mercoledì 16 agosto 2017

VULISSE METTERE ‘O CÀNTERO CU ‘ARCIULO?



VULISSE METTERE ‘O CÀNTERO CU ‘ARCIULO?

Letteralmente: Vorresti porre (a confronto) il pitale con l’orcio? Id est: Avresti forse intenzione, con il tuo errato  comportamento,e/o argomentare  di entrare in una tale confusione da non essere in grado piú di cogliere le differenze intercorrenti tra un volgare contenitore di deiezioni (il càntaro) ed un  signorile, magari pregiato  grande vaso panciuto di terracotta usato per conservare olio o derrate alimentari (l’orcio)?
L’espressione in epigrafe  ripete, ma in maniera quanto  piú colorita ed icastica, il concetto  dell’italiano confondere la lana con la seta  espressione quest’ultima che, oltre ad essere meno colorita della napoletana,  à in sé un che di anòdino, ambiguo, dubbio,  enigmatico, oscuro  atteso che non è semplicissimo intendere quale tra la lana e la seta sia il filato da tenere in maggior considerazione; al contrario  nell’espressione napoletana che non ingenera dubbi,  facilmente si coglie quale tra i due sia il contenitore piú nobile; l’espressione napoletana è usata come sarcastico, salace commento al vacuo, vuoto, inconsistente, futile, fatuo   ragiomento di uno sciocco sprovveduto che pone a paragone due soggetti o concetti diametralmente opposti e tra i quali non vi dovrebbe essere confusione e/o competizione; l’espressione è usata altresí come salace commento all’ inconsistente, futile, fatuo atteggiamento che tenga    uno spocchioso supponente  che,  privo di ogni acclarata dote fisica (forza,energia, vigore etc. ) e/o morale (cultura,preparazione, istruzione, coraggio etc.) pretenderebbe di entrare in competizione con chi invece di  quelle doti sia indubbiamente e patentemente fornito; va da sé che in tale ipotetico confronto il supponente rappresenterebbe il càntaro  e l’antagonista l’arciulo.
vulisse  letteralmente volessi, ma qui vorresti voce verbale (2 ªprs. sg. dell’imperfetto congiuntivo) dell’infinito vulere/é= volere che è dal  lat. volg. *volíre→*vulire→vulére, per il class. velle, ricostruito sul tema del pres. volo e del perfetto volui; la voce a margine come détto è la 2ªprs. sg. dell’imperfetto congiuntivo e correttamente andrebbe reso con il congiuntivo volessi , ma spesso il napoletano usa il congiuntivo come condizionale (modo che pure esiste in grammatica napoletana, ma che è raramente usato preferendoglisi il congiuntivo imperfetto ed è presente quasi soltanto negli scritti  di poeti canzonieri o giornalisti  letterati fattisi condizionare per un motivo od un altro  dalla lingua ufficiale: cfr. ad es.: Vincenzo Russo  I’ te vurria vasà e Armando Pugliese Vurria;bizzarrie di chi si lascia influenzare se non addirittura  mettere le pastoie  dall’italiano o di chi vi si abbandona temendo di incorrere in qualche strafalcione grammaticale; un popolano nel suo istintivo eloquio veracemente napoletano non potrebbe mai dire: I’ te vurria vasà” direbbe sempre “I’ te vulesse vasà”, né direbbe “Vurria”, ma sempre “vulesse” con buona pace di V. Russo, A.Pugliese  e qualche altro!;  per tale motivo l’attesto congiuntivo volessi  è stato reso qui  con il condizionale vorresti;
 mettere = disporre, collocare, porre (anche fig.) indossare, vestire etc. dal lat. mittere 'mandare' e poi  'porre, mettere';

càntaro s.m.  alto vaso cilindrico di terracotta rivestito all’interno ed all’esterno di uno smalto o  patina idrorepellente che, dopo l’uso favorisse la pulizia di tale vaso di comodo,contenitore provvisto, per lo spostamento, di due anse laterali e di  un’ampia bocca con cordolo doppio su cui potersi comodamente sedere; tale vaso fu  usato un tempo per raccogliere le deiezioni solide; per quelle liquide ci si serviva di un piú piccolo e maneggevole contenitore di ceramica patinata  o, piú spesso,  di ferro smaltato che ebbe come nome alternativamente o ruagno o piú comunemente  rinale(voce però  piú moderna, evidentemente ricavata per deglutinazione  da (o)rinale ;) ruagno fu invece voce piú antica usata ancóra negli anni ’50 sia pure soltanto sulla bocca delle persone piú vecchie: nonni, nonne e/o zii molto anziani,voce usata anche come bruciante offesa(cfr. l’espressione: Sî ‘na scarda ‘e ruagno!(Sei un coccio di orinale!); quanto  all’etimo di ruagno  dirò che essendo solitamente questo piccolo vaso di comodo ubicato nei pressi del letto per essere prontamente reperito in caso di impellente necessità, scartata l’ipotesi fantasiosa che  ne fa derivare il nome da un troppo generico greco organon (strumento), penso si possa aderire all’ipotesi che fa derivare la voce  ruagno  dal  greco  ruas  che indica lo scorrere, atteso che il ruagno era destinato ad accogliere  improvvisi scorrimenti derivanti o  da cattiva ritenzione idrica, oppure da attacchi diarroici   viscerali; tornando alla voce càntaro, etimologicamente esso  è un  derivato del lat. cantharu(m)  che è dal greco kantharos;rammento che il termine càntaro non va assolutamente  confuso  con la voce cantàro  che è voce indicante una misura: quintale ed è  derivata dall’arabo qintar (cfr. l’espressione Meglio ‘nu cantàro ‘ncapo ca n’onza ‘nculo! Meglio un quintale in testa che un'oncia nel sedere! Id est: meglio patire un danno fisico, che sopportare il vilipendio di  uno morale. In pratica gli effetti del danno fisico, prima o poi svaniscono o si leniscono, quelli di un danno morale perdurano sine die. A margine di tale espressione rammento che talvolta sulla bocca di napoletani meno consci della propria lingua l’espressione Meglio ‘nu cantàro ‘ncapo ca n’onza ‘nculo! è resa con una scorretta  È mmeglio ‘nu càntaro ‘ncapo ca  n’onza ‘nculo  cioè Meglio portare un càntaro in testa  che un’oncia in culo espressione che comunque non à una  ragione logica  in quanto è incongruo mettere in relazione un pitale (càntaro) con un peso (oncia) piuttosto che rapportare  due misure:  quintale (cantàro) ed oncia (onza)).
arciulo s.m. orcio;  come ò già détto:  grande vaso panciuto di terracotta, che soprattutto un tempo era usato per conservare liquidi, in partic. l'olio e /o altre derrate alimentari come olive in salamoia,  oppure ortaggi bolliti in aceto e conservati sott’olio(melanzane, peperoni, sedano ed altro) oggi si impiega per lo piú come vaso da piante; l’etimo di arciulo è dal lat. *urceolu(m) diminutivo di urce(um).
raffaele bracale 23/10/08

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