domenica 26 ottobre 2008

SGAMARE-SGAMÀ

SGAMARE-SGAMÀ

Il verbo centro-meridionale in epigrafe, pervenuto anche nel lessico italiano, è usato – soprattutto nel gergo giovanile/slang corrente - per indicare il capire, l’ intuire qualcosa di dissimulato, qualcosa cioè che – perduta l’originaria forza – si appalesi, lasciandosi comprendere chiaramente; ad es: farse sgamà = farsi sgamare,e cioè: farsi scoprire mentre si sta facendo qualcosa di nascosto;t’aggiu sgamato= ti ò sgamato id est: ti ò scoperto o anche ò capito il tuo trucco!
Di non semplice lettura l’etimologia della voce verbale; la maggior parte dei vocabolarî (anche i piú accorsati (forniti): Garzanti – Treccani – Zingarelli) si trincerano (copiandosi vicendevolmente) dietro un pilatesco etimo incerto; in simili faccende non amo lavarmi le mani e dunque azzardo l’ipotesi che il verbo sgamare possa derivare da una lettura metatetica di smagare a sua volta derivante da un tardo latino exmagare= perdere le forze che è da ex + un ant. tedesco *magan= aver forza.
accorsati voce verbale partenopea, che non guasterebbe nell’italiano, part. passato plurale dell’infinito napoletano accurzà = fornire di qualcosa derivato dal lat. volg. *ad-cursare denominale di cursus.
Raffaele Bracale

SCESCÉ

SCESCÉ
Lo scescé(va scritto in un’unica parola; non sce scé), in napoletano è il pretesto, la scusa; e rammento l’espressione: Jí truvanno scescé
Espressione intraducibile ad litteram con la quale si identifica chi, in ogni occasione cerchi cavilli, pretesti, adducendo scuse per non operare come dovrebbe o facendo le viste di non comprendere, per esimersi; talvolta chi si comporta come nella locuzione in epigrafe lo fa allo scopo dichiarato di litigare, pensando di trovare nel litigio il proprio tornaconto. La parola scescé è un chiara corruzione del francese chercher (cercare) Probabilmente, durante la dominazione murattiana,se non angioina, un milite francese si fermò a chiedere una informazione ad un popolano dicendogli forse: “Je cherche (io cerco) oppure usò una frase contenente l’infinito: chercher”
Il popolano che non conosceva la lingua francese fraintese lo chercher, che gli giunse all’orecchio come scescè e pensando che questo scescé fosse qualcosa o qualcuno di cui il milite andasse alla ricerca, comunicò agli astanti che il milite jeva truvanno scescé (andava alla ricerca di un non meglio identificato scescé).

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SBRUNZULÏÀ

SBRUNZULÏÀ
Qualcuno mi à chiesto se la voce in epigrafe che in italiano è: scuotere, scrollare, agitare con decisione, abbia la stessa origine di ’nzunzulià = bighellonare, gironzolare! Non posso che rispondere negativamente; sbrunzulïà e’nzunzulià sono verbi completamente diversi; ’nzunzulià infatti è voce moderna denominale di zonzo (voce forse deverbale di ronzare =girare intorno rumoreggiando), mentre il verbo sbrunzulïà = sbattere, agitare gettando di qua e di là è voce molto piú antica e risulta forgiato quale denominale su di brundiu(m)= bronzo con tipica prostesi intensiva di una s rafforzativa + un suff. verbale ul; il brundiu(m)= bronzo è preso in considerazione in quanto detto sostantivo, per sineddoche valse e vale la campana; ed il verbo, in prima istanza, significò: scampanare, agitare le campane e solo in seguito, per estensione e traslato,scuotere, agitare, scrollare cose e/o persone ma mai portarle in giro sia pure rumoreggiando!
Da notare come il verbo in epigrafe sia scritto con la ï che indica che la coniugazione ad es. dell’ind. presente deve esser del tipo in ejo e non in eo e cioè: sbrunzuléjo – sbrunzulíje – sbrunzuléja etc. e non sbrunzuléo – sbrunzulíe – sbrunzuléa etc come altrove ad es. càpita con il verbo caccïà=andare a caccia diverso da caccià=metter fuori.

Raffaele Bracale

sabato 25 ottobre 2008

STRACCETTI DI VITELLO ALLA FINANZIERA

STRACCETTI DI VITELLO ALLA FINANZIERA
ingredienti e dosi per 6 persone
800 gr di fettine di Vitello (polpa di spalla) spesse non piú di 1 cm., ridotte con le forbici a straccetti di cm. 5 x 3 x 1,
2 Funghi porcini anche surgelati finemente affettati longitudinalmente alla francese,
2 Cucchiai di Pisellini in iscatola o surgelati ,
Vino bianco Secco q.s.
1 cucchiaio di strutto,
1 bicchiere d’olio d’oliva e.v.,
1 spicchio d’aglio in camicia schiacciato,
1 ciuffo di prezzemolo lavato, asciugato e finemente tritato
Farina q. s.
Sale fino e Pepe bianco q.s.

preparazione:
In un tegame scaldate metà olio e fatevi ammorbidire con poca acqua bollente i funghi a fettine; dopo 20 minuti aggiungete i pisellini. Spruzzate un po' di vino bianco secco e lasciate evaporare. Salate, pepate e cuocete per altri 5 minuti, tenendo poi da parte in caldo codesto sugo detto finanziera.
Frattanto sciacquate in acqua fredda corrente le fettine di vitello e tagliatele (servendovi di una forbice) a straccetti di ca cm. 5 x 3 x 1 eliminando nervetti ed eventuale eccesso di grasso;in un tegame a parte portate a temperatura il restante olio con il cucchiaio di strutto e l’aglio schiacciato ben imbiondito e cuocetevi, per 5 minuti , gli straccetti ben infarinati. Allungate con due mestolini di acqua bollente, coprite e portate a cottura, salando e pepando; cospargete con il prezzemolo tritato e sistemate la carne su un piatto da portata coprendola con la finanziera di funghi e pisellini,e alcune cucchiaiate del fondo di cottura. Servite caldo.
Vini di accompagnamento: secchi e profunati bianchi campani ( Solopaca, Capri, Ischia, Falanghina, Fiano) freddi di frigo.
NOTA
Con il termine finanziera con derivazione d al fr. financière, da finance 'finanza', perché nell'Ottocento era l'abito dei banchieri; nel sign. 2, perché si tratta di condimento ricco, da occasioni importanti, si intende 1 abito maschile di drappo nero, lungo e a doppio petto; redingote
2 (gastr.) intingolo a base di ortaggi e funghi, usato come guarnizione o ripieno.
raffaele bracale

Avimmo perduto 'aparatura e 'e centrelle.

Avimmo perduto 'aparatura e 'e centrelle.
Ad litteram: abbiamo perduto gli addobbi ed i chiodini. Anticamente, a Napoli in occasione di festività, specie religiose, si solevano addobbare i portali delle chiese con gran drappi di stoffe preziose; tali addobbi erano chiamati aparature o apparature (etimologicamente deverbale d’un basso latino ad+ parare =addobbare; accaddeva però talvolta che - per sopravvenuto mal tempo, il vento e la pioggia scompigliassero, fino a distruggerli gli addobbi ed a svellere drappi e chiodini o bullette(in napoletano centrelle dal greco kéntron= chiodo) usati per sostenerli; la locuzione attualmente viene usata per dolersi quando, per sopravvenute, inattese cause vengano distrutti o vanificati tuttti gli sforzi operati per raggiungere un alcunché.
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Accussí à dda jí

Accussí à dda jí
Ad litteram : cosí deve andare; fatalistica espressione con la quale a Napoli si suole accettare tutte quelle situazioni che non possono essere eluse o evitate e alle quali perciò bisogna - sia pure obtorto collo - soggiacere.Talvolta per completamento della frase in epigrafe ed a significare un totale abbondono in un Ente supremo che, si pensa, muova tutti gli accadimenti umani, si aggiunge un religioso e rassegnato e accussí sia ( e cosí sia).
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‘A carna tosta e ‘o curtiello scugnato.

‘A carna tosta e ‘o curtiello scugnato.
ad litteram: la carne dura ed il coltello senza taglio. Icastica locuzione che si usa a dolente commento di situazioni dove concorrano due o piú elementi negativi tali da prospettare un sicuro insuccesso delle operazioni intraprese. Altrove per significare la medesima cosa s’usa l’espressione illustrata alibi: ‘A funicella corta e ‘o strummolo tiriteppeto
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