venerdì 20 gennaio 2017

MARCHESE seu MESTRUO

MARCHESE seu MESTRUO Questa volta è stato l’ amico L. L.M. (i consueti problemi di riservatezza mi costringono ad indicare solo le iniziali di nome e cognome) a chiedermi via e-mail di chiarirgli origine e motivo dell’uso del sostantivo in epigrafe. Gli ò cosí risposto: Il sostantivo marchese [che con derivazione dal germ. marka «segno di confine», di per sé in primis indicò nel medioevo, il conte di una marca, cioè di un territorio di confine, è il titolo nobiliare che nella gerarchia araldica segue quello di duca ed à quale segno distintivo una corona in cerchio d’oro gemmato, cordonato ai margini, cimato di 4 fioroni d’oro sostenuti da punted e alternati con 12 perle disposte tre a tre, a piramide]; esso termine à anche il significato eufemistico di mestruo; questo secondo significato à il suo etimo nel francese marquis deverbale di marquer= marcare in riferimento al fatto che il sangue del flusso mestruale marca di rosso i pannolini usati un tempo per arginarlo ed i moderni assorbenti occorrenti alla bisogna. Da notare che l’accezione eufemistica del termine marchese fu inizialmente (mutuato dal francese) un uso napoletano [risalente addirittura a Giulio Cesare Cortese (Napoli, 1570 †Napoli, 1640) che lo impiegò nel Micco Passaro, nel Viaggio di Parnaso et alibi] trasmigrato poi nell’italiano nel 1900, poco usato però perché ritenuto volgare avendo sdoganato (per merito o demerito della televisione) termini quali ciclo, flusso mestruale, mestruo e menorrea! E qui penso di poter far punto convinto d’avere esaurito l’argomento, soddisfatto l’amico L.L.M. ed interessato qualcun altro dei miei ventiquattro lettori e piú genericamente chi dovesse imbattersi in queste paginette.Satis est. Raffaele Bracale

VARIE 17/77

1.AGGIU VISTO 'A MORTE CU LL' UOCCHIE. Letteralmente: Ò veduto la morte con gli occhi. Con questa locuzione tautologica si esprime chi voglia evidenziare di aver corso un serio pericolo o rischio mortale tale da portarlo ad un passo dalla morte e di esserne fortunatamente restato indenne. 2.AITÀ, SCIÓSCIAME ‘MMOCCA CA ‘A PATANA ME COCE! Letteralmente: Gaetano!Soffiami nella bocca ché la patata mi scotta!Détto sarcasticamente soprattutto di donna inetta e svogliata ed incapace di qualsiasi attività che invoca l’aiuto anche in situazioni irrilevanti; nella fattispecie, un’ anonima donna incapace, buona a nulla. invoca l’aiuto del suo uomo (Aitano cioè Gaetano) affinché la soccorra soffiandole in bocca per impedire che il cibo da lei assunto, ma ancóra troppo caldo (patata) le ustioni la bocca! Va da sé che la medesima locuzione la si possa attagliare con maggior ironia, irrisione, scherno, ludibrio, dileggio e/o pesante sarcasmo ad adulto o ragazzo di sesso maschile che ugualmente si mostri incapace, inetto, inabile, dappoco, maldestro, pasticcione, disadatto, inesperto. 3.AIZÀ ‘A MANO Ad litteram: sollevare la mano; id est: perdonare, assolvere L’ espressione che viene usata quando si voglia fare intendere che si è proclivi al perdono soprattutto di piccole mende, ricorda il gesto del sacerdote che al momento di assolvere i peccati , alza la mano per benedire e mandar perdonato il penitente pentito. 4.AÍZA ‘NCUOLLO E VATTÉNNE Ad litteram: alza addosso e va’ via; id est: caricati indosso quanto di tua competenza ed allontanati. Robusto modo di invitare qualcuno, probabilmente perché importuno, ad allontanarsi avendo cura di portar via con sé quanto di sua spettanza, per modo che non abbia a scusante, per ritornare, il fatto di dover recuperare il suo. Anticamente era, sia pure limitatamente alla prima parte della locuzione l’ordine che si impartiva ai facchini, affinché principiassero sollecitamente la loro incombenza di trasportar merci o altro issandole sulle loro robuste spalle; oggi, limitatasi la locuzione ad un invito, sia pure perentorio ad allontanarsi che viene rivolto agli importuni, l’aiza ‘ncuollo della locuzione è pletorico e viene mantenuto per non guastare il sapore di antico di cui è pervasa l’espressione. 5.AÍZA, CA VENONO ‘E GGUARDIE Ad litteram: alza (la merce e portala via giacché possono giungere i rappresentanti della forza,(sequestrarti la merce e contravvenzionarti.) Locuzione usata un tempo quando a Napoli era vivo e fiorente il contrabbando d’ogni genere e si volesse consigliare il venditore a portar via la merce per non incorrere nei rigori della legge rappresentata dai suoi tutori che qualora fossero intervenuti avrebbero potuto sia sequestrare la merce che elevare pesanti contravvenzioni. Oggi la locuzione è usata per convincere un inopportuno interlocutore a liberarci della sua presenza anche se costui non abbia merce da portar via né si paventi reale intervento di polizia municipale o altri tutori della legge. BRAK

VARIE 17/76

1.ADDÓ SPERDETTENO A GGIESÚ CRISTO. Letteralmente: dove dispersero Gesú Cristo. Lo si dice di un Luogo lontano ed impervio, difficile da raggiungere... La locuzione fa certamente riferimento all'episodio dell'evangelo allorché Maria e Giuseppe persero di vista il Redentore che s'era attardato in Gerusalemme ed impiegarono alcuni giorni prima di ritrovarlo. 2.ADDÓ VAJE CU ‘O SCIARABBALLO, DICETTE ‘O CICENIELLO ‘NFACCI’ Ô SCUNCIGLIO. Letteralmente: Disse l’avannotto al murice: Dove vai con il (tuo) carretto?! Espressione usata per contestare al prepotente la sua azione fatta di sopraffazione, abuso, sopruso, angheria, ingiustizia, violenza e rammentargli che neppure all’arrogante è consentito eccedere ad libitum nel suo improprio vessatorio comportamento, senza aspettarsi una reazione (per piccola che sia) da parte del vessato tanto è vero che persino il piccolissimo avannotto redarguí lo spinoso murice (che intendeva, con la sua mole, sottrargli spazio vitale...); scunciglio/sconciglio. s.vo m.le in primis disordine, guasto, confusione ; per traslato uomo piccolo e deforme ed infine come nel caso che ci occupa voce regionale campana usata per indicare il murice, mollusco gasteropodo marino con grossa conchiglia spinosa avvolta a spira, da cui gli antichi estraevano la porpora. Etimologicamente deverbale di sconciglià/scunciglià = confondere,disordinare (dal lat. ex-conciliare→sconciliare→sconciglià/scunciglià).Il collegamento semantico tra il verbo ed il s.vo inteso murice si coglie osservando che la grossa conchiglia spinosa avvolta a spira del mollusco à forma disordinata, imprevista, fortuita, casuale. ciceniello s.vo m.le voce regionale campana usata per indicare il novellame dei pesci (bianchetti/avannotti) ; quanto all’ etimo penso che esso vada cercato piú che nel latino “caecella” = anguillina, come per un certo tempo pensai, ma altrove e cioè che si tratti molto probabilmente di un diminutivo (eniello/e) derivato dal lat. caec(um) atteso che il novellame che è molto piccolo si presume cieco. 3.ADDÓ VEDE I ADDÓ CECA che ad litteram è Dove vede e dove acceca che à significato del tutto diverso dalla precedente ADDÓ CECA I ADDÓ FOCA ed è riferita all’ingiusto malevolo atteggiamento di taluni che mostrano di porre la giusta necessaria attenzione e serenità di giudizio verso alcuni avvenimenti e/o persona, mentre per una ingiustificata avversione, malevolenza, ostilità, insofferenza, intolleranza, repulsione verso altri avvenimenti e/o persone, mostrano di non volere usare la giusta attenzione e/o serenità di giudizio giungendo talora bocciatura e/o alla stroncatura di tali avvenimenti e/o persone.Piú chiaramente l’espressione in esame per solito viene riferita a caustico commento delle azioni di taluni individui proclivi ai facili entusiasmi e ad immotivate antipatie in forza dei quali esprimono giudizi e/o sentenze tali da o elevar agli onori degli altari i giudicati o, viceversa ridurli nella polvere. Il piú famoso a Napoli esponente storico di questa categoria di persone fu il filosofo don Benedetto Croce (Pescasseroli, 25 febbraio 1866 – †Napoli, 20 novembre 1952) di cui ancóra oggi si dice che dove vedeva e dove cecava e che, a mo’ d’esempio, se da un lato, elevò alla gloria Salvatore Di Giacomo (Napoli, 12 marzo 1860 – †Napoli, 4 aprile 1934), facendone, a suo dire (ed io dissento !), il massimo poeta partenopeo, d’altro canto, immotivatamente stroncò Ferdinando Russo (Napoli, 25 novembre 1866 – †Napoli, 30 gennaio 1927) (questo sí, a mio avviso il vero significativo poeta autenticamente napoletano !!), né mai rivide il suo pensiero malato di malevola partigianeria, che tanto piú è deleteria, quanto piú è altisonante il nome del soggetto da cui promana. vere/vede= vede voce verbale (3ª pers. sg.ind.pr.)dell’infinito veré/vedé= vedere ( dal lat. vidíre). 4.ADDURMIRSE CU ‘A ZIZZA ‘MMOCCA Ad litteram: Addormentarsi con la tetta in bocca Détto a mo’ di dileggio soprattutto dei tontoloni, dei creduloni che si mostrano nel loro agire irresoluti ed eccessivamente tranquilli, quasi fossero dei piccoli ragazzi cui basta offrire una mammella da succhiare, per farli tranquillamente e repentinamente addormentare. 5.AGGE PACIENZA E FFATTE JÍ 'NCULO SO' 'A STESSA COSA... Porta pazienza e lasciati fregare son la medesima cosa!L'invito proposto dalla prima parte della locuzione a sopportare, ad aver pazienza, viene dalla saggezza popolare equiparato a quello ben piú doloroso di lasciarsi sodomizzare! BRAK

VARIE 17/75

1.ADDÓ ARRIVAMMO, LLA METTIMMO ‘O SPRUOCCOLO Ad litteram: Dove giungiamo là poniamo uno stecco. La locuzione è usata sia a mo’ di divertito commento di un’azione iniziata e non compiuta del tutto, sia per rassicurare qualcuno timoroso dell’intraprendere un quid ritenuto troppo gravoso da conseguirsi in tempi brevi; ebbene in tal caso gli si potrebbe dire: ” Non temere: non dobbiamo fare tutto in un’unica soluzione; Noi cominciamo l’opera e la proseguiamo fino al momento che le forze ci sorreggono; giunti a quel punto, vi poniamo un metaforico stecco, segno da cui riprendere l’operazione per portarla successivamente a compimento.” Spruoccolo s.m. = stecco, bastoncino, piccolo pezzo di legno di taglio irregolare dal b.lat. (e)xperoccolo←peduncuLLU(m) con sincope d’avvio, assimilazione regressiva nc→cc, dittongazione della ŏ→uo, nonché rotacizzazione osco mediterranea d→r. 2.ADDÓ CECA I ADDÓ FOCA Letteralmente : Dove acceca e dove strangola! Détto sarcasticamente di chi arrogante e presuntuoso, tracotante, protervo, ma vigliacco e pusillanime inceda dandosi le arie di prepotente, con atteggiamento insolente, impudente, sfrontato e teoricamente minaccioso, dando ad intendere di volere usar violenza chi accecando e chi strangolando. 3.ADDÓ HÊ FATTO 'O PALUMMARO? DINTO Â VASCA D''E CAPITUNE?! Ad litteram: dove ài imparato a fare il sommozzatore? Nella tinozza dei capitoni?!La frase è usata sarcasticamente quando ci si voglia prender giuoco di qualcuno che si atteggia a baldanzoso esperto di qualcosa di cui in realtà non à esperienza, come di un operaio subacqueo che, in Luogo delle profondità marine, manichette o pompe idrovore abbia avuto rapporti con la sola acqua contenuta nelle tinozze dove vengono messi le anguille o i piú grossi capitoni. PALUMMARO s.vo m.le = Chi fa il mestiere di scendere sott’acqua, completamente immerso, per compiere una determinata operazione; voce napoletana, voce poi pervenuta nell’italiano come palombaro, usata come ò detto per indicare chi esegue lavori sott'acqua (pesca, ricerche, ricuperi ecc.) munito di scafandro; è voce che deriva per metafora da un lat. tardo *palumbariu(m) 'sparviero', perché chi fa tale mestiere, immergendosi richiama l'immagine dello sparviero che cali sulla preda. 4.ADDÓ MAJE? Ad litteram: dove mai? Domanda retorica che si suole rivolgere ai responsabili di azioni discutibili se non ripropevoli, per indurli a recedere dal loro comportamento ritenuto non esistente in nessun altro Luogo e tanto sbagliato da doversi necessariamente evitare. 5.ADDÓ NUN MIETTE LL'ACO, NCE MIETTE 'A CAPA. Ad litteram: dove non metti l'ago, ci metterai il capo.Id est: occorre porre subito riparo anche ai piccoli danni, ché - se lasciati a se stessi - possono ingigantirsi al punto di dare gran nocumento; come un piccolo buco su di un abito, se non riparato in fretta può diventare cosí grande da lasciar passare il capo, cosí un qualsiasi piccolo e fugace danno va riparato súbito, prima che ingrandendosi, non produca effetti irreparabili. BRAK

VARIE 17/74

1.ACQUA 'E 'NNANZE E VVIENTO 'E RETO... Letteralmente: Acqua di davanti e vento di dietro. È il malevolo augurio con cui viene congedato una persona importuna e fastidiosa cui viene indirizzato l'augurio di essere attinto di faccia da un violento temporale e di spalle da un impetuoso vento che lo sospinga il piú lontano possibile, sotto un diluvio d’acqua. 2.ACQUA O FUOCO, FUJE PE CQUANTO AJE LUOCO! Ad litteram: Acqua o fuoco,scappa per quanto spazio ài. Id est: Due sono le minacce che bisogna temere in assoluto: l’alluvione o l’incendio allontanandosene il piú possibile. 3.ACQUA SANTA E TTERRA SANTA, PURE LOTA FANNO. Letteralmente: acqua santa e terra santa pure fango fanno. Id est: l'unione di due cose di per sè buone, non è detto che non possano produrre effetti spiacevoli. Lo si dice con riferimento alla società di due individui che, presi singolarmente, mai farebbero sospettare esser capaci di produrre danno e che invece, uniti producono grave nocumento ai terzi. Rammento in coda alla spiegazione della locuzione esaminata che il s.vo f.le lota [dal lat. lota neutro pl. di lutum] oltre che fango e/o melma vale anche, per estensione semantica, letame, escremento bovino ed in tale significato è da intendersi nell’ epiteto SICCHIO ‘E LOTA [id est: secchio di letame]che si rivolgere quale bruciante offesa ad un uomo indegno, ad un pessimo soggetto accreditato d’esser capace di tenere i peggiori comportamenti. 4.ACRUS ESTE E TTE LL’HÊ ‘A VEVERE Ad litteram : è acre, ma devi berlo La locuzione è tipico esempio di frammistione tra un tardo latino improbabile ed un vernacolo pieno. Cosí a Napoli si suole ripetere a chi non si voglia convincere della ineluttabilità di talune situazioni cui bisogna soggiacere, stante una forza maggiore. Narro qui di seguito la storiella donde prese vita la locuzione in epigrafe. Un anziano curato era in urto col proprio dispettoso sacrestano che sostituí il vino per la celebrazione della Messa con un acre aceto. Allorché il curato portò alle labbra il calice contenente l’aceto, se ne dolse con il sacrista dicendo: “Acrus est!” ed il dispettoso sacrestano di rimando : “te ll’hê ‘a vevere!” (Devi berlo Non puoi esimerti.) il curato, minacciandolo: ” Dopo la messa t’aspetto in sacrestia...” il sacrista, concluse: ” Hê ‘a vedé si me truove!” (Probabilmente non mi troverai...) Oggi la locuzione non à bisogno di due interlocutori; viene pronunciata anche da uno solo, da chi tenti di convincere qualcun altro che debba soggiacere agli eventi e non se ne possa esimere. 5.ADD’ ‘AMICE E ADD’’E PARIENTE NUN CE ACCATTÀ E NUN CE VENNERE NIENTE I peggiori affari si concLLUdono con gli amici ed i parenti dai quali è consigliabile non acquistar nulla, ed ai quali è sconsigliato vendere alcunché. BRAK

giovedì 19 gennaio 2017

VARIE 17/73

1.ACCUSSÍ COMME VAJE, ACCUSSÍ SÎ TTENUTO Cosí come incedi, cosí sei considerato Proverbio dal duplice significato: a) a seconda di come sei vestito, cosí sarai giudicato;(qui l'abito fa il monaco contrariamente a quanto di solito ritenuto) b) Come ti comporterai con gli altri, cosí sarai ripagato. 2.ACCUSSÍ VA ‘O MUNNO Ad litteram: cosí va il mondo: espressione analoga alla precedente, ma con un piú marcato senso di impotenza davanti alla ineluttabilità di taluni avvenimenti, che – in qualsiasi parte del mondo – evolvono nella medesima maniera... 3.ACCUSSÍ VA 'O MUNNO: CHI NATA E CCHI VA A FFUNNO Cosí va il mondo: chi nuota e chi affonda Id est: in questo mondo c'è sempre chi emerge e chi, meno fortunato, affonda 4.ACQUA Â FRAVECA E VVINO Ê FRAVECATURE Acqua alla costruzione e vino ai costruttori Id est: unicuique suum (a ciascuno il suo) Occorre molta acqua per impastare la malta occorrente alla fabbricazione di una costruzione, mentre agli operai che vi lavorano occorre cedere molto vino, affinché affrontino con allegria il lavoro. 5.ACQUA CA NUN CAMMINA, FA PANTANO E FFÈTE. Letteralmente: acqua che non corre, ristagna e puzza. Id est: Non bisogna fidarsi delle persone tranquille e taciturne in quanto sono quelle che rimuginano, almanaccano in silenzio senza farsi scorgere dagli altri, per poterli poi sorprendere;chi fa le viste di zittire e non partecipare, è colui che trama nell'ombra e che all'improvviso si appaleserà per il tuo danno con tutta la sua puzza. BRAK

VARIE 17/72

1.ABBUFFÀ 'A GUALLERA. Letteralmente: gonfiare l'ernia. Id est: annoiare, infastidire, tediare qualcuno al punto di procurargli una metaforica enfiagione di un'ipotetica ernia. Si consideri però che in napoletano con il termine "guallera"(dall’arabo wadara) si indica oltre che l'ernia anche il sacco scrotale, ed è ad esso che con ogni probabilità fa riferimento questa locuzione. 2.ACCATTARSE ‘O CCASO. Ad litteram: portarsi via il formaggio. Per la verità nel napoletano il verbo accattà significa innanzitutto: comprare, ma nella locuzione in epigrafe bisogna intenderlo nel suo primo significato etimologico di portar via dal latino: adcaptare iterativo di capere (prendere). La locuzione non à legame alcuno con il fatto di acquistare in salumeria o altrove del formaggio; essa si riferisce piuttosto al fatto che i topi che vengono attirati nelle trappole da un minuscolo pezzo di formaggio, messo come esca, talvolta riescono a portar via l’esca senza restar catturati; in tal caso si usa dire ca ‘o sorice s’è accattato ‘o ccaso ossia che il topo à subodorato il pericolo ed è riuscito a portar via il pezzetto di formaggio, evitando però di esser catturato. Per traslato, ogni volta che uno fiuti un pericolo incombente o una metaforica esca approntatagli, ma se ne riesce a liberare, si dice che s’è accattato ‘o ccaso. 3.ACCUNCIARSE QUATT' OVE DINTO A 'NU PIATTO. Ad litteram: Sistemarsi quattro uova in un piatto - cioè: assicurarsi una comoda rendita di posizione, magari a danno di altra persona (per solito la porzione canonica di uova è in numero di due...tutte quelle che eccedono sono state sottratte ad altri). 4.ACCURTÀ ‘E PASSE A CQUACCHEDUNO Ad litteram: accorciare (ridurre) i passi a qualcuno; id est: ridimensionare i movimenti di qualcuno al fine di impedirgli di procedere oltre; detto soprattutto di chi - mostratosi troppo saccente e supponente - si stia comportando, conseguentemente, con boria e vacua baldanza; ebbene è buona norma che costui venga ridimensionato, con parole ed atti, perché comprenda quali sono i limiti nei quali deve muoversi e non li ecceda. 5.ACCUSSÍ À DDA JÍ Ad litteram : cosí deve andare; fatalistica espressione con la quale a Napoli si suole accettare tutte quelle situazioni che non possono essere eluse o evitate ed alle quali perciò bisogna - sia pure obtorto collo - soggiacere.Talvolta per completamento della frase in epigrafe ed a significare un totale abbondono nell’ Ente supremo che muove tutti gli accadimenti umani, si aggiunge un religioso e rassegnato e accussí sia ( e cosí sia). BRAK