martedì 25 settembre 2018

SÈNTERE ‘E CANTÀ ‘A QUAGLIA


SÈNTERE ‘E CANTÀ ‘A QUAGLIA
Dell’espressione in epigrafe  mi à chiesto  il  caro amico P. G. (i consueti problemi di riservatezza mi costringono ad indicare solo le iniziali di nome e cognome) domandandomi   di chiarirgliene   significato ed origini. Gli ò cosí risposto: L’espressione di cui mi chiedi, antichissima [come che  risalente al 1600 circa] e desueta  in origine fu coniugata quasi sempre in tal guisa : “Tra poco siente ‘e cantà ‘a quaglia!”; si tratta di un’espressione minacciosa rivolta verso un responsabile di un reato o di una   semplice colpa, per significargli che di lí a poco gli sarebbe piombato addosso un castigo severo, tanto piú severo quanto maggiore fósse stata la colpa commessa; tale punizione  poteva addiritturaraggiungere la pena capitale in caso omicidio o lesa maesta.Ciò detto chiediamoci cosa c’entri la quaglia ed il suo canto.La faccenda si spiega tenendo presente che l’espressione in origine nacque in campo venatorio ed  in origine fu rivolta dai cacciatori ai propri cani al tempo (primaverile e/o settembrino) del passo migratorio di quaglie,   allorché i seguci  non avessero fatto il loro dovere di stanare i volatili che, furbissimi,non si fossero fatti catturare  standosene  fermi e muti sui campi pieni  di stoppie ingannando i cani che, non riuscendo a stanarli   permettevano  loro di sfuggire alla cattura ed alzarsi in volo libero riprendendo a cantare con il loro caratteristico verso. Qualora fósse accaduto quanto paventato dai cacciatori costoro redarguivano i loro bracchi o quel che fossero minacciandoli della riduzione di cibo per aver consentito alle quaglie di tornare a cantare senza finire arrostite, come invece sperato. L’espressione fu mutuata dapprima dai contadini e poi si estese dappertutto diventando d’uso comune.    E qui penso di poter far punto convinto d’avere esaurito l’argomento, soddisfatto l’amico P.G. ed interessato qualcun altro dei miei ventiquattro lettori e piú genericamente  chi dovesse imbattersi in queste paginette.Satis est.
 Raffaele Bracale

VAJE N’ABBRUNZO CU ‘O LIONE


VAJE N’ABBRUNZO CU ‘O LIONE
L'antichissima e desueta espressione in esame che recitava: Vaje n'abbrunzo cu 'o lione  fu  una bruciante offesa  poiché ll'abbrunzo cu 'o lione non era altro che un carlino di bronzo recante  sul verso l'incisione di un leone accovacciato: tale moneta[coniata per la prima volta sotto Carlo II di Spagna (re di Spagna, V come re di Napoli [Madrid 17 settembre 1661 – †ivi 1º novembre 1700 ], figlio di Filippo IV d'Asburgo e di Maria Anna d'Austria,)] fu di vilissimo valore per cui chi valesse un carlino di bronzo era ritenuto un soggetto addirittura disprezzabile.
Brak

NTUPPÚSO E NTUPPÓSA



NTUPPÚSO E NTUPPÓSA

Anche questa volta è stato il  caro amico P. G. (i consueti problemi di riservatezza mi costringono ad indicare solo le iniziali di nome e cognome) a  chiedermi via e-mail di chiarirgli  significato e portata dell’ aggettivo femminile partenopeo   in epigrafe.
Trovo opportuno per rispondere all’amico principiare con il dire che benché l’aggettivo venga usato giustamente e spessissimo nella morfologia femminile, nulla osta che lo si usi anche in quella maschile atteso che benché il difetto che sta alla base dell’aggettivo e cioé l’insofferenza ingiustificata,  l’urtarsi  od infastidirsi per ogni quisquilia,bazzecola, inezia  provandone risentimento, astio ed irritazione ingiusti ed infondati sia tipico del sesso femminile, l’identico difetto possa esser riscontrato in taluni soggetti di sesso maschile; tanto premesso che fa anche da spiegazione del significato dell’aggettivo femminile e maschile, non mi resta che indicarne l’etimologia per la quale occorre riferirsi alla radice “ ntupp”  del verbo    ntuppà [dal greco týp-to con protesi di una N eufonica (che- come tale – non esige alcun segno diacritico), radice addizionata del suffisso úso/ósa [ suffisso di tipologia per aggettivi derivati dal latino o tratti da nomi/verbi, dal lat. -osu(m)→usu(m);che  indica presenza, caratteristica, qualità, abbondanza, esser proclive ecc.(cfr.addirúso/rósa,scardúso/dósa,mafiúso/ósa,smurfiúso/ósa,zezzúso/ósa, fumúso/osa, rattúso/ósa).]
 E qui penso di poter far punto convinto d’avere esaurito l’argomento, soddisfatto l’amico P.G. ed interessato qualcun altro dei miei ventiquattro lettori e piú genericamente  chi dovesse imbattersi in queste paginette.Satis est.
 Raffaele Bracale

LL'ASTECO CHIOVE I 'A FENESTA SCORRE


LL'ASTECO CHIOVE I 'A FENESTA SCORRE
L'espressione in epigrafe si attaglia ad una situazione in cui ogni cosa proceda pessimamente, come in una casa messa male con il solaio lesionato che lascia passar la pioggia e una finestra le cui ante sono  impregnate d'acqua piovana che non riescono a trattenere.
Brak

DIFFERENZA TRA “TI AMO” E “TE VOGLIO BBENE”


DIFFERENZA TRA “TI AMO” E “TE VOGLIO BBENE”
Questa   volta cercherò di dare adeguata risposta ad un  quesito dell’amico E.P.D.A. (al solito, motivi di riservatezza mi impongono di  riportar solo le iniziali di nome e cognome di chi mi scrive per sollecitar ricerche) che mi à chiesto di mettere a fuoco significato  e differenza  tra le due  espressioni in epigrafe,una d’uso tra gli italiani che usano la lingua nazionale e l’altra che  si poteva cogliere non solo sulle labbra dei napoletani d’antan, ma che ancóra si coglie tra i napoletani d’oggidí se e quando usano il loro idioma originario. Dico súbito all’amico ed a chi fósse interessato che corre una gran differenza tra il “ti amo” italiano ed il napoletano  “te voglio bbene”[alias: “Ti voglio bene”che poi sta per “Voglio il tuo bene” ]; d’acchito si coglie súbito che la differenza gioca a tutto favore dell’espressione partenopea e lascia intendere che in un’ipotetica scala emozionale ed affettiva il “ti amo” italiano è posto ben al di sotto del napoletano  “te voglio bbene” che in quella scala è al top. In effetti l’espressione italiana,esaminata con attenzione  nel profondo significa che il soggetto al quale è rivolta è fatto solo segno di affetto, provando per lui  un trasporto sentimentale e/o sensuale al segno di farne oggetto del desiderio; l’espressione napoletana ,esaminata con medesima  attenzione  nel profondo significa sí che il soggetto al quale è rivolta è fatto segno di affetto, provando  trasporto sentimentale e/o sensuale, ma con l’ineludibile glossa  di desiderare per lui tutto il bene possibile, id est  tutto ciò che in genere  appaia desiderabile e tale che possa essere considerato come fine ultimo da raggiungere nella propria esistenza. Se ne deduce che mentre l’espressione italiana è pregna di egoismo , dell’atteggiamento di chi si preoccupa unicamente di sé stesso, del proprio benessere e della propria utilità con quel che ne deriva, l’espressione napoletana mette in evidenza l’altruismo, la generosità di chi la usa badando in primis non al proprio tornaconto, ma al  beneficio, al giovamento altrui, cosa che ben si attaglia all’indole del napoletano medio che è generoso, caritatevole, munificente, di (buon) cuore molto diversamente da ogni altro abitante lo stivale spesso egoista, gretto, meschino ed è gioco/forza che rivolgendosi ad es. ad una donna debba usare l’egoistico “ti amo” e non possa servirsi del napoletano “te voglio bbene”. Capisco, posso esser tacciato di sciovinismo o avere le traveggole, ma i fatti questi sono!    E qui giunto mi fermo convinto d’avere esaurito l’argomento,  d’aver adeguatamente risposto al quesito dell’amico E.P.D.A.    e sperando d’avere interessato  i miei consueti ventiquattro lettori e chi fósse interessato.
Satis est.
R.Bracale Brak