGNAMMO...
Letteralmente: In casa del ferraio, lo spiedo è di legno. La locuzione è usata a commento sapido allorché ci si imbatta in persone dalle quali  con le loro azioni (per la loro supposta, vantata professionalità) ci si attenderebbero, risultati adeguati ben diversi da quelli che invece sono sotto gli occhi di tutti.

3    PIGLIATÉLLA BBELLA E CÓCCATE PE TTERRA.
Letteralmente:sposala bella e coricati in terra. Id est: accasati con una donna bella, ma tieniti pronto a sopportarne le peggiori conseguenze;la bellezza di una moglie comporta danno (patrimoniale) e sofferenze(morali).

4 ABBACCÀ CU CHI VENCE.
Colludere col vincitore - Schierarsi dalla parte del vincitore. Comportamento nel quale gli Italiani sono maestri: si racconta, ad esempio, che al tempo dell'ultima guerra, all'arrivo degli americani non fu possibile trovare un fascista. Tutti quelli che per un ventennio avevano indossato la camicia nera, salirono sul carro dei vincitori e i militari anglo-americani si chiedevano, riferendosi a Mussolini: Ma come à fatto quell'uomo a resistere vent'anni se non aveva nessuno dalla sua parte?

Abbaccà = andar con - colludere (con)  deriva  da un latino medioevale ad + vadicare frequentativo di vadere.secondo il seguente percorso morfologico                                        ad-vadicare→ad-badicare→abbad(i)care→abbadcare→abbaccare.

 

5 QUANNO 'A CUNNIMMA È PPOCA, SE NE VA P' 'A TIELLA.
Quando il condimento è poco, si disperde nel tegame, invece di attaccarsi alle pietanze; id est al dilà del significato primo dell’espressione : chi non à mezzi sufficienti, facilmente li disperde e non riesce ad usarli per portare a compimento un'opera cominciata.

cunnimma s.vo f.le condimento; voce formata dalla radice del verbo  lat. condi¯re→cunni¯ re   addizionata del suffisso imma suffisso per sostantivi (che è possibile trovare come immo o come imma e talora come amma o umma  )  che à  valore collettivizzante o intensivo (cfr. mazzamma,calimma, canimma), ma è  spesso di chiaro sapore dispregiativo (cfr. cazzimma,perimma/perumma), ed è suffisso coniato su di un latino: ime(n) con successivo raddopiamento espressivo e rafforzativo della emme fino a giungere ad immo/imma/amma/umma; nella fattispecie si ebbe cunni + imma→ cunnimma

tiella s.vo f.le padella, tegame; voce  dal latino tegella(m), diminutivo di tegula, con caduta della palatale g, suono di transizione j donde tejella > tjella e tiella; in origine quando ancora la tegella non era che una piccola tegula, altro non fu che una sorta di copertura di altri vasi in terracotta come i  caccabu-m (caccavo) e caccabella-m (caccavella) anch’essi, come la tegella e la tegola in terracotta.

 

6 A LLU FFRIJERE SIENTE 'ADDORE, A LLU CAGNO,SIENTE 'O CHIANTO.
Letteralmente: al momento di friggere sentirai l'odore, al momento del cambio, piangerai. Un disonesto pescivendolo aveva ceduto ad un povero prete un pesce tutt' altro che fresco e richiesto dall'avventore intorno alla bontà della merce si vantava di avergli dato una fregatura asserendo che l'odore del pesce fresco si sarebbe manifestato al momento di cucinarlo, ma il furbo sacerdote , che aveva capito tutto e lo aveva ripagato con danaro falso, gli replicò per le  rime dicendo che il truffaldino pescivendolo  al momento che avesse tentato di scambiare la moneta ricevuta, avrebbe avuto la cattiva ventura di doversene dolere in quanto si sarebbe accorto della falsità del danaro.La locuzione è usata sarcasticamente nei confronti di chi pensa di aver furbescamente dato una fregatura a qualcuno e non intende di esser stato ripagato d’una  medesima moneta...

7 VOCA FORA CA 'O MARE È MARETTA...
Rema verso il largo ché il mare è agitato...Consiglio pressante, quasi ingiunzione ad allontanarsi, rivolto a chi chieda insistentemente qualcosa che non gli spetti.In effetti i marinai sanno che quando il mare è molto agitato è conveniente remare verso il largo piuttosto che bordeggiare a ridosso della riva contro cui ci si potrebbe infrangere. Il consiglio ripete, addizionandolo di una spiegazione, la massima  latina Duc in altum!= Va’ al largo! .

maretta s.vo fle (derivato dell’ acc.vo lat. mare)

1Condizione, anche temporanea, del mare (che si può avere spec. in acque ristrette), caratterizzata dall’accentuarsi dell’increspatura dell’acqua con brevi ondicelle irregolari, appuntite, formatesi per lo spirare di venti locali, di direzione e intensità spesso mutevoli: oje ce sta maretta;

2. In senso fig., stato di tensione, di agitazione e di malcontento latenti o solo parzialmente repressi: alla riunione di condominio c’è stata un po’ di m.; nc’è maretta  tra ‘e partite d’ ‘o guverno/’e ll’uppusizzione.

 

 

8 QUANNO JESCE 'A STRAZZIONA, OGNE FFESSO È PRUFESSORE...
Quando è avvenuta l'estrazione dei numeri del lotto, ogni sciocco diventa professore. la locuzione viene usata per sottolineare lo stupido comportamento di chi,incapace di fare qualsiasi previsione o di dare documentati consigli, s'ergono a profeti e professori, solo quando, verificatosi l'evento de quo, si vestono della pelle dell' orso...volendo lasciar intendere che avevano previsto l'esatto accadimento o le certe conseguenze...di un comportamento.

9 'A MONECA 'E CHIANURA:MUSCIO NN 'O VULEVA , MA TUOSTO LE FACEVA PAURA...
La suora di Pianura:tenero non lo voleva, ma duro le incuoteva paura (si sottointende :il pane.) La suora affetta da edentulismo, non gradiva il pane troppo morbido e si spaventava di quello duro. La locuzione viene usata nei confronti degli incontentabili o degli eterni indecisi...

 

10 HÊ VIPPETO VINO A UNA RECCHIA.
Ài bevuto vino ad una orecchia - cioè ài bevuto del vino scadente,  quello che fa reclinare la testa da un lato. Pare che il vino buono sia quello che faccia reclinare la testa in avanti. Lo si dice per sottolineare i pessimi risultati di chi abbia  agito incongruamente, come  dopo di aver bevuto del  vino scadente.

11 PURTA'E FIERRE A SANT' ALOJA.
Recare i ferri a Sant'Eligio. Alla chiesa di sant'Eligio i vetturini da nolo solevano portare, per ringraziamento, i ferri dismessi dei cavalli ormai fuori servizio.Per traslato l'espressione si usa con riferimento furbesco agli uomini che per raggiunti limiti di età, non possono piú permettersi divagazioni sessuali...

12 'O PATATERNO 'NZERRA 'NA PORTA E ARAPE 'NU PURTONE.
Il Signore Iddio se chiude una porta, apre un portoncino - Cioè: ti dà sempre una via di scampo

13 NUN TENÉ PILE 'NFACCIA E SFOTTERE Ô BARBIERE
Non aver peli in volto e infastidire il barbiere - Cioè: esser presuntuosi al punto che, mancando degli elementi essenziali per far alcunchè, ci si erga ad ipercritico e spaccone.È l’atteggiamento tipico dei saccenti e/o supponenti.

14 È GGHIUTO 'O CASO 'A SOTTO E 'E MACCARUNE 'A COPPA.
E' finito il cacio sotto e i maccheroni al di sopra. Cioè: si è rivoltato il mondo.

15 À FATTO MARENNA A SSARACHIELLE.
À fatto merenda con piccole aringhe affumicate - Cioè: si è dovuto accontentare di ben poca cosa.Détto degli inetti ed incapaci che dalle loro incongrue azioni non sortiscono alcun effetto!

16'O CANE MOZZECA Ô STRACCIATO.
Il cane assale chi veste dimesso - Cioè: il destino si accanisce contro il diseredato.

17 TRE SONGO 'E PUTIENTE:'O PAPA, 'O RRE E CHI NUN TÈNE NIENTE...
Tre sono i potenti della terra:il papa, il re e chi non possiede nulla: Il papa è il capo indiscusso della comunità ecclesiale e quando parla ex cathedra è addirittura infallibile;il re è il capo indiscusso della comunità nazionale che gli presta onore ed ubbidienza; chi manca di tutto non à timore né d’esser richiesto d’alcunché, né d’essere defraudato di ciò che non à!

18 Ė GGHIUTA ‘A FESSA 'MMANO Ê CRIATURE, 'A CARTA 'E MUSICA 'MMANO Ê BARBIERE, 'A LANTERNA 'MMANO Ê CECATE...
La vulva è finita nelle mani dei bambini, lo spartito musicale in mano ai barbieri, la lanterna nelle mani dei ciechi. - l'espressione viene usata con senso di disappunto, quando qualcosa di importante finisce in mani inesperte o inadeguate che pertanto non possono apprezzare ed usare al meglio, come accadrebbe nel caso del sesso finito nelle mani dei fanciulli o ancora come l'incolto barbiere alle prese con uno spartito musicale o un cieco cui fosse affidata una lanterna che di per sè dovrebbe rischiarare l'oscurità.

19 S' A' DDA JÍ A DD' 'O PATUTO, NO A DD' 'O MIEDECO.
Bisogna recarsi a chiedere consiglio da chi à patito una malattia, non dal medico - Cioè:la pratica val piú della grammatica.

20 AÚRIO SENZA CANISTO, FA' VEDÉ CA NUN L'HÊ VISTO.
Augurio senza dono, mostra di non averlo ricevuto - Cioè: alle parole occorre sempre accompagnare i fatti.

21 Ô PIRCHIO PARE CA 'O CULO LL'ARROBBA 'A PETTULA...
All'avaro sembra che il sedere gli rubi la pettola della camicia - Cioè: chi è avaro vive sempre nel timore d'esser derubato.

22 CHI FATICA'NA SARACA, CHI NUN FATICA, 'NA SARACA E MMEZA.
Chi lavora guadagna una salacca, chi non lavora, una salacca mezza - Cioè: la vita è ingiusta e  spesso premia oltre i  meriti.

23 'A MAMMA D''E FESSE È SEMPE INCINTA.
La mamma degli sciocchi è sempre incinta - Cioè: il mondo brulica di stupidi.

24 DICETTE 'O PAPPICE ‘NFACCIA Â NOCE: DAMME 'O TIEMPO CA TE SPERTOSO!
L'insetto punteruolo disse alla noce: Dammi tempo e ti perforerò - Cioè: chi la dura la vince!

 

 

25 A GGHIENNERE E NNEPUTE, CHELLO CA FAJE È TTUTTO PERDUTO.
A generi e nipoti quel che fai, è tutto perso - Cioè:stante la generale diffusissima irriconoscenza umana, va perduto anche il bene fatto ai parenti prossimi

26 'O FIGLIO MUTO, 'A MAMMA 'O 'NTENNE.
Il figlio muto è compreso dalla madre - Lo si dice di due persone che abbiano un'intesa perfetta.

27 SAN LUCA NCE S'È SPASSATO...
San Luca ci si è divertito...- Lo si dice di una donna cosí bella che sembra dipinta dal pennello di San Luca, che la tradizione vuole pittore autore di bellissime effigi femminili, tra le quali quella della santa Vergine. Ma lo si dice  anche furbescamente in senso antifrastico quando ci si imbatta in una donna decisamente brutta, quasi volendo significare che il santo pittore abituato a ritrarre donne bellissime, nella fattispecie si sia preso un divertimento (spasso) riproducendo una donna bruttissima.

Brak

venerdì 29 ottobre 2021

LEVA 'A FELINIA

 

 

LEVA ‘A FELINIA

Questa volta è stato il  caro amico P. G. (i consueti problemi di riservatezza mi costringono ad indicare solo le iniziali di nome e cognome) a  chiedermi via e-mail di chiarirgli  significato e portata dell’ espressione partenopea   in epigrafe.

Gli ò cosí testualmente risposto:

l’espressione Leva ‘a felinia (togli la fuliggine) usata piú spesso al plurale Leva ‘e felinie(togli le fuliggini) che coniuga all’imperativo (2ª p.sg.) l’infinito levà ‘a felinia/’e ffelinie (togliere la/e fuliggine/i) è l’invito ad esser franchi; è l’esortazione cioè spesso perentoria, rivolta ad un interlocutore perché privi di inutili orpelli e/o false sovrastrutture le proprie azioni o intenzioni palesandole per quel che sono, senza ammantarle di finzioni, imposture, inganni, simulazioni che (per essere sottili ed evanescenti tal quali fuliggini) non possono mascherare quelle azioni o intenzioni che sono in ogni caso riconoscibili.

La voce felinia è un s.vo f.le [da un lat. med. felinĕa per il class. fuligo]= fuliggine, sostanza bruno-scura leggera, finemente suddivisa, che si deposita nei camini di stufe, caldaie e sim. dove si bruciano combustibili, contenente carbonio e, a seconda del combustibile di provenienza, sostanze catramose, sostanze inorganiche (sali di potassio, di calcio, ecc.); usata (soprattutto in passato) per preparare colori, trovò anche alcune applicazioni in medicina. La voce felinia è usata anche nell’espressione “appennerse p’’e ffelinie” cioè attaccarsi alle fuliggini usata icasticamente e figuratamente in riferimento a chi tenti di discolparsi di sue acclarate manchevolezze apportando risibili ragioni scusanti prive però di solida sostanza e/o robusta struttura tal quali le impalpabili fuliggini.

. E qui penso di poter far punto convinto d’avere esaurito l’argomento, soddisfatto l’amico P.G. ed interessato qualcun altro dei miei ventiquattro lettori e piú genericamente  chi dovesse imbattersi in queste paginette.Satis est.

 Raffaele Bracale

 

FAUDIANTE E DINTORNI

 

FAUDIANTE E DINTORNI

L’amico A.M. (i consueti problemi di riservatezza mi costringono ad indicare solo le iniziali di nome e cognome)mi à  chiesto  via e-mail di chiarirgli  significato e portata della voce  partenopea   in epigrafe. Gli ò testualmente risposto che il termine faudiante attestato nel D’Ambra anche come favudiante è voce antica e desueta ed  è un agg.vo m.le e f.le  che vale pomposo/a sfarzoso/a, sontuoso/a e per estensione espressiva  anche altezzoso/a, borioso/a, burbanzoso/a, spocchioso/a, tronfio/a; etimologicamente si tratta di un denominale di fauda < ted. falda con riferimento semantico alle ampie falde delle sopravvesti usate da  altimagistrati,dignitari ed ufficiali; normale nel napoletano l’esito in au di al  [cfr. alto→auto/aveto].  

In coda a quanto détto aggiungo che gli unici sinonimi della voce in epigrafe  attestati sono:

sfuorgiuto/a agg.vo m.le o f.le  = vistoso/a, acceso/a, chiassoso/a, sgargiante; etimologicamente si tratta esattamente di un part. pass. aggettivato  di un non comune sfurgià[denominale di sfoggio] = vivere con molto lusso e sfarzo,  grandeggiare, scialare;

sfurgiuso/ósa agg.vo m.le o f.le  copioso/a, ingente, lauto/a, sostanzioso/a, pacchiano/a. etimologicamente si tratta di un denominale di sfoggio→sfuorgio con successiva  semplificazione del dittongo uo  e suffisso uso/ósa suffisso di tipologia per aggettivi derivati dal latino o tratti da nomi/verbi, dal lat. -osu(m)→usu(m); indica presenza, caratteristica, qualità, abbondanza, esser proclive ecc.( addiruso/rosa,scarduso/dósa,mafiuso/ósa,smurfiuso/ósa,zezzuso/ósa, fumuso/osa, rattuso/osa).

E qui penso di poter far punto convinto d’avere esaurito l’argomento, soddisfatto l’amico A.M. ed interessato qualcun altro dei miei ventiquattro lettori e piú genericamente  chi dovesse imbattersi in queste paginette.Satis est.

 Raffaele Bracale

 

 

 

 

FARSE ‘A PASSÏATA D’’O RRAÚ

 

FARSE ‘A PASSÏATA D’’O RRAÚ

Ad litteram: farsi la passeggiata del ragú; id est: concedersi una lunga e salutare passeggiata  nell’attesa che in casa si prepari il sacramentale ragú domenicale. La passeggiata richiamata in epigrafe era quella che un tempo (quando perdurava la costumanza di preparare il mitico ragú)  gli uomini di casa (grandi e piccoli)si concedevano durante la domenica mattina, mentre le donne  preparavano la  insuperabile  salsa napoletana  di lunga e sorvegliata cottura. Oggi, anche a causa  dei pressanti consigli dietetici  elargiti a piene mani  da medici e nutrizionisti del tubo (catodico), si è persa la gustosa, sana abitudine del ragú, permane però  la locuzione in epigrafe  tenendo – estensivamente -  per passeggiata del ragú, qualsiasi  spensierata e lunga passeggiata  anche non domenicale tesa a ritemprare le forze.

brak