mercoledì 9 dicembre 2009

ROVISTARE – FRUGARE - & dintorni

ROVISTARE – FRUGARE - & dintorni
L’idea di queste paginette nacque all’indomani d’un mio incontro con l’amico N.C.(i consueti problemi di privatezza mi costringono ad indicare solo le iniziali di nome e cognome) che, al termine di infruttuose ricerche (operate in un paio delle mie librerie colme di libri e/o faldoni di mie noterelle) di non ricordo bene quale vecchio volume, mi chiese quali verbi del napoletano rendessero quelli dell’italiano. Cercherò perciò con le paginette che seguono di accontentare l’amico N. C. e qualche altro dei miei ventiquattro lettori. Cominciamo dunque con le voci dell’italiano:
Rovistare v. tr.
cercare minutamente e diligentemente; frugare (anche assol.): rovistare i cassetti, frugare nella spazzatura.
L’etimo è il lat. revisitare→revis(i)tare→rovistare, comp. di re-, con valore iterativo, e visitare 'visitare';
Frugare v. intr.
cercare minutamente e insistentemente tra piú cose: frugare tra i rifiuti, nei cassetti ;
come v.tr.
1 rovistare: frugare le tasche
2 perquisire: ordinò di frugare i passeggeri | (fig.) indagare, esaminare con lo sguardo; scrutare;
3 (ant.) stimolare | tormentare.
Etimologicamente derivato da una lettura metatetica del lat. volg. *furicare→*frucare→frugare, dal class. furari 'rubare', che è da fur/ furis 'ladro';
Razzolare v. intr.
1 raspare il terreno per trovare cibo (detto spec. di pollame) ' predicare bene e razzolare male, (fig.) comportarsi bene solo a parole ' prov. : chi di gallina nasce, convien che razzoli, nei figli si ritrovano i difetti dei genitori
2 (estens. fam.come nel caso che ci occupa ) rovistare, frugare: razzolare fra le carte.
Etimologicamente forse derivato da un ant. razzare «raspare, grattare», che è da un longobardo razjan, ma non manca chi sospetta un lat. parlato *radiulare intensivo di *radiare = il raspare che fa il cavallo con le zampe; preferisco la derivazione dal latino parlato.

E veniamo all’idioma napoletano dove, al solito, troviamo voci verbali che sono molto piú precise delle generiche voci dell’italiano.


Cartapellà/scartapellïà v. tr. ( si tratta di due verbi di cui il secondo è un frequentativo (cfr. la prostesi della s intensiva e/o iterativa napoletana) del primo); valgono ambedue : frugare, rovistare intensamente,ma farlo tra oggetti vecchi ed inutili,carabattole,cianfrusaglie masserizie di nessun tutte cose che in napoletano son dette (con derivazione dal t. lat. *cartabellu(m)=brogliaccio) cartapelle/scartapelle donde i verbi a margine che ne son denominali; il verbo scartapellïà oltre ai significati détti, à quello piú preciso di sfogliare un volume o dei fogli, ma in fretta e disordinatamente, alla ricerca di qualcosa: scartapellïà ‘nu cartularo (sfogliare un vecchio brogliaccio o quaderno) .Per quanto riguarda la coniugazione del verbo in ïare/ïà ci si regoli come per la voce successiva;
Fucechïà v. int.
antico verbo partenopeo tanto antico e appartenente quasi del tutto ai lessici popolari e/o familiari, da non trovar posto in nessuno dei numerosi calepini della lingua partenopea da me consultati che ànno tutti (con qualche rara eccezione) il torto d’esser stati compilati attingendo quasi esclusivamente o solo negli scritti dei classici e non anche nel parlar popolare.
Cominciamo súbito col fornire il particolare, singolare significato italiano del verbo fucechïare/fucechïà che vale: frugare insistentemente e continuamente, rovistare con insistenza, cercare e reiteratamente indagare, ma (ecco la particolarità!) non allo scopo di trovare un quid, quanto per dar libero sfogo al proprio bisogno, per vizio o curiosità, di rimestare insistentemente nelle cose (tasche, scatole, mobili ed affini) anche senza un preordinato fine; tale comportamento un tempo fu tipico dei bambini, ma pure di taluni adulti.
Prima di soffermarci sull’etimologia del verbo in esame, rammenterò che il verbo fucechïare/fucechïà, come il precedente scartapellïà avendo la ï della desinenza ïare/ïà comporta una coniugazione dell’ind. presente del tipo in ejo piuttosto che in eo pur cui avremo: fucechéjo – fucechje – fucecheja – fucechjammo – fucechjate – fucechejano (e non fúceco – fúceche – fúceca – fucecàmmo – fucecàte – fúcecano) come vedemmo altrove per tutti i verbi terminanti in ïare; è ovvio che tale tipo di coniugazione valga ugualmente per tutti gli altri tempi, avendosi ad es. per il pass. remoto fucecheïaje e non fucecaje e cosí via.
E veniamo infine all’etimologia del verbo a margine.
Fucechïare/fucechïà à una evidente derivazione (come l’italiano frugare) da un lat. volg. *furicare, per il class. furari 'rubare', che è da fur furis 'ladro', però secondo un diverso percorso morfologico; nel napoletano abbiamo:furicare→ (per metatesi) fruicare donde con epentesi eufonica di una C→ frucicare→fucicare con successiva dissimilazione totale della prima liquida r ed infine con ulteriore epentesi vocalica della I (che poi occorse fornir di dieresi per non incorrere nel dittongo ià) si giunse al napoletano fucechïare/ fucechïà.Anche il percorso semantico mi appare ovvio atteso che è proprio del fur (ladro) il bisogno di frugare insistentemente e continuamente, rovistare con insistenza, cercare e reiteratamente indagare allo scopo di trovare e/o scegliere ciò che vi sia da sottrarre.

Revistà v. tr.
cercare minutamente, ma un po’ alla carlona; frugare. Come il corrispondente rovistare dell’italiano è verbo a funzione generica e plurima che si adatta a molte circostanze. L’etimo è dal lat. revisitare→revis(i)tare→revistare/revistà, comp. di re-, con valore iterativo, e visita¯re 'visitare';

Scatulïà v. tr.
cercare minutamente e diligentemente; frugare, ma farlo segnatamente tra cose ed oggetti conservati in iscatole; è verbo perciò piú preciso e circostanziato dei precedenti.
Quanto all’etimo si tratta di un denominale iterativo (attraverso l’anaptissi di una i ) del s.vo scatula (che è da una lettura metatetica del lat. med. castula(m) );
Scervecà v. intr.
cercare, frugare, ma farlo con ordine e sistematicità come si evincerà dall’etimologia; si tratta però di un verbo molto antico che benché un tempo fosse stato molto usato nel parlato della città bassa ed in particolare della zona piú popolare, è ormai del tutto desueto e ne resta la sola memoria, a parte in qualche calepino, nel Lo Cunto de li Cunti overo lo trattenemiento de' Peccerille denominato piú spesso Pentamerone, per la struttura formata da cinque giornate e cinquanta racconti, opera fondamentale del letterato e scrittore italiano di epoca barocca, primo a utilizzare la fiaba come forma di espressione popolare, Giambattista Basile detto anche il Boccaccio napoletano le cui opere piú famose"Le muse napolitane" furono scritte nell’idioma napoletano: (Giugliano in Campania, 1566 o 1575 – †Giugliano in Campania, 1632);
interessantissima l’etimologia del verbo a margine: è voce derivata da un tardo lat. *ex-seper(i)care (frequentativo di un class. *ex-separare = separare con sistematicità) con prefisso ex che è estrattivo, metatesi exsepercare→exserpecare→scerpecare,e lenizione di p→v e dunquescerpecare →scervecare/scervecà verbo che semanticamente contiene l’idea della ricerca operata con ordine e sistematicità, separando le cose con metodo ed organicità.
Trafechïà v. intr. 1 trafficare, darsi da fare, affaccendarsi, aver pratica 2 (per est.come nel caso che ci occupa)frugare ripetutamente, rimestare ma improduttivamente continuatamente tra le medesime cose; etimologicamente il verbo a margine è da un basso lat. *trans-ficare dove il ficare sta per facere da *trans-ficare→tra(ns)ficare→ traficare donde con anaptissi di una ï e della conseguenziale h per render gutturale il suono della c altrimenti palatale seguito dalla i, si giunge a trafechïà che comporta la coniugazione simile a quella dei pregressi scartapellïà e fucechïà; l’anaptissi della ï e della conseguenziale h si resero necessarie per evitare di confondere il verbo in esame con un precedente trafecà diverso per significato ed etimo: infatti il preesistete trafecà (che è dal catalano trafegar ) significa travasare il vino e non frugare ripetutamente, rimestare, né trafficare, darsi da fare.
E cosí penso d’aver convenientemente e ad abundantiam risposto alla domanda dell’amico N.C. e d’aver contentato anche qualche altro dei miei ventiquattro lettori, per cui reputo di poter mettere il punto fermo con il consueto satis est.
Raffaele Bracale

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