martedì 26 giugno 2012
LA SMORFIA NAPOLETANA parte 2ª
LA SMORFIA NAPOLETANA parte 2ª
Continuiamo nell’elencazionecommentata dei numeri della smorfia ed in questa sezione affronteremo i numm. dal 31 al 60. Abbiamo dunque
31 – ‘O PATRONE ‘E CASA= il padrone di casa, il proprietario di casa, ma non colui che possegga la casa dove abiti, quanto colui che possessore di uno o piú appartamenti li ceda da locatore a dei locatarî contro pagamento di un canone di locazione mensile o annuale detto in toscano fitto o pigione, ed in napoletano pesone che è dall’acc. latino pensone(m)dal verbo pendere= pesare, pagare; rammenterò che (come già dissi alibi) un tempo ‘o pesone era corrisposto annualmente in ragione di quattro mensilità anticipate ( 4 gennaio,4 maggio, 4 settembre), dunque tre volte all’anno di talché le quattro pigioni finirono per esser dette tierze alla medesima stregua degli interessi derivanti dai titoli obbligazionarî, interessi che venivano riscossi tre volte all’anno contro esibizione delle relative cedole dette in napoletano cupune ed al singolare cupone (dal francese coupon = tagliando). Detti tierzi intesi come interessi di un capitale impiegato (beni immobili o titoli obbligazionarii) ritornano nel detto napoletano: perdere tierze e capitale detto usato ad amaro commento di situazioni nelle quali si verifichi un tracollo finanziario grave che ponga chi lo subisce nella pessima condizione di veder sparire tutto: capitali ed interessi; va da sé che l’espressione possa essere intesa in piú ampi e traslati significati con riferimento ad ogni perdita cosí grave nella quale ci si possa rifondere ad es. lavoro e salute o tempo e danaro e cosí di sèguito.
32 – ‘O CAPITONE = il capitone e cioè la grossa anguilla femmina, regina delle napoletane tavole di magro della vigilia di Natale, allorché viene ammannito arrostito alla brace, in carpione, in umido all’agro o fritto; la voce capitone etimologicamente è dall’accusativo latino capitone(m) da capito/onis collaterale di caput/tis in quanto oltre il corpo à una testa molto pronunciata; rammenterò che nelle ricordate tombole familiari quando si estraesse il num. 32 chi lo estraeva annunciava trionfante: trentaroje ‘o capitone!,ma súbito chiosava: cu ‘e rrecchie volendo significare che si intendeva riferire proprio alla grossa anguilla provvista ai lati del capo di due piccole, trasparenti appendici ritenute orecchie, e non intendeva, col dire capitone, riferirsi ad altro furbesco richiamo non ittico, di appendice maschile spesso ricordata con la voce a margine: ‘o capitone senza recchie (il capitone privo d’orecchie).
33 – LL’ANNE ‘E CRISTO = gli anni di Cristo, atteso che nella tradizione cattolica, sebbene non fondata su alcuna certezza storica, si presume che Cristo iniziasse la sua vita pubblica, a trent’anni e che fosse messo a morte tre anni dopo, se ne dedusse che la vita terrena di Cristo durò trentatré anni e con tale numero (da riferirsi non solo agli anni, ma alla persona , nella sua interezza),il Cristo come personaggio storico è indicato nella smorfia. Cristo, aggettivo, se non apposizione del nome proprio Gesú, è voce che etimologicamente è dal lat. Christu(m), traslitterazione del gr. Christós, che traduce l'ebr. mashiah e vale l’unto del Signore.
34– ‘A CAPA = letteralmente il capo, la testa, ma nella tradizione popolare partenopea , furbescamente il numero a margine talvolta piú che al capo, si riferisce alla capocchia ossia al glande soprattutto quando ci si voglia riferire per dileggio alla testa di qualcuno sciocco, stupido o – peggio ancóra - volutamente irrazionale;
Etimi:
capa: dal latino caput, ma reso femminile;
capocchia: dal medesimo etimo, ma con l’aggiunta del suffisso diminutivo occhia per ocula e dunque da capocula→ capocchia.
35 – LL’AUCELLUZZO=l’uccellino, nome generico di qualsiasi volatile non identificato apparso in sogno, va da sé che trattandosi di un diminutivo, il volatile debba essere piccolo; infatti aucelluzzo è il diminutivo, vezzeggiativo di auciello (uccello) da un tardo latino: aucellus doppio diminutivo di avis per il tramite di avicula→avicellus poi con dittongazione della sillaba implicata seguita da doppia consonante. Nelle consuete tombole familiari cui spesso faccio riferimento l’annuncio: trentacinche: l’aucelluzzo era seguito da un corale verso onomatopeico: zuízuí che tentava di riproporre il cinguettio dell’uccellino, ma che appariva, piú verosimilmente lo squittio di un topolino!
36 – ‘E CASTAGNELLE = : castagnette esse sono la versione povera e popolaresca delle piú nobili nacchere spagnole e consistono in due cave, piccole semisfere di legno intagliato ad hoc, ma un tempo anche di osso ugualmente lavorato; dette semisfere legate a coppia con una fettuccia che è inforcata dal dito medio vengono azionate schiacciandole ritmicamente contro il palmo della mano, per modo che urtandosi fra di loro, producano un suono secco e schioppettante, atto ad accompagnare, quasi sempre, i passi delle danze popolari quali tarantella, saltarello ed altre consimili.
La parola nacchera che connota uno strumento molto simile alle castagnelle è di origine araba: nakâra propriamente scavato, incavato con riferimento appunto alla morfologia dello strumento, mentre il termine castagnelle o castagnette è dallo spagnolo castaňetas (che in terra iberica indicano le nacchere) quasi castagna per la forma vagamente somigliante delle castagnelle come delle nacchere al frutto del castagno.Chiarirò che il numero a margine possa essere usato non solo per identificare le predette castagnelle, ma ogni altro gioioso strumento atto alla danza popolare, quando ovviamente non esista altro preciso numero per indicarlo come ad es il tamburello che è identificato dal num. 51 etc.
37 – ‘O MONACO e piú precisamente ‘O MUNACIELLO; ‘o monaco sta ovviamente per il monaco cioè a dire chi à abbracciato il monachesimo; nel cattolicesimo, membro di un ordine monastico o religioso che à pronunciato i voti solenni di povertà, castità e obbedienza; etimologicamente è voce dal lat. tardo monachu(m), che è dal gr. monachós 'unico', poi 'solitario' (e quindi 'monaco'), deriv. di mónos 'solo, unico'; il medesimo etimo sia pure addizionato di un suffisso diminutivo iello vale per la voce munaciello che nella tradizione popolare partenopea è un particolare piccolo monaco; ‘o munaciello a Napoli è un’entità dai vasti poteri magici; ò parlato di entità in quanto non è dato sapere se si tratti di uno spirito o di un essere umano; nell’un caso o nell’altro detta entità è rappresentata con le sembianze che sono o di un nano mostruoso o di c.d. bambino vecchio, ed assume due personalità: quando si appalesa in una casa, o vi prende stabile dimora, se à in simpatia gli abitanti della casa,che lo abbiano accolto di buon grado, onorandolo e ammannendogli dolciumi (‘o munaciello è molto goloso!) egli arreca buona sorte e prosperità; se, al contrario prende in odio una famiglia, che non lo abbia accolto con i dovuti onori, egli le suscita guai ad iosa.Molto vaste son le testimonianze che riguardano l’apparizione di questa simpatica entità che non vi à posto per alcun dubbio sulle sue manifestazioni, che spesso sono oggetto di vivaci discussioni sul tipo di onori (lauti e dolci pasti, odorosi incensi) da tributare a questo spiritello che si mostra sotto forma di vecchio-bambino vestito col saio dei trovatelli accolti nei conventi, scarpe basse con fibbia d’argento, chierica e cappuccio.Non si lascia vedere da chiunque, ma compare d’improvviso, quando vuole ed a chi vuole(meglio però se donne in ispecie giovani e procaci) , magari portando in mano le scarpe che à tolto per non produrre rumore di calpestio Scalzo, scheletrico, spesso lascia delle monete sul luogo della sua apparizione come se volesse ripagare le persone, dello spavento procurato o di inconfessabili confidenze palpatorie che ama a volte concedersi. Vi sono due ipotesi sulla sua origine:
La prima ipotesi vuole l'inizio di tutta la vicenda intorno all'anno 1445 durante il regno Aragonese. La bella Caterinella Frezza, figlia di un ricco mercante di stoffe, si innamora di un tal Stefano Mariconda, bello quanto si vuole, ma semplice garzone di bottega.
Naturalmente l'amore tra i due è fortemente contrastato. Il fato volle che tutta la storia finisse in tragedia. Stefano venne assassinato nel luogo dei loro incontri segreti mentre Caterinella si rinchiude in un convento. Ma era già da tempo incinta di Stefano ed infatti dopo pochi mesi nacque da Caterinella un bambino alquanto deforme(il Cielo talvolta fa ricadere sui figli le colpe dei genitori!...). Le suore del convento adottarono motu proprio il bambino cucendogli loro stesse vestiti simili a quelli monacali con un cappuccio per mascherare le deformità di cui il ragazzo soffriva. Fu cosí che per le strade di Napoli veniva chiamato " lu munaciello". Gli si attribuirono poteri magici fino ad arrivare alla leggenda che oggi tutti i napoletani conoscono. Anche lu munaciello morí misteriosamente., lasciando probabilmente in giro il suo bizzarro spirito.
La seconda ipotesi vuole che il Munaciello altro non sia che il gestore degli antichi pozzi d'acqua che, in molti casi, erano posti al centro dei cortili domestici, quando non addirittura nel primo vano delle case, di tal che aveva facile accesso nelle case passando attraverso i cunicoli di pertinenza del pozzo.
Personalmente sono maggiormente attratto dalla vicenda di Stefano e Caterinella, che mi appare piú consona ad una favola, anche perché niente osta a che ‘o munaciello anche senza esserne il gestore, si servisse dei pozzi per penetrare in casa; del resto storicamente spesso Napoli, imprendibile dalle mura, fu invasa attraverso le condutture idriche.
38 – ‘E MMAZZATE = le percosse che in napoletano, come già alibi illustrai sono di varie specie ed ànno vario nome; va da sé che quelle a margine sono da ritenere onnicomprensive di tal che chi sognasse di percosse dovrebbe giocare al lotto il numero 38 quale che fosse il tipo o la specie delle percosse sognate, a meno che non si tratti di particolari percosse ben connotate da altro numero come ad es. il pugno che è 8 o il calcio 88.
39 – ‘A FUNA ‘NCANNA= la corda alla gola e cioè per sineddoche: l’impiccagione e con l’articolo al maschile ‘o funa ‘ncanna= l’impiccato; rammenterò infatti che spesso alibi l’impiccato, in napoletano è detto appunto ‘o funancanna, con una simpatica fusione resa maschile della situazione ricordata sotto il numero a margine; funancanna fu tempo addietro uno dei nomignoli (accanto a chiappo, chiappillo e matarazzo) assegnato dai napoletani alle quattro grandi statue che adornavono una grossa fontana fatta erigire nel 1559 sul molo grande dal viceré don Pedro Parafan de Ribera d’Alcalà. Lo scultore Giovanni da Nola al secolo Giovanni Merliano (Nola, 1488 – †Napoli, 1558), cui era stata commissionata l’opera, forse effigiò nelle quattro statue i quattro grandi fiumi: Tigri, Eufrate, Gange e Nilo oppure - secondo un’altra opinione - Ebro,Reno, Danubio e Tago: i grandi fiumi dei dominii di Carlo V, ma il popolino rammentando che lí dove era stata eretta la fontana, un tempo esistevano le forche per le esecuzioni capitali,quelle stesse forche poi trasferite posteriormente, al tempo di Masaniello(Tommaso Aniello d'Amalfi, meglio conosciuto come Masaniello (Napoli, 29 giugno 1620 – †Napoli, 16 luglio 1647), in piazza Mercato assegnò alle sculture i nomi ricordati con chiaro intento di dileggio; ( per quanto riguarda l’etimo di chiappo ed il suo diminutivo chiappillo, occorre risalire al basso latino cap’lum sincope di capulum = corda, fune;quanto a matarazzo evidente voce furbesca, giocosa usata per significare persona grande e grossa tal quale il materasso, cioè il rigonfio involucro pieno di lana su cui ci si distende per riposare, è etimologicamente da collegarsi all’arabo matrah con il suffisso estensivo aceus,che in napoletano diventa azzo; per funancanna si tratta, mi pare ovvio, di altra voce furbesca per indicare l’impiccato come persona cui è stata stretta una fune alla gola; la voce è ottenuta infatti legando assieme le parole funa= fune(dal latino fune(m)) e ‘ncanna(che è: in+canna dal latino/greco kanna e questo dal semitico qaneh) dove – come vedemmo alibi con canna si intende il canale della gola); quando poi, dopo appena un secolo dalla sua costruzione il viceré Pedro Antonio d’Aragona fece smontare la fontana per spedirla a Madrid si venne a sapere che della fontana e delle sue imponenti statue s’erano perse le tracce non essendo la fontana probabilmente mai giunta a Madrid, con i nomignoli riportati o con l’onnicomprensiva espressione: i quattro del molo, si passò ad indicare una combriccola di poco commendevoli individui che avesse fatto perdere le sue tracce e non fosse piú riapparsa.
40 – ‘A PAPOSCIA = l’ernia inguinale, altrove nota con molti altri icastici nomi e tra questi rammenterò: ‘ntoscia, mellunciello,quaglia, zeppola e con altra valenza in quanto nomi non riferiti all’ernia inguinale, ma a quella scrotale o allo scroto tout court: guallera, burzone, pallera;
quanto agli etimi avremo:
paposcia: probabilmente da un basso latino papus= rigonfiamento a papus è aggiunto un suffisso estensivo femminile osia nel quale il si→sci per cui osia diventa oscia (come simia diede scigna, vesica diede vescica), facendo pervenire paposia a paposcia.
‘ntoscia: dal greco entóshia→’ntoshia→’ntoscia= intestini;
mellunciello riferimento giocoso al melone, la cucurbitacea chiamata in causa per la sua sfericità la medesima che ad un dipresso presenta una congrua ernia inguinale; mellunciello sta per piccolo melone e questi è dall’accusativo tardo latino melone(m), da mílo/onis, forma abbr. di melopepo/ onis, che è dal gr. mílopépon/onos, comp. di mêlon 'melo, frutto' e pépon 'popone;
altro riferimento giocoso è quello che chiama in causa la quaglia con la sua quasi sfericità di corpo; quaglia è dall'ant. fr. quaille, che è probabilmente da un poco attestato lat. volg. coacula(m), forse di orig. onomatopeica;
ennesimo riferimento giocoso è quello che chiama in causa la zeppola per taluni di etimo incerto, per altri (Roòlfs) da un tardo latino zippula(m), e per altri da cymbula(m) che però avrebbe dovuto dare zommola; l’ultima scuola di pensiero (Jandolo) propone serpula(m) per la tipica forma a mo’ di serpe acciambellata che è della zeppola la frittella dolce guarnita di crema e marmellate d’uso a Napoli nella ricorrenza di san Giuseppe; atteso che la zeppola à proprio la forma di una ciambella, mi pare di potere aderire all’ipotesi proposta dall’ amico Jandolo, quantunque debba qui ricordare che la zeppola usata come sinonimo di ernia non sia esattamente il dolce qui rammentato ed il cui nome risulta usurpato atteso che la zeppola-ernia è piú esattamente quella che a Napoli si dice pastacrisciuta che è appunto una frittella ricavata da un semplice impasto rustico di farina acqua e livito; una volta che la pasta risulti liscia e livitata, ne vengono presi a strappo piccoli pezzi messi a friggere in olio bollente e profondo; appena calati nell’olio bollente i pezzi ànno la particolarità friggendo di gonfiarsi ad libitum risultando tali pastecresciute dette popolarmente, ma inesattamente zeppole o zeppulelle, piú consone della classica zeppola di san Giuseppe giusta la sfericità determinatasi in esse con la frittura, a rappresentare un’ inguinale ernia debordante e gonfia;
guallera= ernia scrotale o anche scroto tout court dall’arabo wadara= ernia
burzone = ugualmente ernia scrotale o anche scroto tout court il tutto ovviamente in senso ironico e giocoso, accrescitivo reso maschile (si veda il suffisso one) della voce femminile borza da un tardo latino bursa(m), dal gr. byrsa “pelle, otre di pelle”; normale il mutamento rs→rz;
il medesimo senso ironico e giocoso si riscontra in pallera che indica ugualmente l’ernia scrotale , ma piú esattamente lo scroto tout court in quanto contenitore delle palle che sono – con voce triviale - i testicoli pensati sferici a guisa di sfere; il suffisso ero/a cosí come in pallera indica: che riguarda i/le:
41 – ‘O CURTIELLO = il coltello, ma ovviamente non quello da tavola, l’innocua posata usata per mangiare, quanto l’acuminata arma bianca proditoria di punta e di taglio, a serramanico che quando sia provvista di apertura a scatto è detta mulletta che è arma di difesa, ma piú spessa d’offesa, arma che facilmente si poté reperire in mano o nelle tasche di delinquenti comuni, camorristi e/o guappi che l’usarono in alternativa con affilatissimi rasule (rasoi) , prima che ci si cominciò ad armare con piú rumorose e devastanti armi da fuoco; ‘o curtiello è voce che etimologicamente è dal lat. cultellu(m), dim. di culter coltello normale l’alternanza l→r;
mulletta = coltello a serramanico, ma con apertura a scatto azionato da una piccola molla è voce che etimologicamente è appunto il diminutivo di molla deverbale di mollare in quanto atto a rilasciare.
rasulo = rasoio è voce che etimologicamente è dal latino rasorium che diede rasoru donde per dissimilazione della seconda r→l il napoletano rasulo;
42 – ‘O CCAFÈ = il caffè, ma in quanto bevanda pronta da degustare, o chicchi o polvere per approntare la detta bevanda; si noti infatti che in napoletano esistono delle voci che possono avere una doppia forma grafica: o con la geminazione della consonante d’avvio o con la consonante scempia; quando la grafia e quindi la lettura di tipo forte presenta la geminazione iniziale, ci si trova difronte ad una voce neutra e solitamente son voci che si riferiscono a generi alimentari o inanimati ovvero che non contemplano l’intervento umano (ad. es.: ‘o ccafè, ‘o ppane, ‘o ssale, ‘o ppepe, ‘o ffierro(inteso come metallo); spesso invece una medesima voce può presentarsi con una grafia scempia ed in tal caso cambia di significato (ad es.: ‘o cafè =mescita o negozio dove viene servita la relativa bevanda, ‘o fierro (inteso come attrezzo da lavoro o utensile domestico) o ancora ‘o russo (uno con i capelli fulvi) e ‘o rrusso (il colore rosso e per traslato: il sangue; in base a tale argomentare risulta chiaro che la voce a margine ‘o ccafé debba intendersi come bevanda e non come mescita o negozio; comunque ambedue ‘o ccafè e ‘o cafè etimologicamente sono dal turco kahve, e questo dall'ar. qahwa, orig. bevanda eccitante';
43 – ‘ONNA PÉRETA FORA Ô BARCONE = letteralmente donna Pereta fuori (affacciata) al balcone; citroviamo dinnanzi ad una locuzione usata con divertente immagine per mettere alla berlina una donna becera, villana, sciatta,sguaiata, volgare, sfrontata ed, a maggior ragione,una donna di malaffare o anche solo chi fosse una demi vierge o che volesse apparir tale, soprattutto quando tale donna le sue pessime qualità faccia di tutto per metterle in mostra appalesandole a guisa di biancheria esposta al balcone; tale tipo di donna è detto péreta, soprattutto quando quelle sue pessime qualità la donna le inalberi e le metta ostentatamente in mostra; le ragioni di questo nome sono facilmente intuibili laddove si ponga mente che il termine péreta(nella locuzione a margine usata per dileggio quasi come nome proprio di persona) è il femminile ricostruito di pireto (dal b. lat.:peditu(m)) cioè: peto, scorreggia che sono manifestazioni viscerali rumorose rispetto alla corrispondente loffa (probabilmente dal tedesco loft= aria) fetida manifestazione viscerale silenziosa, ma olfattivamente tremenda. Altrove quella donna becera, sguaiata, volgare e sfrontata è detta, volta volta:locena che nel suo precipuo significato di vile, scadente è forgiato come il toscano ocio ed il successivo locio (dove è evidente l’agglutinazione dell’articolo) sul latino volgare avicus mediante una forma aucius che in toscano sta per: scadente, di scarto; da locio a locia e successiva locina con consueta epentesi di una consonante (qui la N) per facilitare la lettura, si è pervenuto a locena; lumera = esattamente lume a gas e lume a ggiorno =lume a petrolio atteso che una donna becera e volgare abbia nel suo quotidiano costume l’accendersi iratamente per un nonnulla; tale prender fuoco facilmente richiama quello simile del lume a gas (lumera) o di quello a petrolio ( lume a giorno) ambedue altresí maleolenti tali quale una pereta.
44 – ‘E CCANCELLE e cioè le carceri; la voce plurale a margine, femminile va riferita come la maschile ‘e cancielle ambedue alla voce singolare neutra canciello= cancello indicante la /le inferriate: protezioni astate in ferro, canciello è etimologicamente un diminutivo attraverso il suff. iello di un cancer latino = graticcio; nel parlato popolare l’originario neutro singolare canciello produsse due plurali: uno maschile ‘e cancielle = inferriate, cancellate ed uno femminile ‘e ccancelle, femminile che comporta al solito la geminazione della consonante d’avvio, plurale femminile che venne usato esclusivamente per indicare le carceri, le prigioni, partendo dall’osservazione che le prigioni son appunto provviste, per solito di robusti cancelli.
45 – ‘O VINO BBUONO = il vino buono; nell’immaginario popolare partenopeo, frutto di antica tradizione contadinauna figura di preminenza forte, tale da essere considerato pure nel libro dei sogni, è quella del vino, gustosa e sacrale bevanda (non dimentichiamo che Cristo lo trasformò nel Suo Sangue! ) bevanda che va da sé debba essere buona, non potendosi prendere in seria considerazione una bevanda che sia una ciofeca (dall’arabo šafèq che in arabo indica appunto un liquido, una bevanda corrotta o piú estensivamente tutto il cattivo delle cose, di qualità inferiore, di scarto, di nessun valore); etimologicamente vino è dal latino vinum e bbuono dal latino bonum;
46 – ‘E SORDE – ‘E DENARE = i soldi e segnatamente le monete sonanti intesi nella loro genericità ; infatti in napoletano esistono – come già ebbi modo di chiarire altrove - numerosissimi vocaboli ad hoc per indicare i varî tipi di monete o soldi, addirittura tali voci pare siano quasi sessanta, per cui qui non mi dilungo segnalando solo l’etimo di sordo sg. di sorde che è da un acc. latino solidum =nome di una moneta d'oro romana dell'età imperiale → soldum→soldo→ sordo, mentre denaro sg. di denare viene dal lat. denariu(m) (nummum), propr. moneta da dieci, deriv. di díni a dieci a dieci;
47 – ‘O MUORTO = il morto (ma rammentato da vivo) e segnatamente un familiare defunto, magari da poco tempo, familiare che per essere probabilmente molto amato ed affettuosamente ricordato, viene facilmente richiamato nella fantasia onirica di parenti o amici;muorto etimologicamente è part. passato del latino volgare morire collaterale del classico mori, è voce che spesso nel parlato napoletano viene addizionato, nelle tipiche iperboli del napoletano, di uno specificativo, come ad es.: muorto ‘e famma ( morto di fame che sta per molto affamato) muorto ‘e suonno, ‘e sete etc. (morto di sonno, di sete nel senso di molto assonnato, molto assetato) cioè a dire: tanto affamato,assonnato,assetanto da, addirittura, sia pure solo a parole, morirne;
48 – ‘O MUORTO CA PARLA = il morto che parla; questa volta con il numero a margine si significa non un morto, sognato nelle sue manifestazioni da vivo, quanto il defunto cui ò fatto cenno al numero precedente, ricordato o sognato allorché da morto parli e si manifesti esprimendo concetti e consigli a pro del sognatore; si tratta ovviamente di una assurdità: nessun morto può da morto esprimersi e formulare pensieri; ma nell’àmbito dell’onirico tutto è possibile: anche un morto che parli; parla voce verbale (ind. pres. 3° pers. sing.) del verbo parlà/parlare dal lat. volg. parabolare (con sincope delle sillaba implicata bo) deriv. di parabola parabola, poi discorso, parola;rammenterò che un film del 1950 interpretato dal famosissimo A. De Curtis (Totò) fu intitolato in modo – solo apparentemente errato: 47, morto che parla; ò detto apparentemente perché il film trattava le vicende non di un morto che da morto parlasse in sogno, ma di un vivo che – fingendosi morto – parlava ed agiva nel sogno.
49 – ‘O PIEZZO ‘E CARNE = letteralmente è il pezzo di carne, ma in realtà non ci troviamo a trattare di argomento da macelleria; infatti il pezzo di carne a margine fa riferimento, senza remore o falsi pudori, al prosperoso e procace corpo di una donna , offerto senza reticenze a gli altrui sensi! Rammenterò che in napoletano la voce piezzo che etimologicamente è un derivato di pezza da un lat. volg. pettia(m), di origine celtica con metaplasmo (nella grammatica tradizionale, qualunque alterazione formale che subiscano le parole nella loro struttura abituale) e cambio di genere, oltre ad indicare un pezzo, una particella di qualcosa,è talvolta usata, come nel caso a margine, quando sia seguita da uno specificativo, quasi in senso antifrastico per significare una gran quantità di qualcosa o una gran sovrabbondanza o prestanza fisica come ad es. ‘nu piezzo d’ommo che sta per un uomo grande e grosso o ad es.: ‘nu piezzo ‘e scemo che sta per un grosso stupido e cosí via. quanto al termine carne dal pacifico etimo latino carne(m) non mette conto aggiunger altro, avendo già chiarito che quella dell’espressione a margine rapprenta l’intero procace corpo di una donna ed estensivamente la donna tout court.
50 – ‘O PPANE = il pane; sotto questo numero viene ricordata una delle figure piú comuni e piú ricorrenti nei sogni del popolino partenopeo e cioè quell’imprescindibile,sacro alimento (trasformato da Cristo nel Suo Corpo!) dell’uomo; tale alimento ricorre nei sogni nelle piú varie forme o pezzature, corrispondenti a quelle normalmente in uso a Napoli e si avrà perciò ‘o paniello o ‘a panella (etimologicamente dal latino panis + i suffissi di genere iello o ella ) ambedue: ampia pagnotta rotondeggiante di ca 1 kg. avremo altresí ‘o palatone (grosso filone di ca 2 kg., bastevole al fabbisogno giornaliero di una famiglia numerosa, il suo nome gli deriva dal fatto che al momento di infornarlo, detto filone occupava per intero la lunga pala usata alla bisogna; la palata è invece il filone il cui peso non eccede 1 kg. ed occupava la metà della pala per infornare; un quarto o meno della pala occupavano le c.d. palatelle (piccoli filoncini da 500 o 250 gr.) per ciò che attiene all’àmbito linguistico rammenterò che ‘o ppane (etimologicamente dal latino pane(m) ) è un alimento e come tale di genere neutro, ciò che comporta una grafia con la geminazione della consonante d’avvio: ‘o ppane e non ‘o pane.
51 – ‘O CIARDINO o ‘O CIARDENIELLO; di per sé le voci significherebbero il giardino o il piccolo giardino; etimologicamente ciardino ed il suo diminutivo (vedi suff. iello) ciardeniello vengono dall’antico francese jardain con passaggio dalla sonora gi alla sorda ci come altrove nel napoletano dove si à ad es.: Calibbarde in luogo di Garibaldi etc. Ò usato il condizionale significherebbero in quanto nell’immaginario dei sognanti partenopei con la voce ciardino e piú ancora con il diminutivo ciardeniello si suole indicare con traslato furbesco e forse impudico, piú che il fronzuto appezzamento di terreno in cui si coltivano fiori e piante ornamentali, un giovane irsuto pube femminile.
52 – ‘A MAMMA o MAMMÀ = la mamma, l’essere piú caro specialmente ai soggetti maschili, essere che come tale non poteva assolutamente mancare nell’elenco dei soggetti, oggetti o situazioni sognabili; ed è tanto presente nell’immaginario partenopeo da assegnarle due identificativi: ‘a mamma (etimologicamente dal lat. mamma(m) mammella, poppa e nel linguaggio infantile mamma) voce che appare però piú asettica o meno partecipativa della successiva mammà (etimologicamente dal franc. maman ) che pur essendo voce essenzialmente regionale, usata sempre senza articolo, appare piú coinvolgente emotivamente rispetto alla toscana mamma.
53 – ‘O VIECCHIO o anche ‘O VICCHIARIELLO = il vecchietto; altra figura emblematica che non poteva mancare nella smorfia dei napoletani da sempre adusi a tenere in alta considerazione chi si porti il carico di molti anni, sia che si tratti di familiari (genitori, nonni, zii) sia che ci si riferisca ad estranei con i quali si abbia un sia pure fugace contatto di vita, piú o meno quotidiano al segno che nella smormia il soggetto è indicato con una doppia voce: ‘o viecchio (la persona anziana che si trovi negli ultimi anni di vita) voce che deriva da un basso latinoveclu(m),collaterale del class. vetulu(m), dim. di ve°tus 'vecchio'voce che è però molto fredda e quasi anodina, rispetto alla successiva vicchiariello ( diminutivo, vezzeggiativo della pregressa viecchio) usata piúaffettuosamente per indicare l’anziano di famiglia, voce che per sottolinearne l’uso piú partecipativo viene quasi sempre accompagnata dal possessivo mio: del proprio genitore s’usa dire infatti: ‘o vicchiariello mio!
54 – ‘O CAPPIELLO = letteralmente il cappello, ma in senso generico, indifferentemente da uomo o da donna, un qualsivoglia copricapo composto da una cupola o cupolino e da una tesa o falda piú o meno pronunciata, quell’oggetto il cui nome viene da un tardo latino cappellu(m) doppio diminutivo maschile di cappa= copricapo e dunque un qualunque copricapo alto o basso di feltro o di felpa, quella felpa (tessuto pesante per confezionare cappelli rigidi) il cui accrescitivo maschile : felpone diede la voce ferbone che indicò qualsiasi proditorio proiettile lanciato dagli scugnizzi sul finire del 1800 contro gli uomini che indossassero alti e rigidi copricapi, allo scopo di dileggiarli, facendo loro cascare il cappello, quel medesimo generico copricapo cui si fa riferimento nella nota frase partenopea: Àccepe cappiello! (riproducente il latino: Accipe cappellum id est: Prendi il cappello (e tira via!) usata a mo’ di canzonatura rivolta dal vincitore al perdente al termine di una gara o tenzone, quasi per dirgli: Ài perduto… Non à piú senso che tu stia qui: prendiil tuo cappello e vattene! Aggiungerò che l’oggetto a margine è uno di quegli oggetti elencati nella smorfia con numerosi numeri, secondo il tipo o la specie; ne rammento alcuni: cappello bianco – 57,cappello del papa, camauro -70, capp. vescovile -61, capp. cardinalizio – 62, capp. da prete – 3, cappello alto e bordato – 63, da donna con penne 27(si noti l’irrisione: come specificai con il medesimo num. 27 è elencato il pitale, appaiato qui ad un cappello da donna probabilmente di foggia cilindrica, la stesso d’’o cantero, pitale…), capp. da ragazzo – 58, da cafone -64, da militare generico – 82, capp. di paglia, paglietta – 36, capp. incerato, da pioggia – 39,di seta – 67, con fiori – 10,stracciato – 37, da contadino calabrese -19, da bandito – 36, gibus (che è il cappello a cilindro provvisto di molle che permettono di ripiegarlo e appiattirlo, usato un tempo nell'abbigliamento maschile da sera, e che deriva il suo nome dal fr. gibus, dal cognome del cappellaio Gibus che lo inventò nel 1834) – 53.
55 – ‘A MUSECA cioè la musica, con particolare riferimento non a quella eseguita da musicisti professionisti al chiuso di teatri, ma a quella gioiosa delle feste popolari eseguita da musicanti improvvisati, all’aperto, con rumorosi strumenti a fiato e/o percussione, quelli stessi che elencai alibi sub STRUMENTI POPOLARI NAPOLETANI ed a cui rimando, per evitare di dilungarmi ripetendomi qui; la voce museca etimologicamente è dal lat. musica(m) (arte(m), che è dal gr. mousiké (téchní); (propr. 'arte delle Muse).
56 – ‘A CARUTA e cioè la caduta, quell’inopinato accadimento, che quando avviene, se non procura in chi lo subisce gravi danni, muove spessissimo al riso, in ispecie quando detta caduta è goffa e repentina, soprattutto quando chi cada sia persona grossa e/o grassa e se donna metta in mostra nascoste grazie; alla stessa categoria che muove al riso attiene la c.d. sciuliata (che è l’atto dello scivolare ricordato però sotto il numero 68) tanto piú divertente quando alla sciuliata faccia seguito una plateale caruta; quanto agli etimi, caruta è un part. pass. femminile sostantivato, con tipica mutazione d’area osco-mediterranea della d→r, ed occorre risalire al lat. volg. cadíre, per il class. cadere; mentre sciuliata risulta essere anch’essa un part. pass. femminile sostantivato dal lat. volg. exevolare attraverso una forma frequentativa exevoliare.
57 – ‘O SCARTELLATO cioè il gobbo figura emblematica dell’immaginario partenopeo ritenuto portabuono; ricorderò che si sta parlando dello scartellato e cioè di un uomo affetto da una gobba posteriore quella che è detta scartiello (etimologicamente da un basso latino cartellu(m)=cesta, gerla con tipica prostesi della s intensiva partenopea; al contrario, se si sognasse di una donna provvista di scartiello ci troveremmo davanti ad una scartellata, figura decisamente negativa: se lo scartellato porta buono, la scartellata porta male, anzi malissimo; rammenterò in chiusura che qualora si sogni di un uomo che porti la sua gobba non sulle spalle, fra le scapole, ma sul davanti sullo sterno, non potremmo piú parlare di scartiello, ma dovremo parlare di bauglio ( che è dallo spagnolo bahúl da un basso latino bajulare=portare) e chi sognasse di un portatore di gobba pettorale (bauglio) non potrebbe piú giocare il numero 57, che fa riferimento allo scartiello posteriore e dovrebbe indirizzare le proprie preferenze per il giuoco al num. 75 che è il num. 57 lètto in maniera voltata, come voltata è la gobba non piú posizionata sulle spalle, ma sul davanti del gobbo.
58 – ‘O PACCOTTO che è esattamente il grosso pacco,l’ involto di qualsiasi merce confezionata e sistemata ben stretta e legata per un agevole asporto; con il medesimo termine però in senso traslato furbesco e scherzoso si intende anche un vasto, prosperoso deretano muliebre(altrove detto pure culo a buttiglione o a purtera) inviluppato in ampi ed eccessivi vestiti tali da fare apparire il detto culo merce confezionata in grosso pacco pronta per l’asporto; la voce paccotto è etimologicamente da collegarsi al greco paktòs deverbale di pegnýô=comporre, compattare.
59 – ‘E PILE - i peli e segnatamente i capelli o quelli che ricoprono irsuti ed abbondanti un prestante torace d’un giovane uomo, peli intesi come simbolo di rigogliosa forza e giovinezza e come tali accolti nel libro dei sogni napoletani nel quale le manifestazioni della giovinezza son sempre tenute in gran considerazione;(non dimentichiamo la storiella biblica di Sansone che aveva nelle chiome l’origine della sua forza; i partenopei, gran parte della loro cultura di fondo la devono a greci,osci, arabi, ebrei dai quali mutuarono parecchie idee e concezioni filosofiche, ma pure credenze e norme comportamentali); etimologicamente ‘e pile plurale di ‘o pilo è dal latino pilu(m) parallelo al greco pïlos.
60 – ‘O LAMIENTO o SE LAGNA – letteralmente il lamento, la lagnanza o si lagna ed ovviamente si tratta di lamenti o lagnanze ben motivati, conseguenze di un dolore provato, o di una vicissitudine subíta; sono escluse dalle voci a margine quelle fastidiose, pretestuose impuntature o capricci, richieste immotivate dei bambini che producono antipatiche lamentele che vanno sotto il nome di ‘nzirie per la cui etimologia, scartato l’ inconferente latino: in-ira, e scarta l’idea che si possa risalire al greco sun-eris che ad litteram è con dissidio giusta i contrasti astiosi delle ‘nzirie dei bambini penso che sia molto piú probabile una discendenza dal latino insidia che a sua volta è da un in + sideo = sto sopra, mi fermo su, che ben mi pare possa rappresentare semanticamente l’impuntatura fanciullesca che è tipica della ‘nziria.
; per l’etimo di ‘o lamiento occorre riferirsi al latino lamentu(m) mentre per quello della voce verbale se lagna del verbo lagnarse occorre pensare ad un tardo latino: laniare se = dilaniarsi per il dolore
R.B.(segue)
LA SMORFIA NAPOLETANA parte 1a
LA SMORFIA NAPOLETANA
parte 1a La smorfia napoletana
parte 1a
Ò in animo di illustrare tutti i 90 numeri con i relativi significati corrispondenti ai singoli numeri, cosí come tradizionalmente riportati nella smorfia (ma segnalando passim anche significati alternativi attribuiti a taluni numeri in tradizioni familiari) o cabala (che etimologicamente è dall'ebr. qabbalah, cioè propr. 'dottrina ricevuta, tradizione' ed è l’arte con cui, per mezzo di numeri, lettere o segni, si presumeva e si presume di indovinare il futuro o di svelare l'ignoto | (estens.) operazione magica; cosa misteriosa, indecifrabile | cabala del lotto, serie di operazioni aritmetiche per indovinare i numeri del lotto che potrebbero sortire) libro dei sogni in cui ad ogni avvenimento, persona o cosa sognati si assegna un numero di riferimento, tradizionale napoletana; in questa prima parte contemplerò i numm. da 1 a 30,
cominciamo col dire che con la parola smorfia non si intende la contrazione del viso che ne altera il normale atteggiamento ed è provocata per lo piú da sensazioni dolorose o spiacevoli; ad es.: una smorfia di dolore,...; in tale accezione la parola si fa derivare da un antico sostantivo morfa o morfía = bocca addizionato di una s distrattiva per significare il movimento contrattivo che altera i normali caratteri della bocca; rammenterò al proposito di morfía = bocca che da esso termine si trasse il verbo gergale della parlesia (gergo ossia linguaggio convenzionale usato dagli appartenenti a determinate categorie o gruppi sociali al fine di non farsi intendere da chi ne è estraneo: nella fattispecie linguaggio dei dei suonatori ambulanti) smorfí/smurfí = mangiare; in effetti la parola smorfia come nome dato al libro dei sogni da cui si ricavano i numeri per il lotto, spec. quello con figure destinato agli analfabeti, etimologicamente si fa risalire a Morfeo, nome del mitologico dio del sonno. Ciò detto, cominciamo l’elencazione:
1 – L’ITALIA cioè a dire: la nazione che abitiamo; etimologicamente il nome sta per o terra dei vitelli o, ma meno probabilmente, terra dei fiumi; nell’un caso e nell’altro la porzione di territorio detta Italia fu in origine quella meridionale e segnatamente quella calabro-lucana bagnata dal Tirreno, per modo che si può dire che storicamente i Savoia del risorgimento usurparono oltre che il territorio, persino il nome d’ Italia!
Fu solo nel tardo ottocento che, in omaggio alla raggiunta unità col numero 1, nella smorfia si indicò l’Italia; precedentemente pare che a Napoli con il numero 1 si indicasse il SOLE e talvolta il REAME.
2- ‘A PICCERELLA= la bambina etimologicamente voce derivata da un lemma fonosimbolico pikk (donde anche l’italiano: piccino) con ampliamento della base attraverso rillo/rella(piccerillo/piccerella) o altrove reniello/renella (piccereniello/piccerenella). Con il numero a margine si indicò un tempo anche i militi della pubblica sicurezza adusi ad aggirarsi sempre in coppia.
3- ‘A GATTA = la gatta, il gatto etimologicamente voce derivata da un accusativo femminalizzato di un basso latino cattu(m)→catta(m). Con il numero a margine si indicò un tempo altresí la cantina e le botti per il fatto che il gatto è solito aggirarsi tra le botti delle cantine.
4- ‘O PUORCO=il maiale, il porco etimologicamente voce derivata da un accusativodel basso latino porcu(m). Con il numero a margine si indicò un tempo, con gusto malsano,e con patente riferimento offensivo, anche la stella di David e/o la stella cometa (di pertinenza ebraica).
5- ‘A MANA = la mano etimologicamente voce derivata da un accusativo latino manu(m) reso femminile mana(m); anche nel toscano anticamente la mano fu mana. Con il numero a margine si indicò un tempo anche le ossa dei morti rappresentate dalle dita della mano.
6 – CHELLA CA GUARDA ‘NTERRA = la cosa che guarda a terra , eufemistico giro di parole usato furbescamente per indicare la vulva femminile etimologicamente voce derivata da un accusativo basso latino vulva(m) variante di volva(m)= matrice.In napoletano (cfr.mi alibi) sono numerosissime le voci usate per indicare la vulva. Con il numero a margine si indicò un tempo però anche qualcosa di molto piú pudico: la luna calante che nella sua forma di falce con gobba che con una qualche buona volontà ripeteva ad un dipresso la forma della vulva.
7 – ‘O VASETTO che letteralmente è il piccolo vaso, quantunque qualcuno – seppure erroneamente - lo ritenga diminutivo non di vaso (nome generico di recipienti di varia forma e materiale che per lo piú servono a contenere e a conservare prodotti alimentari, e come tale etimologicamente da un lat. volg. vasu(m), per il class. vas vasis), ma di vaso(= bacio che come tale etimologicamente è dal latino basiu(m));in effetti nel pretto napoletano il diminutivo usato di bacio non è vasetto, ma vasillo! Con il numero a margine si indicò un tempo altresí le forbici figurazione dello strumento usato per la potatura delle piante di casa alloggiate in un vaso.
8 – ‘A MARONNA e segnatamente ‘A ‘MMACULATA = LA Madonna ed in particolare la Madonna Immacolata, atteso che nella religione cattolica, la festa liturgica della Vergine Immacolata cade agli 8 di dicembre; maronna o anche madonna sono voci che etimologicamente vengono dal latino mea+domina= mia signora; è titolo d’onore che un tempo si dava alle donne e che oggi è riservato esclusivamente alla Madre di Cristo; in Abruzzo e in taluni paesini del Piemonte è titolo di rispetto usato dal popolino ed in particolare dalle nuore rivolto alle suocere; ‘mmaculata sta per immacolata ed etimologicamente è voce derivata dall’unione di un in detrattivo + il sostantivo macula nonché il suffisso aggettivale ato/a (come a dire senza macchia ); interessante notare come l’in detrattivo, diventato proclitico della voce macula abbia perduto la i d’avvio sostituita dal segno della procope (‘) producendo altresí l’assimilazione progressiva nm→ mm. Con il numero a margine si indicò un tempo altresí l’incudine strumento di lavoro usatissimo e come tale accolto nella smorfia e proprio al numero 8 rappresentante il doppio corno proprio dell’incudine.
9 – ‘A FIGLIATA = la figliolanza o il frutto del parto e cioè l’insieme di tutti i figli generati con lo stesso parto; etimologicamente è voce deverbale (anticamente usata anche nel toscano, ma ora ammessa raramente e solo in riferimento al parto degli animali) derivata del verbo figliare (generare, partorire) che è dal latino filium. Con il numero a margine si indicò un tempo altresí la credenza e la rosa coltivata, la prima quale figurazione dell’abbondanza, la seconda come figurazione d’ un frutto di parto derivato da una coltura nata dalla messa a dimora d’ un seme, come da un seme deriva la figliolanza o il frutto del parto.
10 – ‘E FASULE = i fagioli, etimologicamente è voce derivata dal basso latino faseolu(m) dim. di pàsílus, dal gr. phásílos e con detto termine si indica in primis i legumi edibili, ma anche estensivamente i soldi, atteso che - come altrove dissi - i legumi (fagioli, ceci etc.) un tempo furono usati come merce da baratto. Con il numero a margine si indicò un tempo altresí il cannone e la squadra ambedue pensati in istretta colleganza con i fagioli (danaro): il primo perché emblema della guerra che à sempre un motivo scatenante nel danaro o nella potenza economica, il secondo perché emblema della massoneria associazione segreta a sfondo socio-economico.
11 – ‘E SURICE = i sorci, i topolini (etimologicamente è voce derivata dall’accusativo sorice(m) del latino sorex/ricis) e nella fattispecie sono segnatamente quelli che talvolta inopinatamente invadono le abitazioni domestiche, da non confondere con i ratti o peggio ancora con i grossi topi da fogna detti zoccole ( vedimi alibi sub TOPI). Con il numero a margine si indicò un tempo altresí il mastrillo e/o le tenaglie ambedue di competenza dei topi atteso che il mastrillo (dal lat. mustriculu(m) è la trappola per topi che tal quali delle tenaglie serra gli imprigionato.
12 – ‘E SURDATE = i soldati (intesi come militari di truppa, inquadrati in plotoni, squadre, battaglioni, compagníe etc.) etimologicamente surdate plurale di surdato è voce deverbale (participio passato) di soldare che sta per prendere al soldo,reclutare milizie; a sua volta soldo è dal latino solidu(m) (nummum) “moneta massiccia”, nome di una moneta d'oro romana dell'età imperiale. Con il numero a margine si indicò un tempo altresí il cappellaio e la caffettiera; interessanti ambedue i collegamenti tra soldati e cappellaio o caffettiera; il primo collegamento lo si ritrova nel fatto che un tempo per identificare un milite si faceva riferimento sia alla divisa, ma in primis al cappello completamente diverso per ogni corpo militare d’appartenenza e per ogni grado; il secondo collegamento à invece un significato piú ironico e furbesco atteso che un tempo i militari in libera uscita erano soliti trascorrere molto tempo, invitando forosette, cameriste e/o nutrici a seguirli nelle tante mescite di caffé della città napoletana degustando la bevanda e fumando sigari aromatizzati; da tale abitudine si finí ironicamente per identificare soldati e caffettiera.
13 – SANT’ANTONIO esattamente è sant’Antonio da Padova il santo predicatore portoghese, al secolo Fernando Bulhão (Lisbona, 15 agosto 1195 - †Padova, 13 giugno 1231) è stato un frate francescano, ed è santo e dottore della Chiesa cattolica, che gli tributa da secoli una fortissima devozione.Prima agostiniano a Coimbra (1210), poi (1220) francescano, viaggiò molto vivendo prima in Portogallo quindi in Italia; la sua ricorrenza liturgica cade appunto il 13 giugno donde il numero 13 assegnatogli nella smorfia; esiste però un altro sant’Antonio venerato nella tradizione della Chiesa cattolica ed è Sant'Antonio Abate chiamato anche Sant'Antonio il Grande, Sant'Antonio d'Egitto, Sant'Antonio del Fuoco, Sant'Antonio del Deserto o Sant'Antonio l'Anacoreta (251?-† 356), eremita egiziano, che è considerato l'iniziatore del Monachesimo cristiano e il primo degli Abati in quanto a lui si deve la costituzione in forma permanente di famiglie di monaci che sotto la guida di un padre spirituale abbà, si consacrano al servizio di Dio, ma dai napoletani che gli sono devotissimi, tale santo (la cui ricorrenza liturgica è fissata ai 17 di gennaio è chiamato sant’Antuono, appunto per distinguerlo dal santo Antonio predicatore portoghese.
Con il numero a margine si indicò un tempo altresí il pesaturo(mortaio) ed il candeliere e/o la candela; il collegamento tra pesaturo (deverbale del tardo lat. pistare→pis(t)are) = mortaio ed il numero 13 è da cercarsi nel fatto che (con evidente quiproquò)si confusero il sant’Antonio da Padova con il sant’Antonio anacoreta, giacché il pesaturo(mortaio) era usato dai monaci del TAU,titolari d’una chiesa, un monastero ed un ospedale dedicati a sant’Antonio Abate, monaci che pestando nel mortaio il grasso di maiale vi ricavavano un linimento pomatoso per curare gli infermi affetti dal morbo Herpes zoster (détto fuoco sacro o di sant’Antonio);ugualmente insistendo nel medesimo quiproquò di confusione del sant’Antonio da Padova con il sant’Antonio anacoreta,si collegò il candeliere e/o la candela a costui quale santo protrettore del fuoco, anche quello d’una candela o candeliere. A proposito del numero 13 connotante il candeliere/candela, rammento un icastico modo di dire partenopeo che suona:
Stà sempe 'ntridice/’ntririce.
Letteralmente: stare sempe in tredici.Id est: esser sempre presente, al centro, in vista, mostrarsi continuatamente, partecipare ad ogni manifestazione, insomma far sempre mostra di sé alla stregua di un candeliere perennemente in mostra in mezzo ad un tavolo.
Con l'espressione in esame a Napoli si è soliti apostrofare gli impenitenti presenzialisti. etimologicamente‘ntridice/’ntririce avv. di luogo = nel mezzo, al centro, in vista; è forgiato con un in→’n illativo + tridice/tririce = tredici numerale dal lat. tredecim, comp. di trís 'tre' e decem 'dieci'; nella morfologia tririce da tridice è riscontrabile la rotacizzazione osco-mediterranea della d→r.
14 – ‘O ‘MBRIACO = l’ubriaco, l’ebbro, ed estensivamente il frastornato etimologicamente è voce derivata da un in illativo + un tardo latino (e)briacu(m) per il classico ebrius (ebbro); come abbiamo già visto altrove l’in proclitico comporta la procope della i segnata con (‘) e dopo la caduta della sillaba d’avvio e di ebriacum il consueto mutamento della n in m dinnanzi all’esplosiva b. Con il numero a margine si indicò un tempo altresí l’oste, il vinattiere nonché l’osteria, la bettola, la mescita di vino ; il collegamento tra l’ubriaco e tuttele voci or ora elencate si coglie súbito.
15 – ‘O GUAGLIONE = il ragazzo, l’adolescente, da non confondere con il bambino, il piccino o addirittura il lattante che son detti volta a volta con altri termini quali: ‘o criaturo (da un tardo latino creatura(m)), ‘o piccerillo (da un lemma fonosimbolico pikk che diede anche piccino con base ampliata in rillo), ‘o nennillo(diminutivo di ninno che è voce onomatopeica fanciullesca) che se piccolissimo è addirittura n’anema ‘e dDio; per quanto riguarda la controversa etimologia di guaglione rimando a ciò che alibi sub guaglione trattai ad abundantiam. Con il numero a margine si indicò un tempo altresí i bottoncini da camicia infantile ed i boys-scaut; anche in questo caso è semplice cogliere l’accostamento sia quello tra i bottoncini da camicia infantile ( bottoncini che son di pertinenza dei ragazzi) sia quello con i boys-scaut (che di norma, son dei ragazzi).
16 – ‘O CULO = il culo, sedere, deretano che etimologicamente è voce derivata dal greco koilos attraverso il basso latino culu(m); rammenterò, per il gusto di ricordarlo che nelle tombole familiari (in cui si usi accanto al numero estratto ricordarne anche il significato, allorché venga estratto il detto numero chi sta compiendo l’operazione , in luogo di dire:”Sidece, ‘o culo!” amenamente intima: “ 16! Copritelo!” volendo significare : Ponete un segnalino sul numero che ò estratto, ma volendo anche lasciare intendere per giuoco: Chi avesse il proprio sedere scoperto, lo ricopra!
Con il numero a margine si indicò un tempo altresí l’artista che dipinge o scolpisce ed il tamburo; anche in questo caso è possibile, benché non sia semplice cogliere l’accostamento del culo conl’artista che dipinge o scolpisce e con il tamburo; tuttavia li chiarirò: il primo accostamento lo si coglie pensando che tra il tardo ‘600 ed il ‘700 vi furono moltissimi pittori e scultori che produssero gran copia di dipinti o statue molti dei quali raffiguranti nudi femminili o maschili con prorompenti anatomie tali da farle accostare all’artista che le aveva dipinte (o scolpite); piú complesso l’accostamento del culo al tamburo; per comprenderlo bisogna soffermarsi sul fatto che furbescamente nell’inteso comune popolare esistono varii tipi di culo: 'O CULO A BUTTIGLIONE, A MAPPATA, A PURTERA, A TAMMURRO, A MANDULINO,
Ad litteram: avere il culo a forma di bottiglione, di pacco, di portiera, di mandolino. Cosí, in vario modo si suole alludere alle diverse configurazioni di unfondoschiena e segnatamente di un fondoschiena femminile; la forma piú - diciamo - pregiata è ritenuta l'ultima: quella che arieggia la struttura del mandolino. Il fondoschiena a buttiglione (accrescitivo di butteglia) è invece quello vasto, massiccio ed inelegante (tal quale una grossa bottiglia) di una donna tozza e grassa il cui fondoschiena faccia da pendant con la rotondità della pancia. Il fondoschiena a mappata (quantità di roba che si contiene in un tovagliolo, fagotto,fardello) è quello vasto ed inelegante come che inviluppato in troppi panni che ne nascondano la forma. Il fondoschiena a purtèra ( adattamento al femminile di purtiére= portinaio, guardaportone) è quello informe, schiacciato ed inelegante come nell’inteso comune si pensa sia il fondoschiena di una portinaia adusa a stare seduta tutto il giorno in guardiola sino ad averne il fondoschiena schiacciato. Infine il fondoschiena che ci occupa è quello a tammurro cioè quello scostumato e risuonante di una popolana adusa a rumorosamente scorreggiare.
17 – ‘A DISGRAZZIA = la disgrazia, l’ accidente,l’ infortunio, la cattiva sorte, la sventura etimologicamente è voce derivata dall’unione del prefisso negativo latino dis + il sostantivo gratia(m) che è da gratus= gradito nel senso che grazia o grazzia sta per cosa gradita e di conseguenza disgrazzia (correttamente scritto in napoletano con la doppia z ) sta per cosa sgradita in quanto sventurata.
Con il numero a margine si indicò un tempo altresí ‘o cane ‘e presa (il cane da guardia) nonché ll’amico traritore(l’amico infedele); anche in questo caso è possibile, benché non sia semplice cogliere l’accostamento della disgrazia con un cane da guardia o con un amico infede; tuttavia tenterò di chiarire; un amico che tradisce è veramente una disgrazia, come è o sarebbe una disgrazia imbattersi ( ad es. nottetempo) con un mastino napoletano (cane ‘e presa) di guardia.
18 – ‘O SANGO = il sangue e segnatamente quello umano versato a seguito di ferimenti per aggressioni subíte; etimologicamente è voce derivata con ogni probabilità da un acc. latino sangu(m) metaplasmo volgare di un basso latino sangue(m)collaterale del classico sanguine(m) . Con il numero a margine si indicò un tempo altresí la carne a ragú con evidente rifermento al rosseggiare del pomodoro.
19 - ‘A RESATA = la risata,l’allegria nonché il ridere in modo sonoro e prolungato e segnatamente quello a squarciagola, indice di allegria esuberante e rumorosa; etimologicamente è voce costruita come derivazione femminile sul sostantivo lat. risu(m), a sua volta deriv. di ridíre “ridere”. Con il numero a margine si indicò un tempo altresí la carne secca (prosciutto e salame) con evidente rifermento al fatto che l’assunzione di tali cibi mette allegria.
20 – ‘A FESTA= la festa e segnatamente quella annessa ad una ricorrenza religiosa, ma anche pagana-popolare; ad es.: ‘a festa ‘e san Gennaro, ‘a festa ‘e piererotta; etimologicamente festa è voce costruita sul neutro plurale (poi inteso femminile dell’aggettivo latino festum =solennità gioiosa; il festum latino pare sia da agganciarsi al greco estiào per festiào = festeggio banchettando e – per vero – non v’è a Napoli festa o festività che , giusta l’origine greca dei partenopei, non abbia per corollario un lauto banchetto. Con il numero a margine si indicò un tempo altresí il fornaio ed il giuoco in generale con evidente rifermento nell’un caso e nell’altro alla festosità una volta del luogo (la bottega del fornaio) una volta del divertimento di chi gioca.
21 – ‘A FEMMENA ANNURA = la donna nuda, intesa come emblema non della lascivia, ma della prorompente bellezza; nell’immaginario collettivo partenopeo la donna nuda è in ogni caso uno spettacolo bello ed apprezzabile; è da notare che nella smorfia il numero che connota questa donna nuda sia appunto il 21 quello che segue il numero 20 che indica la festa essendo intesa la donna nuda quasi un naturale ed adeguato completamento della predetta festività ; etimologicamente femmena è dal latino femina(m), voce connessa con fecundus “fecondo”; normale il raddoppiamento popolare della m in parola sdrucciola; annura è il femminile di annuro che è da ad+nudus, parola nella quale la prima d à subíto l’assimilazione progressiva nd→nn, mentre la seconda d à subíto la tipica rotacizzazione mediterranea per cui d→r.
Con il numero a margine si indicò un tempo altresí il barbiere e l’anello con pietra preziosa; anche in questo caso è possibile, benché non sia semplice, cogliere l’accostamento della donna nuda con il barbiere o l’anello con pietra preziosa; tuttavia tenterò di chiarirlo: il primo accostamento lo si coglie pensando che un tempo a Napoli molte botteghe di barberie non erano condotte non da uomini, ma da donne abbastanza procaci e con abbigliamenti con profonde scollature tali da permettere la visione dell’anatomia femminile; piú complicato trovare l’accostamento della donna nuda con l’anello con pietra preziosa; accostamento da cogliere tenendo presente il fatto che temporibus illis, la donna per dare accesso anche alla sola visione delle proprie grazie esigeva congrue contropartite rappresentate spesso da gioielli.
22 – ‘O PAZZO = il pazzo, il folle, il matto e segnatamente non il conclamato malato affetto da pazzia o altre affezioni mentali, ma colui che d’improvviso e senza un preciso movente dia in escandescenze diventando pericoloso ed aggressivo; infatti il malato affetto da pazzia in napoletano è detto malato ‘e capa, mentre del secondo s’usa dire: è asciuto pazzo o è asciuto a ‘mpazzí id est: è impazzito; etimologicamente la voce pazzo si fa risalire al latino patior = soffro, ma a mio avviso non gli è estraneo il greco pàtòs = infermità di corpo od anima, senza dimenticare che sempre il greco patheía pronunziato pathîa conduce dritto per dritto a pazzia. Con il numero a margine si indicò un tempo altresí il pozzo e l’arrotino; anche in questo caso è possibile, benché non sia semplice, cogliere l’accostamento del folle con il pozzo o l’arrotino; tuttavia tenterò di chiarirlo: in ambedue i casi il collegamento è rappresentato da una ruota; nel primo caso la ruota è appunto la noria del pozzo, quella relativa ad un antichissimo metodo di cura della pazzia in uso a Napoli nei sec. XV e XVI, al tempo cioè di un famosissimo medico dei pazzi, tale Giorgio Cattaneo - dal cui nome derivò poi il termine mastuggiorgio che indica appunto il castigamatti - il quale medico pare inventasse la cura coercitiva per il folle di dover assumere ben cento uova di seguito e poi, sotto la minaccia di una frusta, di girare la pesante ruota di un pozzo; il secondo collegamento quello tra il pazzo e l’arrotino è anch’esso da cogliersi nel fatto che l’arrotino facendo girare la ruota per azionare la mola su cui affilare le lame pareva quasi comportarsi a mo’ del matto che doveva far girare la ruota/noria del pozzo.
23 – ‘O SCEMO = lo scemo, lo sciocco, il tonto; etimologicamente la voce scemo viene dal latino semum e cioè non completo, dimezzato, mancante di una parte; da notare come la s + vocale produce la sc palatale come altrove simia diede scigna, ne-ipsu-unum diede nisciuno etc.Rammenterò che negli anni ’50 del ventesimo secolo, in Napoli il piú famoso scemo fu quello d’’e melacotte; questo povero scimunito di cui dico, riconoscibile anche di lontano per le sue sembianze quasi scimmiesche e per la sua andatura barcollante e dinoccolata strappava la vita trasportando un piccolo carretto a mano sul quale esponeva un congruo numero di mele cotte al forno, mele che vendeva in giro nei mesi invernali; nei mesi estivi sostituiva il carretto ligneo, con altro piú maneggevole col quale portava un giro, per venderlo ad un contenutissimo prezzo un suo sorbetto che serviva in croccanti cialde da gelato, sorbetto che usava reclamizzare al grido di: Garantito al limone! volendo significare che il suo sorbetto era prodotto con autentico succo di limone e non con polverine chimiche! Oggi ‘o scemo d’’e melacotte – parce sepultis!, non si aggira piú per Napoli, ma nei mesi estivi ancora qualche suo epigono proclama che il sorbetto che pure lui vende è garantito al limone, temo però che si tratti di millantato credito! Con il numero a margine si indicò un tempo altresí il tessitore e lostorpiato; anche in questo caso è possibile, benché non sia semplice, cogliere l’accostamento del folle con il tessitore o lostorpiato; tuttavia tenterò di chiarirlo: in ambedue i casi il collegamento è rappresentato dall’atteggiamento: nel caso del tessitore la sua postura immobile innanzi al telaio con monotoni e ripetitivi movimenti delle mani lo appariglia ad un demente incapace di varietà comportamentale; idem valga per lo storpiato le cui menomazioni fisiche che gli impediscono liberi movimenti possono apparigliarlo ad un demente incapace di muoversi a suo libero arbitrio.
24 – ‘E GGUARDIE ed alibi ‘A PIZZA - di per sé nel significato primo si indicherebbero le guardie (e segnatamente quelle che prestano il loro servizio di notte in istrada) che furono di pubblica sicurezza ed oggi: polizia di stato, ma nell’immaginario colletivo dei sognatori, meglio delle sognatrici partenopee rientrano sotto la voce guardie e dunque sotto il num. 24 non solo gli agenti di P.S., ma ogni altro addetto alla sicurezza: vigili urbani, carabinieri etc purché sognati in divisa ed armati; guardia di cui guardie è il plurale, etimologicamente è giunta nel napoletano attraverso il portoghese guardia, dal gotico vardia = custode,difensore, vigilante; sotto il medesimo numero 24 alibi, specialmente in talune smorfie familiari si considera ‘a pizza(dal latino pinsam placentam=focaccia schiacciata dal verbo pinsere=pigiare, schiacciare con ns→nz→zz per assimilazione regressiva)la pizza (sia pure in senso generico, atteso che il piú usuale cibo popolare partenopeo, che come tale si conquistò un posto nella smorfia, è considerato anche con moltissimi altri numeri, secondo come sia variamente condita, per cui si à: p. napoletana – 2,p.dolce -36, p. rustica – 37, p. con sugna e formaggio – 61, p. con alici fresche – 62, p. pomidoro e mozzarella – 53 etc. Con il numero a margine si indicò un tempo altresí i gamberoni ed il contadino che ara ; anche in questo caso è possibile cogliere l’accostamento delle guardie sia con i gamberoni che con il contadino che ara: in ambedue i casi il collegamento è rappresentato dall’ accoppiata: come le guardie procedono sempre in coppia, cosí il contadino che ara fa coppia fissa con il suo bue; d’altra parte non si serve mai in tavola meno d’una coppia di gamberoni.
25 – NATALE Si tratta ovviamente della festività del santo Natale con cui si commemora la natività di N.S. Gesú Cristo e non occorre dilungarsi una volta ricordato che tale festività è fissata tradizionalmente nel calendario liturgico della Chiesa cattolica ai 25 di dicembre donde il numero assegnatole nella smorfia. Rammenterò che storicamente nessun testo riporta come data di nascita del Signore il 25 dicembre ed essa fu stabilita perché gli antichi romani in tale data solevano festeggiare il dio Sole sorgente, di talché la Chiesa ritenne opportuno far propria la data assegnandola alla nascita di Cristo inteso quale autentico SOLE dell’umanità; quanto all’etimologia la parola natale è un aggettivo sostantivato dal lat. natale(m) concernente la nascita', deriv. di nasci “nascere”. Con il numero a margine si indicò un tempo altresí la conchiglia(emblema del pellegrino) e la processione ; anche in questo caso è possibile cogliere l’accostamento al Natale e perciò al 25 sia con la conchiglia che con la processione: in ambedue i casi il collegamento è rappresentato dalla sequela dei pastori in visita alla grotta della natività :in ambedue i casi si tratta di una sorta di pellegrini una volta rappresentati dalla cochiglia, un’altra dal fatto che i pellegrini procedono quasi sempre in gruppo e quasi in processione.
26 – NANNINELLA = Annina, cioè diminutivo vezzeggiativo del nome proprio ANNA quello che la tradizione cattolica assegna alla presunta anziana genitrice della Vergine Maria; poiché la memoria liturgica di tale santa cade ai 26 di luglio, ecco che il medesimo num. 26 è collegato nella smorfia a tale vecchia santa, sotto la cui figura tradizionalmente viene adombrata ogni anziana genitrice che venga sognata.
Quanto all’etimologia il nome Anna ed il corrispondente vezzeggiativo partenopeo Nanninella derivano da una voce ebraica: Ànnah nel significato di grazia, beneficio; quantunque di s. Anna ci siano poche notizie e per giunta provenienti non da testi ufficiali o canonici, il suo culto è estremamente diffuso sia in Oriente che in Occidente ed il suo nome è portato da moltissime donne magari addizzionato a quello di Maria (amata da Dio) ottenendo Anna Maria o anche Annamaria.
Tradizionalmente s. Anna è la protettrice di tutti i mestieri legati alla funzione materna: lavandaie, ricamatrici etc.
Con il numero a margine si indicò un tempo altresí la zingara ed il grappolo d’uva nera; anche in questo caso è possibile, benché non sia semplice, cogliere l’accostamento di sant’Anna con la zingara ed il grappolo d’uva nera; tuttavia tenterò di chiarirlo: in ambedue i casi il collegamento è rappresentato dal colore olivastro; nel primo caso è quello della pelle della gitana,pensata vecchia con il volto segnato dagli anni cosí come è rappresentata sant’ Anna in tutta l’iconografia cristiana; nel secondo caso il colore olivastro è appunto quello del grappolo d’uva nera. 27 – ‘O CÀNTERO = grosso vaso da notte, pitale da non confondere con ‘o rinale che è appunto l’orinale, vaso molto piú piccolo del càntero o càntaro alto e vasto cilindrico vaso dall’ampia bocca su cui ci si poteva comodamente sedere, atto a contenere le deiezioni solide; etimologicamente la voce càntero o càntaro è dal basso latino càntàru(m) a sua volta dal greco kàntàros; rammenterò ora di non confondere la voce a margine con un’altra voce partenopea cantàro (che è dall’arabo quintâr) diversa per accento tonico e significato: questa seconda infatti è voce usata per indicare una unità di misura: cantàio= quintale ed è a tale misura che si riferisce il detto napoletano: Meglio ‘nu cantàro ‘ncapo ca n’onza ‘nculo ( e cioè: meglio sopportare il peso d’un quintale in testa che (il vilipendio) di un’oncia nel culo (e non occorre spiegare cosa sia l’oncia richiamata…)); molti napoletani sprovveduti e poco informati confondono la faccenda ed usano dire, erroneamente: Meglio ‘nu càntaro ‘ncapo…etc.(e cioè: meglio portare un pitale in testa che un’oncia nel culo!), ma ognuno vede che è incongruo porre in relazione un peso (oncia) con un vaso di comodo (càntaro) piuttosto che con un altro peso (cantàro)! Con il numero a margine si indicò un tempo altresí il baúle e/o la cassa(contenitori da asporto ) e lo sciarabballo (dal fr. char a bancs= carro rustico aperto con sedili per trasporto di passeggieri, usato soprattutto in provincia in sostituzione delle carrozze (vetture passeggieri riparate da un soffitto e da cortine di stoffa) ; anche in questo caso è possibile cogliere l’accostamento al càntaro e perciò al 27 sia del baúle e/o cassa che dello sciaraballo : in ambedue i casi il collegamento è rappresentato furbescamente dal fatto che per tutti gli elementi: càntaro,baule o cassa e sciarabballo si tratta di contenitori.
28 – ‘E ZZIZZE = i seni, le mammelle di esseri umani e bestie, ma segnatamente quelle della donna, intese però piú che come organo della lattazione, come elemento di attrazione sessuale; etimologicamente la voce zizza, di cui zizze è il plurale viene per adattamento dall’ accusativo tardo latino *titta(m)= capezzolo forse attraverso una forma aggettivale tittja(m) dove il ttj intervocalico diede zz che influenzò anche la sillaba d’avvio ti→zi. Rammenterò a proposito della voce a margine un antico detto partenopeo che recita:
'A meglia vita è cchella d''e vaccare pecché, tutta 'a jurnata, manejano zizze e denare. Ad litteram: la vita migliore è quella degli allevatori di bovini perché trascorrono l'intera giornata palpando mammelle (per la mungitura delle vacche) e contando il denaro (guadagnato con la vendita dei prodotti caseari); per traslato se ne ricava il significato edonistico : la vita migliore è quella che si trascorre tra donne e denaro. Con il numero a margine si indicò un tempo altresí il lattaio e/o il biberon(contenitori da asporto )per un collegamento furbesco il primo, di pertinenza il secondo alle zizze e dunque al numero 28.
29 – ‘O PATE D’’E CCRIATURE= il padre di bambini/e e cioè l’organo maschile della riproduzione, senza del quale si pensava fosse impossibile mettere al mondo dei nati, il péne; il giro di parole fu eufemisticamente usato per evitare di pronunciare parole piú disdicevoli; per vero tale circonlocuzione non è solo napoletana, ad un dipresso la si ritrova anche altrove; nel dialetto romanesco il poeta G.G.Belli trattando del medesimo organo riproduttivo intitolò un suo divertente sonetto addirittura Er padre de li santi e in riferimento all’organo femminile La madre de li santi.
Prendiamo in esame la voce ‘e ccriature; scritta con la geminata iniziale cc essa è il plurale di criatura/o (che etimologicamente vengono dal latino creatura(m)) comprendente i due generi maschile e femminile: insomma ‘e ccriature sono onnicomprensivamente i nati maschi e femmine e talvolta anche solo le nate femmine; mentre usando la c scempia: ‘e criature si indica il plurale del maschile criaturo e dunque i soli nati maschi. Con il numero a margine si indicò un tempo altresí la chiave ed il baco da setaper un collegamento in ogni caso furbesco: il primo da cercarsi nel fatto che la chiave entrando nella toppa si comporta ad un dipresso come il péne che penetra altra toppa; nel secondo caso il baco da seta per la sua forma può essere furbescamente accostato al padre delle creature e dunque al numero 29.
30 – ‘E PPALLE D’’O TENENTE e cioè le munizioni dell’obice di competenza del tenente, ma per traslato furbesco i testicoli che intesi, impropriamente, sferici vengono assomigliati alle sferiche palle da cannone; va da sé che il tenente richiamato è ampiamente pretestuoso, suggerito come fu dalla facile rima con trenta.
Rammenterò che nei tempi andati, durante le estrazioni dei numeri nel corso di tombole familiari e perciò ridanciane quando chi estraeva i numeri annunciava: Trenta! ‘E ppalle d’’o tenente! invariabilmente trovava un capo ameno che commentava per dileggio: Tu ‘e sciacque e i’ tengo mente… (tu le sciacqui ed io guardo!) e va da sé che non intendesse riferirsi alle munizioni…
Quanto all’etimo la parola tenente è part. presente del verbo tenire corradicale di tendere ed identifica l’ufficiale di grado superiore a sottotenente e inferiore a capitano, ma essendo un riferimento ameno non mette conto soffermarsi oltre. Con il numero a margine si indicò un tempo altresí la mozzarella ed il pallone da calcio per un collegamento con le palle del tenente dunque al numero 30, in ambedue i casi facile da cogliere e da ricercare nella sfericità sia delle munizioni (palle) del tenente, che delle mozzarelle, che del pallone da calcio.
Raffaele Bracale (segue)
NASCITA DEL DIALETTO/IDIOMA NAPOLETANO
NASCITA DEL DIALETTO/IDIOMA NAPOLETANO
Chi si pone come tema l’argomento in epigrafe si imbatte súbito in alcune questioncelle niente affatto facili da risolvere:
a)stabilire se il napoletano abbia o no una una precisa data di nascita e stabilire se esso sia da considerarsi lingua o dialetto;una volta poi chiarito che la parlata partenopea fu la piú antica della penisola,deve
b) tentar di rispondere al perché quella parlata non riuscí a diventar lingua nazionale e si lasciò battere in ciò dal dialetto fiorentino.
A tanto mi accingo, sperando con queste paginette, di venire a capo di quanto ripromessomi.
Comincio con il dire súbito che 1)Napoli(maggiore città della Magna Graecia, risalente con un emporio dorico sull’isolotto di Megaride, al IX sec. a.C.) per lungo tempo conservò il suo "greco" dorico, via via sopraffatto e smantellato nel tempo da Roma, col suo "latino parlato" di militari, commercianti, coloni, aministratori etc.; 2) Si costituí un "latino popolare" parlato a Napoli già nell'Alto Medioevo, anche se ci fu una parziale ripresa del "greco" durante la dominazione bizantina (specie nei secoli VI-VII-VIII d. C.). Poi si ebbero mistioni solo lessicali esterne nel Basso Medioevo:ad esempio Normanni, Angioini, Svevi..; poi i Catalani, gli Spagnoli etc....Oggi si può tranquillamente affermare che il dialetto/idioma napoletano, cosí come unanimamente riconosciuto, è un idioma romanzo che, accanto all'italiano, è correntemente parlato (non solo in Italia meridionale, ma anche all’estero tra le migliaia di emigrati che vogliono ancóra sentirsi vicini alla terra d’origine) nelle sue molteplici variazioni diatopiche; è parlato cioè nelle regioni della Campania, della Basilicata, della Calabria settentrionale, dell'Abruzzo, del Molise, della Puglia e nel Lazio meridionale, al confine con la Campania con le variabilità dovute alla provenienza o alla collocazione geografica dei parlanti. Si tratta di tutti quei territori che, nell’antico Regno/Reame delle Due Sicilie, costituivano il Reame al di qua del faro di Messina, laddove la lingua nazionale era appunto il napolitano, mentre il siciliano era quella del Reame al di là del faro (Sicilia). Rammento che Il volgare pugliese (dove per pugliese si intende tutto ciò che è relativo al Mezzogiorno) è l’ altro nome con cui sono storicamente conosciuti il napoletano ed i dialetti ausòni (cioè dell’Ausonia, antico termine per indicare una parte della Campania, Basilicata, Calabria e, per estensione, tutta l'Italia meridionale,), ed esso sostituí il latino nel 1442 nei documenti ufficiali e nelle assemblee di corte a Napoli, dall'unificazione delle Due Sicilie, per decreto di Alfonso V (Medina del Campo, 1394 – †Napoli, 27 giugno 1458); per cui si potrebbe ritenere la data del 1442 quella di nascita del napoletano; tuttavia del napoletano che(come il siciliano ed altre varietà italoromanze) possiede una ricchissima tradizione letteraria si ànno testimonianze scritte di napoletano già a far tempo dal 960 con il famoso Placito di Capua (considerato in genere il primo documento in lingua italiana, ma di fatto si tratta invece della lingua utilizzata in Campania,e cioè appunto del volgare pugliese) e poi all'inizio del Trecento, con una volgarizzazione dal latino della Storia della distruzione di Troia di Guido delle Colonne. La prima opera in prosa è considerata comunemente un testo di Matteo Spinelli, sindaco di Giovinazzo, conosciuta come Diurnali, un Cronicon degli avvenimenti piú importanti del Regno di Sicilia dell’ XI secolo, che si arresta al 1268. Si può dunque affermare che il napoletano/volgare pugliese nacque ben prima di tutti gli altri dialetti della penisola e, come tutti i piú recenti studi ànno chiarito, fu figlio non del “latino scritto o classico”, studiato nelle scuole del passato ed in quelle odierne,
ma di quello “tardo, volgare o parlato”, nell’antico e quotidiano uso orale di esso da parte
di tutte le classi sociali in ogni tempo e luogo dell’ampio territorio romanzo; purtroppo dei
suoi effetti specifici nel “napoletano” non vi sono tracce informative, di modo che i
molteplici caratteri delineati qua e là sono ricavati in base alle esperienze e deduzioni di molteplici addetti ai lavori e dei loro studi.Piú precisamente è acclarato che il dialetto napoletano (da una
visuale fono-morfo-sintattica) si basò, come ò già détto, prevalentemente sul “latino”, non
tanto quello “classico o scritto” studiato nelle scuole sui testi di Cicerone e
Cesare, ma quanto su quello “volgare o parlato” da tutti quotidianamente, con
tracce del sostrato rappresentato da apporti fonetici (di rado morfologici) della lingua “osca”, (collaterale del ramo “latino” rispetto a cui con gli
Umbri rappresenta l’ultima migrazione indeuropea in Italia);infatti 2600 anni fa circa gli Osci erano padroni dell'intero Sud, finché dal III secolo a. C. l'espansione romana non riguardò il Meridione e per un certo periodo si ebbe una miscela delle due lingue,fino a che a mano a mano la supremazia militare e linguistica dell'Urbe non ne uscí vittoriosa. Da non dimenticare poi che “quel latino tardo, volgare o parlato” ebbe anche altri influssi
d’un’altra eventuale lingua pre-latina; di conseguenza, sotto quest’aspetto
linguistico, il basilare impianto linguistico del napoletano non è debitore di
nessun influsso straniero subíto nell’Alto e nel Basso Medioevo.
Va poi chiarito che tutti gli apporti che il partenopeo à subíto in conseguenza del contatto con popoli stranieri (il greco antico e quello
bizantino dal secolo VI all’inizio del VII; il francese dei Normanni, degli
Angioini e di esso in quanto lingua internazionale dal 1700 in poi; il
contatto con gli Svevi, quello indiretto coi Longobardi e quello con gli
Arabi specie per il tramite della mediazione spagnola, la breve dominazione
austriaca dal 1707 al 1734) sono soltanto di natura lessicale: cioè apporti
ristretti a parole nude e semplici, senz’alcuna struttura grammaticale di
natura fonetica, morfologica o sintattica…Mi pare però opportuno soffermarsi un po’ specificamente sugli effetti del lungo contatto con ladominazione spagnola (in Italia con gli Aragonesi-catalani e poi con i Castigliani rispettivamente dal 1442 al 1503 e dal 1503 al 1707); se ne ricava che circa un
mezzo migliaio di parole italiane sono entrate nell’uso di tale lingua, e pocomeno di altrettante voci spagnole sono state accolte nel vocabolario italiano; ma certo se ne conterebbero di piú se si considerassero anche i lemmi penetrati nel dialetto napoletano del passato ma ormai desueti. Tuttavia un apporto piú straordinario è ascrivibile alla sola lingua spagnola, cioè in particolare all’etnia castigliana, la cui lunga dominazione
probabilmente à lasciato nel dialetto/idioma napoletano quattro – forse cinque – nitide
tracce grammaticali, al di là dei molteplici ispanismi lessicali:
1) il verbo spagnolo “estar”, collaterale di “ser = essere”, è
impiegato innanzitutto in comunione col gerundio, in abbinamenti lessicàlsintattici come “están comiendo” = “stanno mangiando” ecc., che il
napoletano à ereditato in certi usi analoghi di “stare” in forme progressive: sto durmenno = sono intento a dormire, sta facenno ’a spesa = è intento a far la spesa, stanno parlanno = essi sono alle prese coi colloqui…
Inoltre lo stesso verbo “estar” in unione con un aggettivo o
participio indica una rispettiva caratteristica transitoria, che invece con”ser”risulta permanente: ecco “mi mujer está cansada = mia moglie è stanca”,
“tú estás sudado = tu sei sudato”, “la chica está enferma = la ragazza è malata”, ecc., cui il nostro dialetto risponde con tipologie espressiveanaloghe, quali sta arraggiato = “è adirato”, stongo assettato = “sono seduto”,
stanno malati = “sono ammalati”, tu staje surato = “tu sei sudato”…
2) Cosí il verbo spagnolo “tener” è usato assoluto al posto di “àber”= “avere” quando non à funzione d’ausiliare e regge il complemento oggetto.
Ne dànno riprova frasi come “tengo sueño” = “ò sonno”, “tenemos mucho dinero” = “abbiamo molto denaro” ecc., cui rispondono i nostri sintagmi dialettali con tengo suonno, tengo famma e ssete, nu’ ttengo tiempo ’a perdere…
3) Ancòra: nel “complemento oggetto” rappresentato da esseri animati si trova puntuale nelle due comunità linguistiche la premessa del segnacaso “a”, come càpita anche nel portoghese e addirittura in un’area
marginale qual è quella del rumeno, altra lingua neolatina; ma si ritrova, senza tale preposizione indiretta, nel Basile (chiamma lo scrivano), forse per vivido influsso della lingua “letteraria” fiorentina?
Ess.: “vi a tu hermano en la plaza = vidi tuo fratello nella piazza”,
“he conocido al niño = ò conosciuto il bambino” ecc., con analoghi echi nel napoletano quali aggiu visto a frateto, aggiu salutato a Ppascale, à ‘ncuntrato ô (= a ’o) figlio, capisce a mme!, bbiato a tte! (complemento
esclamativo), salutame a ssoreta!
4) Il complemento di compagnia latino coi pronomi personali
presenta il “cum” posposto (mecum, tecum = con me, con te); però la ripetizione delle preposizioni anteposte in napoletano nei due primi pronomi personali del singolare (cu mmico, cu ttico) indurrebbe al sospetto che tali ulteriori premesse siano state modellate secondo la parallela
tipologia spagnola, nel resto autonoma per la grafia unica e per la lenizione della gutturale “c→g” (conmigo, contigo + consigo).
5) Infine la maggiór parte dei verbi intransitivi napoletani specie indicanti “movimento” mostra – in quasi tutte le persone dei tempi composti – la possibilità d’alternanza degli ausiliari “essere / avere”. È probabile che, accanto all’uso locale di “essere”, eguale a quello prevalentemente tipico del fiorentino-italiano, il napoletano abbia abbinato
l’altro ausiliare forse per riferimento e influsso diretto dello spagnolo (attinto durante i lunghi duecentoquattro anni di dominazione), che appunto ricorre esclusivamente ad “àber” = avere.
Ess.: yo he ido = i’ so’ gghjuto / i’ aggio juto = io sono andato ; ellos àn venido conmigo = chille so’ vvenuti / ànno venuto cu mmico = essi sono venuti con me; yo àbía casi muerto de miedo = i’ ero / êvo quasi muorto ’e
paura = io ero quasi morto di paura, ecc..
Tuttavia la mancanza sia d’un dizionario che d’una grammatica d’impronta storica c’ impedisce d’avere salde certezze negli orientamenti d’ attestazione cronologica circa tali tipi di lessico, di costrutti e sintagmi particolari.
Torniamo all’excursus storico ricordando che nel XVI secolo re Ferdinando II d’Aragona, il Cattolico(Sos, 10 marzo 1452 –† Madrigalejo, 25 gennaio 1516), impose il castigliano come nuova lingua ufficiale ed il napoletano di stato sopravvisse solo nelle udienze regie, negli uffici della diplomazia e dei funzionari pubblici.
Ora chiediamoci come mai quel dialetto/idioma napoletano, pur essendo il piú antico idioma che tenne dietro al latino tardo, volgare e parlato sostituendoli in una vastissima area peninsulare ed insulare (Reame al di là ed al di qua del faro), com’è che non riuscí ad imporsi come lingua ufficiale e nazionale, cosa che invece riuscí ad un altro dialetto locale, quello fiorentino, parlato in un’area piú circoscritta e versosimilmente da un numero minore di soggetti? La risposta è relativamente semplice e penso che (checché ne dica qualche moderno studioso, aduso a storcere il muso innanzi ad affermazioni come quella che sto per fare) il dialetto fiorentino, come giustamente disse Ferdinando Galiani (Chieti 1728 -† Napoli 1787) si impose non per sue intrinseche capacità o virtú espressive, quanto per ragioni storico-politiche, senza dimenticare la destrezza toscana e la soverchieria di letterati e studiosi, mercanti e banchieri toscani che brigarono per imporre il loro dialetto come lingua comune, mentre nel Meridione la perdita dell’indipendenza post-unitaria penalizzò ulteriormente il dialetto/idioma napoletano,che già non piú in uso negli atti pubblici della nazione e già confinato negli scritti ingiustamente ritenuti buffoneschi di scrittori del calibro di Giulio Cesare Cortese (Napoli, 1570 – †Napoli, 1640), Giambattista Basile (Giugliano in Campania, 1566 †Giugliano in Campania, 23 febbraio 1632),Filippo Sgruttendio (pseudonimo dello stesso G.C.Cortese), Niccolò Capasso (Grumo Nevano, 13 settembre 1671 - † ivi 1744), Pompeo Sarnelli (Polignano 1649 –†Bisceglie 1724). L’avvento della monarchia sabauda fece il resto e la vanagloria glottica e riservata di quella casa regnante poi, attraverso il fascismo, impedí la piena commistione tra la parlata napoletana e quella toscana. Non dimentichiamo infatti che ancóra tra il 1915 ed il 1918 i fantaccini meridionali, mandati a difendere i sacri ( la retorica dell’epoca imponeva la sacertà di certe zone nordiche…) confini d’Italia, parlavano solo il napoletano e non riuscendo spesso a capire gli ordini dati in lingua italiana finirono per eseguirli a modo loro rimettendoci in tantissimi le penne e tirando le cuoia per una patria sentita tale solo nella pomposità interessata di E.A.Mario (al secolo Giovanio Ermete Gaeta (Napoli 1884 - † ivi 1961) e della sua La leggenda del Piave! Ci fossero stati graduati partenopei che avessero tradotto gli ordini dall’italiano al napoletano, forse meno mamme e spose e sorelle napoletane, lucane, abruzzesi, calabresi, siciliane e pugliesi avrebbero pianto i loro congiunti mandati al macello sulle petraie del Carso ed altre impervie alture estranee alle loro terre d’origine!
Infine conviene rammentare che non è esatto quanto affermato dal prof. Nicola De Blasi che tempo fa insistí nel dimostrare (?) ed affermare che Napoli, pur nei molteplici secoli "capitale" del regno meridionale, non fosse riuscita mai ad imporre la sua parlata alle altre regioni del Sud, che continuarono a conservare ed attuare un proprio sistema linguistico; invece ancóra mo, se si va ad indagare nei linguaggi di Abruzzo, Basilicata, Sicilia, Puglia e Calabrie si possono trovare voci e costruzioni linguistiche mutuate chiaramente dal napoletano; il prof. Nicola De Blasi (tanto nomine!) forse con le sue affermazioni intese disconoscere le proprie origini, tentò di rifarsi una verginità,sprovincializzandosi nella speranza forse di passare un giorno dalla Federico II ad università piú prestigiose (Luiss, Bocconi etc.).
Diamo, qui giunti, una risposta alla domanda che c’eravamo posti: come definire il napoletano?
Non lo si può definire lingua perché pur essendo stato, per lunga pezza , un sistema di suoni articolati distintivi e significanti (fonemi), di elementi lessicali, cioè parole e locuzioni (lessemi e sintagmi), e di forme grammaticali (morfemi), accettato e usato da una comunità etnica, politica o culturale come mezzo di comunicazione per l’espressione e lo scambio di pensieri e sentimenti, con caratteri tali da costituire un organismo storicamente determinato, con proprie leggi fonetiche, morfologiche e sintattiche al pari della lingua italiana, francese, inglese, tedesca, araba, turca, cinese, ecc all’attualià, pur essendo mezzo di comunicazione scritta ed orale di molti individui non è parlata da tutta una nazione e resta nell’àmbito della varietà dei dialetti e delle parlate regionali; non la si può definire lingua, mancandogliene la dignità pur risultando essere mezzo espressivo di moltissimi letterati, poeti, commediografi che servendosi del napoletano ànno prodotto importanti opere letterarie (poesie, commedie, narrativa), spesso anche accompagnate dalla musica (melodrammi, canzoni ecc.); ma non lo si deve neppure definire dialetto atteso che in genere con tale termine si intende un volgare, riduttivo linguaggio minore tributario della lingua ufficiale, cosa che non si attaglia per nulla al napoletano che è invece (e mi ripeto sottolineandolo) è un degnissimo idioma, una apprezzabilissima parlata autonoma, ad ampia diffusione regionale, figlia del tardo latino e di quello volgare e parlato, idioma ricco di storia e di testi ed usatissimo per secoli in tutto il meridione, non diventato lingua nazionale solo per la protervia di certi governanti e per la furbizia di taluni mercanti, banchieri, scrittori e/o poeti toscani! Rammento a chi mi lègge che il fiorentino, diventò lingua nazionale peraltro (se non ricordo male,e non ricordo male!) rubando a piene mani nei linguaggi e nelle opere di artisti meridionali; tutti son concordi nel riconoscere che l'italiano moderno è infatti, come spesso accade con le lingue nazionali, un dialetto che è riuscito, per motivi a volte incomprensibili, a far carriera; ad imporsi, cioè, come lingua ufficiale di una regione molto piú vasta di quella originaria. Alla base dell’italiano si trova infatti il fiorentino letterario usato nel Trecento da Dante (1265 -†1321), Petrarca(1304 -†1374), e Boccaccio(1313 -†1375), ed influenzato dalla lingua siciliana letteraria elaborata in origine dalla Scuola siciliana di Giacomo da Lentini (1230-†1250) e dal modello latino.) italiano pervenuto poi alle nostre latitudine anche per il tramite degli invasori lombardo- piemontesi, soppiantando o almeno tentando di soppiantare (senza riuscirvi) la ns. parlata autoctona costruita nobilmente, come del resto il fiorentino, e tutti gli altri linguaggi locali dell’Italia, verosimilmente sul latino volgare (parlato dal popolo, volgo) parlato in età classica (e non direttamente dal latino illustre, che fu la lingua usata dai letterati dell'epoca). L’italiano che non à nulla in piú del napoletano, si impose come lingua nazionale in epoca trecentesca per l’opera interessata di poeti e scrittori, di mercanti e di banchieri ed in età post-unitaria per la proditoria diffusione voluta dai Savoia e dal fascismo e la vessatoria opera di ministri, filosofi e professori che per anni imposero e continuano ad imporre a schiere di poveri indifesi ragazzi Divine Commedie e Promessi Sposi, Libri Cuore etc. a colazione, pranzo e cena, tenendo in non cale tutta la produzione secentesca ed ottocentesca napoletana! In conclusione reputo che per evitare confusione o fraintendimenti il napoletano non sia da definirsi nè dialetto, nè lingua, ma idioma!
Idioma ch’io difendo a spada tratta e mi auguro che prima o poi chi comanda i giuochi prenda una decisione storica e si decida a fare insegnare l’ idioma partenopeo almeno nel meridione, in tutte le scuole d’ ogni ordine e grado affidandone l’insegnamento non a “strascinafacenne” incolti e presuntuosi né ai soliti noti amici degli amici, ma ad appassionati e preparati studiosi sia pure estranei ai palazzi del potere.
Hoc est in votis!
Raffaele Bracale
- ACCENTO, APOCOPE & ALTRO NELLA GRAFIA DELLE PARLATE DIALETTALI.
- ACCENTO, APOCOPE & ALTRO NELLA GRAFIA DELLE PARLATE DIALETTALI.
Durante le mie numerose letture sulla parlata napoletana ed in genere sui dialetti centro meridionali, mi è capitato spesso, di imbattermi in taluni autori che, ritenendo di fare cosa esatta, usano per le parole apocopate dell’ultima sillaba, perciò rese tronche (soprattutto infiniti) usano il segno diacritico dell' apocope (') in luogo dell' accento tonico e non si rendono conto che solamente l'accento tonico può appunto dare un tono alla parola,ed indicarne graficamente l'esatta pronuncia; mi è capitato peraltro di imbattermi in altri maldestri autori e, tra essi addirittura uno spocchioso compilatore di dizionario (peraltro (cfr. alibi) fautore d’una scrittura dell’idioma napoletano privo di raddoppi consonantici o geminazioni iniziali....) che per tema di errore, abbondano in segni diacritici e sbagliano parimenti, ma poi presuntuosamente da asini e supponenti, spocchiosi, tronfi, saccenti,quali mostran d’ essere!..., osano accusare di ignoranza e faciloneria chi non si adegua al loro inesatto modo di scrivere! In effetti nella grafia della parlata napoletana non v’à ragione (checché ne dica ad es. A. Altamura) per accentare l'ultima vocale di certi infiniti ed aggiungervi anche un pleonastico apostrofo ad indicare l'avvenuta apocope dell' ultima sillaba:l'accento, inglobando la doppia funzione, è piú che sufficiente alla bisogna ; il segno dell'apostrofo in fin di parola si deve porre quando si voglia operare un taglio ad un termine mantenendone però il primitivo accento tonico.
Per esempio il verbo èssere può essere apocopato (soprattutto in poesia, per particolari esigenze metriche e/o espressive) in èsse' che non andrà letto essè, ma èsse, come ancora ad es. il verbo tégnere, può, per particolari esigenze espressive o metriche, essere apocopato in tégne’, mantenendo però il suo accento tonico e non diventando alla lettura: tegnè, mentre – sempre a mo’ d’esempio – l’infinito del verbo cadere va reso con la grafia cadé e non cade’ che si dovrebbe leggere càde e non cadé!
Parimenti la medesima cosa accade nel dialetto romanesco dove quasi tutti gli infiniti risultano apocopati e senza spostamento d’accento tonico per cui graficamente sono giustamente resi con il segno (‘) come ad es. càpita con il verbo vedere che in napoletano è reso con vedé ed in romanesco vede’ (che va letto: vede e non vedé.
A margine e completamento di tutto quanto fin qui detto rammento che – checché ne dicano taluni pedestri vocabolaristi i quali (poggiandosi sul fatto che la voce apocope in greco indica appunto il troncamento) confondono l’apocope con il troncamento; quest’ultimo è infatti la caduta di un suono in fine di parola: es. fior per fiore o anche pur per pure, qual per quale, tal per tale etc.; l’apocope ( cfr. nel napoletano si’ che sta per si(gnore) è pur essa la caduta di uno o piú suoni in fine di parola, ma tale caduta è, nella stragrande maggioranza dei casi, caduta di una o piú sillabi finali ad es. nell’italiano: san per santo e (almeno per ciò che riguarda il napoletano (nell’italiano tale esigenza non è contemplata salvo che per talune parole come fra’ che è da fra(te), po’che è da po(co)) l’apocope (caduta di suoni rappresentati da una o piú sillabe finali, non di una sola consonante; infatti come si ricava dalla medesima parola la consonante non è titolare d’un suono proprio che le viene offerto da una vocale d’accompagnamento... ) dev’essere indicata con un segno diacritico (‘) quando la caduta della sillaba non esiga addirittura l’accento come ad es.in tutti gli infiniti dei verbi dove la caduta della sillaba finale (re) lascia una parola terminante per vocale che va accentata tonicamente (cfr. parlà che è da parla(re) – capí che è da capi(re) e cosí via; in questo caso mettere il segno dell’apocope (‘) porterebbe ad avere parla’ – capi’ che non consentirebbero l’esatta pronuncia di parlà o capí, ma andrebbero pronunciati parla e capi; l’accento in luogo dell’apocope mette le cose a posto e pertanto è inutile e pleonastico scrivere (come pure inopinatamente (cfr. A.Altamura) m’è occorso di trovare scritto parlà’ e capí’ abbondando in pletorici segni diacriti quali i due apostrofi accanto a vocali già accentate.
In napoletano i monosillabi apocopati di una o piú consonanti (che come visto non son rappresentative da sole di un suono) non necessitano di alcun segno diacritico (ad. es. mo =ora, adesso (che è da mox e non da mo(do)), cu= con (da cum),pe=per (da per)po= poi (da post) etc.) Mi dilungo al proposito sull’avverbio di tempo mo.
Mo’, mo ed altro.
Nella parlata napoletana, vuoi nei testi scritti, che nel comune parlare si trova o si sente spessissimo il vocabolo a margine usato per significare: ora, adesso e, talvolta esso vocabolo trasmigra addirittura nell’italiano con il medesimo significato.Ciò che voglio trattare è innanzitutto il suono da assegnare alla vocale (o) che nella pronuncia cittadina è attestata e va pronunciata con timbro aperto (mò) mentre nella provincia scivola verso una pronuncia chiusa (mó).
Detto ciò passiamo ad un altro problema; come si scrive la parola in esame?
Il problema non è di facilissima soluzione posto che non v’è identità di vedute circa l’etimologia della parola, unica strada forse da percorrere per poter addivenire – con buona approssimazione – ad una corretta soluzione;
vi sono infatti parecchi scrittori e/o studiosi partenopei e non che fanno discendere il termine dall’ avv. latino modo che accanto a molti altri significati à pure quello di ora, adesso; ebbene, qualora si scegliesse questa strada sarebbe opportuno scrivere mo’ tenendo presente il fatto che allorché una parola viene apocopata di un’intera sillaba, tale fatto deve essere opportunamente indicato dall’apposizione di un segno diacritico (‘).
Se invece si fa derivare la parola mo dall’avverbio latino mox = ora, subito, come io reputo che sia, ecco che la faccenda diviene piú semplice e basterà scrivere mo
È, infatti, quasi generalmente accettato il fatto che quando un termine, per motivi etimologici, perde una sola lettera (consonante)in fin di parola e non per elisione allorché – come noto – a cadere è una vocale, non è previsto che ciò si debba indicare graficamente come avverrebbe invece se a cadere fosse una o piú intere sillabe;
ecco dunque che ciò che accade per il mo derivante da mox ugualmente accade, in napoletano,come ò detto e qui ribadisco per la parola cu (con) derivante dal latino cum e per pe (per) o anche per po (poi) dal lat. post dove cadendo una o piú semplici consonanti (r) e non una sillaba non è necessario usare il segno dell’apocope (‘) ed il farlo è inutile, pleonastico, in una parola errato, non rispondendo ad alcuna esigenza o regola grammaticale/linguistica!
Qualcuno mi à fatto notare che il termine mo non potrebbe derivare da mox in quanto, pare, che una doppia consonante come cs cioè x non possa cadere senza lasciar tracce, laddove ciò è possibile che accada specie per una dentale intervocalica come la d di modo. Premesso che ciò non sempre è vero (cfr. po ←post) anche in linguistica ogni regola può avere un eccezione e nulla vieta che tale eccezione sia rappresentata da una caduta di x che non lasci traccia, faccio notare che anche ammettendo che il napoletano mo discenda da modo e non da mox non si capisce perché esso andrebbe apocopato (mo’) o addirittura accentato (mò) atteso che vige comunque la regola generale che i monosillabi vanno accentati solo quando, in una medesima lingua, esistano omologhi omofoni che potrebbero creare confusione.D’altro canto poi non è vero che la caduta d’una consonante doppia (es.: x) debba comportare l’aggiunta d’un segno diacritico; anche in italiano infatti abbiamo la voce re (=sovrano, monarca) che deriva dritto per dritto dal lat. re(x) ed è scritta senza l’aggiunta d’un segno diacritico.
Penso perciò che forse sarebbe opportuno nel toscano accentare il mò (ora, adesso) per distinguerlo dall’apocope di modo (mo’), ma nel napoletano non esistendo il termine modo e la sua apocope è inutile e pleonastico aggiunger qualsiasi segno diacritico (accento o apostrofo) al termine mo (ora/adesso).Sempre a proposito di cadute finali di consonanti faccio notare che l’avverbio di luogo che in italiano è là, in napoletano è lla senza alcun segno diacritico (accento o apostrofo in quanto derivato dal lat. (i)lla(c). Nell’italiano s’è reso necessario accentare l’avverbio là per evitare confusione con l’articolo la ;nel napoletano è assolutamente inutile accentare il lla avverbio di luogo in quanto nel napoletano non esiste l’articolo la (che è sempre – con l’eccezione di talune imperdonabili stravaganze digiacomiane (la luna nova ‘ncoppa a lu mare…) –attestato come ‘a )e pertanto non v’è pericolo di confusione atteso che, oltre tutto, l’avverbio napoletano, a differenza dell’articolo la che à la liquida scempia, esige la geminazione della liquida d’attacco: lla.
Rammento infine che allorché viene apocopata della sillaba finale una parola che lascia come residuo un monosillabo ecco che détto monosillabo potrebbe benissimo segnarsi con un apostrofo finale, atteso che trattandosi di monosillabo l’accento tonico non può che cadere che su quell’unica sillaba (cfr. in napoletano fa’ infinito di fa(re) – ji’ infinito di ghi(re)/i(re) ) tuttavia poi che nella stragrande maggioranza dei casi si tratta di voci verbali dell’infinito preferisco e suggerisco di accentare anche i monosillabi per mantenere una omogeneità di scrittura con gli infiniti degli altri verbi e dunque per l’infinito di andare meglio scrivere jí piuttosto che ji’ e per quello di fare:meglio scrivere fà piuttosto che fa’ il quale ultimo oltretutto potrebbe esser confuso con la seconda persona dell’imperativo: fa’ per fai
Raffaele Bracale
CUTALETTE SMARGIASSE
CUTALETTE SMARGIASSE
Chello ca serve pe sseje perzone:
‘nu kilò e duiciente ‘e felle ‘e spalla d’annecchia, tagliate doppie ‘nu centimetro,
3 ova,
150 gramme ‘e pane rattato,
100 gramme ‘e ‘nzogna,
200 gramme ‘e prusutto cruro tagliato nun tanto suttile,
200 gramme ‘e pruvulone piccante tagliato suttile suttile,
12 cucchiare ‘e passata ‘e pummarola,
'nu tuppeto 'e prutusino lavato, asciuttato e ntretato finu fino
sale fino q.n.s.
Comme se fa
Sbattere ll’ova cu ‘nu poco ‘e sale e fraditanto schianà ‘nu poco ‘e ffelle d’annecchia cu ‘nu silavianda (batticarne),’nfonnerle dinto a ll’uovo sbattuto e ppo dint’ô ppane rattato. Dinto a ‘na tiella, a ffuoco doce fà accumplià ‘a ‘nzogna e appena è ppronta sistimà ‘e felle ‘mpanate una vicina a ll’ata e farle durà dduje minute pe faccia; a ‘stu punto sistimà ‘ncopp’ a ògne fella ‘e carne apprimma ‘na fella ‘e prusutto, po ‘nu paro ‘e fellocce ‘e pruvulone e a ll’urdemo ‘nu paro ‘e cucchiare ‘e passata ‘e pummarola. Cummiglià ‘a tiella e lassà pappià nfi’ a cche ‘o ppruvulone nun s’è accumpliato. ‘Mpiattà, derrammà cu 'nu tuppeto 'e prutusino lavato, asciuttato e ntretato finu fino e sserví caude ‘e fuculare accumpagnate cu ppatane fritte o cu ‘na ‘nzalata ‘e ‘ncappucciata cunnita cu aglio, uoglio, sale e ppepe janco. Vine: Sustanziuse vine russe d’ ‘a Campania (Solopaca, Aglianico, Piedirosso,Campi Flegrei d.o.c., Taurasi), spilate n’ora primma d’ausarle,passate dinto a ‘na carrafa p’ ‘e ffà piglià aria e servute a ttiempo (temperatura) ‘e stanza pe magnà.
Mangia Napoli, bbona salute! Scialàteve e cunzulàteve ‘o vernecale!
Raffaele Bracale
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