giovedì 5 dicembre 2019

E CQUANNO MAJE SI’ JACULO È GGHIUTO Â MESSA?!


E CQUANNO MAJE SI’ JACULO È GGHIUTO Â MESSA?!
La desueta e datatissima [risalente addirittura alla seconda metà del 1600] locuzione interrogativa esclamativa da rendersi in lingua nazionale, con tono di sorpresa: “E quando è mai (accaduto) che il signor Giacomo si è recato a Messa?!”nacque a Napoli nella città bassa in riferimento a chi tenesse o fósse accreditato di tenere atteggiamenti inconsuenti ben diversi da quelli normalmente tenuti... e nacque prendendo spunto da ciò che era accaduto a quel tal  Giacomo Fantuzzi che nato  a Ravenna il 9 maggio 1616 quale discendente dal ramo ravennate dell'antica e nobile famiglia bolognese  di quel  Monte,magistrato dei Savi,  ricevette un'ottima educazione, tanto che, dopo esser stato avviato agli studi letterari e  conseguita  una laurea in utroque ed  un'altra in discipline umanistiche, si  trasferí a Roma presso la corte pontificia e  fu destinato da Innocenzo X[(Roma, 6 maggio 1574 – †Roma, 7 gennaio 1655),  236º papa della Chiesa cattolica] [benché notorio mangiapreti ed  in giovane età e molto prima che poi, convertitosi, fósse ordinato sacerdote]  ad uditore della nunziatura di Polonia e  nel 1645 il nunzio Giovanni De Torres lo nominò protonotario apostolico per un lungo periodo durato  circa sette anni, dall’ agosto 1645 al maggio 1652.Lasciata la Polonia iniziò  un avventuroso viaggio di ritorno a Roma, percorrendo  un iter geografico-culturale estraneo alla sua conoscenza della realtà religiosa, ma che gli  forní un approccio piú concreto ad una parte d'Europa sconvolta dalla guerra dei trent'anni.La vertiginosa carriera di Giacomo Fantuzzi fu attribuita dal popolo minuto della nostra città bassa non alla cultura, nè alla sua sapienza, né al savoir faire bensí al solo fatto che avesse un volto da bravo ragazzo o addirittura da uomo consacrato, i medesimi che talora mostrano di avere  o sono ritenuti di mostrare alcuni che in realtà agiscono da cattivi soggetti [cosa che, nella locuzione in esame,è resa con l’espressione:  non sentir messa  ]. A margine di quanto détto rammento che talora, ma erroneamente, la locuzione in esame è riportata come:  “E quanno maje zi’ Jaculo è gghiuto â messa?!”incorrendo nel quiproquó di confondere   zio e signore attraverso la  la trasformazione del corretto si’ (che è di per sé l’apocope di si-(gnore) con uno scorretto zi’ (che è l’apocope di uno zio/a etimologicamente derivante da un tardo latino thiu-m; similmente, in altre locuzioni che originariamente son forgiate con  il  sié (signora)si trova un’incongrua ‘a zi’ che vale zia ed etimologicamente deriva da un tardo latino thia-m forgiata su di un greco tehîos;  sié   è l’apocope ricostruita di signora dalla  voce francese femminilizzata e metatetica di seigneur cioè da  seigneuse→sie-(gneuse).
Jaculo nome proprio m.le [alibi anche Jacuvo] id est Giacomo; etimologicamente  Jaculo ed Jacovo    altro non sono  che l’adattamento del nome proprio francese Jacque, nome con il quale colà si soprannominò il contadino sciocco e semplicione, contadino che in tal veste entrò nel teatro delle marionette dove fu Jacovo o Jacoviello e le sue azioni furono le jacovelle jacuvelle  o, con diversa scrittura, le ghiacovelle sostantivo che già trattai abbondantemente.
Satis est. R.Bracale

MAMMONA E MAMMONE


MAMMONA E MAMMONE
Mi scrive il carissimo amico N.C. (al solito, motivi di riservatezza mi impongono di  riportar solo le iniziali di nome e cognome di chi mi scrive per sollecitar ricerche) che imbattutosi nella frase di Nostro Signore Gesú Cristo: «Non potete servire a Dio e a Mammona»[riportata  in Matteo (6,24) ed in Luca (16,13)]mi chiede se il Mammona dei Vangeli à nulla a che spartire con il Mammone [mostro che, nei tempi andati,  per spaventare i bambini restii ad ubbidire, si minacciava di far intervenire. Gli rispondo: carissimo non ti sbagli; non si tratta di una semplice assonanza perché Mammona e Mammone sono la medesima cosa e cioè il Demonio e precisamente Belzebú come affermarono Niccolò di Lira[(Lira, 1270 circa - †Parigi, 23 ottobre 1349),   francescano e teologo francese] e san Gregorio di Nissa [ (Cesarea in Cappadocia, 335 – †Nissa, 395 circa), vescovo e teologo greco antico]; ed il termine Mammona [greco mamonas] fu mantenuto nei Vangeli sino alla seconda traduzione CEI,  mentre nella traduzione 2008 la parola venNe sostituita con "ricchezza" forse per rendere piú intelligibile il concetto; va da sé che il Mammone napoletano à la medesima etimologia del Mammona dei Vangeli  e cioé l’acc. lat. chiesastico mammona-m che è dall’arabo maimum; atteso che l’etimologia è la medesima non v’à dubbio che il significato sia il medesimo con il Demonio che, almeno per i credenti è veramente un mostro spaventoso.Non mi pare ci sia altro da aggiungere per cui mi fermo qui, sperando d’avere accontentato l’amico N.C. ed interessato qualcun altro  dei miei ventiquattro lettori e  chi  forte dovesse imbattersi in queste paginette. Satis est.
Raffaele Bracale

LAGNA – LAMENTO & DINTORNI


LAGNA – LAMENTO & DINTORNI
Questa volta è stato  il caro amico G. G. (i consueti problemi di riservatezza mi costringono ad indicare solo le iniziali di nome e cognome) a  chiedermi di illustrare le eventuali differenze tra le voci in epigrafe e di indicargli le voci dell’idioma partenopeo che le rendono  . Accontento lui e qualche altro dei miei ventiquattro lettori,entrando súbito in argomento.
Lagna  s.vo f.le
1– Lamento insistente e noioso: finiscila con quella lagna!; per estens., di discorso o faccenda lunghi, interminabili, noiosi: che lagna questa conferenza!; protesta o lamento ripetuto, insistente | (estens.) testo, discorso, brano musicale lento, prolisso, noioso;
fig. anche riferito a persona lagnosa: quella lagna  di mia sorella!; sei proprio una lagna, bella mia! 
2 -anche cosa molesta, che dia motivo di lagnarsi: Lèvati quinci e non mi dar più lagna (Dante).
Quanto all’etimo è un deverbale del lat. lania(re) 'dilaniare', poi 'dolersi, lamentarsi', dall'abitudine delle prefiche di graffiarsi gli arti ed il volto  e strapparsi i capelli in segno di dolore.


Lamento s.vo m.le
1 suono, voce, parola che esprime dolore; per estens., verso di dolore di un animale: emettere, mandare, levare un lamento; un lamento straziante; il lamento di un cane ferito | lamento funebre, (etnol.) manifestazione rituale di cordoglio, espressa davanti alla salma nelle forme consacrate dalla tradizione (grida, nenie, gesti ecc.)
2 (estens.) suono flebile e triste: il lamento di un violino
3 espressione di risentimento; lagnanza, rimostranza: essere sordo ai lamenti altrui
4 componimento in versi, per lo piú di carattere popolare, in cui si esprime il dolore per la morte di una persona,  diffuso soprattutto nel medioevo;
5 (mus.) composizione vocale che commemora un personaggio illustre; nell'opera, aria in cui il personaggio esprime la sua disperazione per la morte della persona amata.
Quanto all’etimo è dal lat. lamentu(m);
Gemito s.vo m.le
grido sommesso, lamento; voce di dolore (anche fig.): i gemiti dei feriti; il gemito del vento; il gemito del popolo oppresso. Quanto all’etimo è voce  dal lat. gemitu(m)deverbale  di gemere;

 guaíto s.vo m.le
1 in primis verso acuto, breve e lamentoso emesso da animali, e spec. dal cane quando prova dolore
2 (estens.) lamento | (spreg.) stonatura nel canto, forzatura della voce.
Quanto all’etimo è voce deverbale di guaire che è dal lat. vagire 'vagire', con gu- iniziale di orig. germ.; cfr. ad es. guado(dal lat. vadu(m), connesso con vadere 'andare, passare', con gu- iniziale tipico delle voci di orig. germanica)
; 
lamentela s.vo f.le
lamento continuo o ripetuto; lagnanza: è una lamentela generale; si sentono lamentele sul suo conto.
Quanto all’etimo è voce derivata da lamentu(m) con suff. durativo  ela  come per querela, cautela ecc.
E passiamo alle voci napoletane che rendono quelle dell’italiano:

addiasillo s.vo m.le
lamento continuo o ripetuto; lagnanza, piagnisteo, querimonia; etimologicamente è voce ricavata corrompendo ed agglutinando in un sol termine una parte  dell’espressione latina: dies irae, dies illa→(dies irae)diesilla→diasillo con prostesi di un ad intensivo: ad+diasillo→addiasillo; dies irae, dies illa (giorno dell’ira, quel dí) è l’inizio d’una sequenza  della liturgia dei defunti  del religioso francescano, poeta e scrittore Tommaso da Celano (Celano, circa 1200 – †Val dei Varri, circa 1270) autore appunto  dell'inno Dies irae di  due vitae di san Francesco d'Assisi, di una vita di santa Chiara, ed almeno due lodi del Poverello.

diasilla s.vo m.le
, mugolio, piagnucolio, lamento, pianto, querimonia,  lamentazione, lagno; etimologicamente è voce derivata, come dalla precedente dalla  corruzione ed agglutinazione in un sol termine della sola   parte finale  dell’espressione latina: (dies irae,) dies illa→diasilla (giorno dell’ira, quel dí)
gnagnera s.vo f.le piagnucolio, lamento insistente, fastidioso  e non motivato di donna querula; quanto all’etimologia è voce, come attestato nella stragrande maggioranza dei maggiori lessici in uso (D.E.I. – Treccani – Garzanti ed altri) palesemente onomatopeica, presente in varie altre parlate regionali con significati analoghi; fa eccezione il solo D’Ascoli che fantasiosamente   si inventò una derivazione  da un non attestato  spagnolo ñaña (lèggi gnagna )(escremento) in un suo bizzarro significato estensivo di fastidio.Dissento dal D’Ascoli toto corde e mi accodo ai D.E.I. – Treccani – Garzanti ed altri.
catalajo s.vo m.le  voce antica ed ormai desueta; tuttavia talora la si ritrova, sulla bocca di vecchi partenopei della città bassa,  corrotta in cantaguaje riferita a persona che sia solita  lamentarsi di sue vere o piú spesso presunte sventure, avversità, traversie; di per sé invece la corretta  voce a margine vale lamento, gemito dolente,lagnanza mesta e dolorosa espresso ad alta voce ed è etimologicamente costruita sul  s.vo lajo (che è dal fr. lais=suono, canto) con protesi di un catà rafforzativo; rammento che il sostantivo lajo/laio è presente anche nella lingua italiana ed  indicò in origine,  con riferimento  alla poesia francese medievale, un  componimento lirico di argomento amoroso o fantastico, recitato o cantato con accompagnamento musicale; successivamente  il medesimo s.vo  anche nel linguaggio poetico della lingua italiana (usato però esclusivam. al plur. lai),indicò voci meste e dolorose, lamenti.
La stessa voce, per sineddoche (causa-effetto), è usata per significare sventura, disgrazia.
iumisso anzi jumisso  s.vo m.le
 Voce antica, ma  desueta ed assente, purtroppo per me che l’ò cercata,  in tutti i repertorii in mio possesso;corrisponde però  all’italiano gemito in tutti i  suoi significati: grido sommesso, lamento; voce di dolore (anche fig.); in mancanza di possibilità di confronti, ò dovuto far da solo e  reputo, a mio modo di vedere,  che  l’etimo  sia un adattamento locale (ge→ju) dal francese gemisse(ment)= gemito;  per il passaggio della g palatale ad j cfr. ad es.: jennero che è da generu(m); non meraviglia altresí il passaggio di   e ad u cosa normale in sillaba iniziale atona (cfr. perócchio ma purucchiuso, tellína→tunninola etc.);
lagno s.vo m.le nel suo significato primo la voce a margine vale: fossato con acqua, acquitrinio fangoso ma, per traslato vale lamento fastidioso  o lagnanza insistente e noiosa, l’uno e l’altra semanticamente vicini al fastidio d’un acquitrinio fangoso ed appiccicaticcio;  per quanto riguarda l’ etimo  della voce   preferisco  accodarmi   all’idea dell’amico prof. Carlo Iandolo che lègge in questo  lagno un agg.vo amnius da amnis=fiume con successiva agglutinazione dell’art. l→  *l-amnius  ed esito finale lagnu(s)→lagno , come somniu(m)→sogno, piuttosto che ritener la voce (considerato il suo significato primo) un deverbale di di lagnarsi che, come ò già detto,  è dal lat. laniare 'dilaniare', poi 'dolersi, lamentarsi', dall'abitudine delle prefiche di graffiarsi e strapparsi i capelli in segno di dolore.
lamiénto s.vo m.le s. m.
1 suono, voce, parola che esprime dolore; per estens., verso di dolore di un animale:fa unu lamiento (si lamenta in continuazione);’nu lamiento strazziante (un lamento straziante); ‘o lamiento ‘e ‘nu cane feruto(il lamento di un cane ferito) | ‘o lamiento d’’o funnarale( il lamento funebre), (etnol.) manifestazione rituale di cordoglio, espressa davanti alla salma nelle forme consacrate dalla tradizione (grida, nenie, gesti ecc.)
2 (estens.) suono flebile e triste: il lamento di un violino
3 espressione di risentimento; lagnanza, rimostranza: essere sordo ai lamenti altrui
per quanto riguarda l’ etimo  la voce è dal lat. lamentu(m);
lòteno s.vo m.le è propriamente un litigio lungo, noioso,ripetitivo che spesso si ripropone a scadenze continue; di tale lòteno la caretteristica precipua è appunto quella  d’essere noiosamente ripetitivo ( donde il fastidio affine a quello del pregresso lagno) e quasi appiccicaticcio; etimologicamente lòteno è da collegarsi a lota = fango (dal lat. lutum a sua volta dalla medesima radice di   luere=lavare, bagnare; partendo da lota(fango, terra bagnata) si va a lotulum (fangoso, melmoso, appiccicaticcio) donde con dissimilazione l→n  il nostro lòteno;

‘nzíria s.vo f.le  è il fastidioso, lamentoso   capriccio proprio del bambino piccolo, d''o criaturo, capriccio accompagnato spesso  dal piagnucolare senza motivo apparente e per ciò indica estensivamente indica anche un prolungato, lamentoso pianto, apparentemente non supportato da cause facilmente riscontrabili o riconoscibili; tale lamentoso piagnucolare è, ovviamente, costume dei bambini e segnatamente degli infanti, ai quali – impossibilitati a rispondere – sarebbe vano o sciocco chieder ragione del loro pianto; spesso di tali piccoli bambini che, all’approssimarsi dell’ora del riposo notturno, comincino a piagnucolare lamentosamente se ne suole commentare l’atteggiamento con l’espressione:Lassa ‘o stà… è ‘nziria ‘e suonno… (lascialo stare,non curartene, non preoccuparti:  è bizza dovuta al sonno… per cui bisogna aver pazienza!).
Rommento ancóra che un tempo accanto alla forma ‘nziria, vi furono anche, con medesimo significato:zírria, zirra .
Per quanto riguarda l’etimologia del vocabolo ‘nziria (da cui gli aggettivi ‘nzeriuso/’nzeriosa che connotano i bambini/e che si abbandonano ai capricci ed alle bizze) scartata l’ipotesi che provenga da un in + ira: troppo distanti sono infatti l’idea di ira da quelle di bizza, capriccio, non mi sento neppure di aderire a ciò che fu proposto dall’amico avv.to Renato de Falco nel suo, peraltro informato Alfabeto napolitano vol. 1° e cioè che la parola ‘nziria potesse discender dal greco sun-eris = con dissidio, stante quasi il contrasto che si viene a creare tra il bambino in preda alla ‘nziria e l’adulto che dovrebbe dar corso alle richieste, in quanto reputo l’eventuale contrasto solo un effetto della ‘nziria, non il suo sostrato; penso che sia molto piú probabile una discendenza da un  latino insidiae; a sua volta da un in + sedeo = sto sopra, mi fermo su,insisto che ben mi pare possa rappresentare semanticamente  l’impuntatura fanciullesca che è tipica della ‘nziria.
parafísema attestato (Basile) anche come parafísemo s.vo m.lein doppia morfologia  voce antica e desueta che vale: protesta o lamento ripetuto, insistente fissazione ingiustificata; capriccio irragionevole, poco meno che físema = fisima; quanto all’etimo è voce costruita partendo da un’alterazione   del gr. (só)phisma, (deriv. di sophízesthai 'divenire saggio' (da sophía 'sapienza'), poi 'cavillare,reiterare i concetti,  valersi di sottili argomentazioni’,  tutte cose semanticamente vicine al lamento ripetuto ed insistente),  con prostesi della cong. parà = circa, quasi ottenendosi paraphisma e successivo paraphisema mediante l’anaptissi eufonica di una e tra ph= f e s;
píccio s.vo m.le piagnucolío, piagnisteo, lamento prolungato e noioso, tipici di bambini o di donne immature; quanto all’etimo è voce da un lat. volg. *pipiu(m) connesso al verbo pipiare = piagnucolare; per il passaggio della seconda sillaba pi a cci  cfr. accio←apium, saccio←sapio etc.
 píulo/pívulo s.vo m.le  doppia morfologia[ma la seconda è solo una sistemazione della prima] d’un termine che letteralmente in primis vale  pigolío, poi per estensione e traslato piagnucolío, piagnisteo etc. come la voce precedente; etimologicamente è voce deverbale di  piulà/pivulà  che è dal Lat. volg. *piulare→*pivulare (con epentesi  di una v eufonica), per il class. pipilare, di orig. onomatopeica;
règnula s.vo f.le lamento a denti stretti,  provocatorio, piagnucolío dispettoso, provocatorio e molesto;
quanto all’etimo è voce deverbale da un lat. volg. *ringulare ( da ringi = digrignare i denti)  che ebbe anche una  forma frequentativa; *ringuljare che per metatesi diede regnuljare = piagnucolare;  règnula è però un diretto derivato metatetico di *ringulare→rengulare→regnulare senza transitare per il frequentativo *ringuljare.
riépeto o liépeto  s.vo m.le vedi oltre sub taluorno;
sciabbàcco s.vo m.le in primis vale: fracasso, baraonda,  schiamazzo, trambusto e poi  per estensione e/o traslato lamento, lamentela, reclamo, protesta, querela,  piagnisteo (che non possono mancare in una baraonda);etimologicamente è  voce  dall’arabo šábak= trambusto;

sizia – sizia  o siziasizia s.vo m.le  lamento querulo e  reiterato; la voce viene usata  quasi   sempre nell’icastica espressione che suona: fa unu sizia-sizia.
letteralmente: fa un sitio- sitio, cioè si lamenta continuamente riferito di solito ad inopportuni bambini o a fastidiose donne  che assillano con richieste pressanti ed  irritanti richieste tese ad ottenere qualcosa  appunto con ossessiva petulanza. La voce e la locuzione son ricavate  prendendo spunto da un episodio dei Vangeli quello relativo  al “Sitio!”(ò sete), una delle sette parole  pronunciate da Cristo sulla croce.Rammento che  alla richiesta del Signore i soldati risposero offrendogli da bere  dell'aceto  misto ad acqua e ciò non per ulteriormente vilipenderlo, ma solo perché un misto d’acqua ed aceto   è la bevanda piú adatta a spegnere l'arsura.


taluórno s.vo m.le  lamento reiterato,  ripetizione noiosa, canto fastidioso; chiarisco súbito che etimologicamente taluorno non deriva come improvvidamente e fantasiosamente  pensò qualcuno (D’Ascoli, dal quale – confesso ! – per un certo periodo mi lasciai convincere, salvo poi (per fortuna!) a ravvedermi),non deriva   da un inesistente latino: tal-urnus: ripetizione; in realtà etimologicamente il termine taluorno  è da collegarsi   all’antica voce latorno voce che nella lingua ufficiale è ormai desueta tanto da essere addirittura ed  inopinatamente esclusa (manca persino nel Pianegiani!)  nei correnti ed accreditati lessici della lingua italiana; tale latorno (etimologicamente deverbale di ritornare  con dissimilazione r→l) indicò un lamento reiterato, una ripetizione noiosa, un canto o una persona fastidiosa e con una tipica dittongazione regionale della sillaba to (forse intesa breve) la voce  latorno divenne  latuorno  sia in area calabro-lucana che in area  pugliese, dove  indicò il tipico lamento funebre delle prefiche (dal lat. praefica(m), f.le dell'agg. praeficus 'messo a capo', deriv. di praeficere 'mettere a capo', perché la prefica  era preposta al gruppo delle ancelle che piangevano; in effetti essa prefica fu la donna che, presso gli antichi romani, veniva pagata per piangere e lamentarsi durante le cerimonie funebri; l'usanza ancóra  sopravvive in alcune aree mediterranee  europee; scherzosamente la voce prefica è usata poi  anche per indicare una  persona che si lamenti per nulla; ,il lamento funebre, nelle aree soprindicate è detto anche riépeto/liépeto   che semanticamente richiamano il latuorno/taluorno   con il suo reiterarsi.
riépeto o liépeto s.vo m.le   sono un’unica voce con due grafie leggermente diverse cioè con  la tipica alternanza/dissimilazione  partenopea delle liquide r/l  etimologicamente risultano essere deverbali di repetà,  che  da un lat. medioevale repetare indicò appunto il pianger lamentoso durante i funerali e/o le veglie funebri. Alla luce di tutto quanto detto mi pare che, relativamente all’etimo di taluorno si possa finalmente  affermare  che in napoletano la voce  taluorno indicò dapprima il tipico lamento funebre delle prefiche e poi estensivamente atto  noioso e/o  ogni fastidio reiterato, e – quanto all’etimo- messo da parte il fantasioso  tal – urnus  del D’Ascoli, si possa tranquillamente  intendere come lettura metatetica di latuorno→taluorno.
trívulo s.vo m.le s. in primis  la voce a margine è
1 (bot.) nome di diverse piante spinose | (lett.) pruno, rovo, sterpo:
2 (mil.) ciascuno degli arnesi metallici provvisti di punte che si spargevano anticamente sul terreno per ostacolare l'avanzata della cavalleria;
3 (fig. ed è il caso che ci occupa ) tormento,fastidio preoccupazione, angustia che generano pianto,  lamentele, rimostranze, proteste  :’na vita ‘ntrivule e ‘ntempesta  (una vita fra triboli e tempeste); l’etimo è  dal lat. tribulu(m), dal gr. tríbolos 'spino'; normale nel napoletano l’alternanza b/v cfr. barca→varca, bocca→vocca, bótte→vótte etc.
zinfunía s.vo f.le , piagnucolio reiterato , accordo discordante di suoni,  lamento continuo ed immotivato , pianto, querimonia,  lamentazione, lagno tutti espressi, spesso coralmente ed a gran volume di voce da bambini o donne immature ; etimologicamente è voce derivata dal gr. symphonía , comp. di sy/n- 'sin-' e un deriv. di phoné 'suono'; comune nel napoletano il passaggio della s a z
ziteresélla s.vo f.le   voce antichissima, popolaresca, ma desueta nata nella città bassa al tempo(fine 1800 principi 1900) in cui ancóra alcune popolane esercitavano il mestiere di capera (pettinatrice girovaga, ciarliera e pettegola; la voce è dal lat.parlato capa(m)+ il suffisso di attinenza era f.le di iere cfr. salumera ma al m.le  salumiere etc. );la voce a margine ziteresélla in primis valse cantafera,cantilena,  tiritera, querimonia lunga e tediosa ed estensivamente lamento, lagnanza con riferimento alle noiose tiritere, farcite di lamenti e lagnanze con cui le logorroiche pettinatrici a domicilio  solevano condire il loro lavoro errabondo; in effetti etimologicamente la voce è formata dall’agglutinazione del sostantivo zi’ ( che è l’ apocope di zia) usato (in luogo d’un corretto sié) in unione   con il nome proprio Teresella collaterale di Teresenella  (ipocoristici di Teresa) degradato semanticamente a nome comune.Sarebbe vano andare alla ricerca di quella Teresella/Teresenella  che – con ogni probabilità – fu una conosciuta ciarliera, lamentosa capera che svolgeva la sua attività nei bassi, fondaci o case della città bassa inondando di lamenti, lagnanze e querimonie  le povere clienti che ipso facto servendosi del nome della pettinatrice coniarono il termine ziteresélla per indicare una cantilena,una  tiritera,una querimonia lunga e tediosa ed estensivamente un lamento,una lagnanza; rammento comunque che a Napoli piú che il semplice ipocoristico Teresella ,di Teresa è in uso  dapprima il diminutivo Teresina  e poi un suo vezzeggiativo Teresenella.
Faccio ora un passo indietro e chiarisco la faccenda della voce   zi’ usata in luogo di   sié , ricordando che spesso nel napoletano una voce che nella prima sillaba à la consonante esse, quest’ultima viene  letta zeta determinando una confusione tra voci diverse ed inducendo in errore, come capita ad es. con i sostantivi  signore e signora che apocopati rispettivamente  in  si’= si(gnore) e sié  = signora (sié è apocope ricostruita di signora dalla voce francese femminilizzata e metatetica di seigneur → sie-(gneuse); per errore tali si’  e sié vengon letti zi’ e zié→zi’ che sono invece l’apocope di zio e zia che sono dal lat. thiu(m)/thia(m) e dunque voci affatto diverse da signore e signora  che son voci di rispetto, ma generiche rispetto a zio/zia che indicano un chiaro rapporto parentale  che di norma manca nel rapporto interpersonale dei soggetti indicati come signore o signora; rammento al proposito l’espressione essere ‘o si’ nisciuno che ad litteram è : essere il signor nessuno. Espressione usata nei confronti di chi sia ritenuto un’autentica nullità, un essere di nessuna valenza e/o importanza un autentico signor nessuno.Rammento che  spesso anche tra napoletani di vecchio conio la locuzione in epigrafe suona, per la ragione ricordata  come: essere ‘o zi’ nisciuno  sostituendo la sibilante S con una piú dura, ma inesatta  Z e persino il grandissimo don  Peppino Marotta,si lasciò confondere ed  incolse nell’errore di tradurre l’espressione in maniera errata: essere lo zio nessuno , laddove la parola esatta da usarsi nella locuzione  è:  si’ che comporta la traduzione in signore. In effetti usando lo scorretto zi’ nisciuno ci troveremmo ad avere a che fare con la parola zi’ forma apocopata della voce zio(zio)  che è dal lat. thiu(m) e l’espressione in un certo senso si snaturerebbe del suo significato giacché usando zi’ nisciuno (zio nessuno) non si raggiungerebbe l’icastica espressività che è contenuta nell’esatta locuzione che prevede l’uso di si’ nisciuno (signor nessuno) dove si’  è la forma apocopata della parola si(gnore).
Giunto a questo punto potrei anche ritenermi soddisfatto e reputare d’aver contentato l’amico G.G.  e qualche altro dei miei ventiquattro lettori,mettendo un punto fermo; ma prima di farlo mi piace ricordare a vol d’uccello qualche verbo o espressione che si collegano alle voci esaminate:

allamentarse = lamentarsi,  lagnarsi; reclamare, protestare, rimostrare;
fà unu sizia-sizia  ne ò già détto antea sub sizia-sizia;
lepetà/repetà/ repetïàre/ ïà
 dolersi,  pianger lamentosamente durante i funerali e/o le veglie funebri. cfr. antea sub taluorno;
Piccïàre/ ïà cfr. antea sub píccio;
regnulïàre/ ïà cfr. antea sub regnula;

sciabbacchïàre/ïà cfr. antea sub sciabbacco
Faccio notare in coda a quest’ultimo elenco  che in napoletano tutti i verbi in ïare/ïà comportano una sillaba in piú rispetto ai verbi in iare/à cosa che esige una coniugazione diversa; ad esempio in napoletano esistono i verbi  cacciare/à e cacc ïare/ïà; il primo (trisillabo) con etimo dal lat.  volg. *captiare, deriv. del class. capere 'prendere' vale: 1 mandare via con la forza o sgarbatamente; scacciare (anche fig.): caccià ‘e casa malamente (cacciare di casa, in malo modo); caccià ‘e cattive penziere(scacciare i cattivi pensieri)

2 (fam.) tirar fuori, cavare, estrarre: caccià ‘na cosa ‘e sorde(tirar fuori del danaro)
ed à una normale coniugazione  dei verbi di prima cng.che ad es.  all’ind. presente è i’ caccio/tu cacce/isse caccia/nuje cacciàmmo/vuje cacciàte/lloro càcciano
Affatto diverso è il quadrisillabo caccïare/ïà che a malgrado abbia il medesimo  etimo dal lat.  volg. *captiare, deriv. del class. capere 'prendere', vale: dare la caccia a un animale selvatico per ucciderlo o catturarlo e non segue la  normale coniugazione  dei verbi di prima cng ma una che tiene conto della sillaba in piú, per cui  ad es.  all’ind. presente è  i’caccéjo/tu caccíje/isso caccéja/nuje caccíjammo/
vuje caccíjate/lloro caccéjano
Sulla falsariga della coniugazione ora indicata si comportano tutti i verbi in  ïare/ïà anche se non esistono loro similari in are/à, per cui i sunnotati verbi in ïare/ïà si adeguano tutti alla medesima coniugazione di caccïare/ïà e non a quella di cacciare/à.

 Demumque  penso proprio di poter  metter ora il mio consueto satis est.
Raffaele Bracale

IMBROGLIARE,INGANNARE,ABBINDOLARE, INTRIGARE,RUBARE


IMBROGLIARE,INGANNARE,ABBINDOLARE, INTRIGARE,RUBARE


Questa volta tento una piú o meno esauriente elencazione dei verbi partenopei che rendono quelli rammentati in epigrafe; prima di cominciare rammenterò la derivazione dei verbi toscani:
imbrogliare verbo transitivo che vale: ingannare, confondere, intrigare, avviluppare per modo che l’ingannato, il confuso, l’avviluppato è quasi impossibilitato a venir fuori dalla situazione fonte del suo inviluppo; etimologicamente
imbrogliare è con assoluta probabilità da un imbogliare (con successiva epentesi di una erre eufonica) che, a sua volta  è da un  in illativo + bollire nel senso di confondere (ciò che bolle si mescola talmente che si fonde con e cioè confonde. Non dissimile la strada di abbindolare: propriamente far matassa sul bindolo e metaforicamente ingannare etc. come per imbrogliare; etimologicamente il bindolo (da cui il verbo abbindolare) è un diminutivo del tedesco winde che originariamente fu una macchina che girata da un cavallo serviva per attingere acqua, e poi un molto piú piccolo arnese su cui ammatassar filati; alquanto  diverso il verbo
ingannare v. tr.
1 operare con frode e malizia ai danni di qualcuno: ingannare il prossimo; ingannare il marito, la moglie, tradire | indurre, trarre in errore (anche assol.): ingannare l'avversario con una finta; l'apparenza inganna
2 deludere: ingannare le speranze, la fiducia di qualcuno | eludere: ingannare la vigilanza
3 (fig.) rendere meno gravosa una situazione o una sensazione spiacevole: chiacchierare per ingannare l'attesa; fumare per ingannare il tempo; cercava di distrarsi per ingannare la fame ||| ingannarsi v. intr. pron. cadere, essere in errore; giudicare erroneamente: ingannarsi sul conto di qualcuno; se non mi inganno, sta per scoppiare un temporale. Per l’etimo occorre riferirsi ad un lat. tardo ingannare, da gannire 'mugolare' e poi anche 'scherzare', con cambio di coniugazione; ed altresí diverso è il verbo
intrigare v. tr.
1 avviluppare, intricare: intrigare una matassa
2 (fig.) turbare, imbarazzare: Quel silenzio di Oreste la intrigava (CAPUANA)
3 (fig.) affascinare, interessare, incuriosire: un film che intriga lo spettatore ||| v. intr. [aus. avere] darsi da fare, tramando imbrogli, per ottenere qualcosa; macchinare: intrigare per avere un posto, una nomina ||| intrigarsi v. rifl. intromettersi in faccende poco chiare o che possono creare fastidi; impelagarsi: intrigarsi in un brutto affare | (fam.) impicciarsi, immischiarsi: intrigarsi dei, nei fatti degli altri.  Etimologicamente intrigare  è una   variante di intricare , (dal lat. intricare, comp. di in- illativo  e un deriv. di tricae -arum (pl) 'intrighi, imbrogli')  variante di origine sett. (per la g al posto della c); non manca poi un influsso del fr. intriguer.
Rubare v. tr.
1 appropriarsi in modo illecito di beni altrui; sottrarre ad altri qualcosa, spec. con l'astuzia o con la frode (anche assol.): rubare il portafoglio a qualcuno; mi ànno rubato l'automobile; essere sorpreso a rubare | detto di animale: il gatto à rubato la salsiccia; l'anello della regina fu rubato dalla gazza | rubare lo stipendio, percepirlo senza meritarselo | rubare sulla spesa, sul prezzo, sul peso, aumentarli indebitamente ' rubare a man salva, senza misura
2 (fig.) sottrarre, portar via quanto appartiene ad altri: à rubato il fidanzato all'amica; rubare l'affetto di una persona | rubare un'idea, metterla in opera spacciandola per propria | rubare il tempo a qualcuno, farglielo perdere | rubare ore al sonno, al riposo, dormire, riposare meno del necessario | rubare il mestiere a qualcuno, fare indebitamente o inopportunamente ciò che compete ad altri | rubare il posto a qualcuno, soppiantarlo in quel posto | rubare qualcosa con gli occhi, mostrare di desiderarla molto ' rubare la vista, si dice di edificio che si innalza davanti a un altro, riducendo di molto la vista che si godeva da quest'ultimo ||| rubarsi v. rifl. rec. contendersi: le amiche si rubavano la sposa.
Ciò detto veniamo ai verbi napoletani che, senza eccessive o particolari differenze, indicano tutti (con la sole eccezioni dei numerosi verbi che indicano esattamente il rubare e di cui dirò in coda) indicano tutti le azioni tese a confondere, ingannare, avviluppare etc.:
-abbabbià vale ingannare, imbrogliare con chiacchiere e sproloqui; voce costruita con il fonema onomatopeico "bab" che in origine indicò il labbro, cioè la bocca (responsabile delle chiacchiere e sproloqui.
- arravuglià: in primis avvolgere e per estensione semantica  raggirare, imbrogliare,sottrarre  da un basso latino ad-revoljare iterativo del classico volvere; da notare la consueta assimilazione regressiva della D con la successiva R;
rammento qui quale deverbale di arravuglià il sostantivo partenopeo arravuogliacuosemo che è il raggiro, l’imbroglio ed estensivamente il saccheggio, il furto esteso fino al totale repulisti; la parola, costruita partendo, come detto dal verbo arravuglià è addizionata del termine cuosemo che non è, come a prima vista potrebbe sembrare, il nome proprio Cosimo quanto – piuttosto – la corruzione del latino quaesumus, nacque come espressione irriverentemente furbesca, in ambito chiesastico, dall’osservazione di taluni gesti sacerdotali durante le celebrazioni liturgiche;
- attrappulià e attrappià che nel significato di tender trappole e dunque ingannare sono dallo spagnolo atrapar forgiato su trampa poi trappa e infine trappola = lacciuolo; ambedue i verbi a margine in senso piú esteso significano rubare, involare.
- cabbulïà v. tr. tramare, raggirare, quanto all’etimo è un denominale di cabbala  s.vo f.le = cabala (dall'ebr. qabbalah, propr. 'dottrina ricevuta, tradizione')
1 (relig.) l'insieme delle dottrine esoteriche e mistiche dell'ebraismo, la cui diffusione ebbe origine nel sec. XII nella Francia merid. e nella Spagna
2 arte con cui, per mezzo di numeri, lettere o segni, si presumeva di indovinare il futuro o di svelare l'ignoto | (estens.) operazione magica; cosa misteriosa, indecifrabile | cabala del lotto, serie di operazioni aritmetiche per indovinare i numeri del lotto
3 (fig.come nel caso che ci occupa ) intrigo, raggiro, macchinazione.
- cuficchià che vale: imbrogliare, intrigare e con significato piú circoscritto tradire la propria consorte; il verbo è un denominale di cufecchia/cofecchia[imbroglio, raggiro, tradimento]   s.vo fle derivato dall’agg.vo greco kóbalos (furbo, imbroglione) per il tramite di un neutro pl. poi inteso fle sg. *kobalíc(u)la→ *koba(lí)c(u)la→ *kobacla→*kofacla→*kofacchia→cofecchia con tipica alternanza b→f di fondo osco;
- fóttere: che è dal basso latino futtere per il classico futuere e che di per sé sta per: possedere carnalmente e metaforicamente imbrogliare e raggirare azioni che contengono l’idea del possesso dell’altrui mente, correlativamente al possesso del corpo altrui espresso dall’atto sessuale; analogo possesso rifacentesi al coire è contenuto nei due successivi verbi che sono:
- frecà: che è dal latino fricare = strofinare, quale  quello dei corpi durante il coito;
- fruculià: ci troviamo anche qui nel medesimo ambito del verbo precedente e dell’azione che esso connota in primis; del resto etimologicamente fruculià è dal basso latino fruculjare frequentativo di fricare;
- lefrechïà/ refrechïà che è il vero e proprio raggirare, attraverso la proposizione  di cavilli, sofismi, pretesti, scuse id est  con intrighi, sotterfugi ed affini  al fine di imbrogliare,ingannare etc.; etimologicamente è un verbo denominale del s.vo f.le lefreca/refreca (in primis:pezzetto, minuzia, inezia e poi: cavillo, pretesto, sofisma, scusa); lefreca/refreca è un  deverbale del lat. *refricare iterativo di fricare

- ‘mbruglià: evidente adattamento locale del nazionale imbrogliare cui, per l’etimo, rinvio;
- ‘mballà: letteralmente corrisponde al nazionale: mettere nel sacco e dunque avviluppare, raggirare, confondere, tener costretto; etimologicamente è voce che è pervenuta nel napoletano attraverso il francese emballer alla medesima stregua del toscano imballare che però à conservato il solo significato di mettere in balle, mentre il napoletano ne à dato anche quello estensivo di inviluppare mentalmente;
- ‘mpacchià: letteralmente: insozzare, macchiare ed estensivamente poi tutti i significati rammentati di azioni tese all’inganno, all’imbroglio, alla confusione;etimologicamente il verbo ‘mpacchià è un denominale del lemma pacchio/a (cibo generico, ma segnatamente abbondante, quello che può comportare di macchiarsi, insozzare) da un latino patulum onde pat’lum → pàclum → pacchio;
- ‘mpapucchià: che è di medesima portata del precedente, sia come significato di partenza che come sviluppo semantico; etimologicamente se ne differenza in quanto il precedente ‘mpacchià fa riferimento – come visto – a pacchio/a, ‘mpapucchià è invece da collegarsi ad un in + papocchia che è la pappa molliccia, brodosa (ben atta ad insudiciare) e per traslato l’intrigo, l’imbroglio; etimologicamente papocchia è, attraverso il suffisso occhia, il dispregiativo d’un latino papa che indicò appunto la pappa per i pargoli;
- ‘mprecà: che è il vero e proprio raggirare, attraverso le piú varie strade con intrighi, sotterfugi ed affini e dunque anche il piú generico imbrogliare,ingannare etc.; etimologicamente non è aggiustamento del toscano imprecare che proveniente dal latino in + precari stava per invocare, rivolger preghiere(e solo in senso antifrastico, diventato poi senso principale: lanciare insulti) cose ben diverse dal raggirare; in realtà ‘mprecà è sistemazione dialettale dal catalano in +bregar da cui anche il toscano brigare: ingegnarsi d’ottenere qualcosa con raggiri, cabale e peggio, di identica portata del napoletano ‘mprecà;
- ‘mpruzà o ‘mprusà: letteralmente le due diverse grafie del medesimo verbo, starebbero per sodomizzare e solo per traslato, come per i precedenti: fottere,frecà e fruculià vale  ingannare, imbrogliare, raggirare; in effetti il verbo, d’origine gergale, è forgiato da un in illativo + la parola proso che appunto, nella cosiddetta parlesia (gergo dei suonatori ambulanti, posteggiatori e/o  malviventi), è la parola che indica il culo e dunque letteralmente ‘mprusà o ‘mpruzà è l’andare in culo e per traslato l’ingannare, l’imbrogliare, il raggirare etc; sulla medesima parola proso è forgiato il termine ‘mprusatura o ‘mpruzatura e con alternanza p b anche ‘mbrusatura o ‘mbruzatura che sono esattamente il raggiro, l’imbroglio, l’inganno; proso/prozo s.vo m.le d’uso gergale (parlesia dei suonatori ambulanti) è la parola che indica esattamente  il culo,il deretano; la voce si ritrova, come détto,  a fondamento dei verbi  ‘mprusà/  ‘mpruzà  che è precisamente  l’andare in culo, il sodomizzare  e poi  per traslato l’ingannare, l’imbrogliare, il raggirare etc; sulla medesima parola proso è forgiato il termine ‘mprusatura o ‘mpruzatura e con alternanza p b anche ‘mbrusatura o ‘mbruzatura che sono esattamente il raggiro, l’imbroglio, l’inganno;trattandosi per la voce a margine di un termine gergale  questa volta è pressoché impossibile risalire a l’etimo, né vale azzardare ipotesi che si fonderebbero sul vuoto ancorché qualcuno legga in proso una metatesi del greco býrsa→brýsa→bruso→broso→proso (sacco/borsa),ipotesi  che per un certo tempo   non mi convinse affatto non  riuscendo a trovare nessun rapporto semantico, né di forma, né di utilizzo tra il fondoschiena ed un sacco od  una borsa; ma ora mi son lasciato convincere dall’idea atteso che con una qualche buona volontà si puó ritenere semanticamente il prozo/proso una sorta di borsa/contenitore de gli escrementi!

- ‘mpasturà: letteralmente: truffare in una vendita e  piú  in generale nei significati in epigrafe; etimologicamente il verbo napoletano è sistimazione dialettale del toscano impastoiare (metter pastoie (dal tardo latino pastoria(m) ed il napoletano, rispetto all’italiano che appunto à pastoia à conservato la erre di ‘mpasturà), intralci,impedimenti;
- ‘nfunucchià: che letteralmente è infinocchiare, imbrogliare tentando di far apparir buono o gustoso, ciò che buono o gustoso non sia: anticamente gli osti che servivano ai propri avventori un vino non troppo buono, erano soliti presentarlo, accompagnato con del finocchio fresco, finocchio che à tra le sue qualità quella di migliorare il gusto di taluni cibi e/o bevande assunti dopo d’aver mangiato il finocchio; invalse cosí l’uso di aggiungere a molte preparazioni culinarie, per migliorarne il sapore, del finocchio, specialmente selvatico, sotto forma o di barbe o di semi e nel parlato comune, questa sorta di imbroglio fu détta in italiano: infinocchiare ed in napoletano: ‘nfunucchià;
- ‘ntapecà: letteralmente: macchinare, tramare e perciò ingannare, imbrogliare; il verbo è un denominale di ‘ntapeca: macchinazione, trama; detta voce, cosí come il verbo che se ne è ricavato sono da un antico italiano: antapòcha voce forense da un identico tardo latino che richiama altresí un greco antapochè usato per indicare una nuova, valida scrittura che ne revochi un’ altra per quanto di per sé valida (e dunque sorta di inganno, raggiro);
-ntrammià letteralmente: macchinare,ordire, tesser trame  e perciò ingannare; il verbo è un denominale di tramma(dal lat. trama(m) con raddoppiamento espressivo della nasale bilabiale (m) e protesi di una n eufonica che non necessita d’aferisi) trama/tramma  : s. f.
1 il complesso dei fili che, intrecciati perpendicolarmente con l'ordito, formano il tessuto
2 (fig.come nel caso che ci occupa) macchinazione, intrigo: ordire, scoprire una trama
3 (fig.) l'insieme delle vicende che costituiscono lo svolgimento di un racconto, un romanzo, un'opera teatrale, un film ecc.: una trama avvincente, semplice, complicata
4 (sport) serie di azioni di gioco ben coordinate compiute da una squadra. macchinazione, trama
Percaccià v. trans. letteralmente: procacciare, fare in  modo di avere di ottenere, di  procurare qualcosa, ma ordendo o tessendo trame  e perciò ingannando ;etimologicamente il verbo a margine è formato dalla preposizione lat.  pro (a favore, a vantaggio) e dall’infinito cacciare (dal lat. *captiare, der. di capĕre «prendere»);
pupà/’mpupà v. trans. doppia morfologia di un verbo antico (registrato però  dal solo Andreoli;inopinatamente manca nel D’Ambra) ed abbondantemente  desueto; probabilmente fu  d’uso gergale tra i ladri; letteralmente:  ingannare, abbindolare, raggirare, truffare, giocare, circuire,trattare da bambino/a; per estensione semantica rubare, frodare, fregare con facilità cosa estremamente agevole se operata nei confronti d’un minore; etimologicamente denominale del lat. pupa= fanciulla/bambola;rammento che in luogo del verbo a margine desueto, se ne  conserva uno molto simile che suona ‘mpupazzà e vale agghindare al fine di ingannare, abbindolare, raggirare.
-      Strunzià: letteralmente truffare, abbindolare, raggirare quasi che il/la truffato/a,  abbindolato/a, raggirato/a venga considerato alla stregua di uno stronzo[= escremento solido di forma cilindrica; etimologicamente dal longobardo strunz 'sterco';], cioè di uno stupido/a, inetto/a,  sciocco/a,  e, come tale, possibile destinario/a di una truffa, inganno, raggiro, imbroglio, tranello, frode, estorsione, trappola, insidia o fregatura di cui non si renderà conto stante la sua stupidità.
-      trappulià: letteralmente porre trappole (ad un dipresso come il precedente ‘mpasturà ; il verbo trappulià nel napoletano v’è giunto attraverso lo spagnolo atrapar che è propriamente porre inganni, impedimenti per far cadere; (vedi il prec. Attrappulià);
- Trastulià che letteralmente è il porre in essere innocenti giochini o inganni da saltimbanchi ed estensivamente ogni altro inganno teso ad imbrogliare, raggirare etc; ad un superficiale esame potrebbe sembrare che il verbo napoletano sia un adattamento del toscano trastullare; non è così, però; è vero che ambedue i verbi, l’italiano ed il napoletano, partono da un comune latino transtum che fu in origine il banco cui erano assisi i rematori delle galee romane, per poi divenire i banchi su cui si esibivano i saltimbanchi con i loro trucchi ed inganni detti in napoletano trastule e chi li eseguiva trastulante passato in seguito a definire l’imbroglione tout cour, ma mentre l’italiano trastullare è usato nel ridotto significato di dilettare con giochini i bambini, il napoletano trastulià à il piú  duro significato di mettere in atto trucchi ed inganni, e non per divertire i bambini, quanto per ledere gli adulti;
- Zannià: verbo che si riallaccia, come origine, agli antichi giochi e trucchi dei saltimbanchi, figurazioni di ben  piú dolorosi e gravi inganni e trucchi perpetrati in danno degli adulti; il verbo sta quasi per: comportarsi da zanni(o Giovanni di cui è diminutivo) che fu l’antico servo della commedia dell’arte e delle rappresentazioni popolari, aduso a compier a suo pro inganni, trucchi ed imbrogli.
Come ò accennato elenco infine  ed esamino tutti quei numerosi verbi napoletani che rendono il rubare dell’italiano; abbiamo:
arrubbà v. tr. = rubare in tutti i medesimi significati del corrispondente verbo italiano, ma sarebbe fallace pensare che il verbo napoletano sia stato marcato sull’italiano rubare  (che etimologicamente è  dal germ. raubon) ; in realtà il verbo partenopeo à un diverso etimo di quello italiano risultando essere un denominale di robba (roba)(dal tedesco rauba =bottino,preda) attraverso un  ad→ar  per assimilazione regressiva + robba = adrobba→arrobba→arrobbare→arrubbare/arrubbà= darsi al bottino, alla preda;
accrastà v. tr. = agguantare,rapinare, sopraffare violentemente; etimologicamente
da un lat.parlato *ad-crastare metatesi d’un classico castrare= tagliare;
affucà v. tr. = in primis soffocare, affogare, uccidere e poi per ampliamento semantico, ma usato come riflessivo di vantaggio: affucarse appropriarsi di qualcosa, sottrarre; etimologicamente   da un  lat. volg. *affocare per offocare 'strozzare', da ob e fauces, pl. di faux -cis 'gola',
aggraffà v. tr. = in primis abbrancicare, afferrare e poi per ampliamento semantico togliere, levare;
arrefulïà in primis assottigliare,ridurre, diminuire di poco in poco   e poi per ampliamento semantico togliere,sottrarre e quindi rubare; etimologicamente   da un  lat. volg.*ad- refilare→arrefilare→arrefulïare, deriv. di filum 'filo';
    furà v. tr. = sottrarre,rapinare,rubare con destrezza  è voce essenzialmente usata anticamente in poesia; il verbo a margine ripete dritto per dritto il basso latino furare per il classico furari da fur/furis, da cui anche l'taliano furto.

grancïà/rancïà v. tr. = sottrarre,rapinare,rubare con destrezza servendosi di arnesi da scasso; etimologicamente è un denominale di grancio = granchio (dal lat. cranciu(m) con lenizione cr→gr  e semplificazione di gr→r per la forma  rancïà; interessante il passaggio semantico dalle chele del granchio agli arnesi da scasso. 
scraffignà  v. tr. =  portare via con lestezza,rapinare,rubare;  etimologicamente denominale di graffa/*craffa 'uncino' deriv.  dal longob. *krapfo 'uncino' con protesi di una S(intensiva)
Degli altri verbi (attrappulià e attrappià,arravuglià etc.)  che per traslato o estensione semantica valgono rubare ò già détto precedentemente, per cui penso che potrei  annotare il consueto satis est, ma mi piace concludere queste paginette rammentando che il piú icastico sostantivo usato per riferirsi ad una situazione in cui si sia rimasti vittima di un furfante, un impostore,un lestofante, un truffatore, un imbroglione  è futtitura s.vo f.le  che vale appunto imbroglio, inganno, raggiro, truffa, turlupinatura. fregatura, frode ed è voce deverbale del pregresso  fóttere addizionato del suffisso tura lo stesso che uro/a
suffisso di pertinenza  spesso nella forma turo/a deriv. dal fr. -ure, usato  al maschile ed al f.le  (uro/turo – ura/tura); al m.le è usato per formare sostantivi relativi ad   oggetti o a parti di oggetti (cfr. pisciaturo,trapenaturo,  ballaturo,accuppatura etc.) o  termini tecnici, chimici etc.ed al f.le (ura/tura) per formare sostativi deverbali astratti (cfr. friscura,bruttura, pensatura) o concreti(cfr. frittura,futtitura, appusatura) .


Raffaele Bracale - Napoli