martedì 30 novembre 2021

PRONTUARIO DI MONOSILLABI DELLA PARLATA NAPOLETANA. parte 1ª

 

PRONTUARIO DI MONOSILLABI DELLA PARLATA NAPOLETANA. parte 1ª

Elenco qui di sèguito un congruo numero di monosillabi in uso nella parlata napoletana, indicandone volta a volta oltre significato ed (ove possibile) etimo  anche quella che è (a mente delle regole di grammatica e linguistica) la maniera piú corretta di scriverli.

Il primo monosillabo, per altro formato da un’unica vocale, di cui mi rammento è

A prep.semplice [dal lat. . ad;

si unisce agli art. determ. il, lo, la, i, gli, le, formando le prep. articolate al, allo, alla, ai, a gli, alle che sono riprodotte graficamente con le crasi ô [a + ‘o] = al, allo[a + ‘a] = alla[a + ‘e]  = ai, a gli, alle] corrisponde in tutte le accezioni alla corrispondente preposizione semplice a dell’italiano:
1 esprime una relazione di termine o di destinazione, il punto di arrivo di un'azione, avendo assunto la funzione che era propria del dativo lat.: cunzignà ‘nu pacco a ll’accunto; scrivere ‘na lettera a n’amico; urdinà  ‘o custume ô  sartore (consegnare un pacco al cliente; scrivere una lettera ad un amico; ordinare il vestito al sarto); | in loc. con il verbo sottinteso: a nnuje dduje!(a noi due!); ô ffuoco, ‘o ffuoco!(al fuoco,al fuoco!);
2 introduce una specificazione di luogo, in senso proprio o fig., continuando il costrutto lat. ad + acc. (può essere talvolta sostituita da altre prep., come in, su, sopra, verso ecc.); in partic., moto a luogo: vaco a rRoma(vado a Roma;’o treno è arrivato a mMilano (il treno è giunto a Milano); girà a dritta (girare a destra) (oppure verzo dritta , verso destra); jí a ccenà (andare a cena); arrivà ê stesse cunchiusioni(arrivare alle stesse conclusioni); scennere a ppatte(venire a patti, a un accordo); movere a ppietà (muovere a pietà);mannà a ffà ‘nculo (mandare al diavolo) | stato in luogo: stà â casa(stare a (o in) casa); stà â scola(essere a scuola); rummané na mmagnà (restare a pranzo); sta ‘e casa a nNapule(abita a Napoli);fatica â banca (lavora in (o presso la) banca); dulore a ‘na spalla (dolore ad una spalla) | introduce una distanza, con valore spazio-temporale: ‘o paese sta a ttre chilometri; ‘o duomo sta a mez’ora ‘e cammino; (il paese è a tre chilometri; il duomo  è a mezz’ora di camminata | nei toponimi indica vicinanza, prossimità: Francavilla a Mare; San Vito al Tagliamento ' in correlazione con da: da cca a lla (da qui a lí; da ‘na parte a ll’ata(da una parte all'altra)
3 con valore temporale: a ssettembre; a nNatale; â matina, â sera, a ssagliuta ‘e sole; ê ll’otto;  ‘nu quarto a ll'una; ogge a otto, fra una settimana; (a settembre; a Natale; al mattino, a sera, al pomeriggio;  alle (ore) otto;  un quarto all'una; oggi ad otto, fra una settimana); da qui a dieci anni; da un momento all'altro; dall'oggi al domani | indica l'età: s’addeventa maggiorenne a diciott’anne(si diventa maggiorenni a diciott'anni); Leopardi murette a trentanove anne(Leopardi morí a trentanove anni)
4 esprime la modalità in cui un'azione si compie: : pavà a rrate; accattà ô mercato; vennere a cinchemila lire ô chilò; starsene  a vvocca nchiusa; cammenà  a passe braduse; sunnà  a uocchie apierte; fà ‘na cosa a la sanfrasòn (pagare a rate; comprare al mercato; vendere a cinquemila lire al chilo; starsene a bocca chiusa; camminare a passi lenti; sognare ad occhi aperti; fare una cosa a caso | il modo in cui qualcosa si presenta o è fatta, la sua qualità: strumento a ccorde; carrozza  a cquatto rote; palazzo a ttre piane; gonna a cquatre (strumento a corde; carrozza a quattro ruote; palazzo a tre piani; gonna a quadri) | riferito a cosa, esprime somiglianza, rispondenza, similarità con qualcos'altro: bicchiere a ccalice; capa a ppera; disegno a spina ‘e pesce (bicchiere a calice; testa a pera; disegno a spina di pesce | indica l'attenersi a mode, fogge, abitudini tipiche di un'altra epoca o di una particolare città, regione e sim.: ‘na perzona a ll’antica; vèstere â marenara; cutaletta â milanese;ciardino a ll’italiana; (una persona all'antica; vestire alla marinara; costoletta alla milanese; giardino all'italiana | è molto com. in loc. di deriv. francese come vermicielle ô zuco, carna ê frierre(vermicelli al sugo,carne ai ferri (un tempo piú correttamente  si usava: vermicielle cu ‘o zuco(vermicelli con  il sugo), carne ‘ncopp’ê fierre, (carne  sui ferri)
5 con valore strumentale: : varca a vvela; mutore a bbenzina; mulino a vviento; a ppiere; scrivere a mmano, a machina; parlà  a ggeste; jucà  a scacche, a tennísse, a ppalla  (barca a vela; motore a benzina; mulino a vento; andare a piedi; scrivere a mano, a macchina; comunicare a gesti; giocare a scacchi, a tennis, a palla);
6 indica la causa: scetarse a ‘nu rummore, ridere a ‘na barzelletta (svegliarsi ad un rumore; ridere ad una battuta);
7 à valore limitativo o di semplice relazione: essere curaggiuso a pparole; a  pparere mio  te sî  cumpurtato malamente; sta bbuono  a ddenare  (essere coraggioso a parole; a mio parere ti sei comportato male; star bene a soldi);
8 introduce il fine o lo scopo: ‘e suldate restajeno a gguardia d’ ‘a santabarbara; jí a ccaccia (i soldati restarono a guardia della polveriera; andare a caccia) | indica vantaggio o svantaggio: à parlato a ffavore nuosto ; ‘o sta  facenno a rrischio e periculo suĵo (à parlato a nostro favore; lo sta  facendo  a suo rischio e pericolo);
9 introduce una pena: cundannà a pavà  ‘na murda, a sseje mise ‘e carcere (condannare a pagare un'ammenda, a sei mesi di carcere);
10 stabilisce una relazione di paragone: ‘o vestito tuĵo è comme ô suĵo (il tuo vestito è simile al suo);
11 à funzione distributiva: a ddoje a ddoje; 50 km a ll'ora; ddoje  vote ô juorno  (a due a due; 50 km all'ora; due volte al giorno);
12 introduce una funzione predicativa: piglià a assempio; fu aletto a presidente [prendere a esempio; fu eletto a presidente (ma è più com. fuje aletto presidente(fu eletto presidente)];
13 seguita da un verbo all'inf., introduce prop. causali: aggiu fatto malamente a mmagnà tanto(ò fatto male a mangiare tanto) | condizionali: a ddicere ‘a verità nun me pare pussibbile(a dire il vero, non mi pare possibile) | finali: mannà a ffaticà; m’ànnu ‘mmitato a essere  presente; dà ‘na lettera a ccupià( mandare a lavorare; mi ànno invitato a esser presente; dare una lettera a copiare) [un tempo si prescriveva l'uso di da→’a in loc. di questo tipo: p. e. ‘nu turreno ‘a vennere e non a vvennere(un terreno da vendere  e non  a vendere] | temporali: a vvederlo, me se regne ‘o core ‘e cuntentezza (a vederlo, mi si riempie il cuore di gioia) | relative, con sfumatura consecutiva: simmo state ll’urdeme a ssapé ‘a nutizzia ( siamo stati gli ultimi ad apprendere la notizia);
14 concorre alla formazione di loc. avverbiali: a mmano a mmano; a ppoco a ppoco; goccia a ggoccia; fianco a ffianco; a ddiuno etc.  (a mano a mano; a poco a poco; goccia a goccia; fianco a fianco; a digiuno; | prepositive:  a ffavore ‘e; ‘e faccia  a; ‘mmiezo  a; nfi’ a; annante  a; attuorno a; a cca, a lla; (a favore di; di fronte a; in mezzo a; sino a; davanti a; intorno a;  di qua,  di là);
15 introduce il complemento oggetto animato :aggiu visto a ppateto, siente a mme! (ò visto tuo padre, ascoltami)
La particolarità della preposizione a nel napoletano (come si evince da tutti gli esempi fatti) è che comporta sempre la geminazione della consonante iniziale della parola che la segue.

A’  si tratta dell’apocope dell’agg.vo indef. m.le  atoa(to)→a’= altro usato quasi esclusivamente nell’espressione n’atu ppoco resa con n’ a’ ppoco = un altro poco ; atoa(to)→a’ deriva dal lat.  alte(rum)→auto→a(u)to→ato etc.

Continuiamo con i piú semplici monosillabi e cioè gli articoli; abbiamo gli articoli determinativi

‘A = la art. determ. f.le sing.  si premette ai vocaboli femminili singolari; deriva dal lat.  (ill)a(m), f.le di ille 'quello'; la  caduta per aferesi della prima sillaba (ill) comporta la doverosa indicazione di un segno diacritico (‘);

‘O/’U = lo/il  art. determ. m. sing.  si premette ai vocaboli maschili o neutri  singolari; la forma ‘u è forma antica di ‘o ora ancóra in uso in talune parlate provinciali e/o dell’entroterra;  la derivazione sia  di ‘o  che di ‘u è  dal lat.  (ill)u(m), acc.vo di ille 'quello';  la  caduta per aferesi della prima sillaba (ill) comporta la doverosa indicazione di un segno diacritico (‘); la particolarità di questo articolo è che quando sia posto innanzi ad un vocabolo inteso neutro, ne comporta la geminazione della consonante iniziale (ad es.: ‘o pate voce maschile, ma ‘o ppane voce neutra etc.).

O’  non è come a prima vista potrebbe apparire un’errata scrittura del precedente articolo ‘o (lo/il), errata scrittura (tutti possiamo sbagliare!) che talvolta mi è capitato di ritrovare inopinatamente in talune pagine di giornali, vergata da indegni pennaruli che per mancanza di tempo o ignavia  non usano piú rileggere e/o correggere ciò che scrivono (....mi rifiuto infatti  di credere che un giornalista non sappia che in napoletano gli artt. lo/il vanno resi con ‘o  e non con o’) a meno che quei tali pennaruli nel loro scrivere non errino lasciandosi  condizionare dalla dimestichezza con lo O’ (apocope dello of   inglese che vale l’italiano de/De).

L’ o’  napoletano a margine è anch’esso un apocope, quella del vocativo oj→o’=oh e viene usata nei vocativi esclamativi del tipo o’ fra’!= fratello!  oppure o’ no’!= nonno! La forma intera oj  è usata in genere nei vocativi come oj ne’! – oj ni!’= ragazza! – ragazzo!. Rammento  che il corretto  vocativo oj   viene – quasi sempre e nella maggioranza degli anche famosi e famosissi  scrittori e/o poeti partenopei – riportato in una scorrettissima  forma oje  con l’aggiunta di una pletorica inesatta semimuta e,  aggiunta che costringe il vocativo oj  a trasformarsi   nel sostantivo oje = oggi con derivazione dal lat. (h)o(di)e→oje; ah, se tutti i sedicenti  scrittori e/o poeti partenopei prima di mettere nero sul bianco facessero un atto di umiltà  e consultassero una buona grammatica del napoletano, o quanto meno compulsassero un qualche dizionario, quante inesattezze o strafalcioni si eviterebbero! Purtroppo tra i piú o meno  famosi o  famosissimi  scrittori e/o poeti partenopei che reputano d’esser titolari di scienza infusa, l’umiltà non trova terreno fertile! Il Cielo perdoni la loro supponenza spocchiosa...

E (pronunzia chiusa) = e congiunzione coordinante comporta il raddoppiamento della consonante iniziale successiva (es.lloro e nnuje – i’ e tte – venco e vvaco etc.) è dal lat. e(t).

‘E(pronunzia chiusa)  = i, gli, le art. determ. m.le e f.le plurale.  si premette ai vocaboli maschili o femminili plurali; deriva dal lat.  (ill)ae(s), 'quelli 'di influsso osco; la  caduta per aferesi della prima sillaba (ill) comporta la doverosa indicazione di un segno diacritico (‘);la particolarità di questo articolo è che quando sia posto innanzi ad un vocabolo femminile , ne comporta la geminazione della consonante iniziale (ad es.: ‘e pate voce maschile, ma ‘e mmamme  voce femminile, ‘e figlie= i figli voce maschile, ma ‘e ffiglie= le figlie voce femminile etc.); la geminazione è ovviamente  prevista quando la consonante iniziale del vocabolo femminile sia seguita da una vocale e non da un’altra consonante (ad es. ‘e ppatane= le patate, ma ‘e stanze= le stanze);

‘E(pronunzia chiusa) forma aferizzata della preposizione de→’e = di  1 stabilisce una relazione di specificazione, in cui determina il concetto più ampio espresso dal nome da cui dipende, continuando la funzione che era stata del genitivo latino; 2 rientrano nell'ambito della specificazione talune relazioni particolari; di possesso o appartenenza: ‘e casa ‘e fràtemo; ‘e ffiglie ‘e sòreta (la casa di mio fratello;le figlie di tua sorella) 3 in funzione partitiva, indica un insieme di cui si considera o si sceglie solo una parte: tre ‘e ll’amice suĵe (tre dei suoi amici); 4 in dipendenza da nomi che indicano quantità, insieme, numero, oppure da aggettivi sostantivati o pronomi che indicano una quantità indefinita, introduce ciò a cui quella quantità o quell'insieme si riferisce: ‘nu chilo ‘e pane;’nu paro ‘e cape ‘e sacicce; ‘nu tummolo ‘e guaje  (un chilo di pane;due rocchi di salsicce una dozzina di uova; un tomolo di guai) ; 5 davanti a un nome proprio (spec. di città, località, persona) in funzione denominativa, stabilisce una relazione di tipo appositivo: ‘a città ‘e Roma  (la città di Roma); 6 limita l'ambito, l'aspetto per cui è valida una qualità, una condizione: sano ‘e cuorpo(sano di corpo); 7 introduce l'argomento di un discorso, di uno scritto, di un'opera: parlà ‘e pallone (discutere di calcio); 8 nelle comparazioni può introdurre il secondo termine di paragone: Mario è cchiú aveto ‘e Giuvanne (Mario è piú alto di Giovanni); 9 esprime una modalità: è bbuono ‘e core (è di buon cuore) 10 introduce una causa: scuppià ‘e caudo (scoppiare di caldo); 11 definisce un mezzo o strumento: spurcà ‘e gnostia(sporcare d'inchiostro); 12 stabilisce il fine o scopo:freno ‘e sicurezza; dama ‘e cumpagnia (freno di sicurezza; dama di compagnia); 13 introduce una relazione di moto da luogo (in senso proprio o fig.): ascí ‘e casa, ‘e mente (uscir di casa, di mente); | in correlazione con in: spustarse ‘e paese ‘mpaese; va ‘e male ‘mpeggio(spostarsi di paese in paese; va di male in peggio) | con sfumatura di allontanamento o separazione: fujrsene ‘e casa; ascirsene ‘e galera(scappar via di casa; uscire di prigione)
14 esprime origine, provenienza:essere ‘e Milano, n’avvocato ‘e Napule  essere di Milano; un avvocato di Napoli | discendenza familiare, paternità:’na guagliona ‘e bbona famiglia (una ragazza di buona famiglia
15 introduce una specificazione di tempo determinato: ‘e matina; ‘e dummeneca;’e maggio;’e carnevale  (di mattina; di domenica; di maggio; di carnevale)  può anche indicare un tempo continuato:’nu viaggetto  ‘e tre gghiuorne; ‘na lezziona ‘e doje ore (un viaggio di   di tre giorni; una lezione di due ore) | in correlazione con in: ‘e juorne ‘nghiuorno; ‘e semmana ‘nsemmana(di giorno in giorno, di settimana in settimana);
16 in correlazione con in, oltre alle funzioni locativa e temporale, può esprimere una funzione distributiva: ‘e tre ‘ntre (di tre in tre); 17 à funzione rafforzativa in talune espressioni enfatiche: nn’à cumbinate ‘e guaje! (ne à combinati di guai!); 18 introduce prop. infinitive con funzione di oggetto o di soggetto:penza ‘e avé sempe raggiona (crede di aver sempre ragione); 19 concorre alla formazione di loc. prepositive: primma ‘e, fora ‘e, doppo ‘e  (prima di, fuori di, dopo di).

È(pronunzia aperta)   = è  voce verbale (3ªpers. sg. ind. pres.) dell’inf. essere; deriva dal lat. e(st). comporta il raddoppiamento della consonante iniziale successiva (es. è pparuto= è sembrato  – è ssuccieso= è accaduto etc.)

Ê (pronunzia chiusa) = ai, a gli , alle preposizione art. pl.; crasi della preposizione  a + l’articolo  ‘e (i, gli, le)

 

I’  = io pron. pers. m. e f. di prima pers. sing.

s. m. invar.
1 il proprio essere, la propria persona;

2  il soggetto pensante in quanto à coscienza di sé, contrapposto al mondo esterno, al non-io; (voce dal

lat. volg. *eo→io→i(o)→i’, per il class. ego).

‘Í  = vedi; è l’aferesi dell’imperativo esclamativo (vide→vi’→’í =vedi) del verbo vedere; di per sé si potrebbe rendere correttamente anche  con ‘i  dove il segno d’aferesi () indicherebbe la caduta della consonante  (V)e l’ accento la caduta della sillaba (DE); ò invece optato per  ‘í  perché ‘i  fuor del contesto potrebbe crear confusione con l’antico art. m.le pl. (ll)i→’i; rammento che questo ‘í  a margine è sempre usato in unione dei pronomi(posti in posizione proclitica)  ‘o oppure ‘a nelle epressioni: ‘o ‘í ccanno(eccolo qui vicino); ‘o ‘í lloco (eccolo lí) ‘o ‘í llanno (eccolo laggiú) ‘a ‘í ccanno(eccola qui vicino); ‘a ‘í lloco (eccola lí) ‘a‘í llanno (eccola laggiú). Rammento e me ne dolgo che l’amico avv.to Renato de Falco abbia scelto nel suo Il Napoletanario una assurda morfologia che rende i corretti ‘o ‘í ccanno ‘o ‘í lloco ‘o ‘í llanno con degli scorretti oi’ ccanno oi’ lloco oi’ llanno atteso che non si capisce proprio da quale grammatica o dizionario, l’amico de Falco abbia tratto quei suoi assurdi oi’ comunque tradotti: vedilo. Come è vero che quandoque bonus dormitat Homerus! (talora anche il buon Omero sonnecchia!) Qualcuno per rappresentare questo ‘Í  a margine ricorre al semplicistico esclamativo ih, cosa che non mi può trovare d’accordo atteso che questo ih   piú che rappresentare in modo conciso l’imperativo esclamativo vedi!, è voce onomatopeica che riproduce quella  usata dai cocchieri per comunicare  al proprio cavallo l’ordine di fermarsi, laddove il comando opposto è ah!

‘I ) forma aferetica di li→(l)i→’i = i, gli, le art. determ. m.le e f.le plurale.   articolo d’ uso antico che  si premetteva ai vocaboli maschili o femminili plurali,  comportava il raddoppiamento della consonante iniziale successiva; deriva dal lat.  (il)li;

questo articolo come ò détto fu d’uso antico (cfr. Di Giacomo: lli ccerase rosse). Successivamente cadde in disuso e  fu sostituito dall’ art. ‘e ,ma il suo uso à lasciato un grave retaggio in provincia ove si è restii a sostituirlo con l’art. ‘e  e perdura nel parlato provinciale  e talvolta torna ad incunearsi (per fortuna solo nel parlato) nell’idioma  partenopeo  della città bassa che – purtroppo – spesso mutua espressioni provinciali;il retaggio dell’ antica esistenza  di questo articolo ‘i in luogo dell’art. ‘e  comporta soprattutto nel parlato provinciale una sorta di fenomeno di assimilazione regressiva orale che determina  in talune frasi lo stravolgimento morfologico della congiunzione e  che viene resa i giacché pur in presenza dell’art. ‘e, lo si continua a ritenere ‘i ed a questo i nella lettura viene assimilata la congiunzione e stravolta in i ( es.: ‘e ppatane e ‘e cucuzzielle viene letto ‘e ppatane i ‘e cucuzzielle come se ancóra fosse scritto ‘i ppatane e ‘i cucuzzielle letto ‘i ppatane i ‘i cucuzzielle).

Un tempo questo uso della i congiunzione apparve  un fenomeno solo provinciale e  del parlato e sottolineo parlato, e lo si spiegò nel modo cui ò accennato e qualcuno opinò  che per iscritto fósse da bandire come fósse da evitare  ògni prestito provinciale; tuttavia non fui soddisfatto di quanto comunemente opinato e continuai ad indagare, di talché ad un piú attento esame mi son  convinto che quest’ i  usata come congiunzione solo davanti a gli articoli m.li e f.li ‘e , alle preposizioni articolate ê,  alle voci principianti per e  e taloraq davanti alle altre vocali    non è frutto d’una assimilazione, ma è  diretta derivazione della congiunzione iberica (y→i) e pertanto non si tratta di   solo fenomeno  provinciale e  del parlato e nulla osta che questa congiunzione venga usata normalmente in un corretto napoletano scritto.


E passiamo a gli  articoli indeterminativi: abbiamo

‘NO/’NU =  corrispondono ad un ed uno della lingua italiana dove sono  agg. num. card. , pron. indef. , art. indeterm. [ in italiano, uno come agg. num. e art. maschile si tronca in un davanti a un s. o agg. che cominci per vocale o per consonante o gruppo consonantico che non sia i semiconsonante, s impura, z, x, pn, ps, gn, sc (un amico, un cane, un brigante, un plico; ma: uno iettatore, uno sbaglio, uno zaino, uno xilofono, uno pneumotorace, uno pseudonimo, uno gnocco, uno sceriffo); il napoletano non conosce tante complicazioni ed usa indifferentemente ‘no/‘nu davanti ad ogni nome maschile sia che cominci per vocale, sia che cominci  per consonante o gruppo consonantico (ad es.: n’ommo= un uomo – ‘nu  sbaglio= un errore;) da notare che mentre nella lingua nazionale si è soliti apostrofare solo l’art. indeterminativo una  davanti a voci femm. comincianti per vocali, mentre l’art. indeterminativo maschile uno non viene mai apostrofato e davanti a nomi maschili principianti per vocali se ne usa la forma tronca un (ad es.: un osso),  nella parlata napoletana è d’uso apostrofare anche il maschile ‘no/‘nu   davanti a nome maschile  che cominci per vocale con la sola accortezza di evitare di appesantir la grafia con un doppio segno diacritico: per cui occorrerà  scrivere n’ommo= un uomo e non ‘n’ommo l’etimo di ‘no/’nu è ovviamente dal lat. (u)nu(m) l’apocope della prima sillaba (u) comporta la doverosa indicazione di un segno diacritico (‘) quantunque oggi numerosi autori  seguano il vezzo di scrivereno/nu privi di qualsiasi segno diacritico, ma è costume che aborro, non trovando ragioni concrete e corrette per eliminare un sacrosanto segno etimologicamente ineccepibile   ;la medesima cosa càpita con il corrspondente art. indeterminativo femm.le

‘NA =  corrispondente ad una  della lingua italiana dove è  agg. num. card. , pron. indef. , art. indeterm.come del resto nel napoletano dove però come agg. num. card. non viene usata la forma aferizzata ‘na, ma la forma intera una;  l’etimo di ‘no/’nu è ovviamente dal lat. (u)na(m) l’apocope della prima sillaba (u) comporta la doverosa indicazione di un segno diacritico (‘) quantunque oggi numerosi autori  seguano il vezzo di scrivere l’articolo  na privo di qualsiasi segno diacritico, ma è costume che aborro, non trovando, mi ripeto,  ragioni concrete e corrette per eliminare un sacrosanto segno etimologicamente ineccepibile.

E passiamo alle preposizioni cioè quella  parte invariabile del discorso che, preposta a sostantivi, aggettivi, pronomi, infiniti di verbi, indica la relazione che passa tra quelli e altri nomi e verbi, serve cioè a formare dei complementi; ricordato che, cosí come nell’idioma  italiano, anche in quello napoletano si ànno   preposizioni proprie che sono ‘E/DE =di, A= a, ‘A/DA =da,  CU = con, PE= per,  ‘NFRA = fra e si ànno  preposizioni improprie che  sono: annante/ze= davanti, arreto= dietro, doppo=dopo, vicino l ecc. nonché ' preposizioni articolate, che sono quelle che risultano dalla fusione di una preposizione propria (in napoletano di solito la a  con un articolo determinativo.

Posto che come indicato in epigrafe qui ci interessano i monosillabi, tenendo da parte le preposizioni improprie dirò di quelle proprie.

 ‘A /DA   corrisponde alla preposizione da dell’italiano in tutte le sue funzioni ed accezioni : 1)  introduce un moto da luogo: vengo ‘a casa 2) esprime allontanamento, separazione, distacco: me ne vaco ‘a/da cca! 3) in dipendenza da taluni verbi, in correlazione con a, indica quantità approssimativa: pesa ‘a quaranta a ccinquanta chile (peserà da quaranta a cinquanta chili;  4) con il verbo al passivo introduce l'agente o la causa efficiente: Pumpeje fuje distrutta dô Vesuvio; ‘a porta fuje sbattuta dô viento (Pompei  fu distrutta dal Vesuvio; la porta fu sbattuta dal vento); 5) con significato temporale, indica il momento o l'epoca, l'età in cui ha avuto inizio un'azione o una situazione si è determinata: venimmo a villeggià cca  ‘a paricchi  anne; è ‘a Natale ca nun aggio cchiú  nutizie soje; 6) unita a nomi propri di persona, a pronomi che si riferiscono a persona, a nomi che indicano mestiere, professione, condizione, grado, relazione di parentela, di amicizia, di lavoro e sim., introduce uno stato in luogo, per lo più con il valore di 'presso': fermarse a durmí  a ddu quaccheduno; ‘ncuntrarse a dd’ ‘o  nutaro ; restà a cenà a ddu n’amico 7) seguita dagli stessi elementi lessicali indicati al punto precedente e in dipendenza da verbi di movimento, esprime moto a luogo: vaco a dd‘o farmacista; arrivo a ddu mio figlio  appena pozzo; 8) con valore variamente modale: aggi’ a campà  ‘a signore; aggi’ ‘a vivere ‘a marchese; | apparentemente modale, in realtà in funzione rafforzativa: faccio ‘a ppe mme; pigliatello ‘a ppe tte; chi fa ‘a ppe sé fa pe ttre | con sfumatura di limitazione: cecato  ‘a n’ occhio; zuoppo ‘a ‘nu pere. 9) introduce la destinazione, il fine, lo scopo a cui qualcosa o anche un animale è adibito: rezza ‘a pesca ma piú spesso rezza pe piscà; cavallo ‘a corza ma piú spesso cavallo ’e corza; ; lente  ‘a sole ma piú spesso lente p’’o sole; | in talune locuzioni, apparentemente di questo stesso tipo, prevale la funzione attributiva: carta ‘a bollo; festa ‘a bballo; messa ‘a requiem ma piú spesso messa ‘e requiem. l’etimo della preposizione da/’a è dal  lat. de ab nei valori di moto da luogo, origine, agente ecc.; e dal  lat. de ad nei valori di moto a luogo, stato in luogo, destinazione, modo, fine ecc.

CU  corrisponde all’italiano con in tutte le sue funzioni ed accezioni : 1) esprime relazione di compagnia, se è seguito da un nome che indica essere animato (può essere rafforzato da insieme): è partito cu ‘o pato ; à magnato cu  ll’ amice; campa  (‘nzieme) cu ‘a sora; 2) in senso piú generico, introduce il termine cui si riferisce una qualsiasi relazione: s’è appiccecato cu ‘o frato; à sfugato cu mme; 3) con valore propriamente modale: restà cu ll’uocchie nchiuse; vulé bbene cu  tutto ‘o  cuore; trattà cu ‘e guante gialle( cioè con rispetto e dedizione quelli dovuti ai nobili che usavano indossare guanti di camoscio in tinta chiara) | con valore tra modale e di qualità: pasta cu ‘e  ssarde; stanza cu ‘o bbagno; casa cu ‘o ciardino; 4) introduce una determinazione di mezzo o di strumento: cu ‘a  bbona vulontà s’ave tutto; ‘o vino se fa cu ll'uva; scrivere cu ‘a penna stilografica; partí cu ‘o  treno ;
5) indica una circostanza, stabilendo un rapporto di concomitanza: nun ascí cu ll’acqua!; 6)
può avere valore concessivo o avversativo, assumendo il significato di 'non ostante,a malgrado': cu tutte ‘e guaje ca tène, riesce ancòra a ridere; cu tutta ‘a bbona vulontà, ma  è proprio impossibbile. L’etimo della preposizione a margine è dal lat. cum. Faccio notare  che questo cu  comporta sempre per assimilazione regressiva il raddoppiamento dell’iniziale consonante scempia della parola successiva;  es.: cu(-m) te→cu tte = “con te” -  cu(-m) piacere→cu ppiacere; ovviamente ciò non vale quando la parola che segue il cu sia già provvista di suo di una doppia consonante; es.: cu(-m) stanchezza etc.

Rammento qui e valga anche a futura memoria che tutte le parole che abbiano un etimo da voce latina terminante per consonante (che nella parola formata cade) non necessitano di alcun segno diacritico in quanto il segno diacritico dell’apocope (accento o apostrofo) è necessario apporlo graficamente quando a cadere sia una sillaba e non una o due consonanti; nel caso in esame cum cu  e non l’inesatto cu’ che spesso mi è occorso di trovare negli scritti anche di famosi autori,  sedicenti  esperti della parlata napoletana. Ciò che ò appena detto vale anche per la preposizione seguente cioè

PE  che (con etimo dal lat. per)  corrisponde all’italiano per in tutte le sue funzioni ed accezioni :

1) determina il luogo attraversato da un corpo in movimento o attraverso il quale passa qualcosa che à un'estensione lineare (anche fig.): il ‘o treno è passato  pe Caserta; ‘o curteoà  sfilato pe ‘o corzo;’o mariuolo è trasuto p’’a  fenesta; | può anche specificare lo spazio circoscritto entro cui un moto si svolge e, per estens., la cosa, l'ambito entro cui un fenomeno, una condizione si verificano: passiggià p’’o ciardino;jí pe mmare e pe tterra; tené  delure pe tutt’’a vita  | indica anche la direzione del moto: saglí e scennere p’’e scale; arrancà pe tutta ‘a  sagliuta
2) indica una destinazione: partí pe Pparigge; ‘ncammenarse p’’a città; piglià ‘a strata p’’o mare; ‘o treno pe Rroma | (estens.) esprime la persona o la cosa verso cui si à una disposizione affettiva, un'inclinazione: tené simpatia pe quaccheduno; avé passione p’’a museca ;
3) introduce una determinazione di stato in luogo, che si riferisce per lo piú a uno spazio di una certa estensione: ‘ncuntrà quaccheduno p’’a strata; ce stanno cierti giurnale pe tterra;

4) esprime il tempo continuato durante il quale si svolge un'azione o un evento si verifica (può anche essere omesso): aspettà (pe) ore e ore; faticà (pe) anne e nun cacciarne niente; sciuccaje  (pe) tutta ‘a notte; durarrà (pe) tutta ‘a vita | se introduce una determinazione precisa di tempo, esprime per lo piú una scadenza nel futuro: turnarrà p’’e ddiece; êsse ‘a  essere pronto pe Nnatale
5) introduce un mezzo: mannà pe pposta; spedí pe ccurriere; dirlo pe ttelefono; parlà  pe bbocca ‘e n’ato;
6) esprime la causa: era stracquo p’’a fatica; alluccava p’’o dulore; non ve preoccupate pe nnuje; supportaje tutto p’ammore sujo; cundannà pe ‘mmicidio;

 

MO

 

MO

Nel napoletano (vuoi  nei testi scritti, che nel comune parlare) si trova o si sente spessissimo il vocabolo in epigrafe usato per significare: ora, adesso e, talvolta esso vocabolo trasmigra addirittura nell’italiano con il medesimo significato.Ciò che voglio trattare è innanzitutto il suono da assegnare alla vocale (o) che nel parlato cittadino è pronunciata e va pronunciata  con timbro aperto (mò) mentre nella provincia scivola verso una pronuncia chiusa (mó), dando modo a chi ascolta di poter tranquillamente  definire cittadino o provinciale colui che pronunci l’avverbio mo che se è pronunciato con la o aperta  connota il cittadino e  se è pronunciato con la  o chiusa connota il provinciale.

 --mo (è possibile trovarlo anche come  mo' o ancóra) avv. - Ora, adesso; poco fa  Concorrente di ora e adesso, mo à una lunga tradizione storica, ma non si è quasi  mai affermato nell'uso scritto dell’italiano ; resta quindi limitato all'uso parlato di gran parte d'Italia, in partic. di quella centro-merid.

nel napoletano anche nella forma iterata mmo mmo  con tipico raddoppiamento espressivo della consonante d’avvio nel significato di súbito, immediatamente, senza por tempo in mezzo

Detto ciò passiamo ad un altro problema; come si scrive la parola in epigrafe?

Il problema non è di facilissima soluzione posto che  non v’è identità di vedute circa l’etimologia della parola, unica strada forse  da percorrere per poter addivenire – con buona approssimazione – ad una corretta soluzione;

vi sono infatti parecchi  scrittori e/o studiosi partenopei e non che fanno discendere il termine dall’ avv. latino modo che accanto a molti altri significati à pure quello di ora, adesso; ebbene, qualora si scegliesse questa strada sarebbe opportuno scrivere mo’ tenendo presente il fatto che allorché una parola viene apocopata di un’intera sillaba, tale fatto deve essere opportunamente indicato  dall’apposizione di un segno diacritico ().

Se invece si fa derivare la parola mo dall’avverbio latino mox =  ora, súbito, come io reputo che sia, ecco che la faccenda diviene piú semplice  e basterà scrivere mo senza alcun segno diacritico.

È, infatti, quasi generalmente accettato il fatto che quando un termine,  per motivi etimologici, perde una sola o piú  consonanti in fin di parola e non per elisione (allorché – come noto – a cadere è una vocale),  non è previsto che ciò si debba indicare graficamente come avverrebbe invece se a cadere fosse una intera sillaba;

ecco dunque che  ciò che accade per il mo derivante da mox ugualmente accade, in napoletano, per la parola cu (con) derivante dal latino cum   per  pe (per), per po (poi)che è dal lat. po(st) dove cadendo una sola o una doppia  consonante ( m – r - st ) e non una sillaba non è necessario usare il segno dell’apocope (‘) ed il farlo è inutile, pleonastico, in una parola errato! La stessa cosa accade per l’avverbio napoletano di luogo lla (in quel luogo, ivi) avverbio che in italiano è  là; sia l’avv. napoletano che quello italiano sono   ambedue derivati dal lat. (i)lla(c): in napoletano mancando un omofono ed omografo lla non è necessario accentare distintivamente l’avverbio, come è invece necesario nell’italiano là  dove è presente l’omofono ed omografo la art. determ. f.mle. C’è invece un napoletano po’  che necessita dell’apostrofo finale: è il po’= può (3° pr. sg. ind. pres. di potere) che derivando dal lat. po(te)(st)  comporta la caduta d’una vera sillaba, caduta da indicarsi con l’apostrofo che serve altresí a distinguere gli omofoni po = poi e po’ = può.

Nel napoletano scritto c’è una sola parola nella quale cadendo una consonante finale è necessario fornire la parola residua di un segno d’apocope (‘): sto parlando della negazione nun= non che talvolta viene apocopata in nu da rendersi nu’ per evitarne la confusione con l’omofono ‘nu (un, uno) che conviene sempre fornire del segno (‘) d’aferesi  e ciò in barba a troppi moderni addetti e non addetti ai lavori partenopei per i quali è improvvidamente invalso l’uso di rendere l’articolo indeterminativo maschile nu senza alcun segno diacritico alla medesima stregua dell’articolo indeterminativo femminile ‘na che è reso na senza alcun segno diacritico, quasi che il segnare in avvio di parola un piccolo segno (‘) comportasse gran dispendio di energie o appesantisse la pagina scritta e non fosse invece, quale a mio avviso è, segno di sciatteria, pressappochismo dello scrittore (si chiamassero pure Di Giacomo,F.Russo,

 E. Nicolardi etc.e giú giú fino ad E.De Filippo.)  

Qualcuno mi à fatto notare che il termine mo non potrebbe derivare  da mox in quanto, pare, che una doppia consonante  come cs cioè x non possa cadere senza lasciar tracce, laddove ciò è invece possibile che accada specie per una dentale intervocalica  come la d di modo.

Ora,a parte il fatto che anche le piú ferree regole linguistiche posson comportare qualche eccezione (come avviene ad es. per la voce della lingua nazionale  re  che pur derivata dritto per dritto dal latino re(x),si scrive senza alcun segno diacritico traccia della x ,  anche ammettendo  che il napoletano mo discenda da modo e non da mox  non si capisce perché  esso mo  andrebbe apocopato (mo’) o addirittura accentato (mò) atteso che vige comunque la regola che i monosillabi vanno accentati solo quando,nell’àmbito di  un medesimo idioma, esistano omologhi omofoni che potrebbero creare confusione.

Penso perciò che forse sarebbe opportuno nel toscano/italiano accentare il (ora, adesso) per distinguerlo dall’apocope di modo (mo’ dell’espressione a mo’ d’esempio), ma nel napoletano non esistendo il termine modo né la sua apocope è inutile e pleonastico aggiunger qualsiasi segno diacritico (accento o apostrofo) al termine mo (ora/adesso).

 

 

 

LE PREPOSIZIONI ARTICOLATE NEL NAPOLETANO

 

LE PREPOSIZIONI ARTICOLATE NEL NAPOLETANO

 

Anche nell’idioma napoletano c’è l’uso, sia nel parlato che nello scritto, delle preposizioni articolate ovverossia  di quelle preposizioni formate dall’unione degli articoli determinativi sg. e pl.  con le preposizioni semplici (di, a, da, in, con, su, per, tra, fra) o dall’unione dei medesimi articoli  con quelle improprie (sotto, sopra, prima, dopo,dietro, davanti,durante,  insieme,vicino, lontano, come  etc.). Comincio súbito con il dire che nel napoletano, cosí come nell’italiano, le locuzioni articolate formate con avverbi o  preposizioni improprie ànno tutte una forma scissa, mantenendo separati gli articoli dalle preposizioni e mentre nell’italiano s’usa far seguire alla preposizione impropria il solo articolo, nel napoletano occorre aggiungere alla  preposizione impropria non  il solo articolo, ma la preposizione articolata formata con la preposizione semplice a ( ad es. nell’italiano si à: sotto il tavolo, ma nel napoletano si esige sotto al tavolo  e ciò per riprodurre correttamente il pensiero di chi mentalmente articola in  napoletano e non in italiano). Tanto premesso annoto altresí che mentre in italiano la gran parte delle preposizioni articolate formate dall’unione degli articoli sg. e pl. con le preposizioni semplici, ànno una forma agglutinata, nel napoletano ciò non avviene che per una o due preposizioni semplici, tutte le altre si rendono con la forma scissa mantenendo cioè separati gli articoli dalle preposizioni.

Passiamo ad elencare dunque le preposizioni articolate cosí come rese in italiano e poi in napoletano:

con la preposizione a  in italiano si ànno al = a+il, allo/a= a+lo/la alle = a+ le agli = a+ gli (ma è bruttissimo e personalmente non l’uso mai preferendogli la forma scissa a gli!) in napoletano si ànno le medesime preposizioni articolate formate dall’unione degli articoli ‘o (lo/il), ‘a (la) ‘e (i/gli/le) con la preposizione a,ma esistono nel napoletano due distinte morfologie delle preposizioni articolate formate con la preposizione semplice a e gli articoli determinativi; la prima morfologia è quella che fa ricorso alla crasi /unione che produce una preposizione articolata di tipo  agglutinata resa graficamente  con particolari  forme contratte: â = a+ ‘a (a+ la), ô = a + ‘o (a+ il/lo), ê = a + ‘e (a + i/gli oppure a+ le) da usarsi davanti a parole comincianti per consonanti, mentre davanti a parole comincianti per vocali si fa ricorso ad una morfologia  rigorosamente scissa e si usano  a ll’ (= alla/allo/al/alle/a gli) ess.: â casa = alla casa, ô puorto = al porto, ê scieme, ê sceme= a gli scemi/ alle sceme, ma a ll’ommo = all’ uomo, a ll’anema = all’ anima a ll’uommene = a gli uomini, a ll’ alimentari = alle (scuole) elementari;

con la preposizione di  in italiano si ànno del = di+il, dello/a= di+lo/la delle = di+ le, degli = di+ gli; in napoletano le analoghe preposizioni formate dagli articoli ‘o (lo/il), ‘a (la) ‘e (i/gli/le) con la preposizione de (=di),  produce una preposizione articolata di forma rigorosamente scissa o tutt’al piú apostrofata: de ‘od’’o, de ‘ad’’a, de ‘ed’’e; con la preposizione da  in italiano si ànno dal = da+il, dallo/a= da+lo/la dalle = da+ le, dagli = di+ gli; in napoletano le analoghe preposizioni formate dagli articoli ‘o (lo/il), ‘a (la) ‘e (i/gli/le) con la preposizione da talora anche ‘a (=da),  produce una preposizione articolata di forma normalmente  scissa e spessa apostrofata: da ‘od’’o, da ‘ad’’a, da ‘ed’’e ma come ognuno vede la forma apostrofata (quantunque usatissima) presta il fianco alla confusione con le preposizioni articolate formate con la preposizione  de (=di),  e d’acchito è impossibile distinguere tra de ‘od’’o, de ‘ad’’a, de ‘ed’’e e da ‘od’’o, da ‘ad’’a, da ‘ed’’e e bisogna far ricorso al contesto per chiarirsi le idee; ò dunque proposto e qui propongo  d’usare una forma affatto diversa per le preposizione napoletane da + ‘o = dal, da+ ‘a = dalla, da+ ‘e = dagli/dalle, forma da usarsi ovviamente davanti a parole principianti per consonanti (ess.: dâ scola = dalla scuola. dô treno = dal treno, dê scarpe = dalle scarpe), forma  che eliminando l’apostrofo e facendo ricorso alla medesima contrazione usata  per le preposizioni articolate formate con la preposizione a consente di  evitare la deprecabile  confusione   cui accennavo precedentemente. Ovviamente non sarà possibile usare questa forma davanti a parole principianti per vocali e sarà giocoforza usare da ‘o, da ‘a, da ‘e evitando di apostrofarle per evitare possibili confusioni. Rammento che nel napoletano è usata spessissimo una locuzione articolata che con riferimento il moto a luogo rende i dal/dallo – dalla – dalle – dagli dell’italiano ; essa è (la trascrivo cosí come s’usa generalmente fare,ma a mio avviso erroneamente in quanto non ricostruibile nei suoi elementi costitutivi) essa è add’’o/add’’a/add’ ‘e  es.: è gghiuto add’ ‘o zio(è andato dallo zio) è gghiuta add’ ‘a nonna, add’ ‘e pariente (è andata dalla nonna, dai parenti);; francamente non si capisce da cosa sia generato quel add’  né si comprenderebbe  il motivo dell’agglutinazione della preposizione a con la successiva da→dd’; a mio avviso è piú corretta e qui la propugno: a ddô/ a ddâ/ a ddê per cui sempre ad es. avremo: è gghiuto a ddô zio(è andato dallo zio) è gghiuta a ddâ nonna, a ddê  pariente (è andata dalla nonna, dai parenti);;  rammento tuttavia di non confondere

a ddô  con l’omofono addó←addo(ve) = dove, laddove che è un avverbio e  cong. subord.  che introduce proposizioni avversative, relative, interrogative dirette ed indirette.

  Proseguiamo.

Con la preposizione in  in italiano si ànno nel = in+il, nello/a= in+lo/la nelle = in+ le, negli = in+ gli; in napoletano per formare  analoghe preposizioni, si fa ricorso alla preposizione impropria dinto (dentro – indal lat. d(e) int(r)o→dinto); come ò già détto e qui ripeto: le locuzioni articolate formate con preposizioni improprie ànno nel napoletano  tutte una forma scissa, mantenendo separati gli articoli dalle preposizioni e mentre nell’italiano s’usa far seguire alla preposizione impropria il solo articolo, nel napoletano occorre indefettibilmente  aggiungere alla  preposizione impropria non  il solo articolo, ma la preposizione articolata formata con la preposizione semplice a ( ad es. nell’italiano si à: dentro la stanza, ma nel napoletano si esige dentro alla stanza  e ciò per riprodurre correttamente il pensiero di chi mentalmente articola in  napoletano e non in italiano) per cui le locuzioni articolate  formate da dinto a   e dagli articoli ‘o (lo/il), ‘a (la) ‘e (i/gli/le) saranno rispettivamente dint’ô dint’â, dint’ê  che rendono rispettivamente nel/néllo,nélla,néi/negli/nelle.

Con la preposizione con  in italiano si ànno col = con+il, collo/a= con+lo/la colle = con+ le, cogli = con+ gli, ma a mio avviso son tutte bruttissime, a parte che prestano il fianco alla confusione con taluni sostantivi e non le uso mai preferendo sempre e non da ora  la forma disagglutinata ; in napoletano le analoghe preposizioni formate dagli articoli ‘o (lo/il), ‘a (la) ‘e (i/gli/le) con la preposizione cu (=con),  produce una preposizione articolata di forma rigorosamente scissa o tutt’al piú apostrofata, forma che però sconsiglio: cu ‘oc’’o, cu ‘ac’’a, cu ‘e che non ammette apostrofo, quantunque qualcuno si ostini a scrivere un bruttissimo ch’’e .

Con la preposizione su  in italiano si ànno sul = su+il, sullo/a= su+lo/la sulle = su+ le, sugli = su+ gli; in napoletano per formare  analoghe preposizioni, si fa ricorso alla preposizione impropria ‘ncoppa (sopra – su, dal lat. in + cuppa(m)); come ò già détto e qui ripeto: le locuzioni articolate formate con preposizioni improprie ànno tutte una forma scissa, mantenendo separati gli articoli dalle preposizioni e mentre nell’italiano s’usa far seguire alla preposizione impropria il solo articolo, nel napoletano occorre aggiungere alla  preposizione impropria non  il solo articolo, ma la preposizione articolata formata con la preposizione semplice a ( ad es. nell’italiano si à: sulla tavola  o sopra la tavola , ma nel napoletano si esige sulla o sopra alla tavola  e ciò per riprodurre correttamente il pensiero di chi mentalmente articola in  napoletano e non in italiano) per cui le locuzioni articolate  formate da ‘ncoppa  a   e dagli articoli ‘o (lo/il), ‘a (la) ‘e (i/gli/le) saranno rispettivamente ‘ncopp’ô ‘ncopp’â, ‘ncopp’ê  che rendono rispettivamente sul/sullo,sulla,sugli/sulle. Tutte le altre preposizioni formate dagli articoli ‘o (lo/il), ‘a (la) ‘e (i/gli/le) con le corrispondenti preposizioni semplici napoletane delle italiane per (pe) tra/fra(‘ntra/’nfra) ànno una forma rigorosamente scissa o  ma solo per la preposizione pe, (mentre per ‘ntra/’nfra non è consentito) scissa o  tutt’ al piú apostrofata: pe ‘o→p’’o (per il/lo), pe ‘a→p’’a (per la), pe ‘e→p’’e (per gli/le), mentre avremo solo ntra/’nfra ‘o - ntra/’nfra ‘a - ntra/’nfra ‘e.

Per tutte le altre preposizione articolate formate dall’unione dei soliti  articoli  con preposizioni improprie (sotto, sopra, dietro, davanti, insieme,vicino, lontano etc.), ci si regolerà alla medesima maniera di quanto ò già detto circa le preposizioni formate da dinto o ‘ncoppa tenendo presente che in napoletano sotto, sopra,dietro, davanti, insieme,vicino, lontano  sono rese rispettivamente con sotto, ‘ncoppa,arreto, annanze,’nzieme,vicino/bbicino,luntano e tenendo presente altresí  che occorre sempre rammentare che le parole e le frasi da esse formate servono a riprodurre un pensiero; ora  sia che si parli, sia che si scriva, un napoletano, nello scrivere in vernacolo, non potrà pensare in toscano e fare poi una sorta di traduzione:commetterebbe un gravissimo errore.Per esemplificare: un napoletano che dovesse scrivere: sono entrato dentro la casa, non potrebbe mai scrivere: so’ trasuto dint’ ‘a casa; ma dovrebbe scrivere: so’ trasuto dint’â (dove la â è la scrittura contratta della preposizione articolata alla) casa; che sarebbe l’esatta riproduzione del suo pensiero napoletano: sono entrato dentro alla casa. Allo stesso modo dovrà comportarsi usando sopra (‘ncopp’ a...) o sotto (sott’a....) in mezzo (‘mmiez’ a...) vicino al/allo (vicino a ‘o→vicino ô) e cosí via, perché un napoletano articola mentalmente sopra al/alla/alle/ a gli... e non sopra il/la/le/gli... e parimenti pensa sotto al... etc.  e non sotto il ... etc. D’ altro canto anche per la lingua italiana i piú moderni ed usati vocabolarî (TRECCANI) almeno per dentro  non disdegnano le costruzioni: dentro al, dentro alla  accanto alle piú classiche dentro il, dentro la.

E qui penso d’avere esaurito l’argomento e poter porre un punto fermo. Satis est.