IL VERBO FÀ E LA SUA FRASEOLOGIA
Anche questa volta raccolgo una richiesta del mio caro amico N.C.(i consueti problemi di riservatezza mi costringono ad indicare solo le iniziali di nome e cognome) che,abituale lettore delle mie cosucce , mi à sollecitato a parlare del verbo in epigrafe e delle sue accezioni e/o fraseologia nel napoletano.
Comincerò con il precisare che il verbo fare il cui infinito nel napoletano è fà/ffà che io contrariamente a tutti gli altri cultori dell’idioma napoletano (che usano la grafia apocopata fa’) preferisco rendere con la à accentata (fà/ffà ) per alcuni ben precisi motivi: 1)uniformità di scrittura degli infiniti che in napoletano (nelle forme troncate) siano essi monosillabi o plurisillabi son tutti accentati sull’ultima sillaba (cfr. ad es.da(re)→dà – magna(re)→magnà – cammena(re)→cammenà –cade(re)→cadé - murire→murí etc.), 2) la grafia apocopata fa’ si presta, a mio avviso,fuor del contesto ad esser confusa con la 2° p.sg. dell’imperativo: fa’= fai, come si presterebbe alla medesima confusione l’infinito apocopato da’ di dare che potrebbe essere inteso, prescindendo dal contesto, come2° p.sg. dell’imperativo: da’= dai, A proposito di infiniti rammento che durante le mie numerose letture sulla parlata napoletana ed in genere sui dialetti centro meridionali, mi è capitato spesso, di imbattermi in taluni autori che, ritenendo di fare cosa esatta, usano il segno diacritico dell' apocope (') in luogo dell' accento tonico e non si rendono conto che solo l'accento tonico può appunto dare un tono alla parola,e può (solo!) indicarne graficamente l'esatta pronuncia; mi è capitato peraltro di imbattermi in altri maldestri autori ed addirittura compilatori di dizionari, che per tema di errore, abbondano in segni diacritici e sbagliano parimenti . In effetti nella parlata napoletana è un errore di ortografia accentare l'ultima vocale di certi infiniti ed aggiungervi anche un pleonastico apostrofo per indicare l'avvenuta apocope dell' ultima sillaba:
l'accento, inglobando in sé la doppia funzione, è piú che sufficiente; il segno dell'apostrofo in fin di parola si deve porre quando si voglia tagliare un termine mantenendone però il primitivo accento tonico.
Per esempio il verbo èssere può essere apocopato in èsse' che non andrà letto essè, ma èsse, come ancóra ad es. il verbo tégnere, può per particolari esigenze espressive o metriche essere apocopato in tégne’, mantenendo però il suo accento tonico e non diventando alla lettura: tegnè, mentre – sempre a mo’ d’esempio – l’infinito del verbo cadere va reso con la grafia cadé e non cade’ che si dovrebbe leggere càde’ e non cadé!
Parimenti la medesima cosa accade nel dialetto romanesco dove quasi tutti gli infiniti risultano apocopati e senza spostamento d’accento tonico per cui graficamente sono resi con il segno (‘) come ad es. càpita con il verbo vedere che in napoletano è reso con vedé ed in romanesco vede’ (che va letto: vede e non vedé.)È pur vero che, in napoletano, alcuni infiniti di verbi che, apocopati, risultano divenuti monosillabici, potrebbero esser scritti con il segno dell’apocope (‘) piuttosto che con l’accento in quanto che nei monosillabi l’accento tonico cade su quell’unica sillaba e non può cadere su altre (che non esistono) e perciò potremmo avere ad es.: per il verbo stare l’ apocopato: sta’ in luogo di stà e per l’infinito di fare l’ apocopato: fa’ invece di fà, ma personalmente reputo piú comodo come ò détto per mantenere una sorta di analogia di scrittura con gli infiniti di altri verbi mono o plurisillabici, accentare tutti gli infiniti apocopati ed usare stà e fà in luogo dei pur corretti sta’ e fa’ che valgono stare e fare, tenendo conto altresí che almeno nel caso di fa’ esso potrebbe essere inteso, ripeto, come voce dell’imperativo (fai→fa’), piuttosto che dell’infinito fare, cosa che invece non può capitare con il verbo stare il cui imperativo nel napoletano non è sta’, ma statte. A questo punto torniamo all’assunto dell’epigrafe per rammentare che in napoletano il verbo fare (fà/ffà) che è dal lat. fa(ce)re à le medesime accezioni del corrispondente fare dell’italiano e cioè: 1 compiere un'azione; porre in essere, eseguire, operare: fà ‘nu passo, ‘o bbene, ‘nu discorzo,’nu suonno;che ffaje stasera?(fare un passo, il bene, un discorso, un sogno; che fai stasera?) | tené assaje che ffà(avere molto da fare), essere occupatissimo | sapé fa uno ‘e tutto(saper fare (di) tutto), essere versato in ogni campo | fà e sfà a ccapa soja( fare e disfare a suo piacimento), agire secondo il proprio comodo, senza render conto a nessuno | fa’ tu!(fai/fa’ tu!), decidi tu | avé a cche ffà cu quaccheduno(avere a che fare con qualcuno), trattare, avere rapporti con lui, ma anche entrare in contrasto con qualcuno | nun tené niente a cche ffà cu coccosa(non avere nulla a che fare con qualcosa), non entrarci, non avere relazione con essa | darse ‘a fa(darsi da fare), adoperarsi, brigare per ottenere qualcosa | lassà fà a quaccheduno(lasciar farequalcuno), non disturbarlo, lasciarlo libero di agire | fà ‘e tutto o ll’impussibbile(fare di tutto o l'impossibile), tentare ogni mezzo pur di raggiungere uno scopo | saperce fa(saperci fare), (fam.) essere in gamba, sapere il fatto proprio | fà ampressa, tarde(fare presto, tardi), agire con rapidità o con lentezza; anche, rientrare presto o tardi, spec. la sera | fà ‘e cunto(far di conto), (antiq.) conteggiare, computare secondo le regole dell'aritmetica | fà festa(fare festa), festeggiare, divertirsi | fà ‘a festa(o ‘a pelle) a quaccuno(fare la festa (o la pelle) a qualcuno, ucciderlo | fà fora a quaccuno(far fuori qualcuno), eliminarlo da una competizione; anche, ucciderlo; fà fora coccosa( fare fuori qualcosa), consumarla, distruggerla rapidamente | fà ‘a bbella vita(fare la bella vita), godersela, spassarsela | fà ‘na bbella, ‘na bbrutta vita(fare una bella, una brutta vita), vivere in buone, in cattive condizioni materiali o morali | fa fijura (far figura), dare una buona impressione | fà ‘na bbella, ‘na bbrutta fijura(fare una bella, una brutta figura), dare, lasciare una buona, una cattiva impressione | fà córpo(fare colpo), colpire, impressionare |fà caso a coccosa( fare caso a qualcosa), badarci | farse ‘e capille(farsi i capelli), tagliarli | farse’a varva( farsi la barba), raderla | fà fuoco( fare fuoco), sparare | fa furtuna( fare fortuna), crearsi una posizione | fa ‘e ccarte (fare le carte), al gioco, distribuirle; in cartomanzia, ricavarne predizioni; nell'uso fam., preparare i documenti necessari al disbrigo di una pratica, ma in questo caso s’usa l’espressione caccià ‘e ccarte | fà ‘o juoco ‘e quaccheduno (fare il gioco di qualcuno), assecondarlo, favorirlo | fà rotta o vela (far rotta o vela), dirigersi | fà scalo( fare scalo), sostare | farla a quaccheduno(farla a qualcuno), giocarlo, raggirarlo | farla sporca(farla sporca), commettere un'azione spregevole | farla grossa (farla grossa), commettere uno sproposito | farla corta, (farla corta, breve), affrettare la conclusione | farla fernuta (farla finita), tagliar corto, smettere; anche, uccidersi | farla franca (farla franca), cavarsela, sottrarsi alle conseguenze di una colpa o di un errore | farla longa (farla lunga), dilungarsi in un discorso, in una discussione |fà a ppiezze (fare a pezzi), rompere; spezzettare; sbranare; (fig.) battere clamorosamente, umiliare | fà ‘a famma (fare la fame), soffrirla; (fig.) essere in miseria | fa paura (fare paura), spaventare | fà curaggio(fare coraggio), incoraggiare | fà piacere a uno (far piacere a qualcuno), render lieto, contento | fà strata(fare strada), aprire un passaggio; precedere indicando il cammino, la direzione | farsi strada, aprirsi un passaggio; (fig.) raggiungere una buona posizione | farsela ‘ncuollo, sotto, dint’ê cazune(farsela addosso, sotto, nei calzoni), imbrattarsi di feci o di orina; (fig.) spaventarsi |farne d’ògne culor, ‘e crude o ‘e cotte( farne di tutti i colori, di crude e di cotte), commettere ogni sorta di bricconerie | fà specie (far specie), far meraviglia | fà silenzio(fare silenzio), tacere | fà tesoro ‘e coccosa(fare tesoro di qualcosa), tenerla in gran pregio; trarne esperienza | fà ‘a vocca, ‘o callo a coccosa(fare la bocca, il callo a qualcosa), abituarvisi | nun fà niente (non fare nulla), oziare | nun fa niente! (non fa nulla!), non importa | nun ffà nè ccaudo nè ffriddo (non fare né caldo né freddo), lasciare indifferenti |fà fronte ê spese (fare fronte alle spese), riuscire a pagarle | fà fronte ô nemico (far fronte al nemico), resistergli | farcela(farcela)riuscire in qualcosa: ce ll’aggiu fatta! (ce l'ò fatta!) | prov. : chi fa ‘a sé fa pe ttre (chi fa da sé fa per tre), è meglio fare da sé le proprie cose che affidarle ad altri; chi ‘a fa ca se ll’aspettasse(chi la fa l'aspetti), chi nuoce agli altri non può che aspettarsi il contraccambio; cosa fatta se ne vène a ccapo(cosa fatta se ne viene a capo), bisogna accettare il fatto compiuto;
2 unito a particelle pronominali, spec. nell'uso familiare, assume valore enfatico, esprimendo una partecipazione affettiva del soggetto all'azione: farse ‘na magnata, ‘na bbella passïata(farsi una mangiata, una bella passeggiata); facimmoce ddoje resate!(facciamoci due risate!);me ne faccio ‘nu bbaffo( me ne fo un baffo), infischiarsene;
3 con valore causativo, mettere in condizione di, permettere: fà fà ‘e primme passe ô criaturo(far fare i primi passi al bambino); fà vevere ê cavalle( far bere i cavalli);
4 creare, produrre, fabbricare: Ddio facette ‘o munno ‘a zzero(Dio fece il mondo dal nulla) 'fà figlie (fare figli), generarli | fà frutte( fare frutti), produrli | fà ‘nu libbro(fare un libro), scriverlo | fà ‘na casa( fare una casa), costruirla | fà ‘na menesta (fare una minestra), prepararla | fà ‘nu cuntratto (fare un contratto), stipularlo | fà luce( fare luce), rischiarare, illuminare; (fig.) svelare un mistero, scoprire la verità
5 dire, parlare (per lo piú introducendo il discorso diretto):me facette: «Viene cu mme!» (mi fece: «Vieni con me!»)
6 credere, pensare:te facevo a Pparigge e ‘mmece staje cca!( ti facevo a Parigi e invece sei qui! )
7 emettere, versare: fà sanco dô naso (fare sangue, sanguinare dal naso)
8 raccogliere, mettere insieme: fà legna,denaro,ccravone, acqua, benzina (fare legna,danaro, carbone, acqua, benzina), rifornirsene; chesta città fa trecientomila perzone(questa città fa trecentomila abitanti), ne conta trecentomila |fà acqua (fare acqua), detto di natante, imbarcarla da una falla; (fig.) essere in condizioni di dissesto, (volg.) mingere;
9 (fam.) comprare, regalare: ‘a mamma ll’à fatto ‘nu paro ‘e scarpe nove(la mamma gli à fatto un paio di scarpe nuove) | con la particella pronominale, comprare per sé, procurarsi: farse ‘a machina, ‘a casa(farsi l’automobile, la casa);
10 esercitare un'arte, una professione, un mestiere: fà ‘o pittore, ‘o salumiere(fare il pittore, il salumiere) | praticare: fà ‘o sporto,fà ‘e tuffe(fare sport, fare dei tuffi)
11 comportarsi da: fà ‘o spallettone, ‘o cretino(fare il superuomo, il cretino) | agire come: ll’à fatto ‘a mamma, da ‘nfermera( gli à fatto da mamma, da infermiera)
12 detto di cose, avere una determinata funzione: ‘e capille lle facevano curnice â faccia (i capelli le facevano da cornice intorno al viso); ‘na preta faceva ‘a scannetiello (una pietra faceva da sedile/sgabello)
13 rendere, mettere in una determinata condizione: fà bbella ‘a casa soja( far bella la propria casa)
14 eleggere, nominare: fuje fatto generale(fu fatto generale)
15 dare come risultato (nelle operazioni aritmetiche): tre pe ttre fa nove; ddiece meno doje fa otto(tre per tre fa nove; dieci meno due fa otto)
16 (gerg.) rubare: se so’ ffatto ‘o muturino (si sono fatto il motorino)
17 farse n’ommo, ‘na femmena (farsi un uomo, una donna,) (volg.) averci un rapporto sessuale |||
Come v. intr. [aus. avere]
1 convenire, adattarsi, essere utile: chella casa nun fa pe nnuje; ‘a fatica nun fa pe tte(quella casa non fa per noi; il lavoro non fa per te )
2 divenire, essere (con uso impers. quando è riferito alla temperatura, al clima, all'avvicendarsi del giorno e della notte):fa cavero; fa malu tiempo;( fa caldo; fa brutto tempo;) ‘e vierno fa scuro ambressa(d'inverno fa buio presto);
3 compiersi (di un determinato tempo):fa n’anno,fanno dduje anne ca ce sapimmo (fa un anno, fanno due anni da che ci conosciamo);
4 in altre locuzioni: fà a ccazzotte, a mmazzate, a curtellate(fare a pugni, a botte, a coltellate); fà a ttiempo o ‘ntiempo (fare a (o in) tempo), riuscire a fare qualcosa entro una scadenza prefissata; fà a mmeno ‘e coccosa(fare a meno di qualcosa), ||| farse v. rifl. o intr. pron.
1 trasformarsi, diventare: farse ggiudio(farsi ebreo);farse russo russo ‘nfaccia( farsi rosso in viso); ‘stu cacciuttiello s’è ffatto gruosso!(questo cucciolo s'è fatto grosso!) | farse ‘nquatto(farsi in quattro, (fig.) moltiplicare i propri sforzi, il proprio impegno a favore di qualcuno o di qualcosa || Anche in costruzioni impersonali:s’è ffatto scuro; se sta facenno tarde( s'è fatto scuro; si sta facendo tardi);
2 (gerg.) drogarsi:farse ‘e cucaina (farsi di cocaina).
Giunti a questo punto passiamo all’elencazione ed illustrazione della numerosa fraseologia costruita nel napoletano con il verbo fare nelle numerose accezioni fino qui esaminate, cominciando però con un’accezione di fare che è solo del napoletano e non trova riscontro nell’italiano: considerare, giudicare che si ritrova nell’icastica espressione:
I’ TE FACCIO SCEMO,O PAZZO (ti fo scemo,o pazzo) ti considero sciocco oppure pazzo e ciò deriva dall’osservazione del tuo comportamento o del tuo modo di proporti od agire in determinate circostanze che richiederebbero, in una persona normale, reazioni o atteggiamenti ben diversi da quelli da te tenuti che derivano con ogni probabilità ed evidenza dalla tua scempiaggine o follia, per cui ben posso giudicarti scemo o pazzo.
Continuiamo, senza ordine o sistematicità, con altre espressioni:
FÀ CARNE 'E PUORCO...
Ad litteram: far carne di porco; id est:trarre il massimo del profitto, lucrare oltre il lecito o consentito, come chi si servisse della carne di maiale del quale, è noto, non si butta via nulla...
FÀ 'O PARO E 'O SPARO....
Ad litteram: fare a pari e dispari; id est:tentennare, non prendere decisioni, essere eternamente indecisi ed affidar tutto, per non assumer responsabilità, all'alea della sorte.
FÀ ‘E UNO TABBACCO P''A PIPPA.
Letteralmente: farne di uno tabacco per pipa. Id est ridurre a furia di percosse qualcuno talmente a mal partito al punto da trasformarlo, sia pure metaforicamente, in minutissimi pezzi quasi come il trinciato per pipa.
FÀ ASCÍ ‘E SSÒVERE ‘A CULO.
Letteralmente: fare uscire le sorbe dal culo; id est: percuotere qualcuno, torchiandolo fino allo spasimo, quasi strizzandolo fino a che non dica o confessi ciò che sa o abbia fatto, costringendolo iperbolicamente ad emettere le emorroidi (eufemisticamente dette sòvere che sono in realtà i frutti del sorbo, dal lat.: sorbere→sobere→sòvere in quanto frutti succosi e maturi, quasi da suggere)
FÀ TREMMÀ ‘O STRUNZO ‘NCULO.
Ad litteram: far tremare lo stronzo nel culo; id est: incutere in qualcuno, attraverso gravi minacce, tanto timore o spavento da procurargli, iperbolicamente, un convulso tremore degli intestini e del loro contenuto prossimo ad essere espulso.
FÀ ALIZZE E CRUCELLE.
Ad litteram: fare sbadigli e crocette. Id est: consigliare di segnare con una crocetta la bocca mentre si sbadiglia. È risaputo che per norma di galateo, se si sbadiglia occorre coprirsi la bocca con la mano, ma tale norma viene di lontano allorché - come ricordato dall’espressione in esame - in caso di sbadiglio occorreva segnare ripetutamente la bocca con segni di croci usate a mo’ di protezione acciocché gli spiriti maligni non entrassero nella bocca spalancata; la faccenda è diventata poi una norma di galateo ma la sostanza protettiva o scaramantica del gesto è rimasta anche se ammantata di buona creanza.
alizze = sbadigli; deverbale dal basso latino halare = sbadigliare
crucelle = crocette; diminutivo attraverso il suffisso femm. plurale élle di cruce = croce da un acc. latino cruce(m) da crux – crucis.
FÀ CACÀ L’UVA, LL’ACENE E ‘O STREPPONE.
Ad litteram: far defecare il grappolo d’uva, gli acini(vinacciuoli) ed il raspo relativi.Locuzione, spesso usata sotto forma di minaccia: te faccio cacà ll’uva, ll’aceno e ‘o streppone (ti faccio defecare la pigna d’uva, i singoli acini(vinacciuoli) ed il raspo) con la quale si significa l’azione violenta di chi costringa o intenda costringere un ladro o anche solo un profittatore a restituire tutto il mal tolto, e cioè pretenda di farsi restituire, sia pure sotto forma di feci, non solo la pigna d’uva che gli sia stata sottratta, ma addirittura i singoli acini e persino ad abundantiam il vuoto raspo che non viene mangiato, ma che si intende far restituire da digerito.La minaccia estensivamente poi viene usata nei confronti di chiunque (adulti e/o bambini) siano messi in condizione di dover esser severamente puniti per eventuali malefatte trascorse.
cacà= cacare, defecare voce verbale infinito derivata dal lat. cacare= andar di corpo;
uva = uva, il frutto della vite, costituito da un grappolo composto di acini: dal lat. uva(m) nell’espressione in epigrafe vale grappolo di uva che a Napoli più spesso è detto pigna d’uva per la forma a cono rovesciato vagamente simile al frutto conico delle conifere, costituito da squame legnose che nascondono i semi (pinoli);
acene pl. di aceno= acino, chicco dell’uva o di frutta similare dal latino acinu(m); in napoletano con il termine a margine non si intende però solo il vero e proprio acino/chicco d’uva, ma anche il vinacciuolo e cioè ciascuno dei semini che si trovano in un acino d'uva; il fiocine che molti, mangiando un grappolo d’uva, evitano di ingoiare e sputano via, per cui sarebbe poi difficilissimo renderlo digerito, atteso che non viene mangiato ; la medesima cosa avviene anche con lo
streppone= raspo, grappolo di uva privo dei chicchi, gambo, fusto di fiori recisi; la voce etimologicamente è un derivato metatetico del lat. stirpe(m) attraverso un accrescitivo *sterpone(m)→streppone con metatesi e raddoppiamente espressivo della p→pp.
VA’ FÀ LL’OSSE Ô PONTE
Letteralmente: vai a racimolare le ossa al ponte. Id est: mandare qualcuno a quel paese.Infatti la locuzione suona pure: mannà ô ponte, con il medesimo significato.
Un tempo a Napoli presso il ponte della Maddalena, già ponte Licciardo esisteva un macello
dove il popolo si recava ad acquistare le carni delle bestie macellate. I meno abbienti si accontentavano di prelevare gratis et amore Dei le ossa usate per preparar economici brodi, per cui spingere qualcuno a fare le ossa al ponte significa augurargli grande miseria. La medesima accezione vale per la locuzione mannà ô ponte; tenendo presente che questa seconda locuzione la si usa nei confronti di uomini attempati e un po’ rovinati dagli acciacchi e dall’età ecco che essa locuzione à una valenza un po’ piú amara giacché la si rivolge a chi - probabilmente - non à la capacità di ripigliarsi ed è costretto a subire fino in fondo gli strali dell’avversa fortuna.
FÀ ‘E UNO TABBACCO P''A PIPPA.
Letteralmente: farne di uno tabacco per pipa. Id est ridurre a furia di percosse qualcuno talmente a mal partito al punto da trasformarlo, sia pure metaforicamente, in minutissimi pezzi quasi come il trinciato per pipa.
FÀ CARNE 'E PUORCO
Ad litteram: far carne di porco; id est:trarre il massimo del profitto, lucrare oltre il lecito o consentito, come chi si servisse della carne di maiale del quale, è noto, non si butta via nulla...
Fà ACQUA ‘A PIPPA Letteralmente: la pipa fa acqua; id est: la miseria incombe, ci si trova in grandi ristrettezze.Icastica espressione con la quale si suole sottolineare lo stato di grande miseria in cui versa chi sia il titolare di questa pipa che fa acqua. Sgombro subito il campo da facili equivoci: con la locuzione in epigrafe la pipa, strumento atto a contenere il tabacco per fumarlo, non ha nulla da vedere; qualcuno si ostina però a vedervi un nesso e rammentando che quando a causa di un cattivo tiraggio, la pipa inumidisce il tabacco acceso impedendogli di bruciare compiutamente, asserisce che si potrebbe affermare che la pipa faccia acqua. Altri ritengono invece che la pipa in questione è quella piccola botticella spagnola nella quale si conservano i liquori, botticella che se contenesse acqua starebbe ad indicare che il proprietario della menzionata pipa sarebbe cos í povero, da non poter conservare costosi liquori, ma solo economica acqua. Mio avviso è che la pippa in epigrafe sia qualcosa di molto meno casto e della pipa del fumatore, e di quella del beone spagnolo e stia ad indicare, molto pi ú prosaicamente il membro maschile che laddove, per sopravvenuti problemi legati all’ età o altri malanni, non fosse pi ú in grado di sparger seme si dovrebbe contentare di emettere i liquidi scarti renali, esternando cos í la sua sopravvenuta miseria se non economica, certamente funzionale.
FÀ COMME A SANTA CHIARA: DOPP’ ARRUBBATO, ‘E PPORTE ‘E FIERRO.
Ad litteram: fare come in santa Chiara : dopo aver subíto il furto, apposero le porte di ferro. Id est: correre ai ripari quando sia troppo tardi e si sia già sub íto un danno; cos í si regolarono i monaci dell’antica basilica di santa Chiara che sostituirono l’inconsistente uscio in legno della chiesa con pi ú corpose e resistenti porte in ferro, ma lo fecero tardi, solo dopo che i ladri avevano perpetrato un ingente furto sacrilego.
FÀ ‘A PRIMMA FESCENA PAMPANOSA
Ad litteram: riempire il primo cesto di pampini; id est: cominciar male un’attività, partir col piede sbagliato; locuzione di chiara matrice contadina; la féscena nominata in epigrafe è il cestino di vimini in cui le vendemmiatrici erano solite depositare i grappoli raccolti; poteva accadere talvolta che, nella foga del primo raccolto, le vendemmiatrici, magari meno esperte, in luogo dei grappoli d’uva, riponessero nella cesta un gran numero di pampini fino a riempirla e renderla perciò pampinosa.La locuzione è usata oggi per indicare che si è cominciato male una qualsiasi attività e se ne paventa perciò una cattiva evoluzione.
fescena s.vo f.le cestino di vimini a tronco di cono con fonfo aguzzo usato durante la vendemmia; voce dal lat. fiscina (da fiscus=cesto).
FÀ 'O PARO E 'O SPARO
Ad litteram: fare a pari e dispari; id est:tentennare, non prendere decisioni, essere eternamente indecisi ed affidar tutto, per non assumer responsabilità, all'alea della sorte.
PAVÀ O FÀ PAVÀ ‘E PERACOTTE
Letteralmente: pagare o far pagare le pere cotte.
Presa nel suo significato letterale, l’espressione a margine significa ben poco e va da sé che occorre, per intenderla, andare alla ricerca di un qualche nascosto significato.
Comincio col sottolineare che il verbo pavà = pagare dell’epigrafe – cosí come letteralmente tradotta - non può essere inteso nel comune senso di corrispondere una somma di denaro per beni acquistati, servizi ricevuti, obbligazioni contratte e sim. cosí come normalmente è inteso il verbo pavà = pagare che dal lat. pacare 'pacificare'e cioè porre in pace cioè mettere in parità prestazione e controprestazione (da notare che la consonante etimologica c, occlusiva velare sorda,come la corrispondente occlusiva velare sonora g, nel napoletano divengono spesso (sia pure non sempre) v (come in fravula che è da fragula(m) con consueta alternanza partenopea della c o della g con la v o altrove al contrario della v con la g come ad es in guappo che è dal latino vappa; cfr.anche volpe/golpe, vunnella/gunnella, vongola←concula etc. ;) quella v che è invece la consonante fricativa labiodentale sonora che nel napoletano di solito si alterna con la b consonante occlusiva bilabiale sonora) dicevo che il verbo pagare deve essere qui inteso nel senso estensivo e figurato di temere, scontare, espiare; l’espressione in effetti vale, nel suo significato recondito: temere, oppure minacciare di andare incontro o somministrare severe punizioni o anche sopportare o far sopportare spiacevoli conseguenze di malefatte proprie o altrui. Proprio in ragione di tale interpretazione, la scuola di pensiero piú comune interpreta sbrigativamente, ma – a mio avviso – poco convincentemente il termine peracotte= pere cotte nel non meglio chiarito senso di percosse , atteso che non vedo (se si eccettua un tenue ed inconferente bisticcio fonetico…) cosa possa mettere in rapporto squisitezze gastronomiche quali sono le pere in giulebbe, con l’amarezza delle percosse .A mio avviso, pur non mutandosi il significato nascosto dell’espressione in esame che sta per temere, oppure minacciare di andare incontro o somministrare severe punizioni o anche sopportare o far sopportare spiacevoli conseguenze di malefatte proprie o altrui, il termine peracotte non deve intendersi come agglutinazione di pere cotte, quanto come corruzione della voce peraconne = ippericon pianta medicinale, nota anche con il nome di erba di san Giovanni con proprietà astringenti e/o decongestionanti .
Mi sembra che accogliendo tale mia originale proposta si possa innanzi tutto restituire il significato primo al verbo pavà=pagare nel senso che l’espressione a margine sostanzierebbe piú chiaramente la situazione incresciosa o di chi si trovasse, per problemi di salute, costretto a far ricorso all’acquisto di medicinali derivati dalla pianta di ippericon (che,come chiarisco qui di sèguito dà l’etimo a peraconne) o la ancóra piú incresciosa situazione di colui cui siano stati indotti problemi di salute da parte di chi lo metta nella condizione di ricorrere all’acquisto di medicamenti, facendogli pagare ‘e peracotte= peraconne (medicine derivate dall’ippericon.); dal punto di vista etimologico rammento che in napoletano le parole derivate da voci straniere terminanti per consonante di solito comportano il raddoppiamento espressivo della consonante e la paragoge di una vocale finale semimuta;non esistono quasi eccezioni a questa regola: rammento appena le voci sanfrasòn/zanfrasòn o sanfasòn = alla carlona, voci che sono corruzione del francese sans façon (senza misura) e sono tra le pochissime, se non quasi uniche voci del napoletano che essendo accentate sull’ultima sillaba si possono permettere il lusso di terminare per consonante in luogo di una consueta vocale evanescente paragogica finale (e/a/o) e raddoppiamento della consonante etimologica: normalmente in napoletano ci si sarebbe atteso sanfrasònne/zanfrasònne o sanfasònne come altrove barre per e da bar o tramme per e da tram e come è successo qui che da ippericon si è pervenuti a (ip)peraconne.
FÀ PALLA CORTA
Ad litteram: fare la palla corta Id est: mancare il fine prefissato, non giungere al risultato per avere errato nel conferire la forza necessaria affinché si potesse raggiungere lo scopo; con altra valenza riferito ad uno che infastidisca, vale: con le tue richieste e/o parole non otterrai nulla di ciò che vuoi: non sei convincente, né induci a prestarti fede e/o aiuto! La locuzione è mutuata dal giuoco delle bocce o del bigliardo, giochi nei quali la biglia (palla) messa in giuoco può mancare di raggiungere il punto voluto e risultare corta se, per conclamata imperizia, nel lanciarla il giocatore non vi à impresso la necessaria e giusta spinta.
Palla s.vo f.le 1 corpo di forma sferica: una palla di ferro, di marmo, di vetro, di neve ' le palle degli occhi, (fam.) i globi oculari | palla di lardo, di grasso, (fig.) persona molto grassa.
2 sfera di gomma, cuoio, legno o altro materiale, con cui si gioca: palla di biliardo, da tennis; giocare a palla | battere la palla, nel tennis e in altri giochi, iniziare a giocare | palla-goal, nel calcio, palla che può essere con facilità inviata in rete ' prendere, cogliere la palla al balzo, (fig.) sfruttare al volo un'occasione propizia ' essere, sentirsi in palla, (fig.) in forma, in giornata buona
Voce dal long. *palla con medesima radice di balla
Corta agg.vo f.le1 di poca lunghezza o di lunghezza inferiore al normale: la via più corta per arrivare; capelli (tagliati) corti; armi a canna corta; calzoni, pantaloni corti, al di sopra del ginocchio; maniche corte, sopra il gomito; mi va, mi sta corto, si dice di indumento che non raggiunge la misura giusta, soprattutto delle gambe e delle braccia | palla (tirata) corta, che non arriva a destinazione | andare per le corte, sbrigarsi, venire al dunque | venire alle corte, concludere qualcosa in fretta; alle corte!, veniamo al sodo! | l'ultimo a comparir fu gamba corta, (scherz.) si dice a chi arriva per ultimo.
2 che non dura a lungo; breve, conciso: una visita corta, una risposta corta | settimana corta, settimana lavorativa di cinque giorni, da lunedì a venerdì
3 (estens.) insufficiente, scarso, poco dotato
Voce da un lat. *curta(m) marcata sul m.le curtu(m).
FÀ ZITE E MURTICIELLE E BATTESIME BUNARIELLE.
Letteralmente: fare(partecipare a)matrimoni e funerali e battesimi abbastanza buoni.Id est: non mancare mai, anche se non espressamente invitati, a celebrazioni che comportino elargizioni di cibarie e libagioni, come accadeva temporibus illis quando la maggior parte delle cerimonie si svolgevano in casa, allorchè il parroco o prete del rione non mancava mai di rendersi presente a battesimi o matrimoni, per presenziare alla tavolata che ne seguiva. La cosa valeva anche per i funerali (murticielle) giacché, dopo la sepoltura del morto, i vicini erano soliti offrire ai parenti del defunto un pantagruelico pasto consolatorio spesso comportante gustose portate di pesce fresco di cui ovviamente profittavano anche chi aveva partecipato alla cerimonia funebre.
FÀ SCENNERE 'NA COSA DA 'E CCOGLIE 'ABRAMO.
Letteralmente: far discendere una cosa dai testicoli d'Abramo. Ruvida locuzione partenopea che a Napoli si usa a sapido commento delle azioni di chi si fa eccessivamente pregare prima di concedere al richiedente un quid sia esso un'opera o una cosa lasciando intendere che il quid richiesto sia di difficile ottenimento stantene la augusta (che in realtà è falsa) provenienza.
coglie s.vo fem.le pl. di coglia = testicolo derivato dal lat. volg. *colea(m); la voce coglia con il suo plurale coglie è attestata nel parlato popolare della città bassa come alternativo di coglione e del pl. metafonetico cugliune usati piú spesso come voci offensive
AbramoAvraham, "Padre di molti popoli";è il primo patriarca dell'Ebraismo, del Cristianesimo e dell'Islam. La sua storia è narrata nel Libro della Genesi ed è ripresa nel Corano. Secondo Gen17,5 il suo nome originale Avram, poi cambiato da Dio in Avraham; è considerato dall’Islam antenato del popolo arabo, attraverso Ismaele. L'Ebraismo, il Cristianesimo e l'Islam (détte religioni abramitiche) proclamano tutte una loro presunta discendenza comune da Abramo.
Non esistono tuttavia altre testimonianze storiche della sua esistenza indipendenti dalla Genesi, quindi non è possibile sapere se fu una reale figura storica. Se lo fu, visse tra il ventesimo ed il XIX secolo a.C. L’episodio piú significativo riguardante la vita di Abramo si riferisce alla richiesta fattagli da Dio di sacrificargli l’unico figlio Isacco generato ad Abramo in vecchiaia da sua moglie Sara. Abramo, seppur a malincuore, accettò. Mentre legava Isacco per il sacrificio, però, apparve un angelo che gli disse di non far male a suo figlio e che Dio aveva apprezzato la sua ubbidienza, benedicendolo "con ogni benedizione".
FÀ ‘E SSETTE CHIESIELLE.
Letteralmente: visitare le sette chiesine ovvero per traslato : andarsene in giro per le case altrui senza uno specifico motivo, ma solo per il gusto di intrattenersi negli altrui domicili, nella speranza - magari - di scroccare un pranzo, o quanto meno un caffé che a Napoli non si rifiuta a chicchessia. Detto anche di chi, prima di decidersi a fare un acquisto visita innumerevoli negozi per informarsi sui prezzi dell’articolo cercato, per confrontarli e metterli a paragone.
Originariamente le sette chiese della locuzione sono sette bene identificati luoghi di culto e cioè nell’ordine: Spirito santo, san Nicola alla Carità, san Liborio alla Pignasecca, Madonna delle Grazie, santa Brigida, san Ferdinando di Palazzo e san Francesco di Paola, quelle chiese cioè che tutti i napoletani andando dalla odierna piazza Dante (anticamente Largo del Mercatello) a piazza del Plebiscito (l’antico Largo di Palazzo) percorrendo la centralissima strada di Toledo, sono soliti visitare durante il cosiddetto struscio la rituale passeggiata che si compie il giovedì santo , durante la quale si “visitano” i cosiddetti sepolcri ovvero le solenni esposizioni dell’Eucarestia che si tengono in ogni chiesa di culto cattolico.Dal fatto che le chiese incontrate nel rituale tratto dello struscio fossero sette si instaurò la consetudine pseudo-religiosa che i cosiddetti sepolcri da visitare dovessero essere in numero dispari e qualche devoto poco propenso a camminare per ottemperare a tale pseudo-precetto si recava nella chiesa piú vicina alla propria abitazione e vi entrava ed usciva sette volte di fila per biascicare orazioni, ritenendo in tal modo di aver fatte le rituali dispari visite previste.
FÀ LL’AMICO E ‘MPRENÀ ‘A VAJASSA.
Ad litteram: fare l’amico ed ingravidare la serva id est: comportarsi da “doppiogiochista”, da falso amico come chi , atteggiandosi ad amico, frequenti una casa ed in luogo di ricordi amicali lasci la fantesca di casa ingravidata, profittando della libertà che si usa concedere agli amici.
amico = amico,animato da amicizia, benevolo agg.vo e s.vo m.le dallat. amicu(m), deriv. di amare
‘mprenà= ingravidare, render pregna voce verbale infinito dal lat. tardo impraegnare 'rendere gravida', comp. di in illativo e un deriv. del lat. volg. *praegnu(m), che diede il napoletano prena= ingravidata;
vajassa = serva, fantesca Etimologicamente il termine vajassa è dalla voce araba baassa pervenutaci attraverso il francese bajasse: fantesca, donna rozza e un po’ sporca, ed estensivamente donna del popolo villana e gridanciana; dalla medesima voce bajasse il toscano trasse bagascia = meretrice.
FÀ ‘A FATICA D’’E PRIEVETE.
Ad litteram: fare il lavoro dei preti. Id est: fare un’attività tranquilla e non impegnativa quale, ingiustamente, si riteneva ed ancóra si ritiene che fosse e sia quella svolta dai sacerdoti al segno che, altrove si dice che si ‘a fatica fosse bbona ‘a faccesro ‘e prievete (se il lavoro fosse una cosa buona, lo farebbero i preti).
Fatica s. f. sinonimo di lavoro, impegno quantunque di per sé il termine fatica connoti il semplice lavoro, ma uno sforzo fisico o intellettuale che genera stanchezza, quella che nasce da un'attività fisica o psichica troppo intensa o prolungata; l’etimo è dal lat. volg. *fatiga(m), deriv. di fatigare 'prostrare, stancare';
prievete s. m. plurale metafonetico di prevete: prete,presbitero, sacerdote, uomo consacrato, addetto al culto, che abbia ricevuto il sacramento dell’ordinazione; etimologicamente il napoletano prevete da cui poi per sincope della sillaba implicata ve si è probabilmente formato il toscano prete è dal tardo latino presbyteru(m), che è dal greco presbyteros, propriamente: piú anziano; cfr. presbitero;
la via seguíta per giungere a prevete partendo da presbyteru(m) è la seguente: presbyteru(m)→pre’bytero/e→prebeto/e→preveto/e;
FÀ SCENNERE 'NA COSA DA 'E CCOGLIE 'ABRAMO.
Letteralmente: far discendere una cosa dai testicoli d'Abramo. Ruvida locuzione partenopea che a Napoli si usa a sapido commento delle azioni di chi si fa eccessivamente pregare prima di concedere al petente un quid sia esso un'opera o una cosa lasciando intendere che il quid richiesto sia di difficile ottenimento stantene la augusta provenienza.
FÀ TRE FFICHE NOVE ROTELE
Letteralmente: fare con tre fichi nove rotoli.
Con l'espressione in epigrafe, a Napoli si è soliti bollare i comportamenti o - meglio - il vaniloquio di chi esagera e si ammanti di meriti che non possiede, né può possedere.
Per intendere appieno la valenza della locuzione occorre sapere che il rotolo era una unità di peso del Regno delle due sicilie corrispondente in Sicilia a gr.790 mentre a Napoli e suo circondario, 890 grammi per cui nove rotole corrispondevano a Napoli a circa 8 kg. ed è impossibile che tre fichi (frutto, non albero) possano arrivare a pesare 8 kg. Per curiosità storica rammentiamo che il rotolo, come unità di peso, ancora oggi è in uso a Malta, che prima di divenire colonia inglese apparteneva al Regno delle Due Sicilie.
Ancora ricordiamo che il rotolo deriva la sua origine dalla misura araba RATE,trasformazione a sua volta della parola greca LITRA, che originariamente indicava sia una misura monetaria che di peso; la LITRA divenne poi in epoca romana LIBRA (libbra)che vive ancora in Inghilterra col nome di pound che indica sia la moneta che un peso e come tale corrisponde a circa 453,6 grammi, pressappoco la metà dell'antico rotolo napoletano.
FÀ FETECCHIA:
I l termine in epigrafe ha un variegato ventaglio di significati nella lingua napoletana, ma tutti riconducibili al primario significato di vescia, scorreggia non rumorosa, scoppio silenzioso simile a quello del fungo che giunto a maturazione esplode silenziosamente emettendo le spore; col termine fetecchia , restando nell’ambito della silenziosità,viene indicato altresì lo scppio non riuscito di un fuoco d’artificio, e più in generale un qualsiasi fallimento o fiasco di un’operazione non giunta a buon fine
Per ciò che attiene l’etimologia, tutti concordemente la fanno risalire al latino foetere nel suo significato di puzzare – tenendo prersente il primario significato di fetecchia, ma anche negli altri significati c’è una sorta di non olezzo che pervade la parola.e la riconduce al foetere latino.
FÀ QUATTO CIAPPETTE.
Letteralmente: fare quattro ciappette. Id est: compiere un lavoro in maniera rabberciata e disimpegnata ; detto soprattutto di lavori che impegnano poco le braccia e molto la mente, lavori che però siano fatti con poca attenzione e dedizione e se ad es. si tratta di vergare uno scritto, lo si fa servendosi di concetti triti, ripetitivi e striminziti, vergati alla meno peggio, , messi in fila in maniera abborracciata, quasi automaticamente conseguenziali, non supportati da idee nuove, ma farciti di ovvietà noiose e monotone. Con altra valenza leggermente differente, ma corposamente sarcastica il concetto in epigrafe viene riferito, con una tipica espressione che è: Sape fà quatte ciappette!, a chi saccente e supponente, faccia le viste, al contrario, di essere molto colto, di conoscere tutte le evenienze del vivere vantandosi di possedere conoscenze in vasti campi dello scibile umano, laddove in realtà tutta la sua cultura e tutte le sue conoscenze si riducono a pochissime nozioni trite e ritrite, ovvie, non originali, noiose e monotone spesso non accompagnate da autentica e conclamata scienza e/o esperienza, ma fondate esclusivamente sul sentito dire. o sui manualetti di pronto impiego di talune professioni e non le specifico per non incorrere nelle ire di amici e/o parenti...
La parola ciappetta di per sé non è che il diminutivo di ciappa s f fibbia, fermaglio, borchia voce pervenuta nel napoletano attraverso lo spagnolo chapa derivato del lat. capulum attraverso un plurale metatetico, inteso poi femminile, regionale *clapa→chiapa→chapa.
Va da sé che semanticamente è quasi impossibile collegare il concetto di un piccolo fermaglio, una piccola fibbia o una borchietta con l’idea di nozioni trite e ritrite, ovvie noiose e monotone. Ma la cosa si può risolvere seguendo quella che fu l’originaria formulazione dell’espressione in epigrafe, espressione che purtroppo, nessuno mai degli addetti ai lavori si è peritato di prendere in considerazione od esame. Lo faccio qui di sèguito,pur non essendo un paludato o patentato addetto, augurandomi di fare cosa gradita a chi mi leggerà.
In origine infatti nelle isole al largo di Napoli (dove l’espressione nacque) non si usò l’espressione Sapé fà quatte ciappette ma s’usò dire Sapé fà quatte scippe sciappe con riferimento a chi avesse imparato a fare appena pochi tratti di penna (scippi) e si vantasse, chiaramente a torto, di essere molto istruito; quando poi l’espressione Sapé fà quatte scippe sciappe approdò a Napoli fu trasformata in Sapé fà quatte cippe ciappe e ciò perché probabilmente le voci scippe sciappe (di cui la seconda non corrispondeva né ad un oggetto, né ad una idea, ma era stata ricavata da scippe (plurale di scippo (deverbale del lat. ex-cippare) nel senso però di tratto di penna e non di graffio) per bisticcio ed allitterazione espressivi ) furono intese come originarie cippe e ciappe addizionate della solita esse protetica intensiva napoletana, ma poiché i concetti che gli originarii scippe sciappe dovevano rappresentare erano concetti riduttivi e negativi, si pensò – a ragione forse – che non avevano senso le esse intensive e scippe sciappe divennero cippe ciappe; allorché poi ci si rese conto che al derivato cippe non si poteva collegare alcun oggetto reale o concetto comprensibile si preferí eleminar tout court quel cippe e mantenere solo quelle residuali ciappe (in origine sciappe) divenute quasi per magia corrispondenti ad un oggetto reale (fibbie, fermagli, borchie) e dovendo esse ciappe esprimere concetti negativi e riduttivi, se ne fece il diminutivo ciappette e l’espressione diventò Sape fà quatte ciappette che vale saper fare quattro insignificanti cosucce e menarne vanto quasi si trattasse di cose pregnanti e/o importanti, che è poi l’atteggiamento tipico d’ogni saccente e supponente.
FÀ ‘NA BBOTTA, DDOJE FUCETOLE.
Che vale: centrare con un sol colpo due beccafichi. Id est: conseguire un grosso risultato con il minimo impegno; locuzione un po’ piú cruenta, ma decisamente piú plausibile della corrispondente italiana: prender due piccioni con una fava: una sola cartuccia, specie se caricata di un congruo numero di pallini di piombo, può realmente e contemporaneamente colpire ed abbattere due beccafichi; non si comprende invece come si possano catturare due piccioni con l’utilizzo di una sola fava, atteso che quando questa abbia fatto da esca per un piccione risulterà poi inutilizzabile per un altro... Sempre con protagonista le fucetole (beccafichi) è la successiva espressione:
FÀ A PASSÀ CU ‘E FUCETOLE.
che ad litteram è fare a sorpassar(si) con i beccafichi ossia entrare in un’ipotetica gara (di magrezza) con i beccafichi e sortirne vincitore; icastica espressione usata nei confronti di chi (soprattutto donne)siano tanto magre da addirittura aver ipoteticamente la meglio sulle fucetole (beccafichi) uccelletti magrissimi; fucetole è il pl. di fucetola s.vo f.le dal lat. ficédula(m) con tipico passaggio di sonora a sorda (d→t) in parola sdrucciola.
FÀ LL‘ALLICCAPETTULE.
Ad litteram: fare il leccapettole cioè il lecchino; id est: comportarsi da servile adulatore, da servo sciocco, prosternandosi davanti al potente di turno, leccandogli metaforicamente la falda posteriore della camicia nominata eufemisticamente in luogo della parte anatomica su cui detta falda insiste.
FÀ ‘O SPALLETTONE oppure al femminile ‘A CCIACCESSA
Espressione intraducibile ad litteram in quanto in italiano manca un vocabolo unico che possa tradurlo, per cui bisogna dilungarsi nella spiegazione per poter venire a capo delle espressioni in epigrafe.
Ciò premesso, dirò che esiste, o meglio, esistette fino agli anni ’60 dello scorso secolo, a Napoli un vocabolo che,nel parlare comune, conglobava in sè tutto un vasto ventaglio di significati. E’ il vocabolo in epigrafe che si dura fatica a spiegare tante essendo le sfumature che esso ingloba.
In primis dirò che con esso vocabolo si indica il saccente, il supponente, il sopracciò, il millantatore, colui che anticamente era definito mastrisso ovvero colui che si ergeva a dotto e maestro, ma non aveva né la cultura, nè il carisma necessarii per essere preso in seria considerazione.
Piú chiaramente dirò, per considerare le sfumature che delineano il termine in epigrafe, che vien definito spallettone chi fa le viste d’essere onnisciente, capace di avere le soluzioni di tutti i problemi, specie di quelli altrui , problemi che lo spallettone dice di essere attrezzato per risolvere, naturalmente senza farsi mai coinvolgere in prima persona, ma solo dispensando consigli , che però non poggiano su nessuna conclamata scienza o esperienza, ma son frutto della propria saccenteria in virtú della quale non v’è campo dello scibile o del quotidiano vivere in cui lo spallettone non sia versato;l’economia nazionale? E lo spallettone sa come farla girare al meglio. L’educazione dei figli altrui, mai dei propri !? Lo spallettone, a chiacchiere, sa come farne degli esseri commendevoli; e cosí via non v’è cosa che abbia segreti per lo spallettone che, specie quando non sia interpellato, si offre e tenta di imporre la propria presenza dispensando ad iosa consigli non richiesti che - il piú delle volte- comportano in chi li riceve un aggravio delle incombenze, del lavoro e dell’impegno, aggravio che va da sé finisce per essere motivo di risentimento e rabbia per il povero individuo fatto segno delle stupide e vacue chiacchiere dello spallettone.
E passiamo a quella che a mio avviso è una accettabile ipotesi etimologica del termine in epigrafe.
Premesso che tutti i compilatori di dizionarii della lingua napoletana, anche i piú moderni, con la sola eccezione forse dell’ avv.to Renato de Falco e del suo Alfabeto napoletano, non fanno riferimento all’idioma parlato, ma esclusivamente a quello scritto nei classici partenopei, va da sè che il termine spallettone non è registrato da nessun calepino, essendo termine troppo moderno ed in uso nel parlato, per esser già presente nei classici.
Orbene reputo che essendo il sostrato dello spallettone, la vuota chiacchiera, è al parlare che bisogna riferirsi nel tentare di trovare l’etimologia del termine che, a mio avviso si è formato sul verbo parlettià (ciarlare)con la classica prostesi della S non distrattiva, ma intensiva partenopea, l’assimilazione della R alla L successiva e l’aggiunta del suffisso accrescitivo ONE.
Per concludere potremo definire cosí lo spallettone:ridicolo millantatore, becero, vuoto, malevolo dispensatore di chiacchiere, da non confondere però con il pettegolo che è altra cosa e che in napoletano è reso con un termine diverso da spallettone e cioè con il termine: parlettiere.
Va da sè che il termine esaminato è esclusivamente maschile;
esiste però un corrispondente termine femminile con i medesimi significati del maschile ed è come riportato nella variante in epigrafe: cciaccessa correttamente scritto con la geminazione iniziale della C: cciaccessa; l’etimo mi è sconosciuto, ma reputo, stante anche per essa parola il sostrato di un vuoto parlare che possa essere un deverbale formatosi su di un iniziale ciarlare.
FÀ ‘AMMORE CU ‘E MONACHE.
Ad litteram: fare l’amore con le monache, id est: desiderare l’impossibile, richiedere o sperare l’irrealizzabile come sarebbe il godere dei favori di una suora.
FÀ LL’ARTA LEGGIA.
Ad litteram: praticare l’arte leggera; id est: esercitare il mestiere del ladruncolo, del borseggiatore; per praticare tali attività occorre aver leggerezza di mano ed accortezza di modi; eufemisticamente perciò il suddetti mestieri son definiti arte quasi che occorra essere degli artisti per poterli praticare ed in effetti non è da tutti possedere l’abilità necessaria in simili pur truffaldini mestieri: solo chi abbia lungamente fatto esercizio e si sia diligentemente applicato può poi lanciarsi nella mischia e sperare di conseguire risultati adeguati alla stregua di un vero artista.
FÀ LL’ARTE D’’O SOLE.
Ad litteram: fare l’arte del sole; id est: darsi alla bella vita, magari condita di disimpegnati amori, godendosela senza intralci o preoccupazioni, alla stregua del sole che una volta che sia sorto, può tranquillamente mirarsi il creato, senza problemi o altre faticose incombenze.
E sempre a proposito di arterammenterò l’espressione
FÀ LL’ARTE D’’O DIAVULO oppure D’ ‘O DEMMONIO.
Che letteralmente è: fare l’arte del diavolo/demonio; id est: tenere il medesimo comportamento del demonio o diavolo, cioè, calunniare qualcuno, istigare, sobillare qualcuno, aizzarlo contro altri, inducendolo al male, tentandolo subdolamente il tutto in linea con il significato etimologico della voce diavulo (teol.) Spirito del male (chiamato anche demonio), nemico di Dio e degli uomini, personificato in Satana, principe delle tenebre, identificato anche con Lucifero, capo degli angeli ribelli, variamente rappresentato in figura umana con corna, coda e talvolta ali. è voce che viene da un tardo latino diabolu(m), dal gr. diábolos, propr. 'calunniatore', deriv. di diabállein 'disunire, mettere male, calunniare, tentare.
FÀ LL’ARTE ‘E MICHELASSO: MAGNÀ, VEVERE E GGHÍ A SPASSO che letteralmente è: fare l’arte di Michelaccio: mangiare, bere ed andare in giro (bighellonando) id est: tenere un comportamento da fannullone, ( che è propriamente la persona oziosa che non vuole e vorrebbe fare nulla, etimologicamente comp. di fa ( 3° p. sing.ind. pres. del verbo fare) e nulla, col suff. accrescitivo –one); o da bighellone(che è chi perde il suo tempo, andando in giro senza addivenire a nulla, etimologicamente accrescitivo (per il tramite del suffisso one di un antico bigollo o pigollo = trottola);in napoletano questo tipo di soggetto è détto alternativamente Michelasso (come nell’espressione in esame) o Francalasso; Francalasso è propriamente il bighellone, colui che ozia andandosene in giro senza meta e/o scopo; etimologicamente formato, come il suo omologo Michelasso (fannullone,scioperato) dall’addizione di un nome proprio (qui Michele, altrove Franco) e dell’aggettivo lasso che è dal lat. lassu(m); cfr. lassare = 'stancare'da intendersi in senso ironico ed antifrastico, atteso che chi non lavora, non può stancarsi; il perché di quei due nomi e non altri è ignoto,ma forse non gli è estraneo il fatto che in napoletano franco sta per libero, senza costrizioni e dunque senza impegni, mentre michele è usato nel senso duro, ma affettuoso di sciocco, inetto, una persona tale cui non si affiderebbe un lavoro o impegno, nel timore che lo mancasse.
FÀ LL’OPERA D’’E PUPE
Letteralmente: fare la rappresentazione con i pupi; id est: fare il diavolo a quattro, agitarsi oltre misura per conseguire un quid qualsiasi anche non eccessivamente serio e concreto, sforzandosi di tener sotto controllo un gran numero di cose come i pupari costretti a destreggiarsi tra un inviluppo di fili e croci lignee atti alla manovra delle teste, braccia e gambe dei pupi di cui all’epigrafe. Da notare che l’espressione fa riferimento ai pupi, alti e grossi burattini di legno che vengon manovrati dal puparo, muovendoli dall’alto; cosa diversa sono le guarattelle o guattarelle, piccole marionette che vengono manovrate dal basso tenendole infilate sulla mano a mo’ di guanto. Talvolta, con riferimento alla agitazione che è propria dell’espressione in epigrafe, quando tra due interlocutori un discorso principiato in maniera calma si stia evolvendo pericolosamente può accadere che quello degli interlocutori dotato di maggior buona volontà possa invitare l’altro interlocutore a recedere dalla discussione con il dire: “Nun facimmo ll’opera ‘e pupe” (evitiamo di fare una rappresentazione con i pupi; calmiamoci!).
FÀ MMIRIA Ô TRE BASTONE
Ad litteram: fare invidia al tre di bastoni, destare l’invidia del tre di bastoni. Detto ironicamente di una donna che sia provvista di abbondante peluria sul labbro superiore al segno di destar l’invidia del tre di bastoni la carta da giuoco del mazzo di carte napoletano che porta sovrapposto all’incrocio di tre grossi randelli un vistoso mascherone , provvisto di suo di consistenti baffoni a manubrio.
FÀ MARENNA A SARACHIELLE
Ad litteram: far colazione con piccole aringhe affumicate; id est: accontentarsi di poco, stringer la cinghia, esser costretti a fare di necessità virtú come chi si debba contentare, per la propria colazione di piccole aringhe salate ed affumicate che oltre ad essere parva res, prospettano una successiva necessità di bere copiosamente per attutire gli effetti della congrua salatura. La locuzione è usata pure a sarcastico commento delle azioni di coloro che agiscano con parsimonia di mezzi e di applicazione al segno che i risultati che posson derivare dalle loro azioni sono miserevoli ed inconferenti. In tal caso alla locuzione in epigrafe si suole premettere un icastico: Eh, sî arrivato (che può esser tradotto a senso: “Cosa pensi d’aver fatto?) per poi far seguire la locuzione in epigrafe coniugata però con un tempo di modo finito in luogo dell’infinito qui riportato: ad es.: Eh, sî arrivato, hê fatto marenna a sarachielle!
sarachielle s.vo m.le pl. di sarachiello che è il diminutivo maschilizzato (per significare la contenutezza dell’oggetto di riferimento: in napoletano infatti un oggetto che sia femminile diventa maschile se diminuisce di dimensione (cfr. ad es.: cucchiaro (piú piccolo) e cucchiara (piú grande) carretto (piú piccolo) e carretta (piú grande) tina (piú grande) e tino( piú piccolo) tavola (piú grande) e tavulo ( piú piccolo);fanno eccezione caccavo (piú grande) e caccavella ( piú piccola) e tiano (piú grande) e tiana( piú piccola)), dicevo che sarachiello è il diminutivo (vedi i suff. i+ ello maschilizzato di saràca= salacca, aringa affumicata; la voce saràca etimologicamente è da collegarsi con cambio d’accento ad un tardo greco sàrax (all’acc.vo sàraka) che trova riscontri anche nel calabrese sàrica e nel salentino zàrica.
FÀ ‘A TREZZA D’’E VIERME.
Ad litteram: fare la treccia di vermi; id est: spaventarsi grandemente, esser colto da eccessiva paura. Olim a Napoli, si riteneva che , soprattutto i bambini, ma pure gli adulti, se fossero stati còlti da grande spavento avrebbero potuto germinare nell’intestino una gran quantità di vermi organizzati nei visceri a mo’ di treccia; per liberare i colpiti da tale iattura si ricorreva a sostanziose somministrazioni di aglio da ingerire crudo; ragion per cui era auspicabile, specie per i bambini il non essere colti da spavento o paure.
FÀ SPUTAZZELLE ‘MMOCCA.
Ad litteram: fare l’acquolina in bocca La locuzione richiama, molto piú veristicamente dell’italiano, quelle situazioni in cui alla vista di cose piacevoli o appetitose aumenta a dismisura la secrezione delle ghiandole salivari fino a riempir quasi la bocca di saliva, quella che l’italiano per un malinteso senso estetico rende con la parola: acquolina. L’espressione si usa naturaliter allorché ci si trovi al cospetto di un appetitoso manicaretto la cui vista scatena la reazione di cui in epigrafe;ma è usata altresí allorché ci si trovi innanzi ad una bella donna desiderabile ed appetibile al pari di una succulenta pietanza; insomma sia il manicaretto che la bella donna posson far fare l’acquolina in bocca o – meglio ancòra – far fare sputazzèlle.
FÀ O ESSERE CARTA ‘E TRE (o meglio) ‘E TRESSETTE
Ad litteram: fare o essere una carta da tre (o meglio) di tressette; id est: essere o comportarsi da persona di vaglia, importante, capace di imporsi a tutti gli altri o per naturale carisma o per accertate capacità fisiche e/o morali; piú precisamente nel gergo malavitoso e per traslato nel linguaggio popolare la carta di tre o tressette è colui che con ogni mezzo, lecito o meno che sia riesce ad assurgere al posto di comando imponendo la propria volontà. La locuzione è mutuata dal giuco del tressette giuoco di carte nel quale alcune di esse per convenzione, pure essendo di valore facciale inferiore rispetto alle altre, nel corso del giuoco prevalgono sulle altre risultando vincitrici nelle singole prese; la scala gerarchica convenzionale del giuoco è cosí stabilita: tre, due, asso, re, cavallo, fante e poi dal sette fino al quattro secondo l’ordine decrescente;dal che si evince che la miglior carta, atta a catturare tutte le altre è il tre e a ciò si riferisce la locuzione in epigrafe.Talvolta però l’espressione viene usata a mo’ di dileggio nei confronti di chi non avendo né carisma, né capacità intellettuali, tenti di atteggiarsi ad individuo di vaglia o importante; a chi agisse in tal modo si suole raccomandar: nun fà ‘a carta ‘e tre ossia evita di assumere inutili e pretestuosi atteggiamenti da carta di tre (quella vincente al giuoco del tressette.)
FÀ PIGGLIÀ ‘E PPETECCHIE
Letteralmente: Far prendere le petecchie; détto con riferimento alla fastidiosa azione di chi prenda, tocchi, sposti reiteratamente e senza una valida ragione un oggetto fino a procurargli per stropicciatura figurate emorragie cutanee con rosse macchie puntiformi quelle che in realtà caratterizzano determinate malattie, come il tifo esantematico ed altre malattie affini; la voce petecchia è dal lat. volg. *(im)peticula(m)→(im)peticla(m)→petecchia, dim. del lat. impetigo -gi°nis 'impetigine'
E con ciò penso d’avere, anche questa volta risposto adeguatamente alla richiesta dell’amico N.C. e d’avere interessato qualcun altro dei miei ventiquattro lettori. Satis est.
Raffaele Bracale
mercoledì 30 marzo 2011
TENÉ ‘A SERPA DINT’Ô MANECONE - FÀ ASCÍ ‘A SERPA DÔ MANECONE
TENÉ ‘A SERPA DINT’Ô MANECONE
FÀ ASCÍ ‘A SERPA DÔ MANECONE
L’amico R.S. (i consueti problemi di riservatezza mi impongono l’indicazione delle sole iniziali di nome e cognome)mi chiede di chiarire significato e portata dell’ icastica espressione napoletana prima in epigrafe. Provvedo qui di seguito alla bisogna,ed aggiungo la seconda espressione che la completa convinto – rispondendo – di interessare anche qualche altro dei miei consueti ventiquattro lettori. Tradotta letteralmente la prima espressione vale: Tenere (nascosto) il serpente nell’ampia manica del vestito, mrntre la seconda vale: Fare usc ire il serpente dall’ampia manica del paludamentoNel suo significato reale la prima espressione significa: Celare volutamente le proprie intenzioni, voler occultare qualcosa,addirittura tradire, voler cioè tenere un comportamento difforme e peggiore di quello promesso o fatte le viste di voler tenere.
L’espressione prese vita dall’osservazione del comportamento di taluni giocolieri/prestigitatori adusi a celare i trucchi dei loro giuochi all’interno dell’ampia manica dei vestiti di scena,spesso (quando ci si esibiva agghindati da gentiluomini) pipistrelli,cioè grossi mantelli provvisti di ampie maniche, o altre volte kimoni (poi che talora i giocolieri/prestigitatori entravano in iscena in abiti orientali volendo lasciar intendere di provenire da paesi dove era fiorente l’arte della prestigitazione). Nella sua semantica però l’espressione non à nulla da spartire con il teatro ma si riallaccia al significato figurato della voce (cfr. sub 2);
serpa s.vo f.le 1 serpente, ma piú grande del normale e di specie velenosa | a sserpa (a serpe), a spirale | scarfarse ‘na serpa ‘mpietto(scaldarsi, nutrire una serpe in seno), (fig.) beneficare una persona che poi si rivelerà nemica | prov. : ‘e cunte a lluongo addiventano serpe (i conti lunghi diventano serpi), non è mai opportuno differire troppo il pagamento dei debiti o la conclusione di qualcosa
2 (fig.come nel caso che ci occupa) persona ipocrita e infida, l’atteggiamento doppio, falso,sleale; etimologicamente la voce è un adattamento locale al femminile di un originario nom. (m.le/f.le) del lat. serpens→serpe→serpa; l’adattamente al femminile si rese necessario poi che in napoletano un oggetto (o cosa quale che sia) è inteso se maschile piú piccolo o contenuto del corrispondente femminile; abbiamo ad . es. ‘a tavula (piú grande rispetto a ‘o tavulo piú piccolo ),‘a tammorra (piú grande rispetto a ‘o tammurro piú piccolo ), ‘a cucchiara(piú grande rispetto a ‘o cucchiaro piú piccolo), ‘a carretta (piú grande rispetto a ‘o carretto piú piccolo ); ),‘a canesta (piú grande rispetto a ‘o canisto piú piccolo ), fanno eccezione ‘o tiano che è piú grande de ‘a tiana e ‘o caccavo piú grande de ‘a caccavella.
dint’ô = nel/néllo
Al proposito rammento che con la preposizione in in italiano si ànno nel = in+il, nello/a= in+lo/la nelle = in+ le, negli = in+ gli; in napoletano per formare analoghe preposizioni, si fa ricorso alla preposizione impropria dinto (dentro – in dal lat. dí intro→dint(r)o→dinto 'da dentro'); come ò già détto e qui ripeto: le locuzioni articolate formate con preposizioni improprie ànno nel napoletano tutte una forma scissa, mantenendo separati gli articoli dalle preposizioni e mentre nell’italiano s’usa far seguire alla preposizione impropria il solo articolo, nel napoletano occorre indefettibilmente aggiungere alla preposizione impropria non il solo articolo, ma la preposizione articolata formata con la preposizione semplice a ( ad es. nell’italiano si à: dentro la stanza, ma nel napoletano si esige dentro alla stanza e ciò per riprodurre correttamente il pensiero di chi mentalmente articola in napoletano e non in italiano) per cui le locuzioni articolate formate da dinto a e dagli articoli ‘o (lo/il), ‘a (la) ‘e (i/gli/le) saranno rispettivamente dint’ô dint’â, dint’ê che rendono rispettivamente nel/néllo,nélla,negli/nelle.
manecone s.vo m.le accrescitivo di maneca
= ampia manica soprattutto di sai o di pletorici abiti di scena;
maneca s.vo f.le da piú di un significato:
1) manico (di un oggetto)
2) manica (di un capo di vestiario ed è il caso che ci occupa)
3) (ant.) schiera militare
4) (traslato) combriccola, cricca,gruppo, riunione, raduno di persone poco raccomandabili; etimologicamente la voce è dal lat. manica(m), deriv. di manus 'mano'; il sign. 3 si spiega con l'uso, proprio del XVI secolo, di disporre, a scopo di difesa, due schiere di moschiettieri ai lati di uno squadrone centrale, come fossero due braccia ai lati di un corpo; il sign. 4 (che ci occupa) à all’incirca la medesima spiegazione in quanto un tempo ogni prepotente,tiranno, despota, soverchiatore era solito incedere portando a scopo di difesa, due schiere di guardie del corpo, guardaspalle, gorilli, sicarî, sgherri, scherani come se fossero le braccia del proprio corpo;
E passiamo alla seconda espressione che fa quasi da pendant con la prima; passiamo cioè a
fà ascí ‘a serpa dô manecone che letteralmente vale: fare sortir la serpe dalla manica id est appalesare le reali intenzioni, portare ad attuazione il tradimento covato in seno
fà voce verbale infinito = fare (dal lat. facere→fa(ce)re→fà); al proposito rammento che in napoletano allorché viene apocopata della sillaba finale una parola che lascia come residuo un monosillabo ecco che détto monosillabo potrebbe benissimo segnarsi con un apostrofo finale, atteso che trattandosi di monosillabo l’accento tonico non può che cadere che su quell’unica sillaba (cfr. in napoletano fa’ infinito di fa(re) – ji’ infinito di ghi(re)/i(re) ) tuttavia poi che nella stragrande maggioranza dei casi si tratta di voci verbali dell’infinito preferisco e suggerisco di accentare anche i monosillabi per mantenere una omogeneità di scrittura con gli infiniti degli altri verbi e dunque per l’infinito di andare meglio scrivere jí piuttosto che ji’ e per quello di fare:meglio scrivere fà piuttosto che fa’ il quale ultimo oltretutto potrebbe esser confuso con la seconda persona dell’imperativo: fa’ per fai.
ascí voce verbale infinito = uscire, sortire, trar fuori con etimo dal tardo lat. ab-exire→*a-(e)xire→axire→assire→ascire→ascí;
dô = dal
rammento che con la preposizione a in italiano si ànno al = a+il, allo/a= a+lo/la alle = a+ le agli = a+ gli (ma è bruttissimo e personalmente non l’uso mai preferendogli la forma scissa a gli!) in napoletano si ànno le medesime preposizioni articolate formate dall’unione degli articoli ‘o (lo/il), ‘a (la) ‘e (i/gli/le) con la preposizione a, unione che produce una preposizione articolata di tipo agglutinata resa graficamente con particolari forme contratte: â = a+ ‘a (a+ la), ô = a + ‘o (a+ il/lo), ê = a + ‘e (a + i/gli oppure a+ le);
con la preposizione di in italiano si ànno del = di+il, dello/a= di+lo/la delle = di+ le, degli = di+ gli; in napoletano le analoghe preposizioni formate dagli articoli ‘o (lo/il), ‘a (la) ‘e (i/gli/le) con la preposizione de (=di), produce una preposizione articolata di forma rigorosamente scissa o tutt’al piú apostrofata: de ‘o→d’’o, de ‘a→d’’a, de ‘e→d’’e; con la preposizione da in italiano si ànno dal = da+il, dallo/a= da+lo/la dalle = da+ le, dagli = di+ gli; in napoletano le analoghe preposizioni formate dagli articoli ‘o (lo/il), ‘a (la) ‘e (i/gli/le) con la preposizione da talora anche ‘a (=da), produce una preposizione articolata di forma normalmente scissa e spessa apostrofata: da ‘o→d’’o, da ‘a→d’’a, da ‘e→d’’e ma come ognuno vede la forma apostrofata (quantunque usatissima) presta il fianco alla confusione con le preposizioni articolate formate con la preposizione de (=di), e d’acchito è impossibile distinguere tra de ‘o→d’’o, de ‘a→d’’a, de ‘e→d’’e e da ‘o→d’’o, da ‘a→d’’a, da ‘e→d’’e e bisogna far ricorso al contesto per chiarirsi le idee; ò dunque proposto d’usare una forma affatto diversa per le preposizione napoletane da + ‘o→dô = dal, da+ ‘a→dâ = dalla, da+ ‘e→dê = dagli/dalle, forma che eliminando l’apostrofo e facendo ricorso alla medesima contrazione usata per le preposizioni articolate formate con la preposizione a consente di evitare la deprecabile confusione cui accennavo precedentemente. . Rammento che nel napoletano è usata spessissimo una locuzione articolata che con riferimento il moto a luogo rende i dal/dallo – dalla – dalle – dagli dell’italiano ; essa è (la trascrivo cosí come s’usa generalmente fare,ma a mio avviso erroneamente in quanto non ricostruibile nei suoi elementi costitutivi) essa è add’’o/add’’a/add’ ‘e es.: è gghiuto add’ ‘o zio(è andato dallo zio) è gghiuta add’ ‘a nonna, add’ ‘e pariente (è andata dalla nonna, dai parenti);; francamente non si capisce da cosa sia generato quel add’ né si comprenderebbe il motivo dell’agglutinazione della preposizione a con la successiva da→dd’; a mio avviso è piú corretta e qui la propugno: a ddô/ a ddâ/ a ddê per cui sempre ad es. avremo: è gghiuto a ddô zio(è andato dallo zio) è gghiuta a ddâ nonna, a ddê pariente (è andata dalla nonna, dai parenti);; rammento tuttavia di non confondere
a ddô con l’omofono addó←addo(ve) = dove, laddove che è un avverbio e cong. subord. che introduce proposizioni avversative, relative, interrogative dirette ed indirette.
Giunti a questo punto evito di porre altra carne al fuoco e mi fermo sperando di aver contentato l’amico R.S. qualcuno dei miei ventiquattro lettori o chi, per caso, dovesse leggere queste paginette.
Satis est.
Raffaele Bracale
FÀ ASCÍ ‘A SERPA DÔ MANECONE
L’amico R.S. (i consueti problemi di riservatezza mi impongono l’indicazione delle sole iniziali di nome e cognome)mi chiede di chiarire significato e portata dell’ icastica espressione napoletana prima in epigrafe. Provvedo qui di seguito alla bisogna,ed aggiungo la seconda espressione che la completa convinto – rispondendo – di interessare anche qualche altro dei miei consueti ventiquattro lettori. Tradotta letteralmente la prima espressione vale: Tenere (nascosto) il serpente nell’ampia manica del vestito, mrntre la seconda vale: Fare usc ire il serpente dall’ampia manica del paludamentoNel suo significato reale la prima espressione significa: Celare volutamente le proprie intenzioni, voler occultare qualcosa,addirittura tradire, voler cioè tenere un comportamento difforme e peggiore di quello promesso o fatte le viste di voler tenere.
L’espressione prese vita dall’osservazione del comportamento di taluni giocolieri/prestigitatori adusi a celare i trucchi dei loro giuochi all’interno dell’ampia manica dei vestiti di scena,spesso (quando ci si esibiva agghindati da gentiluomini) pipistrelli,cioè grossi mantelli provvisti di ampie maniche, o altre volte kimoni (poi che talora i giocolieri/prestigitatori entravano in iscena in abiti orientali volendo lasciar intendere di provenire da paesi dove era fiorente l’arte della prestigitazione). Nella sua semantica però l’espressione non à nulla da spartire con il teatro ma si riallaccia al significato figurato della voce (cfr. sub 2);
serpa s.vo f.le 1 serpente, ma piú grande del normale e di specie velenosa | a sserpa (a serpe), a spirale | scarfarse ‘na serpa ‘mpietto(scaldarsi, nutrire una serpe in seno), (fig.) beneficare una persona che poi si rivelerà nemica | prov. : ‘e cunte a lluongo addiventano serpe (i conti lunghi diventano serpi), non è mai opportuno differire troppo il pagamento dei debiti o la conclusione di qualcosa
2 (fig.come nel caso che ci occupa) persona ipocrita e infida, l’atteggiamento doppio, falso,sleale; etimologicamente la voce è un adattamento locale al femminile di un originario nom. (m.le/f.le) del lat. serpens→serpe→serpa; l’adattamente al femminile si rese necessario poi che in napoletano un oggetto (o cosa quale che sia) è inteso se maschile piú piccolo o contenuto del corrispondente femminile; abbiamo ad . es. ‘a tavula (piú grande rispetto a ‘o tavulo piú piccolo ),‘a tammorra (piú grande rispetto a ‘o tammurro piú piccolo ), ‘a cucchiara(piú grande rispetto a ‘o cucchiaro piú piccolo), ‘a carretta (piú grande rispetto a ‘o carretto piú piccolo ); ),‘a canesta (piú grande rispetto a ‘o canisto piú piccolo ), fanno eccezione ‘o tiano che è piú grande de ‘a tiana e ‘o caccavo piú grande de ‘a caccavella.
dint’ô = nel/néllo
Al proposito rammento che con la preposizione in in italiano si ànno nel = in+il, nello/a= in+lo/la nelle = in+ le, negli = in+ gli; in napoletano per formare analoghe preposizioni, si fa ricorso alla preposizione impropria dinto (dentro – in dal lat. dí intro→dint(r)o→dinto 'da dentro'); come ò già détto e qui ripeto: le locuzioni articolate formate con preposizioni improprie ànno nel napoletano tutte una forma scissa, mantenendo separati gli articoli dalle preposizioni e mentre nell’italiano s’usa far seguire alla preposizione impropria il solo articolo, nel napoletano occorre indefettibilmente aggiungere alla preposizione impropria non il solo articolo, ma la preposizione articolata formata con la preposizione semplice a ( ad es. nell’italiano si à: dentro la stanza, ma nel napoletano si esige dentro alla stanza e ciò per riprodurre correttamente il pensiero di chi mentalmente articola in napoletano e non in italiano) per cui le locuzioni articolate formate da dinto a e dagli articoli ‘o (lo/il), ‘a (la) ‘e (i/gli/le) saranno rispettivamente dint’ô dint’â, dint’ê che rendono rispettivamente nel/néllo,nélla,negli/nelle.
manecone s.vo m.le accrescitivo di maneca
= ampia manica soprattutto di sai o di pletorici abiti di scena;
maneca s.vo f.le da piú di un significato:
1) manico (di un oggetto)
2) manica (di un capo di vestiario ed è il caso che ci occupa)
3) (ant.) schiera militare
4) (traslato) combriccola, cricca,gruppo, riunione, raduno di persone poco raccomandabili; etimologicamente la voce è dal lat. manica(m), deriv. di manus 'mano'; il sign. 3 si spiega con l'uso, proprio del XVI secolo, di disporre, a scopo di difesa, due schiere di moschiettieri ai lati di uno squadrone centrale, come fossero due braccia ai lati di un corpo; il sign. 4 (che ci occupa) à all’incirca la medesima spiegazione in quanto un tempo ogni prepotente,tiranno, despota, soverchiatore era solito incedere portando a scopo di difesa, due schiere di guardie del corpo, guardaspalle, gorilli, sicarî, sgherri, scherani come se fossero le braccia del proprio corpo;
E passiamo alla seconda espressione che fa quasi da pendant con la prima; passiamo cioè a
fà ascí ‘a serpa dô manecone che letteralmente vale: fare sortir la serpe dalla manica id est appalesare le reali intenzioni, portare ad attuazione il tradimento covato in seno
fà voce verbale infinito = fare (dal lat. facere→fa(ce)re→fà); al proposito rammento che in napoletano allorché viene apocopata della sillaba finale una parola che lascia come residuo un monosillabo ecco che détto monosillabo potrebbe benissimo segnarsi con un apostrofo finale, atteso che trattandosi di monosillabo l’accento tonico non può che cadere che su quell’unica sillaba (cfr. in napoletano fa’ infinito di fa(re) – ji’ infinito di ghi(re)/i(re) ) tuttavia poi che nella stragrande maggioranza dei casi si tratta di voci verbali dell’infinito preferisco e suggerisco di accentare anche i monosillabi per mantenere una omogeneità di scrittura con gli infiniti degli altri verbi e dunque per l’infinito di andare meglio scrivere jí piuttosto che ji’ e per quello di fare:meglio scrivere fà piuttosto che fa’ il quale ultimo oltretutto potrebbe esser confuso con la seconda persona dell’imperativo: fa’ per fai.
ascí voce verbale infinito = uscire, sortire, trar fuori con etimo dal tardo lat. ab-exire→*a-(e)xire→axire→assire→ascire→ascí;
dô = dal
rammento che con la preposizione a in italiano si ànno al = a+il, allo/a= a+lo/la alle = a+ le agli = a+ gli (ma è bruttissimo e personalmente non l’uso mai preferendogli la forma scissa a gli!) in napoletano si ànno le medesime preposizioni articolate formate dall’unione degli articoli ‘o (lo/il), ‘a (la) ‘e (i/gli/le) con la preposizione a, unione che produce una preposizione articolata di tipo agglutinata resa graficamente con particolari forme contratte: â = a+ ‘a (a+ la), ô = a + ‘o (a+ il/lo), ê = a + ‘e (a + i/gli oppure a+ le);
con la preposizione di in italiano si ànno del = di+il, dello/a= di+lo/la delle = di+ le, degli = di+ gli; in napoletano le analoghe preposizioni formate dagli articoli ‘o (lo/il), ‘a (la) ‘e (i/gli/le) con la preposizione de (=di), produce una preposizione articolata di forma rigorosamente scissa o tutt’al piú apostrofata: de ‘o→d’’o, de ‘a→d’’a, de ‘e→d’’e; con la preposizione da in italiano si ànno dal = da+il, dallo/a= da+lo/la dalle = da+ le, dagli = di+ gli; in napoletano le analoghe preposizioni formate dagli articoli ‘o (lo/il), ‘a (la) ‘e (i/gli/le) con la preposizione da talora anche ‘a (=da), produce una preposizione articolata di forma normalmente scissa e spessa apostrofata: da ‘o→d’’o, da ‘a→d’’a, da ‘e→d’’e ma come ognuno vede la forma apostrofata (quantunque usatissima) presta il fianco alla confusione con le preposizioni articolate formate con la preposizione de (=di), e d’acchito è impossibile distinguere tra de ‘o→d’’o, de ‘a→d’’a, de ‘e→d’’e e da ‘o→d’’o, da ‘a→d’’a, da ‘e→d’’e e bisogna far ricorso al contesto per chiarirsi le idee; ò dunque proposto d’usare una forma affatto diversa per le preposizione napoletane da + ‘o→dô = dal, da+ ‘a→dâ = dalla, da+ ‘e→dê = dagli/dalle, forma che eliminando l’apostrofo e facendo ricorso alla medesima contrazione usata per le preposizioni articolate formate con la preposizione a consente di evitare la deprecabile confusione cui accennavo precedentemente. . Rammento che nel napoletano è usata spessissimo una locuzione articolata che con riferimento il moto a luogo rende i dal/dallo – dalla – dalle – dagli dell’italiano ; essa è (la trascrivo cosí come s’usa generalmente fare,ma a mio avviso erroneamente in quanto non ricostruibile nei suoi elementi costitutivi) essa è add’’o/add’’a/add’ ‘e es.: è gghiuto add’ ‘o zio(è andato dallo zio) è gghiuta add’ ‘a nonna, add’ ‘e pariente (è andata dalla nonna, dai parenti);; francamente non si capisce da cosa sia generato quel add’ né si comprenderebbe il motivo dell’agglutinazione della preposizione a con la successiva da→dd’; a mio avviso è piú corretta e qui la propugno: a ddô/ a ddâ/ a ddê per cui sempre ad es. avremo: è gghiuto a ddô zio(è andato dallo zio) è gghiuta a ddâ nonna, a ddê pariente (è andata dalla nonna, dai parenti);; rammento tuttavia di non confondere
a ddô con l’omofono addó←addo(ve) = dove, laddove che è un avverbio e cong. subord. che introduce proposizioni avversative, relative, interrogative dirette ed indirette.
Giunti a questo punto evito di porre altra carne al fuoco e mi fermo sperando di aver contentato l’amico R.S. qualcuno dei miei ventiquattro lettori o chi, per caso, dovesse leggere queste paginette.
Satis est.
Raffaele Bracale
IL RADDOPPIAMENTO DELLE CONSONANTI NELLA PARLATA NAPOLETANA
IL RADDOPPIAMENTO DELLE CONSONANTI NELLA PARLATA NAPOLETANA
Premesso che a mio avviso la questione del raddoppiamento détto pure geminazione iniziale o interno delle consonanti, quantunque rappresenti, soprattutto per i non addetti ai lavori o per chi sia alle prime armi, una delle maggiori difficoltà nel rendere per iscritto i dialetti centro meridionali e segnatamente la parlata napoletana,ma che comunque non sia difficoltà insormontabile, rammenterò che già intorno al 1780 in ordine a tale questione ed altre similari s’erano scontrati letterati del calibro di Luigi Serio e dell’abate Ferdinando Galiani.
( Luigi Serio letterato e patriota (Massa Equana, Napoli, 1744 † Napoli 1799); fu allievo di A. Genovesi, prof. di eloquenza all'univ. di Napoli, dopo il 1790 fu repubblicano, e morí combattendo i sanfedisti. Fu improvvisatore e autore di melodrammi; egli propugnò (in un'arguta risposta polemica in dialetto (Lo Vernacchio) all'abate Galiani), propugnò e giustamente una scrittura dialettale quanto piú prossima possibile alla lingua parlata, servendosi perciò senza lesinare di geminazioni,accenti ed segni diacritici, nonché di apocopi aferesi etc. )Di parere diametralmente opposto fu il cosiddetto abate Galiani (
Ferdinando Galiani: economista e letterato (Chieti 1728 † Napoli 1787). A 16 anni scriveva dissertazioni di argomento politico, economico, archeologico etc. pubblicò poi un trattatello sul Dialetto napoletano (1779) ed un vocabolario del medesimo dialetto (post., 1789)).
Rammentato lo scontro tra letterati del calibro di Luigi Serio e dell’abate Ferdinando Galiani, preciso súbito ch’io mi schiero con Lugi Serio e son dalla sua parte (e non per simpatie politiche! Tutt’altro! Sono un convinto filoborbonico e sanfedista…) e non son dalla parte del cafoncello F. Galiani che aveva la pretesa di dissertar di napoletano,a malgrado che in realtà fosse solo un chietino!
Dirò altresí che comunque sulla questione del raddoppiamento o geminazione iniziale o interno delle consonanti, occorre essere cauti, ma fermi dando poche, ma sufficienti e nitide dritte e/o indicazioni.
Inizio perciò con il chiarire che diversa è la questione del A)raddoppiamento consonantico iniziale da quella del
B) raddoppiamento consonantico interno
A)raddoppiamento consonantico iniziale
Per quanto riguarda il raddoppiamento consonantico iniziale, occorre fare una prima, basilare considerazione: anche in italiano ci sono tante consonanti iniziali che, precedute da vocale, si pronunciano forti e raddoppiate, ma la loro scrittura, per una scelta dei padri fondatori della lingua nazionale, scelta che non condivido, è sempre scempia; ad esempio: in italiano “a poco a poco”, di fatto vien pronunciato a ppoco a ppoco, “a me” lo pronunciamo di fatto a mme, “vado a casa” lo pronunciamo di fatto vado a ccasa. Ma, ripeto, la loro scrittura (cosí vollero, ahi loro, i padri della lingua nazionale…) è sempre scempia e non si capisce proprio in base a quale criterio si evitò di scrivere quelle parole le cui consonanti iniziali son pronunciate in maniera forte e raddoppiata, con la consonante iniziale geminata. Ebbene, prendendo a modello l’italiano qualcuno si chiede (ma erroneamente), perché mai in napoletano si dovrebbero avere o si ànno per iscritto tanti raddoppiamenti di consonanti iniziali. Sarebbe piú giusto chiedersi il contrario: perché mai l’italiano eviti la scrittura delle consonanti geminate e non si capisce proprio in base a quale criterio si debbano scrivere scempie le consonanti iniziali pronunciate doppie!
D’altro canto se anche esistesse un criterio o una regola dell’italiano chiara e codificata e non dovuta all’uso, che affermasse l’inutilità dell’indicazione per iscritto della consonante iniziale geminata, non vedo perché la cosa dovrebbe valere per l’idioma napoletano scritto che è linguaggio autonomo, rispondente a regole proprie e non è tributario di quelle della lingua nazionale. Ma quel qualcuno (di cui per carità di patria taccio il nome indicando le sole iniziali di nome e cognome A. A. corrispondenti peraltro a quelle d’un noto vocabolarista partenopeo), il qualcuno ed altri suoi pari: L.I.,N.D.B.(la solita carità cristiana m’impone di limitarmi alle iniziali di nome e cognome, per tacere che si tratta: il primo d’un notissimo medico/letterato uso ai teleschermi regionali ed il secondo d’un altrettanto noto cattedratico del principale ateneo partenopeo) intignano ed insistono con il sostenere che a loro avviso, il lettore (sia esso partenopeo che di diversa origine) non à bisogno di essere guidato graficamente alla pronuncia doppia, dal momento che è già abituato (se è italiano) a pronunciare raddoppiate tante consonanti iniziali che si appoggiano ad una vocale precedente.Ebbene vorrei chiedere a quei dessi come si comporterebbe, a parer loro uno straniero che dovesse leggere un testo napoletano scritto alla maniera del Galiani o di costoro suoi epigoni che osservano inoltre che il non napoletano non saprà mai ben pronunciare il dialetto partenopeo neppure se fosse guidato dai piú accurati e puntigliosi segni diacritici e fonetici.Ognuno vede che si tratta d’una sciocca petizione di principio priva di conclamata prova. Né mette conto dar risposta a chi scioccamente si chiedesse perché utilizzare (o abbondare in ) per il napoletano scritto combinazioni grafiche del tutto estranee alle regole ed alla tradizione della lingua madre nazionale? Non mette conto dar risposta a costui che dimostrerebbe chiaramente d’ignorare che l’idioma napoletano scritto o orale è un linguaggio autonomo, che risponde a regole proprie e non è tributario di regole d’altro linguaggio, men che meno della lingua nazionale. Da ciò il sedicente professore A. A.( è lui quel desso che piú di tutti ignora talune regole linguiste e scioccamente intigna) ne trasse il convincimento che è superfluo raddoppiare graficamente le consonanti iniziali se non in quei pochi casi che possano ingenerare confusioni o incertezze: giunse a fare l’esempio di ccà (qui) rispetto a ca (che, perché).Ed aggiunse che peraltro anche in tale esempio sarebbe agevole osservare che la doppia “c” è superflua in quanto come discrimine diacritico sarebbe sufficiente la sola accentazione della vocale “a” per la voce avverbiale; quanta supponente sciocca asinaggine!Gli rintuzzo infatti che è erroneo e sciocco accentare l’avverbio napoletano di luogo cca corrispondente dell’italiano qua;
infatti l’avverbio cca (qua) etimologicamente deriva dal latino (e)cc(um h)a(c) ed un professore universitario dovrebbe sapere (e se non lo sa è un asino calzato e vestito…) che la caduta finale d’una consonante e non d’una sillaba non lascia alcun residuo in segni diacritici: accenti o apostrofi come càpita con mo←mo(x), pe←pe(r), cu←cu(m), esiti tutti che non richiedono accento o apostrofe, e chi li ponesse sbaglierebbe!
La cosa grave è che il sedicente prof. A.A. à fatto proseliti(purtroppo è nella natura umana seguire chi erra piuttosto che chi stia nel giusto…) e nel suo medesimo senso si è espresso anche L. I.(altro letterato napoletano sodale del cattedratico Nicola De Blasi) suggerendo di raddoppiare graficamente la consonante iniziale “soltanto quando ciò rivesta un’utilità grammaticale”, ricordando un po’ troppo semplicisticamente che vanno pronunziate doppie - anche se si scrivono semplici - le consonanti iniziali delle parole che sono precedute da: a (moto a luogo), e/’e,, cchiú, tre, cu, nu’ (non), sî (tu sei), è, à, so’ (io/essi sono), sto’ (io sto), accussí, ògne, quarche; nonché quelle che sono precedute dai pronomi dimostrativi plurali maschili e femminili.
Già Pirro Bichelli (altro addetto ai lavori, ma di nessuna affidabilità stante la cervelloticità di certe sue proposte o soluzioni grammaticali) , nel 1974, aveva affermato che il “raddoppiamento grafico… non si verifica generalmente per le consonanti in posizione iniziale, in base al principio della uniformità della parola, dato che esse, nella detta posizione, per alcuni casi si pronunziano col suono forte, per altri col suono normale: a ssecuzzune=a schiaffoni, ma ‘e secuzzune.Il Pirro semplicisticamente pretese di considerare regola una particolarità o eccezione!
Tanto premesso e chiedo scusa d’essermi dilungato (ma era necessario), torniamo al nostro assunto e parliamo del
A)Raddoppiamento Consonantico Iniziale
1 - In generale si usano nello scritto e nell’orale doppie le consonanti iniziali di monosillabi che abbiano un monosillabo analogo scritto con consonante scempia ma di significato diverso (ad es. l’avverbio cca (= qua )e non ccà come asinescamente scritto da qualche sedicente letterato o professore, cca da non confondere con la congiunzione ed il pronome ca (=che); l’avverbio di luogo lla (corrispondente all’italiano là) pur non confondendosi nel napoletano con nessun altro monosillabo la (articolo che in napoletano è sempre ‘a, tranne nell’unico caso di quel disinformato Salvatore Di Giacomo che scrisse La luna nova…) dicevo l’avverbio di luogo lla (corrispondente all’italiano là) si scrive con la doppia per rispettare l’etimologia (i)lla(c) ed in napoletano non è necessario accentarlo (llà) giacché in napoletano la o lla non si confonde con nulla.
2- si leggono e scrivono altresí doppie le consonanti iniziali di parole precedute o dalle vocali finali non evanescenti di parole (cfr. scenne ‘o cchiummo ma scenne chiummo , damme tuorto ma damme ‘o ttuorto etc.) oppure dall’ articolo neutro ‘o (il) (es. ‘o ppane, ‘o ppepe, ‘o ppecché, ‘o cchiummo etc.), ma se l’art. ‘o (il) è maschile (es. ‘o pesce, ‘o cinema etc.) la consonante iniziale torna ad essere scempia perché si pronunzia debole;
3 - come pure si leggono e si scrivono ugualmente doppie le consonanti iniziali di parole precedute dall’ articolo femm. ‘e (le) (es. ‘e ffiglie (=le figlie), ma ‘e figlie(=i figli).
Vado oltre e preciso altresí che il raddoppiamento iniziale delle consonanti nel napoletano
1)può dipendere da un aferesi che lascia una doppia (ad es.: cchiesa/cchiesia←(e)cclesia(m) – ll’/llu/lle(art.)←(i)ll(e)/ (i)ll(a) – lloro ←(i)lloru(m); di lla (là)←(i)lla(c) ò già détto;
2) le consonanti iniziali b e g (palatale) sono sempre geminate (ad es.:bbuccaccio, bbuttone, bbutteglia,bbuvero, gGiorgio,ggente, ggioverí etc.;
3) la geminazione della consonante iniziale può dipendere ancóra da assimilazione regressiva in + parole comincianti per m→mm (ad es.: in mezzo→ ‘mmiezo etc.), da assimilazione regressiva con parole introdotte da termini che conservano una sorta di consonante finale etimologica funzionale: cfr. a←ad, tre←tres,cchiú←plus che producono raddoppiamenti del tipo vaco a mmare – tre ccose – cchiú ccurto etc. o pure la geminazione della consonante iniziale può dipendere da assimilazione progressiva m+b/m+v→mm (cfr. ‘mmocca←in+bucca→’nbucca→’mbucca→mmocca; ‘mmidia←invidia(m)→’nvidia(m)→’mvidia(m)→mmidia;’mmitare/’mmità ←invitare)→’nvitare→’mvitare→’mmitare/’mmità);
4) si verifica altresí la geminazione della consonante iniziale di parole che seguono gli aggettivi femminili ati(altre), bbelli(belle),bbrutti (brutte) chelli (quelle) chesti/’sti(questi) cierti(talune) quanti (quante) tanti(tante)
(cfr. ad es.: ati ccose, bbelli ffemmene, bbrutti scarpe, chelli/chesti/’sti ccarte, cierti vvote, quanti/tanti ggunnelle ma quanti/tanti cavalle etc.)
5) si verifica altresí la geminazione della consonante iniziale z (seguíta da a, i,,o,u) di parole che sono o sono intese neutre mentre la consonante iniziale z (seguíta da a, i,,o,u) di parole di altro genere resta scempia;
6) si verifica infine la geminazione della consonante iniziale dei lemmi usati in funzione di esclamazione:
Ggiesú, Ggiesú! Uh Mmaronna!
7)ecco infine un elenco di lemmi con raddoppiamenti iniziali derivanti da aferesi non segnalata graficamente
e da successiva assimilazioni regressive
cchiú ← *(i)nplu(s) →nchiú→cchiú
dDio ←*(oh) Dio→oddio→dDio –
ggenio ← *(i)ngeniu(m) –
lloco non da *illoloco→illoco→lloco, ma piú verosimilmente da un *hoc (oppure in) loco donde *oc-loco→olloco→(o)lloco oppure *in-loco→illoco→(i)lloco; mmaje (forma alternativa della scempia maje; mmaje è spiegabile sempre come assimilazione regressiva con una partenza da un
*(ia)m magis→*(ia)mma(gi)s→*(ia)mmaj(s)→ (ia)mmaje;
di per sé maje = mai, in nessun tempo, in nessun caso derivato dal latino magi(s)= piú con caduta della sibilante finale e della g intervocalica sostituita da una j di transizione e con paragoge della semimuta finale e al posto della i ;
mme e tte ( = mi e ti) forme collaterali di me e te; il raddoppiamento consonantico riporta ad una base (a)d me, (a)d te nel valore sintattico di compl. oggetto o di termine.
E veniamo al
B) Raddoppiamento Consonantico Interno
Premesso che tutte le consonanti interne esplosive che formano sillaba con una vocale tonica si pronunziano e si scrivono doppie (cfr. ad es. tabacco in italiano ma in napoletano tabbacco, abete in italiano, ma in napoletano abbete etc.); e premesso che ugualmente si leggono e scrivono doppie, oltre le esplosive b e p, anche il gruppo br→bbr e quello bl→bbl, la zeta , e la g palatale soprattutto nelle parole che in italiano terminano in zione o gione ed in napoletano vanno rese, se precedute da vocale in zzione e ggione mentre conservano la zeta o la gi scempia nel caso zione o gione siano precedute da consonante; tanto premesso entriamo in altri dettagli.
1) son sempre doppie le consonanti interne in parole derivanti da assimilazioni regressive (cfr. abbasta← ad+basta);
2)una serie di geminazioni è dovuta (sulla scia di esito osco ) all’assimilazione progressiva dei foni –mb-, -nd – che evolvono nelle doppie delle rispettive nasali: mb→mm, nd→nn (cfr. cchiummo←plumbeu(m), palummo←palumbu(m), fronna←fronda, unnece←undeci(m);
3) si à sempre il raddoppiamento consonantico di tipo espressivo in parole derivate da lemmi in cui la consonante originariamente ed etimologicamente è scempia (cfr. cammurista←camorra – cannottiera ←canotto etc.);
4) si à ugualmente sempre il raddoppiamento consonantico di tipo espressivo in parole in cui la consonante originariamente ed etimologicamente è scempia, raddoppiamento dovuto all’intensità dell’accento tonico e dai suoi riflessi si sillabe caratterizzate da liquide o nasali (cfr. ad es.:melòne→mellone ,amóre→ammóre, innamorato→nnammurato, varechína→varrichina/varricchina etc.)
5) altri casi di raddoppiamento interno soprattutto nella seconda sillaba risalgono ad un originario prefisso ad- che à subíto una normale assimilazione regressiva con la consonante iniziale successiva producendo esiti del tipo:ad+b→abb, ad+c→acc, ad+d→add,etc.
6) consueti casi di raddoppiamento interno riguardano le consonanti b,br,g (palatale) che se intervocaliche vanno sempre soggette alla geminazione scritta ed orale (cfr. debiti→diebbete, libro→libbro, aprile→abbrile, cugino→cuggino etc.).
Come penso di aver sufficientemente espresso, si tratta di poche e chiare norme alle quali occorre attenersi, norme che non m’appaiono né difficili , né complesse il tutto con buona pace dei paludati studiosi e/o sedicenti professori A.A., L.I.,N.D.B. che pretenderebbero, cassando n’atu rigo ‘a sott’ ô sunetto di banalizzare ciò che di per sé è già semplice e facilmente comprensibile.
E giunto a questo punto, per evitare che mi scappino i cavalli e smarroni nei confronti di qualche cattedratico, faccio punto augurandomi di non dover far ricorso ad un errata corrige.
Satis est.
Raffaele Bracale
Premesso che a mio avviso la questione del raddoppiamento détto pure geminazione iniziale o interno delle consonanti, quantunque rappresenti, soprattutto per i non addetti ai lavori o per chi sia alle prime armi, una delle maggiori difficoltà nel rendere per iscritto i dialetti centro meridionali e segnatamente la parlata napoletana,ma che comunque non sia difficoltà insormontabile, rammenterò che già intorno al 1780 in ordine a tale questione ed altre similari s’erano scontrati letterati del calibro di Luigi Serio e dell’abate Ferdinando Galiani.
( Luigi Serio letterato e patriota (Massa Equana, Napoli, 1744 † Napoli 1799); fu allievo di A. Genovesi, prof. di eloquenza all'univ. di Napoli, dopo il 1790 fu repubblicano, e morí combattendo i sanfedisti. Fu improvvisatore e autore di melodrammi; egli propugnò (in un'arguta risposta polemica in dialetto (Lo Vernacchio) all'abate Galiani), propugnò e giustamente una scrittura dialettale quanto piú prossima possibile alla lingua parlata, servendosi perciò senza lesinare di geminazioni,accenti ed segni diacritici, nonché di apocopi aferesi etc. )Di parere diametralmente opposto fu il cosiddetto abate Galiani (
Ferdinando Galiani: economista e letterato (Chieti 1728 † Napoli 1787). A 16 anni scriveva dissertazioni di argomento politico, economico, archeologico etc. pubblicò poi un trattatello sul Dialetto napoletano (1779) ed un vocabolario del medesimo dialetto (post., 1789)).
Rammentato lo scontro tra letterati del calibro di Luigi Serio e dell’abate Ferdinando Galiani, preciso súbito ch’io mi schiero con Lugi Serio e son dalla sua parte (e non per simpatie politiche! Tutt’altro! Sono un convinto filoborbonico e sanfedista…) e non son dalla parte del cafoncello F. Galiani che aveva la pretesa di dissertar di napoletano,a malgrado che in realtà fosse solo un chietino!
Dirò altresí che comunque sulla questione del raddoppiamento o geminazione iniziale o interno delle consonanti, occorre essere cauti, ma fermi dando poche, ma sufficienti e nitide dritte e/o indicazioni.
Inizio perciò con il chiarire che diversa è la questione del A)raddoppiamento consonantico iniziale da quella del
B) raddoppiamento consonantico interno
A)raddoppiamento consonantico iniziale
Per quanto riguarda il raddoppiamento consonantico iniziale, occorre fare una prima, basilare considerazione: anche in italiano ci sono tante consonanti iniziali che, precedute da vocale, si pronunciano forti e raddoppiate, ma la loro scrittura, per una scelta dei padri fondatori della lingua nazionale, scelta che non condivido, è sempre scempia; ad esempio: in italiano “a poco a poco”, di fatto vien pronunciato a ppoco a ppoco, “a me” lo pronunciamo di fatto a mme, “vado a casa” lo pronunciamo di fatto vado a ccasa. Ma, ripeto, la loro scrittura (cosí vollero, ahi loro, i padri della lingua nazionale…) è sempre scempia e non si capisce proprio in base a quale criterio si evitò di scrivere quelle parole le cui consonanti iniziali son pronunciate in maniera forte e raddoppiata, con la consonante iniziale geminata. Ebbene, prendendo a modello l’italiano qualcuno si chiede (ma erroneamente), perché mai in napoletano si dovrebbero avere o si ànno per iscritto tanti raddoppiamenti di consonanti iniziali. Sarebbe piú giusto chiedersi il contrario: perché mai l’italiano eviti la scrittura delle consonanti geminate e non si capisce proprio in base a quale criterio si debbano scrivere scempie le consonanti iniziali pronunciate doppie!
D’altro canto se anche esistesse un criterio o una regola dell’italiano chiara e codificata e non dovuta all’uso, che affermasse l’inutilità dell’indicazione per iscritto della consonante iniziale geminata, non vedo perché la cosa dovrebbe valere per l’idioma napoletano scritto che è linguaggio autonomo, rispondente a regole proprie e non è tributario di quelle della lingua nazionale. Ma quel qualcuno (di cui per carità di patria taccio il nome indicando le sole iniziali di nome e cognome A. A. corrispondenti peraltro a quelle d’un noto vocabolarista partenopeo), il qualcuno ed altri suoi pari: L.I.,N.D.B.(la solita carità cristiana m’impone di limitarmi alle iniziali di nome e cognome, per tacere che si tratta: il primo d’un notissimo medico/letterato uso ai teleschermi regionali ed il secondo d’un altrettanto noto cattedratico del principale ateneo partenopeo) intignano ed insistono con il sostenere che a loro avviso, il lettore (sia esso partenopeo che di diversa origine) non à bisogno di essere guidato graficamente alla pronuncia doppia, dal momento che è già abituato (se è italiano) a pronunciare raddoppiate tante consonanti iniziali che si appoggiano ad una vocale precedente.Ebbene vorrei chiedere a quei dessi come si comporterebbe, a parer loro uno straniero che dovesse leggere un testo napoletano scritto alla maniera del Galiani o di costoro suoi epigoni che osservano inoltre che il non napoletano non saprà mai ben pronunciare il dialetto partenopeo neppure se fosse guidato dai piú accurati e puntigliosi segni diacritici e fonetici.Ognuno vede che si tratta d’una sciocca petizione di principio priva di conclamata prova. Né mette conto dar risposta a chi scioccamente si chiedesse perché utilizzare (o abbondare in ) per il napoletano scritto combinazioni grafiche del tutto estranee alle regole ed alla tradizione della lingua madre nazionale? Non mette conto dar risposta a costui che dimostrerebbe chiaramente d’ignorare che l’idioma napoletano scritto o orale è un linguaggio autonomo, che risponde a regole proprie e non è tributario di regole d’altro linguaggio, men che meno della lingua nazionale. Da ciò il sedicente professore A. A.( è lui quel desso che piú di tutti ignora talune regole linguiste e scioccamente intigna) ne trasse il convincimento che è superfluo raddoppiare graficamente le consonanti iniziali se non in quei pochi casi che possano ingenerare confusioni o incertezze: giunse a fare l’esempio di ccà (qui) rispetto a ca (che, perché).Ed aggiunse che peraltro anche in tale esempio sarebbe agevole osservare che la doppia “c” è superflua in quanto come discrimine diacritico sarebbe sufficiente la sola accentazione della vocale “a” per la voce avverbiale; quanta supponente sciocca asinaggine!Gli rintuzzo infatti che è erroneo e sciocco accentare l’avverbio napoletano di luogo cca corrispondente dell’italiano qua;
infatti l’avverbio cca (qua) etimologicamente deriva dal latino (e)cc(um h)a(c) ed un professore universitario dovrebbe sapere (e se non lo sa è un asino calzato e vestito…) che la caduta finale d’una consonante e non d’una sillaba non lascia alcun residuo in segni diacritici: accenti o apostrofi come càpita con mo←mo(x), pe←pe(r), cu←cu(m), esiti tutti che non richiedono accento o apostrofe, e chi li ponesse sbaglierebbe!
La cosa grave è che il sedicente prof. A.A. à fatto proseliti(purtroppo è nella natura umana seguire chi erra piuttosto che chi stia nel giusto…) e nel suo medesimo senso si è espresso anche L. I.(altro letterato napoletano sodale del cattedratico Nicola De Blasi) suggerendo di raddoppiare graficamente la consonante iniziale “soltanto quando ciò rivesta un’utilità grammaticale”, ricordando un po’ troppo semplicisticamente che vanno pronunziate doppie - anche se si scrivono semplici - le consonanti iniziali delle parole che sono precedute da: a (moto a luogo), e/’e,, cchiú, tre, cu, nu’ (non), sî (tu sei), è, à, so’ (io/essi sono), sto’ (io sto), accussí, ògne, quarche; nonché quelle che sono precedute dai pronomi dimostrativi plurali maschili e femminili.
Già Pirro Bichelli (altro addetto ai lavori, ma di nessuna affidabilità stante la cervelloticità di certe sue proposte o soluzioni grammaticali) , nel 1974, aveva affermato che il “raddoppiamento grafico… non si verifica generalmente per le consonanti in posizione iniziale, in base al principio della uniformità della parola, dato che esse, nella detta posizione, per alcuni casi si pronunziano col suono forte, per altri col suono normale: a ssecuzzune=a schiaffoni, ma ‘e secuzzune.Il Pirro semplicisticamente pretese di considerare regola una particolarità o eccezione!
Tanto premesso e chiedo scusa d’essermi dilungato (ma era necessario), torniamo al nostro assunto e parliamo del
A)Raddoppiamento Consonantico Iniziale
1 - In generale si usano nello scritto e nell’orale doppie le consonanti iniziali di monosillabi che abbiano un monosillabo analogo scritto con consonante scempia ma di significato diverso (ad es. l’avverbio cca (= qua )e non ccà come asinescamente scritto da qualche sedicente letterato o professore, cca da non confondere con la congiunzione ed il pronome ca (=che); l’avverbio di luogo lla (corrispondente all’italiano là) pur non confondendosi nel napoletano con nessun altro monosillabo la (articolo che in napoletano è sempre ‘a, tranne nell’unico caso di quel disinformato Salvatore Di Giacomo che scrisse La luna nova…) dicevo l’avverbio di luogo lla (corrispondente all’italiano là) si scrive con la doppia per rispettare l’etimologia (i)lla(c) ed in napoletano non è necessario accentarlo (llà) giacché in napoletano la o lla non si confonde con nulla.
2- si leggono e scrivono altresí doppie le consonanti iniziali di parole precedute o dalle vocali finali non evanescenti di parole (cfr. scenne ‘o cchiummo ma scenne chiummo , damme tuorto ma damme ‘o ttuorto etc.) oppure dall’ articolo neutro ‘o (il) (es. ‘o ppane, ‘o ppepe, ‘o ppecché, ‘o cchiummo etc.), ma se l’art. ‘o (il) è maschile (es. ‘o pesce, ‘o cinema etc.) la consonante iniziale torna ad essere scempia perché si pronunzia debole;
3 - come pure si leggono e si scrivono ugualmente doppie le consonanti iniziali di parole precedute dall’ articolo femm. ‘e (le) (es. ‘e ffiglie (=le figlie), ma ‘e figlie(=i figli).
Vado oltre e preciso altresí che il raddoppiamento iniziale delle consonanti nel napoletano
1)può dipendere da un aferesi che lascia una doppia (ad es.: cchiesa/cchiesia←(e)cclesia(m) – ll’/llu/lle(art.)←(i)ll(e)/ (i)ll(a) – lloro ←(i)lloru(m); di lla (là)←(i)lla(c) ò già détto;
2) le consonanti iniziali b e g (palatale) sono sempre geminate (ad es.:bbuccaccio, bbuttone, bbutteglia,bbuvero, gGiorgio,ggente, ggioverí etc.;
3) la geminazione della consonante iniziale può dipendere ancóra da assimilazione regressiva in + parole comincianti per m→mm (ad es.: in mezzo→ ‘mmiezo etc.), da assimilazione regressiva con parole introdotte da termini che conservano una sorta di consonante finale etimologica funzionale: cfr. a←ad, tre←tres,cchiú←plus che producono raddoppiamenti del tipo vaco a mmare – tre ccose – cchiú ccurto etc. o pure la geminazione della consonante iniziale può dipendere da assimilazione progressiva m+b/m+v→mm (cfr. ‘mmocca←in+bucca→’nbucca→’mbucca→mmocca; ‘mmidia←invidia(m)→’nvidia(m)→’mvidia(m)→mmidia;’mmitare/’mmità ←invitare)→’nvitare→’mvitare→’mmitare/’mmità);
4) si verifica altresí la geminazione della consonante iniziale di parole che seguono gli aggettivi femminili ati(altre), bbelli(belle),bbrutti (brutte) chelli (quelle) chesti/’sti(questi) cierti(talune) quanti (quante) tanti(tante)
(cfr. ad es.: ati ccose, bbelli ffemmene, bbrutti scarpe, chelli/chesti/’sti ccarte, cierti vvote, quanti/tanti ggunnelle ma quanti/tanti cavalle etc.)
5) si verifica altresí la geminazione della consonante iniziale z (seguíta da a, i,,o,u) di parole che sono o sono intese neutre mentre la consonante iniziale z (seguíta da a, i,,o,u) di parole di altro genere resta scempia;
6) si verifica infine la geminazione della consonante iniziale dei lemmi usati in funzione di esclamazione:
Ggiesú, Ggiesú! Uh Mmaronna!
7)ecco infine un elenco di lemmi con raddoppiamenti iniziali derivanti da aferesi non segnalata graficamente
e da successiva assimilazioni regressive
cchiú ← *(i)nplu(s) →nchiú→cchiú
dDio ←*(oh) Dio→oddio→dDio –
ggenio ← *(i)ngeniu(m) –
lloco non da *illoloco→illoco→lloco, ma piú verosimilmente da un *hoc (oppure in) loco donde *oc-loco→olloco→(o)lloco oppure *in-loco→illoco→(i)lloco; mmaje (forma alternativa della scempia maje; mmaje è spiegabile sempre come assimilazione regressiva con una partenza da un
*(ia)m magis→*(ia)mma(gi)s→*(ia)mmaj(s)→ (ia)mmaje;
di per sé maje = mai, in nessun tempo, in nessun caso derivato dal latino magi(s)= piú con caduta della sibilante finale e della g intervocalica sostituita da una j di transizione e con paragoge della semimuta finale e al posto della i ;
mme e tte ( = mi e ti) forme collaterali di me e te; il raddoppiamento consonantico riporta ad una base (a)d me, (a)d te nel valore sintattico di compl. oggetto o di termine.
E veniamo al
B) Raddoppiamento Consonantico Interno
Premesso che tutte le consonanti interne esplosive che formano sillaba con una vocale tonica si pronunziano e si scrivono doppie (cfr. ad es. tabacco in italiano ma in napoletano tabbacco, abete in italiano, ma in napoletano abbete etc.); e premesso che ugualmente si leggono e scrivono doppie, oltre le esplosive b e p, anche il gruppo br→bbr e quello bl→bbl, la zeta , e la g palatale soprattutto nelle parole che in italiano terminano in zione o gione ed in napoletano vanno rese, se precedute da vocale in zzione e ggione mentre conservano la zeta o la gi scempia nel caso zione o gione siano precedute da consonante; tanto premesso entriamo in altri dettagli.
1) son sempre doppie le consonanti interne in parole derivanti da assimilazioni regressive (cfr. abbasta← ad+basta);
2)una serie di geminazioni è dovuta (sulla scia di esito osco ) all’assimilazione progressiva dei foni –mb-, -nd – che evolvono nelle doppie delle rispettive nasali: mb→mm, nd→nn (cfr. cchiummo←plumbeu(m), palummo←palumbu(m), fronna←fronda, unnece←undeci(m);
3) si à sempre il raddoppiamento consonantico di tipo espressivo in parole derivate da lemmi in cui la consonante originariamente ed etimologicamente è scempia (cfr. cammurista←camorra – cannottiera ←canotto etc.);
4) si à ugualmente sempre il raddoppiamento consonantico di tipo espressivo in parole in cui la consonante originariamente ed etimologicamente è scempia, raddoppiamento dovuto all’intensità dell’accento tonico e dai suoi riflessi si sillabe caratterizzate da liquide o nasali (cfr. ad es.:melòne→mellone ,amóre→ammóre, innamorato→nnammurato, varechína→varrichina/varricchina etc.)
5) altri casi di raddoppiamento interno soprattutto nella seconda sillaba risalgono ad un originario prefisso ad- che à subíto una normale assimilazione regressiva con la consonante iniziale successiva producendo esiti del tipo:ad+b→abb, ad+c→acc, ad+d→add,etc.
6) consueti casi di raddoppiamento interno riguardano le consonanti b,br,g (palatale) che se intervocaliche vanno sempre soggette alla geminazione scritta ed orale (cfr. debiti→diebbete, libro→libbro, aprile→abbrile, cugino→cuggino etc.).
Come penso di aver sufficientemente espresso, si tratta di poche e chiare norme alle quali occorre attenersi, norme che non m’appaiono né difficili , né complesse il tutto con buona pace dei paludati studiosi e/o sedicenti professori A.A., L.I.,N.D.B. che pretenderebbero, cassando n’atu rigo ‘a sott’ ô sunetto di banalizzare ciò che di per sé è già semplice e facilmente comprensibile.
E giunto a questo punto, per evitare che mi scappino i cavalli e smarroni nei confronti di qualche cattedratico, faccio punto augurandomi di non dover far ricorso ad un errata corrige.
Satis est.
Raffaele Bracale
MONOSILLABI DELLA PARLATA NAPOLETANA
Elenco qui di seguito un congruo numero di monosillabi in uso nella parlata napoletana, indicandone volta a volta oltre significato ed (ove possibile) etimo anche quella che mi appare la maniera piú corretta di scriverli.
Cominciamo con i piú semplici monosillabi e cioè gli articoli; abbiamo gli articoli determinativi
‘a = la art. determ. f. sing. si premette ai vocaboli femminili singolari; deriva dal lat. (ill)a(m), f. di ille 'quello'; l’aferesi della prima sillaba (ill) comporta la doverosa indicazione di un segno diacritico (‘);
‘o/’u = lo/il art. determ. m. sing. si premette ai vocaboli maschili o neutri singolari; la forma ‘u è forma antica di ‘o ora ancóra in uso in talune parlate provinciali e/o dell’entroterra; la derivazione sia di ‘o che di ‘u è dal lat. (ill)u(m), acc.vo di ille 'quello'; l’aferesi della prima sillaba (ill) comporta la doverosa indicazione di un segno diacritico (‘); la particolarità di questo articolo è che quando sia posto innanzi ad un vocabolo inteso neutro, ne comporta la geminazione della consonante iniziale (ad es.: ‘o pate voce maschile, ma ‘o ppane voce neutra etc.).
o’ non è come a prima vista potrebbe apparire un’errata scrittura del precedente articolo ‘o (lo/il), errata scrittura (tutti possiamo sbagliare!) che talvolta mi è capitato di ritrovare inopinatamente in talune pagine di giornali, vergata da indegni pennaruli che per mancanza di tempo o ignavia non usano piú rileggere e/o correggere ciò che scrivono (....mi rifiuto infatti di credere che un giornalista non sappia che in napoletano gli artt. lo/il vanno resi con ‘o e non con o’) a meno che quei tali pennaruli nel loro scrivere non errino lasciandosi condizionare dalla dimestichezza con lo O’ (apocope dello of inglese che vale l’italiano de/De).
L’ o’ napoletano a margine è anch’esso un apocope, quella del vocativo oj→o’=oh e viene usata nei vocativi esclamativi del tipo o’ fra’!= fratello! oppure o’ no’!= nonno! La forma intera oj è usata in genere nei vocativi come oj ne’! – oj ni!’= ragazza! – ragazzo!. Rammento che il corretto vocativo oj viene – quasi sempre e nella maggioranza degli anche famosi e famosissi scrittori e/o poeti partenopei – riportato in una scorrettissima forma oje con l’aggiunta di una pletorica inesatta semimuta e, aggiunta che costringe il vocativo oj a trasformarsi nel sostantivo oje = oggi con derivazione dal lat. (h)o(di)e→oje; ah, se tutti i sedicenti scrittori e/o poeti partenopei prima di mettere nero sul bianco facessero un atto di umiltà e consultassero una buona grammatica del napoletano, o quanto meno compulsassero un qualche dizionario, quante inesattezze o strafalcioni si eviterebbero! Purtroppo tra i piú o meno famosi o famosissi scrittori e/o poeti partenopei che reputano d’esser titolari di scienza infusa, l’umiltà non trova terreno fertile! Il Cielo perdoni la loro supponenza spocchiosa...
‘e = gli, le art. determ. m.e femm. plurale. si premette ai vocaboli maschili o femminili plurali; deriva dal lat. (ill)ae(s), 'quelli 'di influsso osco; l’aferesi della prima sillaba (ill) comporta la doverosa indicazione di un segno diacritico (‘);la particolarità di questo articolo è che quando sia posto innanzi ad un vocabolo femminile , ne comporta la geminazione della consonante iniziale (ad es.: ‘e pate voce maschile, ma ‘e mmamme voce femminile, ‘e figlie= i figli voce maschile, ma ‘e ffiglie= le figlie voce femminile etc.);
‘í = vedi; è l’aferesi dell’imperativo esclamativo (ved)i del verbo vedere; di per sé si potrebbe rendere correttamente con ‘i dove il segno d’aferesi (‘) indicherebbe la caduta della sillaba (ved); ò invece optato per ‘í perché ‘i fuor del contesto potrebbe crear confusione con l’antico art. m.le pl. (ll)i→’i; rammento che questo ‘i a margine è sempre usato in unione dei pronomi(posti in posizione proclitica) ‘o oppure ‘a nelle epressioni: ‘o ‘í ccanno(eccolo qui vicino); ‘o ‘í lloco (eccolo lí) ‘o ‘í llanno (eccolo laggiú) ‘a ‘í ccanno(eccola qui vicino); ‘a ‘í lloco (eccola lí) ‘a‘í llanno (eccola laggiú). Rammento e me ne dolgo che l’amico avv.to Renato de Falco à scelto nel suo Il Napoletanario una assurda morfologia che rende i corretti ‘o ‘í ccanno ‘o ‘í lloco ‘o ‘í llanno con degli scorretti oi’ ccanno oi’ lloco oi’ llanno atteso che non si capisce proprio da quale grammatica o dizionario, da dove l’amico de Falco abbia tratto quei suoi assurdi oi’ comunque tradotti: vedilo. Come è vero che quandoque bonus dormitat Homerus! (talora anche il buon Omero sonnecchia!).
E passiamo a gli articoli indeterminativi: abbiamo
‘no/’nu = corrispondono ad un ed uno della lingua italiana dove sono agg. num. card. , pron. indef. , art. indeterm. [ in italiano, uno come agg. num. e art. maschile si tronca in un davanti a un s. o agg. che cominci per vocale o per consonante o gruppo consonantico che non sia i semiconsonante, s impura, z, x, pn, ps, gn, sc (un amico, un cane, un brigante, un plico; ma: uno iettatore, uno sbaglio, uno zaino, uno xilofono, uno pneumotorace, uno pseudonimo, uno gnocco, uno sceriffo); il napoletano non conosce tante complicazioni ed usa indifferentemente ‘no/‘nu davanti ad ogni nome maschile sia che cominci per vocale, sia che cominci per consonante o gruppo consonantico (ad es.: n’ommo= un uomo – ‘nu sbaglio= un errore;) da notare che mentre nella lingua nazionale si è soliti apostrofare solo l’art. indeterminativo una davanti a voci femm. comincianti per vocali, mentre l’art. indeterminativo maschile uno non viene mai apostrofato e davanti a nomi maschili principianti per vocali se ne usa la forma tronca un (ad es.: un osso) nella parlata napoletana è d’uso apostrofare anche il maschile ‘no/‘nu davanti a nome maschile che cominci per vocale con la sola accortezza di evitare di appesantir la grafia con un doppio segno diacritico: per cui occorrerà scrivere n’ommo= un uomo e non ‘n’ommo l’etimo di ‘no/’nu è ovviamente dal lat. (u)nu(m) l’apocope della prima sillaba (u) comporta la doverosa indicazione di un segno diacritico (‘) quantunque oggi numerosi autori seguano il vezzo di scrivereno/nu privi di qualsiasi segno diacritico, ma è costume che aborro, non trovando ragioni concrete e corrette per eliminare un sacrosanto segno etimologicamente ineccepibile ;la medesima cosa càpita con il corrspondente art. indeterminativo femm.le
‘na = corrispondente ad una della lingua italiana dove è agg. num. card. , pron. indef. , art. indeterm.come del resto nel napoletano dove però come agg. num. card. non viene usata la forma aferizzata ‘na, ma la forma intera una; l’etimo di ‘no/’nu è ovviamente dal lat. (u)na(m) l’apocope della prima sillaba (u) comporta la doverosa indicazione di un segno diacritico (‘) quantunque oggi numerosi autori seguano il vezzo di scrivere l’articolo na privo di qualsiasi segno diacritico, ma è costume che aborro, non trovando, mi ripeto, ragioni concrete e corrette per eliminare un sacrosanto segno etimologicamente ineccepibile. E passiamo alle preposizioni cioè quella parte invariabile del discorso che, preposta a sostantivi, aggettivi, pronomi, infiniti di verbi, indica la relazione che passa tra quelli e altri nomi e verbi, serve cioè a formare dei complementi; ricordato che, cosí come nella lingua italiana, anche in quella napoletana si ànno preposizioni proprie che sono ‘e= de =di, a, ‘a =da, cu = con, pe= per, fra | preposizioni improprie, che sono: annante/ze= davanti, arreto= dietro, doppo=dopo, vicino l ecc. nonché ' preposizioni articolate, che sono quelle che risultano dalla fusione di una preposizione propria (in napoletano di solito la a con un articolo determinativo.
Posto che come indicato in epigrafe qui ci interessano i monosillabi, tenendo da parte le preposizioni improprie dirò di quelle proprie:
‘e = de corrisponde all’italiano di e 1) serve a stabilire una relazione di specificazione, in cui determina il concetto piú ampio espresso dal nome da cui dipende, continuando la funzione che era stata del genitivo latino: ‘o calore d’’o (=de ‘o) sole; ‘o profumo d’’e(=de ‘e) rrose; ‘e rummure d’’a(=de ‘a) strata; 2) rientrano nell'ambito della specificazione talune relazioni particolari; di possesso o appartenenza: ‘a casa ‘efràtemo; ‘e guagliune d’’o salumiere etc. | rispetto ad un'opera, l'appartenenza può essere riferita al suo autore, inventore ecc.: ‘nu libbro’e Marotta; ‘a «Pietà» ‘e Michelangelo etc. | di parentela: ‘a mugliera d’’o duttore; ‘a sora ‘e Salvatore etc. 3) in dipendenza da nomi che indicano quantità, insieme, numero, oppure da aggettivi sostantivati o pronomi che indicano una quantità indefinita, introduce ciò a cui quella quantità o quell'insieme si riferisce: ‘nu chilò ‘e pane; ‘na duzzina d’ ova; ‘na ‘nzerta ‘e rafanielle; ‘nu sacco ‘e patane etc.; 4) davanti a un nome proprio (spec. di città, località, persona) in funzione denominativa, stabilisce una relazione di tipo appositivo: ‘a città ‘e Roma;’a repubblica ‘e matu Rrafele; ‘o nomme ‘e Salvatore è assaje ausato a Napule; 5) limita l'ambito, l'aspetto per cui è valida una qualità, una condizione: sano ‘e cuorpo; buono ‘e core; tardo ‘e refresse; cunoscere quaccheduno sulo ‘e nome | la qualità o la condizione può implicare un concetto di abbondanza o di povertà, privazione: n’ommo chino ‘e ‘ngegno; ; mancà ‘e ‘sperienza; ‘nu paese privo ‘e mezzi | di colpa o di pena: accusato ‘e ‘nu ‘micidio; accusà ‘e trarimento; multà ‘e cientumila lire etc; 6) introduce l'argomento di un discorso, di uno scritto, di un'opera: discutere ‘e pallone; parlà bbuono ‘e quaccheduno ; ‘nu trattato ‘e pasticciaria ;’na pellicula ‘e spionaggio; 7) nelle comparazioni può introdurre il secondo termine di paragone: Mario è cchiú aveto ‘e Giuanne; Bologna è cchiú a nord ‘e Firenze
8) esprime una modalità: essere ‘e buon umore; jí ‘e corza; ; ridere ‘e core; vevere ‘e unu surzo. etimologicamente la prep. ‘e= de deriva lal lat. dí;
‘a /da corrisponde alla preposizione da dell’italiano in tutte le sue funzioni ed accezioni : 1) introduce un moto da luogo: vengo ‘a casa 2) esprime allontanamento, separazione, distacco: me ne vaco ‘a cca! 3) in dipendenza da taluni verbi, in correlazione con a, indica quantità approssimativa: peserrà ‘a quaranta a cinquanta chile; 4) con il verbo al passivo introduce l'agente o la causa efficientePumpeie fuje distrutta da ‘o Vesuvio; ‘a porta fuje sbattuta da ‘o vento; 5) con significato temporale, indica il momento o l'epoca, l'età in cui ha avuto inizio un'azione o una situazione si è determinata: venimmo a villeggià cca ‘a paricchi anne; è ‘a Natale ca nun aggio cchiú nutizie soje; 6) unita a nomi propri di persona, a pronomi che si riferiscono a persona, a nomi che indicano mestiere, professione, condizione, grado, relazione di parentela, di amicizia, di lavoro e sim., introduce uno stato in luogo, per lo più con il valore di 'presso': fermarse a durmí da quaccheduno; ‘ncuntrarse da ‘o nutaro ; restà a cenà da n’amico 7) seguita dagli stessi elementi lessicali indicati al punto precedente e in dipendenza da verbi di movimento, esprime moto a luogo: vaco da ‘o farmacista; arrivo da mio figlio appena pozzo; 8) con valore variamente modale: aggí ‘a signore; vivere ‘a marchese; | apparentemente modale, in realtà in funzione rafforzativa: faccio ‘a ppe mme; pigliatello ‘a ppe tte; chi fa ‘a sé fa pe ttre | con sfumatura di limitazione: cecato ‘a n’ occhio; zuoppo ‘a ‘nu pere. 9) introduce la destinazione, il fine, lo scopo a cui qualcosa o anche un animale è adibito: rezza ‘a pesca ma piú spesso rezza pe piscà; cavallo ‘a corza ma piú spesso cavallo ’e corza; ; lente ‘a sole ma piú spesso lente p’’o sole; | in talune locuzioni, apparentemente di questo stesso tipo, prevale la funzione attributiva: carta ‘a bollo; festa ‘a bballo; messa ‘a requiem ma piú spesso messa ‘e requiem. l’etimo della preposizione da/’a è dal lat. de ab nei valori di moto da luogo, origine, agente ecc.; e dal lat. de ad nei valori di moto a luogo, stato in luogo, destinazione, modo, fine ecc.
cu corrisponde all’italiano con in tutte le sue funzioni ed accezioni : 1) esprime relazione di compagnia, se è seguito da un nome che indica essere animato (può essere rafforzato da insieme): è partito cu ‘o pato ; à magnato cu ll’ amice; campa (‘nzieme) cu ‘a sora; 2) in senso piú generico, introduce il termine cui si riferisce una qualsiasi relazione: s’è appiccecato cu ‘o frato; à sfugato cu mme; 3) con valore propriamente modale: restà cu ll’uocchie nchiuse; vulé bbene cu tutto ‘o cuore; trattà cu ‘e guante gialle( cioè con rispetto e dedizione quelli dovuti ai nobili che usavano indossare guanti di camoscio in tinta chiara) | con valore tra modale e di qualità: pasta cu ‘e ssarde; stanza cu ‘o bbagno; casa cu ‘o ciardino; 4) introduce una determinazione di mezzo o di strumento: cu ‘a bbona vulontà s’ave tutto; ‘o vino se fa cu ll'uva; scrivere cu ‘a penna stilografica; partí cu ‘o treno ;
5) indica una circostanza, stabilendo un rapporto di concomitanza: nun ascí cu ll’acqua!; 6) può avere valore concessivo o avversativo, assumendo il significato di 'non ostante,a malgrado': cu tutte ‘e guaje ca tène, riesce ancòra a ridere; cu tutta ‘a bbona vulontà, ma è proprio impossibbile. L’etimo della preposizione a margine è dal lat. cum. Rammento qui e valga anche a futura memoria che tutte le parole che abbiano un etimo da voce latina terminante per consonante (che nella parola formata cade) non necessitano di alcun segno diacritico in quanto il segno diacritico dell’apocope (accento o apostrofo) è necessario apporlo graficamente quando a cadere sia una sillaba e non una o due consonanti; nel caso in esame cum dà cu e non l’inesatto cu’ che spesso mi è occorso di trovare negli scritti anche di famosi autori, sedicenti esperti della parlata napoletana. Ciò che ò appena detto vale anche per la preposizione seguente cioè
pe che (con etimo dal lat. per) corrisponde all’italiano per in tutte le sue funzioni ed accezioni :
1) determina il luogo attraversato da un corpo in movimento o attraverso il quale passa qualcosa che à un'estensione lineare (anche fig.): il ‘o treno è passato pe Caserta; ‘o curteoà sfilato pe ‘o corzo;’o mariuolo è trasuto p’’a fenesta; | può anche specificare lo spazio circoscritto entro cui un moto si svolge e, per estens., la cosa, l'ambito entro cui un fenomeno, una condizione si verificano: passiggià p’’o ciardino;jí pe mmare e pe tterra; tené delure pe tutt’’a vita | indica anche la direzione del moto: saglí e scennere p’’e scale; arrancà pe tutta ‘a sagliuta
2) indica una destinazione: partí pe Pparigge; ‘ncammenarse p’’a città; piglià ‘a strata p’’o mare; ‘o treno pe Rroma | (estens.) esprime la persona o la cosa verso cui si à una disposizione affettiva, un'inclinazione: tené simpatia pe quaccheduno; avé passione p’’a museca ;
3) introduce una determinazione di stato in luogo, che si riferisce per lo piú a uno spazio di una certa estensione: ‘ncuntrà quaccheduno p’’a strata; ce stanno cierti giurnale pe tterra;
4) esprime il tempo continuato durante il quale si svolge un'azione o un evento si verifica (può anche essere omesso): aspettà (pe) ore e ore; faticà (pe) anne e nun cacciarne niente; sciuccaje (pe) tutta ‘a notte; durarrà (pe) tutta ‘a vita | se introduce una determinazione precisa di tempo, esprime per lo piú una scadenza nel futuro: turnarrà p’’e ddiece; êsse ‘a essere pronto pe Nnatale
5) introduce un mezzo: mannà pe pposta; spedí pe ccurriere; dirlo pe ttelefono; parlà pe bbocca ‘e n’ato;
6) esprime la causa: era stracquo p’’a fatica; alluccava p’’o dulore; non ve preoccupate pe nnuje; supportaje tutto p’ ammore sujo; condannà pe ‘mmicidio;
7) introduce il fine o lo scopo: libbro pe gguagliun; pripararse pe ‘nu viaggio; attrezzarse p’’a montagna; | in dipendenza da verbi che indicano preghiera, giuramento, promessa, esortazione e sim., indica l'ente, la persona, il principio ideale per cui o in nome di cui si prega, si giura, si promette ecc.: facítelo pe Ddio; pe ccarità, facite ca nun se vene a sapé in giro; giurà pe ll’uocchie suoje; ll’à prummiso pe qquanto tène ‘e cchiú ccaro |, Pe ttutte ‘e diavule!, p’’a miseria! e sim., formule di esclamazione o di imprecazione
8) introduce la persona o la cosa a vantaggio o a svantaggio della quale un'azione si compie o una circostanza si verifica: faciarria qualsiasi cosa pe tte; accussí nun va bbuono pe nnuje; piezzo e ppejo pe cchi nun vo’ capí; n’aria ca nun è bbona p’’a salute; murí p’’ammore d’’e figlie; pregàe p’’e muorte; avutà pe n’amico ; ‘a partita è fernuta tre a ddoje p’’a squadra ‘e casa ;
9) determina il limite, l'ambito entro cui un'azione, un modo di essere, uno stato ànno validità: pe ll’intelliggenza è ‘o meglio d’’a classe; p’’e tiempe ‘e mo, è pure assaje; pe chesta vota sarraje perdunato; pe lloro è comme a ‘nu figlio; pe mme, state sbaglianno; pe quanto te riguarda, ce penzo io personalmente ;
10) introduce il modo, la maniera in cui un'azione si compie: ; parlà pe ttelefono; chiammà pe nnomme ; pavà pe ccuntante; tené pe mmano; assumere pe ccuncorzo;
11) indica un prezzo, una stima: aggio accattato pe ppochissimi sorde ‘nu bbellu mobbile antico; vennere ‘na casa pe cciento meliune; nun ‘o faciarria pe ttutto ll'oro d’’o munno;
12) in funzione distributiva: marcià pe dduje;metterse pe ffile; uno pe vvota; duje pacche pe pperzona; juorno pe gghiuorno | per estensione, indica la percentuale (pe cciento, nell'uso scritto %): ‘nu ‘nteresse d’’o diece pe cciento (o 10%) | nelle operazioni matematiche, dice quante volte un numero si moltiplica o divide (nel secondo caso può essere omesso): multiplicà cinche pe ddoje 5 ; diciotto diviso (pe ttre dà seje; da qui l'uso assol. di pe a indicare un prodotto (nell'uso scritto rappresentato dal segno X)
13) introduce una misura o un'estensione: ‘a strata è ‘nzagliuta pe pparicchie chilometri; l'esercito avanzaje pe ccinche miglia e cchiú;
14) introduce una funzione predicativa, equivalendo a come: averlo p’ amico; pigliarla pe mmugliera; tené pe ccerto; pavà ‘nu tot pe ccaparra;
15) indica scambio, sostituzione, equivalendo alle locuzioni in vece, in cambio, in luogo di e sim.: l’aggiu pigliato p’’o frato; t’’o ddice isso pe mme; capí ‘na cosa pe n’ata;
16) indica origine, provenienza familiare nella loc. pe pparte ‘e: parente pe pparte ‘e mamma;
17) il pe seguito dal verbo all'infinito introduce una prop. finale: l’hê scritto p’’o ringrazziarlo?; ce ne vo’ pe tte cunvincere!; | causale: fuje malamente cazziato p’ avé risposto malamente; era assaje stanco pe nun avé durmuto tutt’’a notte| consecutiva: è troppo bbello p’ essere overo; sî abbastanza crisciuto pe ccapirlo
18) nelle loc. perifrastiche , stare/stà pe, essere sul punto, in procinto di: stongo pe ppartí; steva quase pe sse cummuovere;
19) concorre alla formazione di numerose loc. avverbiali: p’’o mumento; pe qquanno è ‘o caso; pe ttiempo; pe lluongo; pe llargo; pe ccerto; pe ll'appunto; pe ccaso; pe ccumbinazzione; pe ppoco | congiuntive: p’’o fatto ca; pe vvia ca | pe ppoco (assaje, bello, brutto, caro e sim.) ca è o ca fosse , con valore concessivo: pe ppoco ca è, meglio ‘e niente.
Rammento, come ò già detto, che derivando il napoletano pe dal lat. pe(r) non necessità di alcun segno diacritico (accento o apostrofo) e pertanto va sempre scritta semplicemente pe e non nel modo scorretto pe’ che purtroppo ò spesso trovato anche fra i grandi autori partenopei accreditati, ingiustamente!, di essere esperti della parlata napoletana; ovviamente il pe usato davanti a vocale va eliso in p’,(ed è chiaro che l’apostrofo non indica la caduta del gruppo originario er ma della sola vocale e di pe); usato invece davanti a consonante il pe esige la geminazione della consonante per cui avremo pe pparlà e non pe parlà e cosí via.
Esaurito il discorso sulle preposizioni semplici, passo alle articolate che comunque si risolvono in un monosillabo.
Preciso súbito che nel napoletano non si ritrovavano (almeno fino ad una mia scelta di codificare una forma per le preposizioni articolate formate con la preposizione semplice da e cioè dal/dallo, dalla, dalle e dai/dagli, forme che ò pensato debbano essere rispettivamente rese con dô, dâ e dê ) non si ritrovavano preposizioni articolate formate con l’agglutinazione degli articoli con le preposizioni semplici di, da,con, per ma solo preposizioni articolate formate con l’agglutinazione degli articoli con la preposizione semplice a. In napoletano infatti non si avranno mai preposizioni del tipo dello, della,dallo,dagli etc. preferendosi per esse la forma disagglutinata ‘e ‘o – ‘e ‘a ed anche de ‘o – de ‘a – da ‘o – da ‘a/ra ‘a o anche d’ ‘o, d’ ‘a, d’ ‘e sia usando la preposizione semplice di, sia usando da dando luogo ad evidenti confusioni che per essere evitate necessitavano il ricorso al contesto; con la mia scelta di usare le scrizioni dô, dâ e dê per le preposizioni corrispondenti a dal/dallo, dalla, dalle e dai/dagli non c’è più pericolo di confusione ed anche fuor di contesto si coglie subito di quali preposizioni si tratti.
Abbiamo invece sempre le seguenti forme di preposizioni articolate formate con l’agglutinazione degli articoli con la preposizione semplice a; analiticamente abbiamo:
1)ô che è la scrittura contratta di a + ‘o= a +il,lo e tale preposizione articolata ( derivata dal lat. ad+ (ill)u(m), acc.vo di ille 'quello' va sempre usata, in corretto e pretto napoletano, da sola per significare al, allo o unita alle cosiddette preposizioni improprie e/o avverbi: annante/ze= davanti, arreto= dietro,’ncoppa= sopra, sotto, doppo=dopo, vicino, comme etc.perché il napoletano mentalmente non elabora ad es. davanti il,dietro il o vicino il, come il etc. come accade per l’italiano, ma elabora davanti al,dietro al o vicino al, come al etc. elaborazioni che correttamente messe per iscritto vanno rese annante ô, arreto ô o vicino ô, comme ô etc. e non annante ‘o, arreto ‘o o vicino ‘o, comme ‘o come invece spesso (per non dire quasi sempre) mi è occorso di trovare negli autori napoletani (anche famosi e famosissimi), ma con molta probabilità a digiuno delle esatte regole grammaticali e sintattiche della parlata napoletana che è diversa dalla lingua nazionale, alla quale, con ogni probabilità, ma errando, quegli autori intesero uniformarsi pur nello scrivere in napoletano che – mi ripeto – è cosa affatto diversa dalla lingua nazionale, quantunque generata dal medesimo padre: il latino volgare e parlato!
2)â (derivata dal lat. ad+ (ill)a(m)) che è la scrittura contratta di a + ‘a e sta per alla preposizione articolata femminile,per la quale valgono i medesimi campi applicativi della precedente ô = al, allo;
3)ê che è la scrittura contratta di a + ‘e e sta o per alle o per a gli. preposizione art. plurale valida per il maschile ed il femminile; preposizione per la quale valgono i medesimi campi applicativi visti per ô ed â nonché per gli art. plurali ‘e essa preposizione si premette ai vocaboli maschili o femminili plurali; deriva dal lat.ad + (ill)ae(s), 'quelli 'di influsso osco; quando è posta innanzi ad un vocabolo femminile , ne comporta la geminazione della consonante iniziale (ad es.:êpate= ai padri, voce maschile, ma ê mmamme= alle mamme, voce femminile.
Esaurita cosí la trattazione relativa alle preposizioni semplici ed articolate, passiamo ad altri monosillabi in uso nel napoletano; parlerò prima delle voci verbali monosillabiche e poi degli avverbi, pronomi, sostantivi, congiunzioni ed infine avverbi.
so’ forma apocopata di songo corrispondente all’italiano sono voce verbale (1° p.sg. indicativo pres.) dell’infinito essere dal lat. esse la forma songo/so’ marcata etimologicamente sul lat. su(m)→so presenta un suffisso –ngo, poi apocopato sulla scia di altre forme verbali: do-ngo – ve-ngo etc.
sî corrispondente all’italiano sei voce verbale (2° p.sg. indicativo pres.) dell’infinito essere dal lat. esse la forma sî forse derivata etimologicamente dal lat. si(s) esige un segno diacritico (accento circonflesso) non etimologica per distinguere la voce verbale a margine da altri omofoni si presenti nel napoletano e di cui parlerò successivamente;
sta corrispondente all’italiano sta voce verbale (3° p.sg. indicativo pres.) dell’infinito stare dal lat. stare; la forma a margine, come la corrispondente dell’italiano, è marcata etimologicamente sul lat. sta(t) e non esige quindi segni diacritici atteso che a cadere è una semplice consonante e non una sillaba (ovviamente vocalica);
sto’ forma apocopata di stongo corrispondente all’italiano sto voce verbale (1° p.sg. indicativo pres.) dell’infinito stare dal lat. stare la forma stongo/sto’ è marcata etimologicamente sul lat. sto ma presenta un suffisso forse del parlato –ngo, poi apocopato sulla scia di altre forme verbali: do-ngo – ve-ngo etc.; l’apocope della sillaba ngo comporta il segno dell’apostrofe per cui si avrà sto’ per stongo;
dà = dà voce verbale (3° p.s. indicativo pres.) o anche infinito del verbo dare/dà derivato del lat. dare; è pur vero che in napoletano non esiste la preposizione da che in napoletano è sempre (cfr. antea) ‘a per cui non essendovi possibilità di confusione fra voci omofone la voce verbale 3° p.s. indicativo pres. potrebbe anche scriversi tranquillamente da evitando un pleonastico accento sulla a (dà), ma per non essere accusato da qualche sprovveduto (ignaro che i raffronti occorre farli nell’ambito della medesima lingua) dicevo per non essere accusato da qualche sprovveduto di non sapere che la3° p.s. indicativo pres.del verbo dare esige l’accento (dà) preferisco nun mettere carne a cocere (evitare polemiche) e pro bono pacis faccio una forzatura alle mie conoscenze e convinzioni linguistiche ed adeguo (sia pure a malincuore) il dà napoletano al dà dell’italiano. Diverso è il discorso per il dà (forma tronca dell’infinito dare). Premesso che, normalmente occorre accentare sull’ultima sillaba tutte le voci verbali degli infiniti (per lo meno bisillabi) tronchi o apocopati (ess.: magnà, purtà, pusà, cadé, rummané etc.) per modo che si possa facilmente individuare la sillaba su cui poggiare il tono della parola, cosa che non avverrebbe se in luogo di accentare il verbo si procedesse ad apostrofarlo per indicarne l’apocope dell’ultima sillaba; in tal caso infatti non spostandosi l’accento tonico si altererebbe completamente la lettura del verbo; facciamo un esempio: il verbo spàrtere (dividere) che apocopato dell’ultima sillaba diventa spartí se in luogo dell’accento fosse scritto con il segno dell’apocope sparti’ dovrebbe leggersi col primitivo accento spàrti e non indicherebbe piú l’infinito, ma – forse - la 2° pers. sing. dell’ind. pres. Premesso tutto ciò, a mio sommesso, ma deciso avviso è opportuno – per una sorta di omogeneità accentare sull’ultima sillaba tutti i verbi al modo infinito anche quelli monosillabici (ovviamente quando si tratti di autentici verbi presenti nel napoletano e non presi in prestito dall’italiano!, come impropriamente fa qualcuno che annovera tra gli infiniti del napoletano un inesistente dí contrabbandato per infinito apocopato del verbo dícere laddove è risaputo che il napoletano pretto e corretto usa sempre la forma dícere e mai l’apocopato dí e chi lo facesse o avesse fatto, sbaglierebbe o si sarebbe sbagliato quand’anche si chiamasse Di Giacomo! ) ottenendosi perciò:
dà = dare( apocope del lat. dare) , fà = fare ( apocope del lat. facere) evitando di scrivere – come invece propone qualcuno – da’ o fa’ che potrebbero esser confusi con gli imperativi da’= dai o fa’= fai.
jí= andare; infinito del verbo jí usato anche nella forma ghí/gghí(cfr. a gghí a gghí) verbo derivato dal lat. ire.Rammento che è scorretto usare il detto infinito nella forma í atteso che la j= gh fa parte integrante del tema del verbo e non può essere impunemente eliminata!
Continuando con le voci verbali monosillabiche avremo:
va’ da non confondersi con va la voce va’ è dell’ imperativo 2° p. sg. e corrisponde a vai di cui è apocope, mentre va = va dell’italiano è la 3° p. sg. dell’indicativo presente ambedue dell’infinito jí= andare etimologicamente il verbo jí è dal lat. ire, ma per le forme del presente ind. vaco, vaje, va e per l’imperativo va’ cioè per tutte le forme che ànno per tema vac- occorre risalire al lat. vacare 'andare';
vi’ corrisponde a vi(de) imperativo 2° p. sg. dell’infinito vedé con etimo dal lat. vidíre;
‘í altra forma del precedente vi’ qui con aferesi della v iniziale sostituita dall’apostrofo e con sostituzione della i apostrofata (i’) con una í per evitare l’appesantimento di due apostrofi uno iniziale ed uno finale nella medesima voce; anche questa ‘í sta per vi(de ) soprattutto nelle espressioni quali ‘a ‘í lloco= vedila lí= eccola lí, ‘o ‘í ccanno= vedilo qui= eccolo qui);
hê = scrittura contratta di aje (2° per. sg. ind. pres. del verbo avé) corrispondente all’italiano hai che personalmente preferisco ed uso scrivere ài evitando l’inelegante consonante diacritica h sostituita da un elegante accento, cosí come mi insegnò negli anni ’50 la mia insegnante delle scuole elementari , sostituzione che si ripete altrove quando à sostituisce ha, ài sostituisce hai ànno sostituisce hanno ; i medesimi motivi di eleganza stilistica mi spingono a consigliare, anche per il napoletano d’usare à, ài, ànno piuttosto che ha, hai, hanno; nella voce a margine è stato giocoforza usare un’ acca diacritica che segnalasse la differenza tra ê= ai, a gli, alle e la (h)ê voceverbale del verbo avé; ricordo che il verbo avé, in tutti i suoi tempi, seguito dalla preposizione ‘a (da) e da un infinito vale il verbo dovere e tavolta è usato per indicare un’azione futura: ess.: m’hê ‘a stà a ssèntere = ài da starmi ad ascoltare =mi devi ascoltare; dimane m’aggi’’a taglià ‘e capille = domani ò da tagliarmi i capelli= domani mi taglierò i capelli o anche:dimane aggi’’’a jí a d’’o barbiere = domani andrò dal barbiere azione che, rammento, può essere espressa però acconciamente anche con un verbo al presente: dimane vaco a d’’o barbiere= domani vado (andrò) dal barbiere ;
me’ voce verbale apocopata di mena = spingi, butta e nell’iterativo mena, me’= tira via, lascia correre! (2° p. sg. dell’imperativo) dell’infinito menà che è dal tardo lat. minare, propr. 'spingere innanzi gli animali con grida e percosse', deriv. di minae 'minacce'
tra’ voce verbale apocopata di trase = entra,vieni dentro, e nell’iterativo trase, tra’= suvvia, non perder tempo, entra ! (2° p. sg. dell’imperativo) dell’infinito trasí/tràsere che è dal lat. transire→*trasire;
cu’ voce verbale apocopata di cu(rre) = corri,fa’ presto, affrettati, soprattutto nell’iterativo curre, cu’= suvvia, non perder tempo,sbrigati ! (2° p. sg. dell’imperativo) dell’infinito correre che è dal lat. currere;la voce a margine non va confusa con l’omofona cu = con di cui parlerò in appresso; del resto questo cu = con, come chiarirò, va scritto senza alcun segno diacritico;
po’ corrisponde all’italiano puó (3° p. sg. ind. pres.) dell’infinito puté con etimo dal lat. volg. *potíre (accanto al lat. class. posse), formato su potens -entis; la grafia usata per la voce a margine è l’ apocope di po(test) per cui la preferisco a pô dove nella ô si riconoscerebbe la contrazione del dittongo uo di puó; ma chi indicasse questa via non mi convincerebbe atteso che sotto sotto vorrebbe forse far passare l’idea che il napoletano sia un derivato dell’italiano; ma non è assolutamente cosí: il napoletano non è mai, proprio mai tributario dell’italiano, ma filiazione diretta del latino volgare e parlato;
vo’ corrisponde all’italiano vuole (3° p. sg. ind. pres.) dell’infinito vulé con etimo dal lat. volg. *vōlere (accanto al lat. class. velle); normale il passaggio della vocale lunga o ad u; la grafia usata per la voce a margine è stata scelta in quanto vo’ è l’ apocope di vole) per cui la preferisco a vô (proposta da qualche pur valente linguista) dove però nella ô si riconosce la contrazione del dittongo uo di vuole; ma accettando tale tesi si corre il grosso rischio forse di far passare l’idea che il napoletano sia un derivato dell’italiano; ma non è assolutamente cosí: il napoletano, ripeto e sottolineo non è mai, proprio mai tributario dell’italiano, ma filiazione diretta del latino volgare e parlato.
puó – vuó / bbuó rispettivamente puoi e vuoi (2° pers. sg. ind. pres.) degli infiniti puté e vulé/bulé degli etimi ò detto precedentemente sub po’ e vo’; qui mi preme sottolineare la mia scelta di accentare i tre monosillabi in luogo di apocoparli puo’ – vuo’ / bbuo’ come suggerisce e fa qualcuno, operando una scelta che non mi convince poi che . come ò detto alibi – l’apostrofe dell’apocope non può indicare su quale delle vocali del dittongo deve cadere l’accento per una corretta pronuncia! Non tutti son tenuti a sapere che uò è un dittongo ascendente con la vocale accentata che segue la semivocale...., meglio indicare la precisa pronuncia accentando la vocale tonica!
Esaurite, o almeno considerate molte voci verbali monosillabiche (le prime che mi son venute in mente...) passiamo oltre e trattiamo i pronomi: cominciamo con
i’ apocope di io (sempre proclitico), pron. pers. m. e f. di prima pers. sing. indica la persona che parla; si impiega solo in funzione di soggetto o come predicativo quando il soggetto è ugualmente di prima persona singolare (nelle altre funzioni è sostituito dalla forma tonica me o dalla forma atona me); come soggetto può essere sottinteso, ma è sempre espresso quando possono sorgere dubbi sulla persona del verbo, quando si stabilisce una contrapposizione, quando è coordinato con un altro soggetto, quando lo si vuole sottolineare enfaticamente: (i’) nun crero a cchello ca se dice; quanno parlo (io) nun voglio essere interrotto; si (i’) nun facessi accussí, nun fosse o sarria cchiú io; forze è mmeglio ca i’ me ne vaco ; fallo tu, i’ nun ce riesco; i’ e isso continuammo a faticà ‘nzieme; ‘o faccio io!; io,a dicere ‘na cosa ‘e chesta? | si rafforza se è seguito da stesso o preceduto da anche, neanche, nemmeno, proprio, appunto ecc. : vengo i’ stesso; neanch'io so’ stato ‘nfurmato; sono stato proprio io a dicerlo ; l’etimo è dal lat. volg. eo per il class. ego.
‘o promome maschile o neutro proclitico che vale lo è usato come compl. ogg. e comporta, nel caso sia riferito al neutro, la geminazione della consonte d’avvio del verbo; riferito al maschile non lo esige; ess.: Chellu ppane? ‘O ffacette Nunziatina - Chillu ‘mpiccio ‘o facette isso!
‘a promome femminile proclitico che vale la ed è usato come compl. ogg. per solito innanzi a consonanti; innanzi a vocali si usa nella forma lla apostrofato →ll’ ess.: ‘a purtaje isso fino â casa.- ‘a sentettemo ‘a vascio ê scale! ll’âmmo (avimmo) sagliuta fino a ‘ncoppa! – ll’îmmo (avimmo)’ntisa ‘a vascio ê scale;
ce/nce corrisponde all’italiano ce o ci ed è pron. pers. di prima persona pl. atono; usato come compl. di termine in presenza delle forme pronominali atone‘o, ‘a, , ‘e e della particella ne, in posizione sia proclitica sia enclitica] a noi: nce ‘o dicette; nce ‘a dette sana e salva; ce ‘o rialaje ; nce ‘o dette ; ce ne vulettero assaje; mannatecello; datencille; parlacene
tale ce/nce è usato anche come part. avverbiale [ in presenza delle forme pronominali atone ‘o, ‘a, , ‘e e della particella ne, in posizione sia proclitica sia enclitica] qui, in questo luogo; lí, in quel luogo; nel luogo di cui si parla: nun ce ‘o truvaje; mettimmoncelo; ce n’êsseno (avesseno) essercene ancòra; nce ne stanno parecchie; l’etimo è dal lat. volg. *(hic)ce, forse per il class. hic 'qui’.
sé particella pronominale tonica corrispondente a quella dell’italiano sé= se stesso/a/i/e particella di cui forse non metterebbe conto di parlare, perché poco usata nel napoletano se non in particolari costrutti; ad ogni buon conto dirò che si tratta d’un pron. pers. rifl. m. e f. di terza pers. sing. e pl. si usa solo quando si riferisce al soggetto della proposizione, altrimenti è sostituito da isso, essa, lloro; è sempre sostituito da lloro quando vi sia reciprocità d'azione (parlavano tra lloro e non tra sé); si usa talvolta nei complementi retti da preposizione, spesso rafforzato da stesso o medesimo quantunque nel’uso gli si preferiscano i pronomi isso, essa, lloro;: se preoccupano solo ‘e lloro stessi; è suddisfatto d’isso; à fatto molto parlare ‘d’essa ; attirare a ssé; | come compl. oggetto, in luogo della forma atona se, acquista particolare risalto, soprattutto nelle contrapposizioni (e per lo piú seguito da stesso o medesimo): invece di se cunsidera cchiú ‘e ll’ate si può avere cunsidera sé stessocchiú ‘e ll’ate; aggenno accussí danneggia sé stesso e nun giova all’ate; ma meglio: aggenno accussí se danneggia e nun giova all’ate | | penzà sultanto a ssé, comportarsi egoisticamente | dinto di sé, fra sé e sé, nel proprio intimo: pensare qualcosa dentro d’isso, tra sé e ssé | ‘nzé =in sé, ‘nzé stesso = in sé stesso, ‘nzé e nzé e ppe ssé, si dice di cosa che viene considerata soltanto nella sua essenza, nella sua singolarità: ‘a cosa nzé tene poco valore; è ‘na risposta nzé e ppe ssé abbastanza nzipeta | a ssé, a parte, separatamente: è ‘nu caso a ssé; va cunsiderato a ssé | ‘a sé =da solo, senza l'aiuto di altri, senza che altri intervengano: vo’ fà tutto ‘a sé; ma meglio: vo’ fà tutto ‘a ppe isso;l’etimo di questo sé è il lat. sí.
e passiamo ora altre varie particolari voci monosillabiche prima di affrontare avverbi, congiunzioni ed altro;
oj/o’ - fonema esclamativo che si premette ad un vocativo ad es.: oj ne’ (ragazza!) oj ni’ (ragazzo); esprime, secondo il tono con cui è pronunciata ed a seconda del soggetto cui è diretto, dolore, piacere, meraviglia, sdegno, dubbio, sospetto, compassione, paura o altro. Trattandosi di un fonema esclamativo à un’origine quasi certamente espressiva e non è possibile azzardarne una qualche etimologia; rammento che ò trovato (anche in grandi scrittori (o intesi tali) partenopei la voce a margine oj riportata come oje e tutti costoro ànno inteso con tale oje, formulare un richiamo esclamativo, ma tutti sono incorsi nel medesimo errore poi che in pretto e corretto napoletano la voce oje non è un’esclamazione, ma un sostantivo che con derivazione dal lat. volg. hodie→(h)oje significa oggi: la forma apocopata o’ è usata in espressioni esclamative del tipo o’ fra’ (fratello!)te ll’aggiu ditto – o’ no’ (nonno!)lassàteme fà!
qua’ forma apocopata dell’agg.vo interrogativo o esclamativo qua(le) ‘a qua’ parte sî venuto? – qua’ giacchetta t’ hê miso! l’etimo è dal lat. quale(m). rammento che contrariamente a ciò che avviene nella lingua nazionale, in napoletano quale oltre che apocopato può essere tranquillamente eliso davanti a vocoli non esistendo in napoletano la forma tronca qual;
no avv. olofrastico come il corrispondente no dell’italiano è negazione equivalente ad una intera frase negativa, usata specialmente nelle risposte (si contrappone a sí): «lL'hê visto?» «No»; «Parte oje?» «No, dimane!»
nu avv. negativo apocope non sillabica di nun corrispondente al non dell’italiano serve a negare il concetto espresso dal verbo a cui si riferisce o a rafforzare una frase che contiene già un pron. negativo: nun venette; nu pparlaje pe tutt’’a jurnata parlò ; nun c'è verzo d’’o fà capace! ; nun c'è prubblema; nu nce sta nisciuno; nun esiste ‘o riesto ‘e niente come il precedente l’etimo è nel lat. non. per la voce a margine, trattandosi di un’apocope non sillabica (con la sola caduta di una consonante (n) non è necessaria l’apposizione di alcun segno diacritico cosí come è avvenuto per il precedente pe←per e come avverrà quando si parlerà dell’avverbio mo e ciò a malgrado di qualcuno che consiglia la grafia nu’ forse nel timore che il nu potesse confondersi con l’articolo indeterminativo nu che taluno invece di vergar ‘nu à il gusto di scrivere privo del necessario segno distintivo d’aferesi...
ne particella pronominale o locativa atona corrispondente al ne dell’italiano e come per l’italiano è pron. m. e f. , sing. e pl. [forma atona che si usa in posizione sia enclitica sia proclitica; è sempre posposta ad altro pron. atono che l'accompagni e si può elidere davanti a vocale]
1) riferito a persona o a persone già nominate in precedenza, di lui, di lei, di loro (può assumere funzione partitiva, di compl. di specificazione e d'argomento): mancavano ‘e ggiuvane: a chella festa nun ce ne steva nisciuno; appena ‘o cunuscette,addivintajene amice; ne parlano comme ‘e ‘na perzona capace | in usi pleonastici:n’aggi’ntiso pure troppe!
2) riferito a cosa nominata precedentemente, di questo, di questa, di questi, di queste o di quello, di quella, di quelli, di quelle (può assumere funzione partitiva, di compl. di specificazione, d'argomento, di causa e, nell'uso ant. o lett., anche di mezzo): damme ‘na caramella, io nun ne tengo cchiú ; aggio avuto ‘nu libbro libro e ggià n’asggiu liggiuto parecchie paggine; è ‘na cosa troppo/a delicata, preferisco nun parlarne; | in usi pleonastici: ne avimmo mangiate troppo/e assaje ‘e sfugliatelle!; nun ne tenesse, pe fatte mieje ‘e guaje! | in espressioni ellittiche: farne ‘e tutt’’e culure; sapernecchiú ‘e ll’ate; ce ne à ditto ‘nu sacco e ‘na sporta;
3) con valore neutro, riferito a un'intera frase o a un concetto già espressi in precedenza, equivale a 'di ciò': è proprio accussí, ma tu nun ne sî cunvinto; chesta è ‘a verità: è ‘na perzona scustumata, è impossibile nun tenerne cunto | in usi rafforzativi: nun avertene a mmale!; nun ne vale ‘a pena!
4) da ciò, da questo, da quello (indica derivazione, provenienza; in senso fig., conseguenza logica): s’ avvicinaje all'albero e ne spezzaje parecchi ffronne;nun putarria tirarne ata cuncrusione; pígliate ‘e responsabbilità tojele cu tutto chello ca ne dipende | riferito a persona, da lui, da parte sua, da loro, da parte loro: è stata sempe gentile cu tte , ma nun ne à avuto ca malazzione!;avimmo presentato a lloro ‘a richiesta nosta cchiú ‘e ‘na vota , ma non ne avimmo maje ricavato niente!:
Questo ne è usato anche come avverbio ed à i medesimi usi sintattici del pron.: di lí, di là, di qui, di qua (indica allontanamento da un luogo, in senso proprio o fig.): «Sî stato a Napule?» «Sí, mo ne sto’ turnanno »; ‘na vota trasuto dint’ â ‘rotta, nun fuje cchiú capace ‘e ascirne; era ‘na situazzione difficile, ma ne venette fora cu ‘a bbona sciorta | in usi pleonastici: me ne vaco subbeto; se ne fujette ‘e corza | in taluni usi verbali ( jirsene, venirsene, starsene ecc.) è una semplice componente fraseologica: se ne veneva tinco tinco; se ne steva là sulo sulo.
L’etimo della voce a margine è dal lat. inde.
Procediamo oltre:
ne’ è un’apocope in funzione vocativa del sostantivo nenna
cfr. antea oj ne’ l’etimo di nenna = fanciulla, ragazza è forse dal greco neanías ma qualcuno prospetta (forse a ragione) lo spagnolo niña o il catalano nina→ninna→nenna;
ni’ che è un’apocope in funzione vocativa del sostantivo ninno cfr. antea oj ni’ l’etimo di ninno è il medesimo di nenna di cui è maschilizzazione;
me/ mme pron. pers. m. e f. di prima persona sing.
1) forma complementare tonica del pron. pers. io; si usa come compl. ogg., quando gli si vuole dare particolare rilievo, e nei complementi introdotti da preposizioni: cercano proprio a mme; parlavano ‘e me; ll’ànno cunzignato a mme; a mme nun me ne ‘mporta; è vvenuto addu me ajere; l'à fatto pe mme; nun pigliartela cu mme ; tra me e tte non c'è stato nisciuna putecarella; raramente è anche rafforzato da stesso o medesimo: me metto scuorno ‘e me stesso | da me, da solo, senza l'aiuto altrui: ll’aggiu fatto ‘a ppe mme | per me, per quel che mi riguarda: pe mme, puó ffà chello ca vuó | secondo me, a mio parere: , pe mme è tutto sbagliato | quanto a me, per quanto mi riguarda: quanto a mme puó stà dint’ ê tranquille | tra me (o tra me e me), dentro di me, nel mio intimo: parlavo tra me e mme; | nun sapé né ‘e me né ‘e te,
2) si usa quasi sempre preceduto dalla preposizione a come soggetto nelle esclamazioni e nelle comparazioni dopo come e quanto: povero a mme!; niru me !; nun sî comme a mme; ne sapevano quanto a mme | non è quasi mai usato come predicato nominale dopo i verbi essere, parere, sembrare,
3) si usa come compl. di termine in luogo del pron. pers. mi in presenza delle forme pronominali atone lo, la, li, le e della particella ne, sia in posizione enclitica sia proclitica: m’’o dicette; me ll’à date n’ata vota; me neà fatte tante e tante; mannàtemelo; pàrlamene. L’etimo della voce a margine è dal lat. me.
ma’ che è un’apocope in funzione vocativa del sostantivo mamma cfr.ad es.: oj ma’ l’etimo della voce mamma è dal lat. mamma(m) 'mammella, poppa' e nel linguaggio infantile 'mamma, mammà’
E andiamo oltre; abbiamo i pronomi
che pron. rel. invar. corrispondente all’italiano che, ma in napoletano è spesso usato nella forma ca
1) il quale, la quale, i quali, le quali (si riferisce sia a persona sia a cosa, e si usa normalmente nei casi diretti): chillu signore ch’ è trasuto mo è ‘o direttore; ‘e perzone ca tu hê visto, so’ perzone meje tu hai visto; ‘o ggiurnale che staje liggenno è chillo d’ajere
2) talvolta è usato come compl. indiretto, con o senza prep.) soprattutto nel linguaggio pop., spec. col valore di in cui (temporale e locale):’a staggiona ca ce simmo ‘ncuntrate; paese ca vaje ausanze che truove; piú fortemente popolare o dialettale in funzione di altri compl.: è cchesta ‘a carne ca ('con cui') se fa ‘o broro | in altre espressioni dell'uso comune: (nun) tene ‘e che se lamentà, (non) ne ha motivo; (nun) tene ‘e che vivere, (non) à risorse economiche; | nun c'è che dicere, espressione di consenso
3) la quale cosa (con valore neutro, preceduto dall'art. o da una prep.): te sî miso a sturià, il che te fa onore; nun s’ è ffatto cchiú vedé, dal che aggiu capito ca nun le passa manco p’’a capa chill’affare; | come pron. interr. [solo sing.] quale cosa è usato in prop. interr. dirette e indirette): che ne sarrà ‘e lloro?; che staje dicenno?; a che pienze?; ma ‘e che te miette paura?; nun saccio che fà; nun capisco ‘e che ti lamiente; è spesso rafforzato/seguíto o, nel linguaggio familiare, sostituito da cosa: (che) cosa vuó?; nun saccio (che) cosa penza ‘e fà | che cc’ è, che nun cc’ è, (fam.) tutt'a un tratto, improvvisamente | a cche?, a quale scopo?, a qual pro? | ‘e che?/ e cche?, ‘o che?, ma che?, rafforzativi di interrogazione che esprimono stupore polemico: e che? einisse che dicere? |talora come pron. escl. [solo sing.] quale cosa: che dice!; che m’aveva capità!; ma che m’ at- tocca ‘e sèntere! | come inter., nell'uso familiare, esprime meraviglia, stupore: «Ce vaje?» «Che! (ma piú spesso Addó?) Ma neanche a dicerlo!»; «Che! Staje pazzianno?» | ma che!, lo stesso che macché ||| come pron. indef. indica qualcosa di indeterminato (solo in partic. locuzioni): ‘nu che, nun saccio che, ‘nu certo che, ‘nu certo nun saccio che, | (‘nu) gran che, (una) gran cosa: oje nun aggiu cunchiuso (‘nu) gran che; ne parlano tutti buono, ma pe mme nun è (‘nu) gran che | un, ogni minimo che, un, ogni nonnulla: ‘ncazzarse p’ ògne minimu che
come agg. interr. invar. quale, quali: che tipo è?; a che ora venarrà?; che llibre liegge ‘e solito?; nun saccio ch’ idee tene p’’a capa ||| come agg. escl. invar. quale, quali: ma che idee!; che bbella jurnata!; che perzone antipatiche! | (fam.) molto diffuso l'uso dell'agg. escl. in unione a un semplice agg., senza altra specificazione, in frasi del tipo: che bello!, che bellezza, com'è bello; che strano!, che stranezza, com'è strano | diffusa anche l'anteposizione dell'agg. qualificativo: scemo ca sî!, sei proprio stupido!
rarissimamente è s. m. anzi è usato solo nell'espressione il che e il come e sue varianti, nel senso di 'ogni cosa, tutto': voglio sapé bbuono ‘o cche e ‘o ccomme; t’addimannarrà ‘o cche, ‘o ccome e ’o quanno. L’etimo del che è dal lat. quid mentre la forma ca è forse un prestito di comodo della congiunzione di cui qui di seguito, congiunzione per la quale qualcuno ipotizza, ma poco convincentemente un’aferesi di (poc)ca=poiche mentre mi appare piú corretto l’etimo dal lat. quia→q(ui)a→qa→ca; oltretutto se il ca congiunzione fosse derivata da un’aferesi (poc)ca sarebbe buona norma scrivere il ca congiunzione con un segno d’aferesi ‘ca che distinguesse anche visivamente il ‘ca congiunzione dal ca pronome!Ma i fatti, fortunatamente, non stanno cosí! Proseguiamo
ca congiunzione che corrisponde all’italiano che
1) introduce prop. dichiarative (soggettive e oggettive) con il v. all’ind. o talvolta al congiunt..: se dice ca è partuto; fosse ora ca te decidisse; nun penzo ca chillo vene; te dico ca nun è overo; è inutile ca tu liegge chillu cartello, manco ‘o capisce... | può essere omesso quando il v. è al congiunt.: spero fosse accussí | con valore enfatico: nun è ca sta malato, pe ccerto è assaje stanco; è ca ‘e juorne nun passano maje!; forze ca nun ‘o sapive?
2) introduce prop. consecutive, con il v. all'indic. o al congiunt. (spesso in correlazione con accussí, tanto, talmente, tale ecc.): cammina ca pare ‘nu ‘mbriaco; parla pe mmodo ca te putesse capí; era talmente emozzionato ca nun riusciva a pparlà; stevo accussí stanco ca m’addurmette súbbeto; | entra nella formazione di locuzioni, come ô punto ca, pe mmodo ca etc : continuaje a bbevere pe mmodo ca se ‘mbriacaje;
3) introduce prop. causali con il v. all'indic. o al congiunt.: cummògliate ca fa friddo; nun è ca m’’a vulesse scapputtà
4) introduce prop. finali con il v. all’indicativo o al congiunt.: fa' ca tutto prucede bbuono! ; se stevano accorte ca nun se facesse male;
5) introduce prop. temporali con il v. all'indic., nelle quali à valore di quando, da quando: te ‘ncuntraje ca era ggià miezojuorno; aspetto ca isso parte; sarranno dduje mesi ca nun ‘o veco | entra nella formazione di numerose loc. cong., come ‘na volta ca, doppo ca, primma ca, ògne vvota ca, d’’o juorno ca,: ll’hê ‘a farlo, primma ca è troppo tarde; ògne vvota ca ‘a ‘ncontro me saluta sempe;
6) introduce prop. comparative: tutto è fernuto primma ca nun sperasse
7) introduce prop. condizionali con il v. al congiunt., in loc. come posto ca,datosi ca, ‘ncaso ca, a ppatto ca, nell'ipotesi ca ecc.: posto ca avesse tutte ‘e ragioni, nun s’aveva ‘acumportarse comme à fatto!; t’’o ffaccio, ‘ncaso ca t’’o mierete;datosi ca hê ‘a partí, te ‘mpresto ‘sta balicia;
8) introduce prop. eccettuative (in espressioni negative, correlata con ato, ati, ‘e n’ata manera, per lo piú sottintesi): non fa (ato) ca dicere fessaríe ; nun aggio potuto (altro) ca dicere ‘e sí!; nun putarria cumpurtarme (‘e n’ata manera) ca accussí | entra a far parte delle loc. cong. tranne ca, salvo ca, a meno ca, senza ca: tutto faciarria o facesse, tranne ca darle raggione; vengo a truvarte, a meno ca tu nun staje ggià ‘nampagna; è partuto senza ca nesciuno ne fosse ‘nfurmato;
9) introduce prop. imperative e ottative con il v. al congiunt.: ca nisciuno trasesse!; ca ‘o Cielo t’aonna! Dio ; ca ‘stu sparpetuo fernesse ampressa;
10) introduce prop. limitative con il v. al congiunt., con il valore di 'per quanto': ca i’ sapesse non à telefonato nisciuno;
11) con valore coordinativo in espressioni correlative sia ca... sia ca; o ca... o ca: sia ca te piace sia ca nun te piace,stasera avimm’’a ascí ;i’ parto oca chiove o ca nun chiove...;
12) introduce il secondo termine di paragone nei comparativi di maggioranza e di minoranza, in alternativa a di (‘e) (ma è obbligatorio quando il paragone si fa tra due agg., tra due part., tra due inf., tra due s. o pron. preceduti da prep.): Firenze è meno antica ca (o ‘e) Roma; sto’ cchiú arrepusato oje ca (o ‘e) ajere;tu sî cchiú sturiuso ca ‘nteliggente;; è cchiú difficile fà ca dicere; à scritto meglio dinto a ‘sta lettera ca dinto a cchella d’’o mese passato | (fam.) in correlazione con tanto, in luogo di quanto, nei comparativi di eguaglianza: la cosa riguarda tanto a mme ca a vvuje | in espressioni che ànno valore di superl.: songo cchiú ca certo; songo cchiú ccerto ca maje;
13) entra nella formazione di numerose cong. composte e loc. congiuntive: affinché, benché, cosicché, perché, poiché; sempe ca, in quanto ca, nonostante ca, pe mmodo ca e sim.
Dell’etimo di questa congiunzione ò già detto sub che come sempre sub che ò parlato del pronome ca = che.
Procediamo oltre. Un’ altra congiunzione molto usata nel napoletano è la congiunzione
si corrispondente all’italiano se
1) posto che, ammesso che (con valore condizionale; introduce la protasi, cioè la subordinata condizionale, di un periodo ipotetico): si se mette a pparlà,nun ‘a fernesce cchiú; si i’ fosse a tte ,me ne jesse a ffà ‘na scampagnata ; si tu avisse sturiato ‘e cchiú ,fusse o sarriste stato prumosso; si fosse dipeso ‘a me, mo nun ce truvarriamo o truvassemo a chistu punto; si fusse stato cchiú accorto , non te fusse o sarriste i truvato dinto a ‘sta situazziona (o pop.: si ire cchiú accorto , non te truvave dinto a ‘sta situazziona ) | in espressioni enfatiche, in frasi incidentali che attenuano un'affermazione o in espressioni di cortesia: ca me venesse ‘na cosa si nun è overo!; pure tu, si vulimmo sî ‘nu poco troppo traseticcio; si nun ve dispiace, vulesse ‘nu bicchiere ‘e vino; pecché, si è llecito,aggio ‘a jrce semp’i’? | può essere rafforzata da avverbi o locuzioni avverbiali: si pe ccaso cagne idea, famme ‘o ssapé; si ‘mmece nun è propeto pussibbile, facimmo ‘e n’ata manera | in alcune espressioni enfatiche e nell'uso fam. l'apodosi è spesso sottintesa: ma si non capisce ‘o riesto ‘e niente!; si vedisse comme è crisciuto!; se sapessi!; se ti prendo...!; e se provassimo di nuovo...? | si maje, nel caso che: si maje venisse, chiàmmame; anche, col valore di tutt'al più: simmo nuje, si maje, ca avimmo bisogno ‘e te;
2) fosse che, avvenisse che (con valore desiderativo): si vincesse â lotteria!; si putesse turnarmene â casa mia!; si ll’ avesse saputo primma!
3) dato che, dal momento che (con valore causale): si ne sî proprio sicuro, te crero; si ‘o ssapeva, pecché nun ce ll’ à ditto?
4) con valore concessivo nelle loc. cong. se anche, se pure: si pure se pentesse, ormaje è troppo tarde; si anche à sbagliato, no ppe cchesto ‘o cundanno
5) preceduto da come, introduce una proposizione comparativa ipotetica: aggisce comme si nun te ne ‘mportasse niente; me guardava comme si nun avesse capito; comme si nun si sapesse chi è!
6) introduce proposizioni dubitative e interrogative indirette: me dimanno si è ‘na bbona idea; nun sapeva si avarria o avesse fernuto pe ttiempo; nun saccio che cosa fà, si partí o restà; s’addimannava si nun se fosse pe ccaso sbagliato | si è overo?, si tengo pacienza?, sottintendendo 'mi chiedi', 'mi domandi' ecc.
Rammento che questa congiunzione si napoletana non viene mai usata come sost. m. invar. come invece capita con il corrispettivo se dell’italiano.
Lasciando da parte altre congiunzioni monosillabiche che non sono tipiche del napoletano in quanto corrispondenti in tutto e per tutto a quelle della lingua nazionale ( e, ma, o= oppure etc.) mi lascio portar per mano dalla congiunzione si per illustrare l’omofono, ma non omografo
si’ che è l’apocope di si(gnore) e pertanto esige il segno diacritico dell’apostrofo. viene usato per solito davanti ad un sostantivo comune o davanti a nome proprio di persona (ad es.: ‘o si’ prevete= il signor prete, ‘o si’ Giuanne = il signor Giovanni.) L’etimo del lemma signore da cui l’apocope a margine si’ è dal francese seigneur forgiato sul latino seniore(m) comparativo di senex=vecchio,anziano.
Ricordo che càpita spesso che sulla bocca del popolino, meno conscio o attento della/alla propria lingua, (la qual cosa non fa meraviglia)ma – inopinatamente – pure sulle labbra e sulla punta della penna di taluni pur grandi e grandissimi autori partenopei accreditati d’essere esperti e/o studiosi della parlata napoletana la voce a margine è resa con la trasformazione del corretto si’ (che è di per sé – come ò sottolineato - è l’apocope di si(gnore) ) con uno scorretto
zi’ (che è l’apocope di uno zio/a etimologicamente derivante da un tardo latino thiu(m) e thia(m) da un greco tehîos ) ed usato quasi esclusivamente nei vocativi (o’ zi’!) per cui si ottenengono gli scorretti zi’prevete o zi’ Giuanne.
Per restare nel tema suggerito dal si’= signore parlo di un altro monosillabo che è usato per indicare la voce signora; si tratta di
sié che è l’apocope di si(gnora) e pertanto esigerebbe il segno diacritico dell’apostrofo, ma gli si preferisce l’accento per evitare che si possa leggere síe piuttosto che correttamente sié. La voce apocopata a margine etimologicamente deriva da una voce francese femminilizzata e metatetica di seigneur→seigneuse→ sie-(gneuse). Purtroppo anche per il caso di questo sié càpita spesso che sulla bocca del popolino, meno conscio o attento della/alla propria lingua, (la qual cosa non fa meraviglia)ma – inopinatamente – pure sulle labbra e sulla punta della penna di taluni pur grandi e grandissimi autori partenopei accreditati d’essere esperti e/o studiosi della parlata napoletana la voce a margine è resa con la trasformazione del corretto sié= signora con uno scorretto
zi’= zia; mi è infatto occorso di lèggere in una pubblicazione sui proverbi napoletani (di cui per carità di patria taccio il nome del compilatore) un notissimo proverbio riportato come Dicette 'o zi' moneco,a’ zi’ Badessa: "Senza denare, nun se cantano messe..." infece che correttamemente Dicette 'o si' moneco,â sié Badessa: "Senza denare, nun se cantano messe..." ed ovviamente il fatto scorretto non consiste nell’avere usato a’ al posto di â per dire alla, quanto per avere usato impropriamente zi' moneco, e zi’ Badessa al posto di si' moneco, e sié Badessa.
Ciò detto passiamo agli avverbi monosillabici, cominciando con il
sí avverbio olofrastico affermativo corrispondente all’italiano sí
1) si usa dunque nelle risposte come equivalente di un'intera frase affermativa (può essere ripetuto o rafforzato): "Ệ capito?" "Sí"; "Venono pure lloro?" "Sí"; anche, "Sí, sí", "Sí certo", "Comme!Sí!", "Sí overamente ", "Ma sí!" | ' dicere ‘e sí, acconsentire ' risponnere ‘e sí, affermativamente ' paré, sperà, crerere ecc. ‘e sí, che sia cosí ' | e ssí ca = e dire che ' sí, dimane, (fam. iron.) no, assolutamente no
2) spesso contrapposto a no: dimme sí o no!; un giorno sí e n’ato no, a giorni alterni ' sí e nno, a malapena ' ti muove, sí o no?, esprimendo impazienza ' cchiú ssí ca no, probabilmente sì ;
3) con valore di davvero, in espressioni enfatiche: chesta sí ca è bbella!; chesta sí ch’è ‘na nuvità!
talvolta è usato come s. m. invar.
1) risposta affermativa, positiva: m’aspettavo ‘nu sí; risponnere cu ‘nu un bellu sí; ‘e spuse ànno ggià ditto ‘o sí; stare tra ‘o sí e o no, essere incerto; decidersi p’’o ssí, decidere di fare qualcosa '
2) pl. voti favorevoli: si songo avute tre ssí e quatto no.
L’etimo di questo sí è dal lat. sic 'cosí', forma abbreviata della loc. sic est 'cosí è'; poi che la voce in esame deriva da un si(c) con la caduta di una consonante e non di una sillaba non sarebbe previsto alcun segno diacrito sulla parola derivata, ma è stato giocoforza accentare la i di questo sí per con confonderlo anche graficamente dal si congiunzione o dal si’ apocope di signore.
Di... segno opposto l’avverbio olofrastico negativo
no scritto privo di qualsiasi segno diacritico, da non confondersi con l’omofono,ma non omografo art. indeterminativo ‘nu/’no
cca avv = qui, in. questo luogo; vale l’italiano qua; etimologicamente dal lat. (ec)cu(m) hac; da notare che in parlata napoletana (così come in italiano il qua corrispettivo) l’avverbio a margine va scritto SEMPRE senza alcun segno diacritico trattandosi di monosillabo che non ingenera confusione con altri; in parlata napoletana esistono , per vero, una cong. ed un pronome ca = (che), congiunzione e pronome che però si rendono ambedue con la c iniziale scempia, laddove l’avverbio a margine è scritto sempre con la c iniziale geminata ( cca) e basta ciò ad evitar confusione tra i due monosillabi e non necessita accentare l’avverbio, cosa che – invece – purtroppo capita di vedere negli scritti di taluni sedicenti scrittori partenopei, dei quali qualcuno addirittura usa scrivere l’avverbio a margine cca’con un pleonastico segno (‘) d’apocope atteso che non v’è alcuna sillaba finale che sia caduta e che vada segnata con il segno diacritico !
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Elenco qui di seguito un congruo numero di monosillabi in uso nella parlata napoletana, indicandone volta a volta oltre significato ed (ove possibile) etimo anche quella che mi appare la maniera piú corretta di scriverli.
Cominciamo con i piú semplici monosillabi e cioè gli articoli; abbiamo gli articoli determinativi
‘a = la art. determ. f. sing. si premette ai vocaboli femminili singolari; deriva dal lat. (ill)a(m), f. di ille 'quello'; l’aferesi della prima sillaba (ill) comporta la doverosa indicazione di un segno diacritico (‘);
‘o/’u = lo/il art. determ. m. sing. si premette ai vocaboli maschili o neutri singolari; la forma ‘u è forma antica di ‘o ora ancóra in uso in talune parlate provinciali e/o dell’entroterra; la derivazione sia di ‘o che di ‘u è dal lat. (ill)u(m), acc.vo di ille 'quello'; l’aferesi della prima sillaba (ill) comporta la doverosa indicazione di un segno diacritico (‘); la particolarità di questo articolo è che quando sia posto innanzi ad un vocabolo inteso neutro, ne comporta la geminazione della consonante iniziale (ad es.: ‘o pate voce maschile, ma ‘o ppane voce neutra etc.).
o’ non è come a prima vista potrebbe apparire un’errata scrittura del precedente articolo ‘o (lo/il), errata scrittura (tutti possiamo sbagliare!) che talvolta mi è capitato di ritrovare inopinatamente in talune pagine di giornali, vergata da indegni pennaruli che per mancanza di tempo o ignavia non usano piú rileggere e/o correggere ciò che scrivono (....mi rifiuto infatti di credere che un giornalista non sappia che in napoletano gli artt. lo/il vanno resi con ‘o e non con o’) a meno che quei tali pennaruli nel loro scrivere non errino lasciandosi condizionare dalla dimestichezza con lo O’ (apocope dello of inglese che vale l’italiano de/De).
L’ o’ napoletano a margine è anch’esso un apocope, quella del vocativo oj→o’=oh e viene usata nei vocativi esclamativi del tipo o’ fra’!= fratello! oppure o’ no’!= nonno! La forma intera oj è usata in genere nei vocativi come oj ne’! – oj ni!’= ragazza! – ragazzo!. Rammento che il corretto vocativo oj viene – quasi sempre e nella maggioranza degli anche famosi e famosissi scrittori e/o poeti partenopei – riportato in una scorrettissima forma oje con l’aggiunta di una pletorica inesatta semimuta e, aggiunta che costringe il vocativo oj a trasformarsi nel sostantivo oje = oggi con derivazione dal lat. (h)o(di)e→oje; ah, se tutti i sedicenti scrittori e/o poeti partenopei prima di mettere nero sul bianco facessero un atto di umiltà e consultassero una buona grammatica del napoletano, o quanto meno compulsassero un qualche dizionario, quante inesattezze o strafalcioni si eviterebbero! Purtroppo tra i piú o meno famosi o famosissi scrittori e/o poeti partenopei che reputano d’esser titolari di scienza infusa, l’umiltà non trova terreno fertile! Il Cielo perdoni la loro supponenza spocchiosa...
‘e = gli, le art. determ. m.e femm. plurale. si premette ai vocaboli maschili o femminili plurali; deriva dal lat. (ill)ae(s), 'quelli 'di influsso osco; l’aferesi della prima sillaba (ill) comporta la doverosa indicazione di un segno diacritico (‘);la particolarità di questo articolo è che quando sia posto innanzi ad un vocabolo femminile , ne comporta la geminazione della consonante iniziale (ad es.: ‘e pate voce maschile, ma ‘e mmamme voce femminile, ‘e figlie= i figli voce maschile, ma ‘e ffiglie= le figlie voce femminile etc.);
‘í = vedi; è l’aferesi dell’imperativo esclamativo (ved)i del verbo vedere; di per sé si potrebbe rendere correttamente con ‘i dove il segno d’aferesi (‘) indicherebbe la caduta della sillaba (ved); ò invece optato per ‘í perché ‘i fuor del contesto potrebbe crear confusione con l’antico art. m.le pl. (ll)i→’i; rammento che questo ‘i a margine è sempre usato in unione dei pronomi(posti in posizione proclitica) ‘o oppure ‘a nelle epressioni: ‘o ‘í ccanno(eccolo qui vicino); ‘o ‘í lloco (eccolo lí) ‘o ‘í llanno (eccolo laggiú) ‘a ‘í ccanno(eccola qui vicino); ‘a ‘í lloco (eccola lí) ‘a‘í llanno (eccola laggiú). Rammento e me ne dolgo che l’amico avv.to Renato de Falco à scelto nel suo Il Napoletanario una assurda morfologia che rende i corretti ‘o ‘í ccanno ‘o ‘í lloco ‘o ‘í llanno con degli scorretti oi’ ccanno oi’ lloco oi’ llanno atteso che non si capisce proprio da quale grammatica o dizionario, da dove l’amico de Falco abbia tratto quei suoi assurdi oi’ comunque tradotti: vedilo. Come è vero che quandoque bonus dormitat Homerus! (talora anche il buon Omero sonnecchia!).
E passiamo a gli articoli indeterminativi: abbiamo
‘no/’nu = corrispondono ad un ed uno della lingua italiana dove sono agg. num. card. , pron. indef. , art. indeterm. [ in italiano, uno come agg. num. e art. maschile si tronca in un davanti a un s. o agg. che cominci per vocale o per consonante o gruppo consonantico che non sia i semiconsonante, s impura, z, x, pn, ps, gn, sc (un amico, un cane, un brigante, un plico; ma: uno iettatore, uno sbaglio, uno zaino, uno xilofono, uno pneumotorace, uno pseudonimo, uno gnocco, uno sceriffo); il napoletano non conosce tante complicazioni ed usa indifferentemente ‘no/‘nu davanti ad ogni nome maschile sia che cominci per vocale, sia che cominci per consonante o gruppo consonantico (ad es.: n’ommo= un uomo – ‘nu sbaglio= un errore;) da notare che mentre nella lingua nazionale si è soliti apostrofare solo l’art. indeterminativo una davanti a voci femm. comincianti per vocali, mentre l’art. indeterminativo maschile uno non viene mai apostrofato e davanti a nomi maschili principianti per vocali se ne usa la forma tronca un (ad es.: un osso) nella parlata napoletana è d’uso apostrofare anche il maschile ‘no/‘nu davanti a nome maschile che cominci per vocale con la sola accortezza di evitare di appesantir la grafia con un doppio segno diacritico: per cui occorrerà scrivere n’ommo= un uomo e non ‘n’ommo l’etimo di ‘no/’nu è ovviamente dal lat. (u)nu(m) l’apocope della prima sillaba (u) comporta la doverosa indicazione di un segno diacritico (‘) quantunque oggi numerosi autori seguano il vezzo di scrivereno/nu privi di qualsiasi segno diacritico, ma è costume che aborro, non trovando ragioni concrete e corrette per eliminare un sacrosanto segno etimologicamente ineccepibile ;la medesima cosa càpita con il corrspondente art. indeterminativo femm.le
‘na = corrispondente ad una della lingua italiana dove è agg. num. card. , pron. indef. , art. indeterm.come del resto nel napoletano dove però come agg. num. card. non viene usata la forma aferizzata ‘na, ma la forma intera una; l’etimo di ‘no/’nu è ovviamente dal lat. (u)na(m) l’apocope della prima sillaba (u) comporta la doverosa indicazione di un segno diacritico (‘) quantunque oggi numerosi autori seguano il vezzo di scrivere l’articolo na privo di qualsiasi segno diacritico, ma è costume che aborro, non trovando, mi ripeto, ragioni concrete e corrette per eliminare un sacrosanto segno etimologicamente ineccepibile. E passiamo alle preposizioni cioè quella parte invariabile del discorso che, preposta a sostantivi, aggettivi, pronomi, infiniti di verbi, indica la relazione che passa tra quelli e altri nomi e verbi, serve cioè a formare dei complementi; ricordato che, cosí come nella lingua italiana, anche in quella napoletana si ànno preposizioni proprie che sono ‘e= de =di, a, ‘a =da, cu = con, pe= per, fra | preposizioni improprie, che sono: annante/ze= davanti, arreto= dietro, doppo=dopo, vicino l ecc. nonché ' preposizioni articolate, che sono quelle che risultano dalla fusione di una preposizione propria (in napoletano di solito la a con un articolo determinativo.
Posto che come indicato in epigrafe qui ci interessano i monosillabi, tenendo da parte le preposizioni improprie dirò di quelle proprie:
‘e = de corrisponde all’italiano di e 1) serve a stabilire una relazione di specificazione, in cui determina il concetto piú ampio espresso dal nome da cui dipende, continuando la funzione che era stata del genitivo latino: ‘o calore d’’o (=de ‘o) sole; ‘o profumo d’’e(=de ‘e) rrose; ‘e rummure d’’a(=de ‘a) strata; 2) rientrano nell'ambito della specificazione talune relazioni particolari; di possesso o appartenenza: ‘a casa ‘efràtemo; ‘e guagliune d’’o salumiere etc. | rispetto ad un'opera, l'appartenenza può essere riferita al suo autore, inventore ecc.: ‘nu libbro’e Marotta; ‘a «Pietà» ‘e Michelangelo etc. | di parentela: ‘a mugliera d’’o duttore; ‘a sora ‘e Salvatore etc. 3) in dipendenza da nomi che indicano quantità, insieme, numero, oppure da aggettivi sostantivati o pronomi che indicano una quantità indefinita, introduce ciò a cui quella quantità o quell'insieme si riferisce: ‘nu chilò ‘e pane; ‘na duzzina d’ ova; ‘na ‘nzerta ‘e rafanielle; ‘nu sacco ‘e patane etc.; 4) davanti a un nome proprio (spec. di città, località, persona) in funzione denominativa, stabilisce una relazione di tipo appositivo: ‘a città ‘e Roma;’a repubblica ‘e matu Rrafele; ‘o nomme ‘e Salvatore è assaje ausato a Napule; 5) limita l'ambito, l'aspetto per cui è valida una qualità, una condizione: sano ‘e cuorpo; buono ‘e core; tardo ‘e refresse; cunoscere quaccheduno sulo ‘e nome | la qualità o la condizione può implicare un concetto di abbondanza o di povertà, privazione: n’ommo chino ‘e ‘ngegno; ; mancà ‘e ‘sperienza; ‘nu paese privo ‘e mezzi | di colpa o di pena: accusato ‘e ‘nu ‘micidio; accusà ‘e trarimento; multà ‘e cientumila lire etc; 6) introduce l'argomento di un discorso, di uno scritto, di un'opera: discutere ‘e pallone; parlà bbuono ‘e quaccheduno ; ‘nu trattato ‘e pasticciaria ;’na pellicula ‘e spionaggio; 7) nelle comparazioni può introdurre il secondo termine di paragone: Mario è cchiú aveto ‘e Giuanne; Bologna è cchiú a nord ‘e Firenze
8) esprime una modalità: essere ‘e buon umore; jí ‘e corza; ; ridere ‘e core; vevere ‘e unu surzo. etimologicamente la prep. ‘e= de deriva lal lat. dí;
‘a /da corrisponde alla preposizione da dell’italiano in tutte le sue funzioni ed accezioni : 1) introduce un moto da luogo: vengo ‘a casa 2) esprime allontanamento, separazione, distacco: me ne vaco ‘a cca! 3) in dipendenza da taluni verbi, in correlazione con a, indica quantità approssimativa: peserrà ‘a quaranta a cinquanta chile; 4) con il verbo al passivo introduce l'agente o la causa efficientePumpeie fuje distrutta da ‘o Vesuvio; ‘a porta fuje sbattuta da ‘o vento; 5) con significato temporale, indica il momento o l'epoca, l'età in cui ha avuto inizio un'azione o una situazione si è determinata: venimmo a villeggià cca ‘a paricchi anne; è ‘a Natale ca nun aggio cchiú nutizie soje; 6) unita a nomi propri di persona, a pronomi che si riferiscono a persona, a nomi che indicano mestiere, professione, condizione, grado, relazione di parentela, di amicizia, di lavoro e sim., introduce uno stato in luogo, per lo più con il valore di 'presso': fermarse a durmí da quaccheduno; ‘ncuntrarse da ‘o nutaro ; restà a cenà da n’amico 7) seguita dagli stessi elementi lessicali indicati al punto precedente e in dipendenza da verbi di movimento, esprime moto a luogo: vaco da ‘o farmacista; arrivo da mio figlio appena pozzo; 8) con valore variamente modale: aggí ‘a signore; vivere ‘a marchese; | apparentemente modale, in realtà in funzione rafforzativa: faccio ‘a ppe mme; pigliatello ‘a ppe tte; chi fa ‘a sé fa pe ttre | con sfumatura di limitazione: cecato ‘a n’ occhio; zuoppo ‘a ‘nu pere. 9) introduce la destinazione, il fine, lo scopo a cui qualcosa o anche un animale è adibito: rezza ‘a pesca ma piú spesso rezza pe piscà; cavallo ‘a corza ma piú spesso cavallo ’e corza; ; lente ‘a sole ma piú spesso lente p’’o sole; | in talune locuzioni, apparentemente di questo stesso tipo, prevale la funzione attributiva: carta ‘a bollo; festa ‘a bballo; messa ‘a requiem ma piú spesso messa ‘e requiem. l’etimo della preposizione da/’a è dal lat. de ab nei valori di moto da luogo, origine, agente ecc.; e dal lat. de ad nei valori di moto a luogo, stato in luogo, destinazione, modo, fine ecc.
cu corrisponde all’italiano con in tutte le sue funzioni ed accezioni : 1) esprime relazione di compagnia, se è seguito da un nome che indica essere animato (può essere rafforzato da insieme): è partito cu ‘o pato ; à magnato cu ll’ amice; campa (‘nzieme) cu ‘a sora; 2) in senso piú generico, introduce il termine cui si riferisce una qualsiasi relazione: s’è appiccecato cu ‘o frato; à sfugato cu mme; 3) con valore propriamente modale: restà cu ll’uocchie nchiuse; vulé bbene cu tutto ‘o cuore; trattà cu ‘e guante gialle( cioè con rispetto e dedizione quelli dovuti ai nobili che usavano indossare guanti di camoscio in tinta chiara) | con valore tra modale e di qualità: pasta cu ‘e ssarde; stanza cu ‘o bbagno; casa cu ‘o ciardino; 4) introduce una determinazione di mezzo o di strumento: cu ‘a bbona vulontà s’ave tutto; ‘o vino se fa cu ll'uva; scrivere cu ‘a penna stilografica; partí cu ‘o treno ;
5) indica una circostanza, stabilendo un rapporto di concomitanza: nun ascí cu ll’acqua!; 6) può avere valore concessivo o avversativo, assumendo il significato di 'non ostante,a malgrado': cu tutte ‘e guaje ca tène, riesce ancòra a ridere; cu tutta ‘a bbona vulontà, ma è proprio impossibbile. L’etimo della preposizione a margine è dal lat. cum. Rammento qui e valga anche a futura memoria che tutte le parole che abbiano un etimo da voce latina terminante per consonante (che nella parola formata cade) non necessitano di alcun segno diacritico in quanto il segno diacritico dell’apocope (accento o apostrofo) è necessario apporlo graficamente quando a cadere sia una sillaba e non una o due consonanti; nel caso in esame cum dà cu e non l’inesatto cu’ che spesso mi è occorso di trovare negli scritti anche di famosi autori, sedicenti esperti della parlata napoletana. Ciò che ò appena detto vale anche per la preposizione seguente cioè
pe che (con etimo dal lat. per) corrisponde all’italiano per in tutte le sue funzioni ed accezioni :
1) determina il luogo attraversato da un corpo in movimento o attraverso il quale passa qualcosa che à un'estensione lineare (anche fig.): il ‘o treno è passato pe Caserta; ‘o curteoà sfilato pe ‘o corzo;’o mariuolo è trasuto p’’a fenesta; | può anche specificare lo spazio circoscritto entro cui un moto si svolge e, per estens., la cosa, l'ambito entro cui un fenomeno, una condizione si verificano: passiggià p’’o ciardino;jí pe mmare e pe tterra; tené delure pe tutt’’a vita | indica anche la direzione del moto: saglí e scennere p’’e scale; arrancà pe tutta ‘a sagliuta
2) indica una destinazione: partí pe Pparigge; ‘ncammenarse p’’a città; piglià ‘a strata p’’o mare; ‘o treno pe Rroma | (estens.) esprime la persona o la cosa verso cui si à una disposizione affettiva, un'inclinazione: tené simpatia pe quaccheduno; avé passione p’’a museca ;
3) introduce una determinazione di stato in luogo, che si riferisce per lo piú a uno spazio di una certa estensione: ‘ncuntrà quaccheduno p’’a strata; ce stanno cierti giurnale pe tterra;
4) esprime il tempo continuato durante il quale si svolge un'azione o un evento si verifica (può anche essere omesso): aspettà (pe) ore e ore; faticà (pe) anne e nun cacciarne niente; sciuccaje (pe) tutta ‘a notte; durarrà (pe) tutta ‘a vita | se introduce una determinazione precisa di tempo, esprime per lo piú una scadenza nel futuro: turnarrà p’’e ddiece; êsse ‘a essere pronto pe Nnatale
5) introduce un mezzo: mannà pe pposta; spedí pe ccurriere; dirlo pe ttelefono; parlà pe bbocca ‘e n’ato;
6) esprime la causa: era stracquo p’’a fatica; alluccava p’’o dulore; non ve preoccupate pe nnuje; supportaje tutto p’ ammore sujo; condannà pe ‘mmicidio;
7) introduce il fine o lo scopo: libbro pe gguagliun; pripararse pe ‘nu viaggio; attrezzarse p’’a montagna; | in dipendenza da verbi che indicano preghiera, giuramento, promessa, esortazione e sim., indica l'ente, la persona, il principio ideale per cui o in nome di cui si prega, si giura, si promette ecc.: facítelo pe Ddio; pe ccarità, facite ca nun se vene a sapé in giro; giurà pe ll’uocchie suoje; ll’à prummiso pe qquanto tène ‘e cchiú ccaro |, Pe ttutte ‘e diavule!, p’’a miseria! e sim., formule di esclamazione o di imprecazione
8) introduce la persona o la cosa a vantaggio o a svantaggio della quale un'azione si compie o una circostanza si verifica: faciarria qualsiasi cosa pe tte; accussí nun va bbuono pe nnuje; piezzo e ppejo pe cchi nun vo’ capí; n’aria ca nun è bbona p’’a salute; murí p’’ammore d’’e figlie; pregàe p’’e muorte; avutà pe n’amico ; ‘a partita è fernuta tre a ddoje p’’a squadra ‘e casa ;
9) determina il limite, l'ambito entro cui un'azione, un modo di essere, uno stato ànno validità: pe ll’intelliggenza è ‘o meglio d’’a classe; p’’e tiempe ‘e mo, è pure assaje; pe chesta vota sarraje perdunato; pe lloro è comme a ‘nu figlio; pe mme, state sbaglianno; pe quanto te riguarda, ce penzo io personalmente ;
10) introduce il modo, la maniera in cui un'azione si compie: ; parlà pe ttelefono; chiammà pe nnomme ; pavà pe ccuntante; tené pe mmano; assumere pe ccuncorzo;
11) indica un prezzo, una stima: aggio accattato pe ppochissimi sorde ‘nu bbellu mobbile antico; vennere ‘na casa pe cciento meliune; nun ‘o faciarria pe ttutto ll'oro d’’o munno;
12) in funzione distributiva: marcià pe dduje;metterse pe ffile; uno pe vvota; duje pacche pe pperzona; juorno pe gghiuorno | per estensione, indica la percentuale (pe cciento, nell'uso scritto %): ‘nu ‘nteresse d’’o diece pe cciento (o 10%) | nelle operazioni matematiche, dice quante volte un numero si moltiplica o divide (nel secondo caso può essere omesso): multiplicà cinche pe ddoje 5 ; diciotto diviso (pe ttre dà seje; da qui l'uso assol. di pe a indicare un prodotto (nell'uso scritto rappresentato dal segno X)
13) introduce una misura o un'estensione: ‘a strata è ‘nzagliuta pe pparicchie chilometri; l'esercito avanzaje pe ccinche miglia e cchiú;
14) introduce una funzione predicativa, equivalendo a come: averlo p’ amico; pigliarla pe mmugliera; tené pe ccerto; pavà ‘nu tot pe ccaparra;
15) indica scambio, sostituzione, equivalendo alle locuzioni in vece, in cambio, in luogo di e sim.: l’aggiu pigliato p’’o frato; t’’o ddice isso pe mme; capí ‘na cosa pe n’ata;
16) indica origine, provenienza familiare nella loc. pe pparte ‘e: parente pe pparte ‘e mamma;
17) il pe seguito dal verbo all'infinito introduce una prop. finale: l’hê scritto p’’o ringrazziarlo?; ce ne vo’ pe tte cunvincere!; | causale: fuje malamente cazziato p’ avé risposto malamente; era assaje stanco pe nun avé durmuto tutt’’a notte| consecutiva: è troppo bbello p’ essere overo; sî abbastanza crisciuto pe ccapirlo
18) nelle loc. perifrastiche , stare/stà pe, essere sul punto, in procinto di: stongo pe ppartí; steva quase pe sse cummuovere;
19) concorre alla formazione di numerose loc. avverbiali: p’’o mumento; pe qquanno è ‘o caso; pe ttiempo; pe lluongo; pe llargo; pe ccerto; pe ll'appunto; pe ccaso; pe ccumbinazzione; pe ppoco | congiuntive: p’’o fatto ca; pe vvia ca | pe ppoco (assaje, bello, brutto, caro e sim.) ca è o ca fosse , con valore concessivo: pe ppoco ca è, meglio ‘e niente.
Rammento, come ò già detto, che derivando il napoletano pe dal lat. pe(r) non necessità di alcun segno diacritico (accento o apostrofo) e pertanto va sempre scritta semplicemente pe e non nel modo scorretto pe’ che purtroppo ò spesso trovato anche fra i grandi autori partenopei accreditati, ingiustamente!, di essere esperti della parlata napoletana; ovviamente il pe usato davanti a vocale va eliso in p’,(ed è chiaro che l’apostrofo non indica la caduta del gruppo originario er ma della sola vocale e di pe); usato invece davanti a consonante il pe esige la geminazione della consonante per cui avremo pe pparlà e non pe parlà e cosí via.
Esaurito il discorso sulle preposizioni semplici, passo alle articolate che comunque si risolvono in un monosillabo.
Preciso súbito che nel napoletano non si ritrovavano (almeno fino ad una mia scelta di codificare una forma per le preposizioni articolate formate con la preposizione semplice da e cioè dal/dallo, dalla, dalle e dai/dagli, forme che ò pensato debbano essere rispettivamente rese con dô, dâ e dê ) non si ritrovavano preposizioni articolate formate con l’agglutinazione degli articoli con le preposizioni semplici di, da,con, per ma solo preposizioni articolate formate con l’agglutinazione degli articoli con la preposizione semplice a. In napoletano infatti non si avranno mai preposizioni del tipo dello, della,dallo,dagli etc. preferendosi per esse la forma disagglutinata ‘e ‘o – ‘e ‘a ed anche de ‘o – de ‘a – da ‘o – da ‘a/ra ‘a o anche d’ ‘o, d’ ‘a, d’ ‘e sia usando la preposizione semplice di, sia usando da dando luogo ad evidenti confusioni che per essere evitate necessitavano il ricorso al contesto; con la mia scelta di usare le scrizioni dô, dâ e dê per le preposizioni corrispondenti a dal/dallo, dalla, dalle e dai/dagli non c’è più pericolo di confusione ed anche fuor di contesto si coglie subito di quali preposizioni si tratti.
Abbiamo invece sempre le seguenti forme di preposizioni articolate formate con l’agglutinazione degli articoli con la preposizione semplice a; analiticamente abbiamo:
1)ô che è la scrittura contratta di a + ‘o= a +il,lo e tale preposizione articolata ( derivata dal lat. ad+ (ill)u(m), acc.vo di ille 'quello' va sempre usata, in corretto e pretto napoletano, da sola per significare al, allo o unita alle cosiddette preposizioni improprie e/o avverbi: annante/ze= davanti, arreto= dietro,’ncoppa= sopra, sotto, doppo=dopo, vicino, comme etc.perché il napoletano mentalmente non elabora ad es. davanti il,dietro il o vicino il, come il etc. come accade per l’italiano, ma elabora davanti al,dietro al o vicino al, come al etc. elaborazioni che correttamente messe per iscritto vanno rese annante ô, arreto ô o vicino ô, comme ô etc. e non annante ‘o, arreto ‘o o vicino ‘o, comme ‘o come invece spesso (per non dire quasi sempre) mi è occorso di trovare negli autori napoletani (anche famosi e famosissimi), ma con molta probabilità a digiuno delle esatte regole grammaticali e sintattiche della parlata napoletana che è diversa dalla lingua nazionale, alla quale, con ogni probabilità, ma errando, quegli autori intesero uniformarsi pur nello scrivere in napoletano che – mi ripeto – è cosa affatto diversa dalla lingua nazionale, quantunque generata dal medesimo padre: il latino volgare e parlato!
2)â (derivata dal lat. ad+ (ill)a(m)) che è la scrittura contratta di a + ‘a e sta per alla preposizione articolata femminile,per la quale valgono i medesimi campi applicativi della precedente ô = al, allo;
3)ê che è la scrittura contratta di a + ‘e e sta o per alle o per a gli. preposizione art. plurale valida per il maschile ed il femminile; preposizione per la quale valgono i medesimi campi applicativi visti per ô ed â nonché per gli art. plurali ‘e essa preposizione si premette ai vocaboli maschili o femminili plurali; deriva dal lat.ad + (ill)ae(s), 'quelli 'di influsso osco; quando è posta innanzi ad un vocabolo femminile , ne comporta la geminazione della consonante iniziale (ad es.:êpate= ai padri, voce maschile, ma ê mmamme= alle mamme, voce femminile.
Esaurita cosí la trattazione relativa alle preposizioni semplici ed articolate, passiamo ad altri monosillabi in uso nel napoletano; parlerò prima delle voci verbali monosillabiche e poi degli avverbi, pronomi, sostantivi, congiunzioni ed infine avverbi.
so’ forma apocopata di songo corrispondente all’italiano sono voce verbale (1° p.sg. indicativo pres.) dell’infinito essere dal lat. esse la forma songo/so’ marcata etimologicamente sul lat. su(m)→so presenta un suffisso –ngo, poi apocopato sulla scia di altre forme verbali: do-ngo – ve-ngo etc.
sî corrispondente all’italiano sei voce verbale (2° p.sg. indicativo pres.) dell’infinito essere dal lat. esse la forma sî forse derivata etimologicamente dal lat. si(s) esige un segno diacritico (accento circonflesso) non etimologica per distinguere la voce verbale a margine da altri omofoni si presenti nel napoletano e di cui parlerò successivamente;
sta corrispondente all’italiano sta voce verbale (3° p.sg. indicativo pres.) dell’infinito stare dal lat. stare; la forma a margine, come la corrispondente dell’italiano, è marcata etimologicamente sul lat. sta(t) e non esige quindi segni diacritici atteso che a cadere è una semplice consonante e non una sillaba (ovviamente vocalica);
sto’ forma apocopata di stongo corrispondente all’italiano sto voce verbale (1° p.sg. indicativo pres.) dell’infinito stare dal lat. stare la forma stongo/sto’ è marcata etimologicamente sul lat. sto ma presenta un suffisso forse del parlato –ngo, poi apocopato sulla scia di altre forme verbali: do-ngo – ve-ngo etc.; l’apocope della sillaba ngo comporta il segno dell’apostrofe per cui si avrà sto’ per stongo;
dà = dà voce verbale (3° p.s. indicativo pres.) o anche infinito del verbo dare/dà derivato del lat. dare; è pur vero che in napoletano non esiste la preposizione da che in napoletano è sempre (cfr. antea) ‘a per cui non essendovi possibilità di confusione fra voci omofone la voce verbale 3° p.s. indicativo pres. potrebbe anche scriversi tranquillamente da evitando un pleonastico accento sulla a (dà), ma per non essere accusato da qualche sprovveduto (ignaro che i raffronti occorre farli nell’ambito della medesima lingua) dicevo per non essere accusato da qualche sprovveduto di non sapere che la3° p.s. indicativo pres.del verbo dare esige l’accento (dà) preferisco nun mettere carne a cocere (evitare polemiche) e pro bono pacis faccio una forzatura alle mie conoscenze e convinzioni linguistiche ed adeguo (sia pure a malincuore) il dà napoletano al dà dell’italiano. Diverso è il discorso per il dà (forma tronca dell’infinito dare). Premesso che, normalmente occorre accentare sull’ultima sillaba tutte le voci verbali degli infiniti (per lo meno bisillabi) tronchi o apocopati (ess.: magnà, purtà, pusà, cadé, rummané etc.) per modo che si possa facilmente individuare la sillaba su cui poggiare il tono della parola, cosa che non avverrebbe se in luogo di accentare il verbo si procedesse ad apostrofarlo per indicarne l’apocope dell’ultima sillaba; in tal caso infatti non spostandosi l’accento tonico si altererebbe completamente la lettura del verbo; facciamo un esempio: il verbo spàrtere (dividere) che apocopato dell’ultima sillaba diventa spartí se in luogo dell’accento fosse scritto con il segno dell’apocope sparti’ dovrebbe leggersi col primitivo accento spàrti e non indicherebbe piú l’infinito, ma – forse - la 2° pers. sing. dell’ind. pres. Premesso tutto ciò, a mio sommesso, ma deciso avviso è opportuno – per una sorta di omogeneità accentare sull’ultima sillaba tutti i verbi al modo infinito anche quelli monosillabici (ovviamente quando si tratti di autentici verbi presenti nel napoletano e non presi in prestito dall’italiano!, come impropriamente fa qualcuno che annovera tra gli infiniti del napoletano un inesistente dí contrabbandato per infinito apocopato del verbo dícere laddove è risaputo che il napoletano pretto e corretto usa sempre la forma dícere e mai l’apocopato dí e chi lo facesse o avesse fatto, sbaglierebbe o si sarebbe sbagliato quand’anche si chiamasse Di Giacomo! ) ottenendosi perciò:
dà = dare( apocope del lat. dare) , fà = fare ( apocope del lat. facere) evitando di scrivere – come invece propone qualcuno – da’ o fa’ che potrebbero esser confusi con gli imperativi da’= dai o fa’= fai.
jí= andare; infinito del verbo jí usato anche nella forma ghí/gghí(cfr. a gghí a gghí) verbo derivato dal lat. ire.Rammento che è scorretto usare il detto infinito nella forma í atteso che la j= gh fa parte integrante del tema del verbo e non può essere impunemente eliminata!
Continuando con le voci verbali monosillabiche avremo:
va’ da non confondersi con va la voce va’ è dell’ imperativo 2° p. sg. e corrisponde a vai di cui è apocope, mentre va = va dell’italiano è la 3° p. sg. dell’indicativo presente ambedue dell’infinito jí= andare etimologicamente il verbo jí è dal lat. ire, ma per le forme del presente ind. vaco, vaje, va e per l’imperativo va’ cioè per tutte le forme che ànno per tema vac- occorre risalire al lat. vacare 'andare';
vi’ corrisponde a vi(de) imperativo 2° p. sg. dell’infinito vedé con etimo dal lat. vidíre;
‘í altra forma del precedente vi’ qui con aferesi della v iniziale sostituita dall’apostrofo e con sostituzione della i apostrofata (i’) con una í per evitare l’appesantimento di due apostrofi uno iniziale ed uno finale nella medesima voce; anche questa ‘í sta per vi(de ) soprattutto nelle espressioni quali ‘a ‘í lloco= vedila lí= eccola lí, ‘o ‘í ccanno= vedilo qui= eccolo qui);
hê = scrittura contratta di aje (2° per. sg. ind. pres. del verbo avé) corrispondente all’italiano hai che personalmente preferisco ed uso scrivere ài evitando l’inelegante consonante diacritica h sostituita da un elegante accento, cosí come mi insegnò negli anni ’50 la mia insegnante delle scuole elementari , sostituzione che si ripete altrove quando à sostituisce ha, ài sostituisce hai ànno sostituisce hanno ; i medesimi motivi di eleganza stilistica mi spingono a consigliare, anche per il napoletano d’usare à, ài, ànno piuttosto che ha, hai, hanno; nella voce a margine è stato giocoforza usare un’ acca diacritica che segnalasse la differenza tra ê= ai, a gli, alle e la (h)ê voceverbale del verbo avé; ricordo che il verbo avé, in tutti i suoi tempi, seguito dalla preposizione ‘a (da) e da un infinito vale il verbo dovere e tavolta è usato per indicare un’azione futura: ess.: m’hê ‘a stà a ssèntere = ài da starmi ad ascoltare =mi devi ascoltare; dimane m’aggi’’a taglià ‘e capille = domani ò da tagliarmi i capelli= domani mi taglierò i capelli o anche:dimane aggi’’’a jí a d’’o barbiere = domani andrò dal barbiere azione che, rammento, può essere espressa però acconciamente anche con un verbo al presente: dimane vaco a d’’o barbiere= domani vado (andrò) dal barbiere ;
me’ voce verbale apocopata di mena = spingi, butta e nell’iterativo mena, me’= tira via, lascia correre! (2° p. sg. dell’imperativo) dell’infinito menà che è dal tardo lat. minare, propr. 'spingere innanzi gli animali con grida e percosse', deriv. di minae 'minacce'
tra’ voce verbale apocopata di trase = entra,vieni dentro, e nell’iterativo trase, tra’= suvvia, non perder tempo, entra ! (2° p. sg. dell’imperativo) dell’infinito trasí/tràsere che è dal lat. transire→*trasire;
cu’ voce verbale apocopata di cu(rre) = corri,fa’ presto, affrettati, soprattutto nell’iterativo curre, cu’= suvvia, non perder tempo,sbrigati ! (2° p. sg. dell’imperativo) dell’infinito correre che è dal lat. currere;la voce a margine non va confusa con l’omofona cu = con di cui parlerò in appresso; del resto questo cu = con, come chiarirò, va scritto senza alcun segno diacritico;
po’ corrisponde all’italiano puó (3° p. sg. ind. pres.) dell’infinito puté con etimo dal lat. volg. *potíre (accanto al lat. class. posse), formato su potens -entis; la grafia usata per la voce a margine è l’ apocope di po(test) per cui la preferisco a pô dove nella ô si riconoscerebbe la contrazione del dittongo uo di puó; ma chi indicasse questa via non mi convincerebbe atteso che sotto sotto vorrebbe forse far passare l’idea che il napoletano sia un derivato dell’italiano; ma non è assolutamente cosí: il napoletano non è mai, proprio mai tributario dell’italiano, ma filiazione diretta del latino volgare e parlato;
vo’ corrisponde all’italiano vuole (3° p. sg. ind. pres.) dell’infinito vulé con etimo dal lat. volg. *vōlere (accanto al lat. class. velle); normale il passaggio della vocale lunga o ad u; la grafia usata per la voce a margine è stata scelta in quanto vo’ è l’ apocope di vole) per cui la preferisco a vô (proposta da qualche pur valente linguista) dove però nella ô si riconosce la contrazione del dittongo uo di vuole; ma accettando tale tesi si corre il grosso rischio forse di far passare l’idea che il napoletano sia un derivato dell’italiano; ma non è assolutamente cosí: il napoletano, ripeto e sottolineo non è mai, proprio mai tributario dell’italiano, ma filiazione diretta del latino volgare e parlato.
puó – vuó / bbuó rispettivamente puoi e vuoi (2° pers. sg. ind. pres.) degli infiniti puté e vulé/bulé degli etimi ò detto precedentemente sub po’ e vo’; qui mi preme sottolineare la mia scelta di accentare i tre monosillabi in luogo di apocoparli puo’ – vuo’ / bbuo’ come suggerisce e fa qualcuno, operando una scelta che non mi convince poi che . come ò detto alibi – l’apostrofe dell’apocope non può indicare su quale delle vocali del dittongo deve cadere l’accento per una corretta pronuncia! Non tutti son tenuti a sapere che uò è un dittongo ascendente con la vocale accentata che segue la semivocale...., meglio indicare la precisa pronuncia accentando la vocale tonica!
Esaurite, o almeno considerate molte voci verbali monosillabiche (le prime che mi son venute in mente...) passiamo oltre e trattiamo i pronomi: cominciamo con
i’ apocope di io (sempre proclitico), pron. pers. m. e f. di prima pers. sing. indica la persona che parla; si impiega solo in funzione di soggetto o come predicativo quando il soggetto è ugualmente di prima persona singolare (nelle altre funzioni è sostituito dalla forma tonica me o dalla forma atona me); come soggetto può essere sottinteso, ma è sempre espresso quando possono sorgere dubbi sulla persona del verbo, quando si stabilisce una contrapposizione, quando è coordinato con un altro soggetto, quando lo si vuole sottolineare enfaticamente: (i’) nun crero a cchello ca se dice; quanno parlo (io) nun voglio essere interrotto; si (i’) nun facessi accussí, nun fosse o sarria cchiú io; forze è mmeglio ca i’ me ne vaco ; fallo tu, i’ nun ce riesco; i’ e isso continuammo a faticà ‘nzieme; ‘o faccio io!; io,a dicere ‘na cosa ‘e chesta? | si rafforza se è seguito da stesso o preceduto da anche, neanche, nemmeno, proprio, appunto ecc. : vengo i’ stesso; neanch'io so’ stato ‘nfurmato; sono stato proprio io a dicerlo ; l’etimo è dal lat. volg. eo per il class. ego.
‘o promome maschile o neutro proclitico che vale lo è usato come compl. ogg. e comporta, nel caso sia riferito al neutro, la geminazione della consonte d’avvio del verbo; riferito al maschile non lo esige; ess.: Chellu ppane? ‘O ffacette Nunziatina - Chillu ‘mpiccio ‘o facette isso!
‘a promome femminile proclitico che vale la ed è usato come compl. ogg. per solito innanzi a consonanti; innanzi a vocali si usa nella forma lla apostrofato →ll’ ess.: ‘a purtaje isso fino â casa.- ‘a sentettemo ‘a vascio ê scale! ll’âmmo (avimmo) sagliuta fino a ‘ncoppa! – ll’îmmo (avimmo)’ntisa ‘a vascio ê scale;
ce/nce corrisponde all’italiano ce o ci ed è pron. pers. di prima persona pl. atono; usato come compl. di termine in presenza delle forme pronominali atone‘o, ‘a, , ‘e e della particella ne, in posizione sia proclitica sia enclitica] a noi: nce ‘o dicette; nce ‘a dette sana e salva; ce ‘o rialaje ; nce ‘o dette ; ce ne vulettero assaje; mannatecello; datencille; parlacene
tale ce/nce è usato anche come part. avverbiale [ in presenza delle forme pronominali atone ‘o, ‘a, , ‘e e della particella ne, in posizione sia proclitica sia enclitica] qui, in questo luogo; lí, in quel luogo; nel luogo di cui si parla: nun ce ‘o truvaje; mettimmoncelo; ce n’êsseno (avesseno) essercene ancòra; nce ne stanno parecchie; l’etimo è dal lat. volg. *(hic)ce, forse per il class. hic 'qui’.
sé particella pronominale tonica corrispondente a quella dell’italiano sé= se stesso/a/i/e particella di cui forse non metterebbe conto di parlare, perché poco usata nel napoletano se non in particolari costrutti; ad ogni buon conto dirò che si tratta d’un pron. pers. rifl. m. e f. di terza pers. sing. e pl. si usa solo quando si riferisce al soggetto della proposizione, altrimenti è sostituito da isso, essa, lloro; è sempre sostituito da lloro quando vi sia reciprocità d'azione (parlavano tra lloro e non tra sé); si usa talvolta nei complementi retti da preposizione, spesso rafforzato da stesso o medesimo quantunque nel’uso gli si preferiscano i pronomi isso, essa, lloro;: se preoccupano solo ‘e lloro stessi; è suddisfatto d’isso; à fatto molto parlare ‘d’essa ; attirare a ssé; | come compl. oggetto, in luogo della forma atona se, acquista particolare risalto, soprattutto nelle contrapposizioni (e per lo piú seguito da stesso o medesimo): invece di se cunsidera cchiú ‘e ll’ate si può avere cunsidera sé stessocchiú ‘e ll’ate; aggenno accussí danneggia sé stesso e nun giova all’ate; ma meglio: aggenno accussí se danneggia e nun giova all’ate | | penzà sultanto a ssé, comportarsi egoisticamente | dinto di sé, fra sé e sé, nel proprio intimo: pensare qualcosa dentro d’isso, tra sé e ssé | ‘nzé =in sé, ‘nzé stesso = in sé stesso, ‘nzé e nzé e ppe ssé, si dice di cosa che viene considerata soltanto nella sua essenza, nella sua singolarità: ‘a cosa nzé tene poco valore; è ‘na risposta nzé e ppe ssé abbastanza nzipeta | a ssé, a parte, separatamente: è ‘nu caso a ssé; va cunsiderato a ssé | ‘a sé =da solo, senza l'aiuto di altri, senza che altri intervengano: vo’ fà tutto ‘a sé; ma meglio: vo’ fà tutto ‘a ppe isso;l’etimo di questo sé è il lat. sí.
e passiamo ora altre varie particolari voci monosillabiche prima di affrontare avverbi, congiunzioni ed altro;
oj/o’ - fonema esclamativo che si premette ad un vocativo ad es.: oj ne’ (ragazza!) oj ni’ (ragazzo); esprime, secondo il tono con cui è pronunciata ed a seconda del soggetto cui è diretto, dolore, piacere, meraviglia, sdegno, dubbio, sospetto, compassione, paura o altro. Trattandosi di un fonema esclamativo à un’origine quasi certamente espressiva e non è possibile azzardarne una qualche etimologia; rammento che ò trovato (anche in grandi scrittori (o intesi tali) partenopei la voce a margine oj riportata come oje e tutti costoro ànno inteso con tale oje, formulare un richiamo esclamativo, ma tutti sono incorsi nel medesimo errore poi che in pretto e corretto napoletano la voce oje non è un’esclamazione, ma un sostantivo che con derivazione dal lat. volg. hodie→(h)oje significa oggi: la forma apocopata o’ è usata in espressioni esclamative del tipo o’ fra’ (fratello!)te ll’aggiu ditto – o’ no’ (nonno!)lassàteme fà!
qua’ forma apocopata dell’agg.vo interrogativo o esclamativo qua(le) ‘a qua’ parte sî venuto? – qua’ giacchetta t’ hê miso! l’etimo è dal lat. quale(m). rammento che contrariamente a ciò che avviene nella lingua nazionale, in napoletano quale oltre che apocopato può essere tranquillamente eliso davanti a vocoli non esistendo in napoletano la forma tronca qual;
no avv. olofrastico come il corrispondente no dell’italiano è negazione equivalente ad una intera frase negativa, usata specialmente nelle risposte (si contrappone a sí): «lL'hê visto?» «No»; «Parte oje?» «No, dimane!»
nu avv. negativo apocope non sillabica di nun corrispondente al non dell’italiano serve a negare il concetto espresso dal verbo a cui si riferisce o a rafforzare una frase che contiene già un pron. negativo: nun venette; nu pparlaje pe tutt’’a jurnata parlò ; nun c'è verzo d’’o fà capace! ; nun c'è prubblema; nu nce sta nisciuno; nun esiste ‘o riesto ‘e niente come il precedente l’etimo è nel lat. non. per la voce a margine, trattandosi di un’apocope non sillabica (con la sola caduta di una consonante (n) non è necessaria l’apposizione di alcun segno diacritico cosí come è avvenuto per il precedente pe←per e come avverrà quando si parlerà dell’avverbio mo e ciò a malgrado di qualcuno che consiglia la grafia nu’ forse nel timore che il nu potesse confondersi con l’articolo indeterminativo nu che taluno invece di vergar ‘nu à il gusto di scrivere privo del necessario segno distintivo d’aferesi...
ne particella pronominale o locativa atona corrispondente al ne dell’italiano e come per l’italiano è pron. m. e f. , sing. e pl. [forma atona che si usa in posizione sia enclitica sia proclitica; è sempre posposta ad altro pron. atono che l'accompagni e si può elidere davanti a vocale]
1) riferito a persona o a persone già nominate in precedenza, di lui, di lei, di loro (può assumere funzione partitiva, di compl. di specificazione e d'argomento): mancavano ‘e ggiuvane: a chella festa nun ce ne steva nisciuno; appena ‘o cunuscette,addivintajene amice; ne parlano comme ‘e ‘na perzona capace | in usi pleonastici:n’aggi’ntiso pure troppe!
2) riferito a cosa nominata precedentemente, di questo, di questa, di questi, di queste o di quello, di quella, di quelli, di quelle (può assumere funzione partitiva, di compl. di specificazione, d'argomento, di causa e, nell'uso ant. o lett., anche di mezzo): damme ‘na caramella, io nun ne tengo cchiú ; aggio avuto ‘nu libbro libro e ggià n’asggiu liggiuto parecchie paggine; è ‘na cosa troppo/a delicata, preferisco nun parlarne; | in usi pleonastici: ne avimmo mangiate troppo/e assaje ‘e sfugliatelle!; nun ne tenesse, pe fatte mieje ‘e guaje! | in espressioni ellittiche: farne ‘e tutt’’e culure; sapernecchiú ‘e ll’ate; ce ne à ditto ‘nu sacco e ‘na sporta;
3) con valore neutro, riferito a un'intera frase o a un concetto già espressi in precedenza, equivale a 'di ciò': è proprio accussí, ma tu nun ne sî cunvinto; chesta è ‘a verità: è ‘na perzona scustumata, è impossibile nun tenerne cunto | in usi rafforzativi: nun avertene a mmale!; nun ne vale ‘a pena!
4) da ciò, da questo, da quello (indica derivazione, provenienza; in senso fig., conseguenza logica): s’ avvicinaje all'albero e ne spezzaje parecchi ffronne;nun putarria tirarne ata cuncrusione; pígliate ‘e responsabbilità tojele cu tutto chello ca ne dipende | riferito a persona, da lui, da parte sua, da loro, da parte loro: è stata sempe gentile cu tte , ma nun ne à avuto ca malazzione!;avimmo presentato a lloro ‘a richiesta nosta cchiú ‘e ‘na vota , ma non ne avimmo maje ricavato niente!:
Questo ne è usato anche come avverbio ed à i medesimi usi sintattici del pron.: di lí, di là, di qui, di qua (indica allontanamento da un luogo, in senso proprio o fig.): «Sî stato a Napule?» «Sí, mo ne sto’ turnanno »; ‘na vota trasuto dint’ â ‘rotta, nun fuje cchiú capace ‘e ascirne; era ‘na situazzione difficile, ma ne venette fora cu ‘a bbona sciorta | in usi pleonastici: me ne vaco subbeto; se ne fujette ‘e corza | in taluni usi verbali ( jirsene, venirsene, starsene ecc.) è una semplice componente fraseologica: se ne veneva tinco tinco; se ne steva là sulo sulo.
L’etimo della voce a margine è dal lat. inde.
Procediamo oltre:
ne’ è un’apocope in funzione vocativa del sostantivo nenna
cfr. antea oj ne’ l’etimo di nenna = fanciulla, ragazza è forse dal greco neanías ma qualcuno prospetta (forse a ragione) lo spagnolo niña o il catalano nina→ninna→nenna;
ni’ che è un’apocope in funzione vocativa del sostantivo ninno cfr. antea oj ni’ l’etimo di ninno è il medesimo di nenna di cui è maschilizzazione;
me/ mme pron. pers. m. e f. di prima persona sing.
1) forma complementare tonica del pron. pers. io; si usa come compl. ogg., quando gli si vuole dare particolare rilievo, e nei complementi introdotti da preposizioni: cercano proprio a mme; parlavano ‘e me; ll’ànno cunzignato a mme; a mme nun me ne ‘mporta; è vvenuto addu me ajere; l'à fatto pe mme; nun pigliartela cu mme ; tra me e tte non c'è stato nisciuna putecarella; raramente è anche rafforzato da stesso o medesimo: me metto scuorno ‘e me stesso | da me, da solo, senza l'aiuto altrui: ll’aggiu fatto ‘a ppe mme | per me, per quel che mi riguarda: pe mme, puó ffà chello ca vuó | secondo me, a mio parere: , pe mme è tutto sbagliato | quanto a me, per quanto mi riguarda: quanto a mme puó stà dint’ ê tranquille | tra me (o tra me e me), dentro di me, nel mio intimo: parlavo tra me e mme; | nun sapé né ‘e me né ‘e te,
2) si usa quasi sempre preceduto dalla preposizione a come soggetto nelle esclamazioni e nelle comparazioni dopo come e quanto: povero a mme!; niru me !; nun sî comme a mme; ne sapevano quanto a mme | non è quasi mai usato come predicato nominale dopo i verbi essere, parere, sembrare,
3) si usa come compl. di termine in luogo del pron. pers. mi in presenza delle forme pronominali atone lo, la, li, le e della particella ne, sia in posizione enclitica sia proclitica: m’’o dicette; me ll’à date n’ata vota; me neà fatte tante e tante; mannàtemelo; pàrlamene. L’etimo della voce a margine è dal lat. me.
ma’ che è un’apocope in funzione vocativa del sostantivo mamma cfr.ad es.: oj ma’ l’etimo della voce mamma è dal lat. mamma(m) 'mammella, poppa' e nel linguaggio infantile 'mamma, mammà’
E andiamo oltre; abbiamo i pronomi
che pron. rel. invar. corrispondente all’italiano che, ma in napoletano è spesso usato nella forma ca
1) il quale, la quale, i quali, le quali (si riferisce sia a persona sia a cosa, e si usa normalmente nei casi diretti): chillu signore ch’ è trasuto mo è ‘o direttore; ‘e perzone ca tu hê visto, so’ perzone meje tu hai visto; ‘o ggiurnale che staje liggenno è chillo d’ajere
2) talvolta è usato come compl. indiretto, con o senza prep.) soprattutto nel linguaggio pop., spec. col valore di in cui (temporale e locale):’a staggiona ca ce simmo ‘ncuntrate; paese ca vaje ausanze che truove; piú fortemente popolare o dialettale in funzione di altri compl.: è cchesta ‘a carne ca ('con cui') se fa ‘o broro | in altre espressioni dell'uso comune: (nun) tene ‘e che se lamentà, (non) ne ha motivo; (nun) tene ‘e che vivere, (non) à risorse economiche; | nun c'è che dicere, espressione di consenso
3) la quale cosa (con valore neutro, preceduto dall'art. o da una prep.): te sî miso a sturià, il che te fa onore; nun s’ è ffatto cchiú vedé, dal che aggiu capito ca nun le passa manco p’’a capa chill’affare; | come pron. interr. [solo sing.] quale cosa è usato in prop. interr. dirette e indirette): che ne sarrà ‘e lloro?; che staje dicenno?; a che pienze?; ma ‘e che te miette paura?; nun saccio che fà; nun capisco ‘e che ti lamiente; è spesso rafforzato/seguíto o, nel linguaggio familiare, sostituito da cosa: (che) cosa vuó?; nun saccio (che) cosa penza ‘e fà | che cc’ è, che nun cc’ è, (fam.) tutt'a un tratto, improvvisamente | a cche?, a quale scopo?, a qual pro? | ‘e che?/ e cche?, ‘o che?, ma che?, rafforzativi di interrogazione che esprimono stupore polemico: e che? einisse che dicere? |talora come pron. escl. [solo sing.] quale cosa: che dice!; che m’aveva capità!; ma che m’ at- tocca ‘e sèntere! | come inter., nell'uso familiare, esprime meraviglia, stupore: «Ce vaje?» «Che! (ma piú spesso Addó?) Ma neanche a dicerlo!»; «Che! Staje pazzianno?» | ma che!, lo stesso che macché ||| come pron. indef. indica qualcosa di indeterminato (solo in partic. locuzioni): ‘nu che, nun saccio che, ‘nu certo che, ‘nu certo nun saccio che, | (‘nu) gran che, (una) gran cosa: oje nun aggiu cunchiuso (‘nu) gran che; ne parlano tutti buono, ma pe mme nun è (‘nu) gran che | un, ogni minimo che, un, ogni nonnulla: ‘ncazzarse p’ ògne minimu che
come agg. interr. invar. quale, quali: che tipo è?; a che ora venarrà?; che llibre liegge ‘e solito?; nun saccio ch’ idee tene p’’a capa ||| come agg. escl. invar. quale, quali: ma che idee!; che bbella jurnata!; che perzone antipatiche! | (fam.) molto diffuso l'uso dell'agg. escl. in unione a un semplice agg., senza altra specificazione, in frasi del tipo: che bello!, che bellezza, com'è bello; che strano!, che stranezza, com'è strano | diffusa anche l'anteposizione dell'agg. qualificativo: scemo ca sî!, sei proprio stupido!
rarissimamente è s. m. anzi è usato solo nell'espressione il che e il come e sue varianti, nel senso di 'ogni cosa, tutto': voglio sapé bbuono ‘o cche e ‘o ccomme; t’addimannarrà ‘o cche, ‘o ccome e ’o quanno. L’etimo del che è dal lat. quid mentre la forma ca è forse un prestito di comodo della congiunzione di cui qui di seguito, congiunzione per la quale qualcuno ipotizza, ma poco convincentemente un’aferesi di (poc)ca=poiche mentre mi appare piú corretto l’etimo dal lat. quia→q(ui)a→qa→ca; oltretutto se il ca congiunzione fosse derivata da un’aferesi (poc)ca sarebbe buona norma scrivere il ca congiunzione con un segno d’aferesi ‘ca che distinguesse anche visivamente il ‘ca congiunzione dal ca pronome!Ma i fatti, fortunatamente, non stanno cosí! Proseguiamo
ca congiunzione che corrisponde all’italiano che
1) introduce prop. dichiarative (soggettive e oggettive) con il v. all’ind. o talvolta al congiunt..: se dice ca è partuto; fosse ora ca te decidisse; nun penzo ca chillo vene; te dico ca nun è overo; è inutile ca tu liegge chillu cartello, manco ‘o capisce... | può essere omesso quando il v. è al congiunt.: spero fosse accussí | con valore enfatico: nun è ca sta malato, pe ccerto è assaje stanco; è ca ‘e juorne nun passano maje!; forze ca nun ‘o sapive?
2) introduce prop. consecutive, con il v. all'indic. o al congiunt. (spesso in correlazione con accussí, tanto, talmente, tale ecc.): cammina ca pare ‘nu ‘mbriaco; parla pe mmodo ca te putesse capí; era talmente emozzionato ca nun riusciva a pparlà; stevo accussí stanco ca m’addurmette súbbeto; | entra nella formazione di locuzioni, come ô punto ca, pe mmodo ca etc : continuaje a bbevere pe mmodo ca se ‘mbriacaje;
3) introduce prop. causali con il v. all'indic. o al congiunt.: cummògliate ca fa friddo; nun è ca m’’a vulesse scapputtà
4) introduce prop. finali con il v. all’indicativo o al congiunt.: fa' ca tutto prucede bbuono! ; se stevano accorte ca nun se facesse male;
5) introduce prop. temporali con il v. all'indic., nelle quali à valore di quando, da quando: te ‘ncuntraje ca era ggià miezojuorno; aspetto ca isso parte; sarranno dduje mesi ca nun ‘o veco | entra nella formazione di numerose loc. cong., come ‘na volta ca, doppo ca, primma ca, ògne vvota ca, d’’o juorno ca,: ll’hê ‘a farlo, primma ca è troppo tarde; ògne vvota ca ‘a ‘ncontro me saluta sempe;
6) introduce prop. comparative: tutto è fernuto primma ca nun sperasse
7) introduce prop. condizionali con il v. al congiunt., in loc. come posto ca,datosi ca, ‘ncaso ca, a ppatto ca, nell'ipotesi ca ecc.: posto ca avesse tutte ‘e ragioni, nun s’aveva ‘acumportarse comme à fatto!; t’’o ffaccio, ‘ncaso ca t’’o mierete;datosi ca hê ‘a partí, te ‘mpresto ‘sta balicia;
8) introduce prop. eccettuative (in espressioni negative, correlata con ato, ati, ‘e n’ata manera, per lo piú sottintesi): non fa (ato) ca dicere fessaríe ; nun aggio potuto (altro) ca dicere ‘e sí!; nun putarria cumpurtarme (‘e n’ata manera) ca accussí | entra a far parte delle loc. cong. tranne ca, salvo ca, a meno ca, senza ca: tutto faciarria o facesse, tranne ca darle raggione; vengo a truvarte, a meno ca tu nun staje ggià ‘nampagna; è partuto senza ca nesciuno ne fosse ‘nfurmato;
9) introduce prop. imperative e ottative con il v. al congiunt.: ca nisciuno trasesse!; ca ‘o Cielo t’aonna! Dio ; ca ‘stu sparpetuo fernesse ampressa;
10) introduce prop. limitative con il v. al congiunt., con il valore di 'per quanto': ca i’ sapesse non à telefonato nisciuno;
11) con valore coordinativo in espressioni correlative sia ca... sia ca; o ca... o ca: sia ca te piace sia ca nun te piace,stasera avimm’’a ascí ;i’ parto oca chiove o ca nun chiove...;
12) introduce il secondo termine di paragone nei comparativi di maggioranza e di minoranza, in alternativa a di (‘e) (ma è obbligatorio quando il paragone si fa tra due agg., tra due part., tra due inf., tra due s. o pron. preceduti da prep.): Firenze è meno antica ca (o ‘e) Roma; sto’ cchiú arrepusato oje ca (o ‘e) ajere;tu sî cchiú sturiuso ca ‘nteliggente;; è cchiú difficile fà ca dicere; à scritto meglio dinto a ‘sta lettera ca dinto a cchella d’’o mese passato | (fam.) in correlazione con tanto, in luogo di quanto, nei comparativi di eguaglianza: la cosa riguarda tanto a mme ca a vvuje | in espressioni che ànno valore di superl.: songo cchiú ca certo; songo cchiú ccerto ca maje;
13) entra nella formazione di numerose cong. composte e loc. congiuntive: affinché, benché, cosicché, perché, poiché; sempe ca, in quanto ca, nonostante ca, pe mmodo ca e sim.
Dell’etimo di questa congiunzione ò già detto sub che come sempre sub che ò parlato del pronome ca = che.
Procediamo oltre. Un’ altra congiunzione molto usata nel napoletano è la congiunzione
si corrispondente all’italiano se
1) posto che, ammesso che (con valore condizionale; introduce la protasi, cioè la subordinata condizionale, di un periodo ipotetico): si se mette a pparlà,nun ‘a fernesce cchiú; si i’ fosse a tte ,me ne jesse a ffà ‘na scampagnata ; si tu avisse sturiato ‘e cchiú ,fusse o sarriste stato prumosso; si fosse dipeso ‘a me, mo nun ce truvarriamo o truvassemo a chistu punto; si fusse stato cchiú accorto , non te fusse o sarriste i truvato dinto a ‘sta situazziona (o pop.: si ire cchiú accorto , non te truvave dinto a ‘sta situazziona ) | in espressioni enfatiche, in frasi incidentali che attenuano un'affermazione o in espressioni di cortesia: ca me venesse ‘na cosa si nun è overo!; pure tu, si vulimmo sî ‘nu poco troppo traseticcio; si nun ve dispiace, vulesse ‘nu bicchiere ‘e vino; pecché, si è llecito,aggio ‘a jrce semp’i’? | può essere rafforzata da avverbi o locuzioni avverbiali: si pe ccaso cagne idea, famme ‘o ssapé; si ‘mmece nun è propeto pussibbile, facimmo ‘e n’ata manera | in alcune espressioni enfatiche e nell'uso fam. l'apodosi è spesso sottintesa: ma si non capisce ‘o riesto ‘e niente!; si vedisse comme è crisciuto!; se sapessi!; se ti prendo...!; e se provassimo di nuovo...? | si maje, nel caso che: si maje venisse, chiàmmame; anche, col valore di tutt'al più: simmo nuje, si maje, ca avimmo bisogno ‘e te;
2) fosse che, avvenisse che (con valore desiderativo): si vincesse â lotteria!; si putesse turnarmene â casa mia!; si ll’ avesse saputo primma!
3) dato che, dal momento che (con valore causale): si ne sî proprio sicuro, te crero; si ‘o ssapeva, pecché nun ce ll’ à ditto?
4) con valore concessivo nelle loc. cong. se anche, se pure: si pure se pentesse, ormaje è troppo tarde; si anche à sbagliato, no ppe cchesto ‘o cundanno
5) preceduto da come, introduce una proposizione comparativa ipotetica: aggisce comme si nun te ne ‘mportasse niente; me guardava comme si nun avesse capito; comme si nun si sapesse chi è!
6) introduce proposizioni dubitative e interrogative indirette: me dimanno si è ‘na bbona idea; nun sapeva si avarria o avesse fernuto pe ttiempo; nun saccio che cosa fà, si partí o restà; s’addimannava si nun se fosse pe ccaso sbagliato | si è overo?, si tengo pacienza?, sottintendendo 'mi chiedi', 'mi domandi' ecc.
Rammento che questa congiunzione si napoletana non viene mai usata come sost. m. invar. come invece capita con il corrispettivo se dell’italiano.
Lasciando da parte altre congiunzioni monosillabiche che non sono tipiche del napoletano in quanto corrispondenti in tutto e per tutto a quelle della lingua nazionale ( e, ma, o= oppure etc.) mi lascio portar per mano dalla congiunzione si per illustrare l’omofono, ma non omografo
si’ che è l’apocope di si(gnore) e pertanto esige il segno diacritico dell’apostrofo. viene usato per solito davanti ad un sostantivo comune o davanti a nome proprio di persona (ad es.: ‘o si’ prevete= il signor prete, ‘o si’ Giuanne = il signor Giovanni.) L’etimo del lemma signore da cui l’apocope a margine si’ è dal francese seigneur forgiato sul latino seniore(m) comparativo di senex=vecchio,anziano.
Ricordo che càpita spesso che sulla bocca del popolino, meno conscio o attento della/alla propria lingua, (la qual cosa non fa meraviglia)ma – inopinatamente – pure sulle labbra e sulla punta della penna di taluni pur grandi e grandissimi autori partenopei accreditati d’essere esperti e/o studiosi della parlata napoletana la voce a margine è resa con la trasformazione del corretto si’ (che è di per sé – come ò sottolineato - è l’apocope di si(gnore) ) con uno scorretto
zi’ (che è l’apocope di uno zio/a etimologicamente derivante da un tardo latino thiu(m) e thia(m) da un greco tehîos ) ed usato quasi esclusivamente nei vocativi (o’ zi’!) per cui si ottenengono gli scorretti zi’prevete o zi’ Giuanne.
Per restare nel tema suggerito dal si’= signore parlo di un altro monosillabo che è usato per indicare la voce signora; si tratta di
sié che è l’apocope di si(gnora) e pertanto esigerebbe il segno diacritico dell’apostrofo, ma gli si preferisce l’accento per evitare che si possa leggere síe piuttosto che correttamente sié. La voce apocopata a margine etimologicamente deriva da una voce francese femminilizzata e metatetica di seigneur→seigneuse→ sie-(gneuse). Purtroppo anche per il caso di questo sié càpita spesso che sulla bocca del popolino, meno conscio o attento della/alla propria lingua, (la qual cosa non fa meraviglia)ma – inopinatamente – pure sulle labbra e sulla punta della penna di taluni pur grandi e grandissimi autori partenopei accreditati d’essere esperti e/o studiosi della parlata napoletana la voce a margine è resa con la trasformazione del corretto sié= signora con uno scorretto
zi’= zia; mi è infatto occorso di lèggere in una pubblicazione sui proverbi napoletani (di cui per carità di patria taccio il nome del compilatore) un notissimo proverbio riportato come Dicette 'o zi' moneco,a’ zi’ Badessa: "Senza denare, nun se cantano messe..." infece che correttamemente Dicette 'o si' moneco,â sié Badessa: "Senza denare, nun se cantano messe..." ed ovviamente il fatto scorretto non consiste nell’avere usato a’ al posto di â per dire alla, quanto per avere usato impropriamente zi' moneco, e zi’ Badessa al posto di si' moneco, e sié Badessa.
Ciò detto passiamo agli avverbi monosillabici, cominciando con il
sí avverbio olofrastico affermativo corrispondente all’italiano sí
1) si usa dunque nelle risposte come equivalente di un'intera frase affermativa (può essere ripetuto o rafforzato): "Ệ capito?" "Sí"; "Venono pure lloro?" "Sí"; anche, "Sí, sí", "Sí certo", "Comme!Sí!", "Sí overamente ", "Ma sí!" | ' dicere ‘e sí, acconsentire ' risponnere ‘e sí, affermativamente ' paré, sperà, crerere ecc. ‘e sí, che sia cosí ' | e ssí ca = e dire che ' sí, dimane, (fam. iron.) no, assolutamente no
2) spesso contrapposto a no: dimme sí o no!; un giorno sí e n’ato no, a giorni alterni ' sí e nno, a malapena ' ti muove, sí o no?, esprimendo impazienza ' cchiú ssí ca no, probabilmente sì ;
3) con valore di davvero, in espressioni enfatiche: chesta sí ca è bbella!; chesta sí ch’è ‘na nuvità!
talvolta è usato come s. m. invar.
1) risposta affermativa, positiva: m’aspettavo ‘nu sí; risponnere cu ‘nu un bellu sí; ‘e spuse ànno ggià ditto ‘o sí; stare tra ‘o sí e o no, essere incerto; decidersi p’’o ssí, decidere di fare qualcosa '
2) pl. voti favorevoli: si songo avute tre ssí e quatto no.
L’etimo di questo sí è dal lat. sic 'cosí', forma abbreviata della loc. sic est 'cosí è'; poi che la voce in esame deriva da un si(c) con la caduta di una consonante e non di una sillaba non sarebbe previsto alcun segno diacrito sulla parola derivata, ma è stato giocoforza accentare la i di questo sí per con confonderlo anche graficamente dal si congiunzione o dal si’ apocope di signore.
Di... segno opposto l’avverbio olofrastico negativo
no scritto privo di qualsiasi segno diacritico, da non confondersi con l’omofono,ma non omografo art. indeterminativo ‘nu/’no
cca avv = qui, in. questo luogo; vale l’italiano qua; etimologicamente dal lat. (ec)cu(m) hac; da notare che in parlata napoletana (così come in italiano il qua corrispettivo) l’avverbio a margine va scritto SEMPRE senza alcun segno diacritico trattandosi di monosillabo che non ingenera confusione con altri; in parlata napoletana esistono , per vero, una cong. ed un pronome ca = (che), congiunzione e pronome che però si rendono ambedue con la c iniziale scempia, laddove l’avverbio a margine è scritto sempre con la c iniziale geminata ( cca) e basta ciò ad evitar confusione tra i due monosillabi e non necessita accentare l’avverbio, cosa che – invece – purtroppo capita di vedere negli scritti di taluni sedicenti scrittori partenopei, dei quali qualcuno addirittura usa scrivere l’avverbio a margine cca’con un pleonastico segno (‘) d’apocope atteso che non v’è alcuna sillaba finale che sia caduta e che vada segnata con il segno diacritico !
brak
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