domenica 31 marzo 2019

L’ESPRESSIONE A UOCCHIO E CCROCE.


L’ESPRESSIONE A UOCCHIO E CCROCE.
Questa volta è stato il  caro amico S. C. (i consueti problemi di riservatezza mi costringono ad indicare solo le iniziali di nome e cognome) a  chiedermi de visu di chiarirgli origine  significato e portata dell’ espressione partenopea   in epigrafe.
Principio precisando che si tratta di un’espressione datatissima, attestata già nel ‘500 in qualche scritto di Vincenzo Braca [Salerno, 1566 –†?1614]  un prolifico  scrittore e commediografo salernitano, operante  tra gli ultimi anni del XVI e il primo quarto del XVII secolo ed il cui   nome, è saldamente  associato al genere letterario della cosiddetta “farsa cavaiola” di cui fu il principale, se non il solo autore. Successivamente l’espressione fu recepitA nella lingua nazionale diventando ad litteram:  Ad occhio e croce, ma mantenendo il medesimo significato di “misurazione o stima  presa alla buona, a casaccio, basata su un semplice sguardo non approfondito, insomma quasi un sinonimo di “circa”, “più o meno”, “approssimativamente” Ciò détto chiediamoci quale sia l’origine dell’espressione. Sul web circola fantasiosamente  ch’essa sia da ricercare nel mondo della antica sartoria in riferimento al fatto che  i tessitori, nel corso del loro lavoro, potevano rischiare di incappare in qualche problema che finiva per far sfilare dalle “verghe” quanto fino a quel momento tessuto. In questi casi, essi dovevano, ad occhio, riprendere i fili e  rimetterli in tiro, a croce, sulle verghe, come erano prima della sfilatura. In realtà i fatti stanno diversamente e per convincersene basta pensare che già in latino si usava l’espressione: ad oculum (“ad occhio”) per riferirsi a misurazione o stima fatta basandosi su un semplice colpo d’occhio e quella espressione latina è la base della prima parte: “a uocchio” della locuzione partenopea; la seconda parte: “e croce” fu aggiunta in tempi remoti  in ambito contadino napoletano per sottolineare che una  misurazione o stima fatta basandosi su un semplice colpo d’occhio fatta da un contadino veniva immediatamente addizionata di un segno di croce per augurarsi che chiamando a testimone ed in causa il Cielo questi facesse sí che la misurazione o stima fatta fósse il piú veritiera possibile,quanto piú vicina alla realtà. La fantasia del web non à limiti!
E qui penso di poter far punto convinto d’avere esaurito l’argomento, soddisfatto l’amico S.C. ed interessato qualcun altro dei miei ventiquattro lettori e piú genericamente  chi dovesse imbattersi in questa paginetta.Satis est.
R,Bracale

sabato 30 marzo 2019

SERRA-SERRA


SERRA-SERRA
Questa volta è stato il  caro amico P. G. (i consueti problemi di riservatezza mi costringono ad indicare solo le iniziali di nome e cognome) a  chiedermi via e-mail di chiarirgli  significato e portata del sostantivo/ espressione partenopain epigrafe.  Gli ò cosí risposto:Caro amico il serra-serra è un s.vo ricavato dall’espressione verbale: Serra, serra! Da intendersi : “ Chiudi, chiudi!” espressione esclamativa di spavento che in caso di tafferuglio e/o rivolta popolare i negozianti rivolgevano ai loro garzoni affinché chiudessero le saracinesche dei negozi al fine di evitare che nel panico generale dimostranti o partecipanti a quei  tafferugli  entrassero nelle botteghe devastandole.   Dall’espressione esclamativa si ricavò il s.vo serra-serra nel significato di confusione, mischia, calca, parapiglia, agitazione, scompiglio, tumulto e popolarmente “casino”. E qui penso di poter far punto convinto d’avere esaurito l’argomento, soddisfatto l’amico P.G. ed interessato qualcun altro dei miei ventiquattro lettori e piú genericamente  chi dovesse imbattersi in queste paginette.Satis est.
 Raffaele Bracale

SÈNTERE ‘E CANTÀ ‘A QUAGLIA


SÈNTERE ‘E CANTÀ ‘A QUAGLIA
Dell’espressione in epigrafe  mi à chiesto  il  caro amico P. G. (i consueti problemi di riservatezza mi costringono ad indicare solo le iniziali di nome e cognome) domandandomi   di chiarirgliene   significato ed origini. Gli ò cosí risposto: L’espressione di cui mi chiedi, antichissima [come che  risalente al 1600 circa] e desueta  in origine fu coniugata quasi sempre in tal guisa : “Tra poco siente ‘e cantà ‘a quaglia!”; si tratta di un’espressione minacciosa rivolta verso un responsabile di un reato o di una   semplice colpa, per significargli che di lí a poco gli sarebbe piombato addosso un castigo severo, tanto piú severo quanto maggiore fósse stata la colpa commessa; tale punizione  poteva addiritturaraggiungere la pena capitale in caso omicidio o lesa maesta.Ciò detto chiediamoci cosa c’entri la quaglia ed il suo canto.La faccenda si spiega tenendo presente che l’espressione in origine nacque in campo venatorio ed  in origine fu rivolta dai cacciatori ai propri cani al tempo (primaverile e/o settembrino) del passo migratorio di quaglie,   allorché i seguci  non avessero fatto il loro dovere di stanare i volatili che, furbissimi,non si fossero fatti catturare  standosene  fermi e muti sui campi pieni  di stoppie ingannando i cani che, non riuscendo a stanarli   permettevano  loro di sfuggire alla cattura ed alzarsi in volo libero riprendendo a cantare con il loro caratteristico verso. Qualora fósse accaduto quanto paventato dai cacciatori costoro redarguivano i loro bracchi o quel che fossero minacciandoli della riduzione di cibo per aver consentito alle quaglie di tornare a cantare senza finire arrostite, come invece sperato. L’espressione fu mutuata dapprima dai contadini e poi si estese dappertutto diventando d’uso comune.    E qui penso di poter far punto convinto d’avere esaurito l’argomento, soddisfatto l’amico P.G. ed interessato qualcun altro dei miei ventiquattro lettori e piú genericamente  chi dovesse imbattersi in queste paginette.Satis est.
 Raffaele Bracale

‘NFACCI’Ê DENARE, PURE PÀTEMO È ‘NU PARENTE LASCO.


‘NFACCI’Ê DENARE, PURE PÀTEMO È ‘NU PARENTE LASCO.
Mi è stato chiesto, via e-mail,  dal  caro amico A. A. (i consueti problemi di riservatezza mi costringono ad indicare solo le iniziali di nome e cognome) di spendere qualche parola per illustrare significato e portata della locuzione in epigrafe.  Gli ò cosí risposto: Mi chiedi di un’antica e giammai desueta locuzione usata per rammentare e fustigare  l’interessato egoismo  della natura umana che induce taluni gretti  individui a dimenticarsi dei sacri vincoli parentali e tenerli in non cale,al segno che un pessimo soggetto, posto davanti al dilemma se sia piú cogente   la prospettiva di lucrar danaro o la necessità di sentirsi legato ad un genitore  dall’affetto   filiale, non esita ad optare per la prima considerando persino il proprio padre, che lo à generato!..,  un congiunto sí, ma  lontano che pertanto non unisca, sentimentalmente e moralmente , piú di tanto. Rammento che in napoletano il “lontano”   riferito a  rapporto di parentela, che non sia molto forte è reso con l’aggettivo “lasco” [che è dall’ acc.vo  lat. laxu-m addizionato del suffisso “icus” donde *laxicum→lasscum→lascum ] che vale altresí allentato, rilassato.
E qui penso di poter far punto convinto d’avere esaurito l’argomento, soddisfatto l’amico A. A.  ed interessato qualcun altro dei miei ventiquattro lettori e piú genericamente  chi dovesse imbattersi in queste paginette.Satis est.
 Raffaele Bracale

DIFFERENZA TRA IL “FAVORITE” DELL’ITALIANO ED IL “FAVURITE” NAPOLETANO.


DIFFERENZA TRA IL “FAVORITE” DELL’ITALIANO ED IL “FAVURITE” NAPOLETANO.
Premesso che sia nella lingua italiana che nell’idioma napoletano c’è[con derivazione  dal lat. favōre(m)[deverbale di favere]] il verbo favorire, che nel napoletano suona favurí o faurí, è completamente diverso il senso che si dà al verbo, spesso coniugato, nell’un caso e nell’altro alla seconda persona pl. dell’imperativo; per esemplificare rammento  il “ favorite il biglietto” del controllore usato per chiedere al passeggero di esibire il biglietto di viaggio che attesti un avvenuto  pagamento che dà quindi diritto a usufruire di un servizio; ben diverso lo stringato “favurite” del napoletano che, in procinto di desinare,  invita cortesemente un amico, un conoscente o chi sia presente ad assidersi con lui alla mensa per consumare il medesimo pasto   gratuitamente.
In effetti il “ favorite” del controllore  riprende un antiquata accezione del verbo favorire nel senso di  concedere  ciò che viene richiesto; si tratta cioè di un favore quasi preteso,  mentre il “favurite” del napoletano è un’espressione di cortesia, talvolta solo formale di accettare ciò che viene offerto, ossia un favore messo a disposizione.Se ne puó dedurre che in generale  i napoletani sono piú gentili ed altruisti, abituati a dare, piuttosto che ricevere mostrandosi   meno egoisti ed  egocentrici o  pretenziosi degli italiani. Forse erro, ma tanto reputo! RaffaeleBracale