BOCCONCINI DI MELANZANE
Ingredienti e dosi per 6 persone
1200 G Melanzane violette napoletane grigliate
- 100 G Uvetta Sultanina
- 100 G Formaggio Provolone Dolce Grattugiato
- 4 Tuorli D'uovo
– Pangrattato 4 cucchiai
- Farina 4 cucchiai
- 1 Pizzico Origano
- Noce Moscata q.s.
- Olio Di Semi q.s.
- Sale fino e Pepe decorticato q.s.
- Per La Pastella:
- 300 G Farina
- 3 Uova
- 1 Albume D'uovo
– 2 Cucchiai di Olio D'oliva e.v.
Preparazione
Mettete in ammollo l'uvetta in acqua tiepida. Tagliate via la buccia alle melanzane, tritatele finemente o passatele in un tritaverdure a buchi grossi e mettetele in una terrina con l'uvetta strizzata e asciugata, i 4 tuorli, il provolone, l'origano, una grattugiata di noce moscata, sale fino e pepe. Quindi aggiungete tanto pangrattato quanto basta per ottenere un composto consistente, ma morbido.
Diluite la farina con il cucchiaio di olio e poi con mezzo bicchiere d'acqua. Incorporate 3 uova intere sbattute e l'albume montato a neve. Salate poco e lasciate riposare. Intanto con il composto di melanzana formate tante palline grosse come una noce, infarinatele e passatele a mano a mano nella pastella. Friggete i bocconcini pochi alla volta in abbondante olio di semi caldo, per circa 5 minuti. Sgocciolateli quando sono dorati, passateli su carta assorbente da cucina, salate ancóra se occorre. Serviteli caldi come antipasto o come contorno gustoso.
Vini: secchi e profunati bianchi campani ( Solopaca, Capri, Ischia, Falanghina, Fiano, Greco di Tufo) freddi di frigo.
Mangia Napoli, bbona salute!
raffaele bracale
giovedì 19 novembre 2009
POLPETTINE DI PANE
POLPETTINE DI PANE
Questa volta vi suggerisco una semplicissima ma gustosa ricetta da servirsi come antipasto caldo in accompagnamento di affettati misti e/o formaggi stagionati.
ingredienti e dosi per 6 – 8 persone
7 – 8 etti di mollica di pane casareccio raffermo di un giorno,
6 uova,
1 bicchiere di latte intero,
1 etto di pecorino grattugiato,
2 ciuffi di basilico lavato, asciugato,
2 etti di gherigli di noci secche,
2 spicchi d’aglio mondati e tritati finemente,
¾ di bicchiere d’olio d’oliva e.v.,
1ciuffo di prezzemolo lavato, asciugato e tritato finemente,
1 etto di uva sultanina ammollata in acqua bollente,
½ etto di pinoli tostati in un filo d’olio,
3 etti di salame tipo napoli in cubetti da ½ cm. di spigolo,
farina q.s.,
pangrattato q.s.,
sale fino e pepe nero q.s.
abbondante olio per friggere (semi varî o arachidi o mais o girasole)
Preparazione:
Approntate dapprima un pesto non eccessivamente fluido, ponendo in un mixer con lame da umido il basilico, metà del prezzemolo, l’olio d’oliva e.v. i gherigli di noci, un cucchiaio di aglio tritato,un pizzico di sale e due di pepe.
Mettete la mollica in un’ampia zuppiera e bagnatela con il latte, poi strizzatela bene; aggiungete due cucchiaiate di pesto, un uovo intero ed i rossi di altre cinque uova, il pecorino, il salame, l’uvetta ammollata, i pinoli tostati, il trito d’aglio e di prezzemolo residui, salate e pepate ad libitum ed impastate a mani nude fino ad ottenere un impasto morbido, ma consistente: se dovesse risultar troppo morbido, unite del pangrattato.
Sbattete a neve ferma le chiare d’uovo con un pizzico di sale; ungetevi le mani e prendendo piccole porzioni di impasto formate delle polpettine della grandezza e forma di una noce; ripetete l’operazione fino ad esaurimento dell’impasto; mandate a temperatura l’olio per friggere (che dovrà risultare bollente e profondo); passate le polpettine nella farina, intingetele nelle chiare montate, rollatele nel pangrattato e friggetele, poche per volta, fino a che siano ben dorate; prelevatale dall’olio con una schiumarola ed adagiatele su carta assorbente da cucina, a perdere l’eccesso d’unto; servitele per antipasto o rompidigiuno calde di fornello, irrorate con il pesto residuo in accompagnamento di affettati misti e/o formaggi stagionati, avendo cura (per la presentazione) di infilarle singolarmente con un cure- dent.
Vini: Corposi vini rossi campani (Solopaca, Aglianico, Piedirosso, Taurasi) serviti a temperatura ambiente.
Mangia Napoli, bbona salute!
raffaele bracale
Questa volta vi suggerisco una semplicissima ma gustosa ricetta da servirsi come antipasto caldo in accompagnamento di affettati misti e/o formaggi stagionati.
ingredienti e dosi per 6 – 8 persone
7 – 8 etti di mollica di pane casareccio raffermo di un giorno,
6 uova,
1 bicchiere di latte intero,
1 etto di pecorino grattugiato,
2 ciuffi di basilico lavato, asciugato,
2 etti di gherigli di noci secche,
2 spicchi d’aglio mondati e tritati finemente,
¾ di bicchiere d’olio d’oliva e.v.,
1ciuffo di prezzemolo lavato, asciugato e tritato finemente,
1 etto di uva sultanina ammollata in acqua bollente,
½ etto di pinoli tostati in un filo d’olio,
3 etti di salame tipo napoli in cubetti da ½ cm. di spigolo,
farina q.s.,
pangrattato q.s.,
sale fino e pepe nero q.s.
abbondante olio per friggere (semi varî o arachidi o mais o girasole)
Preparazione:
Approntate dapprima un pesto non eccessivamente fluido, ponendo in un mixer con lame da umido il basilico, metà del prezzemolo, l’olio d’oliva e.v. i gherigli di noci, un cucchiaio di aglio tritato,un pizzico di sale e due di pepe.
Mettete la mollica in un’ampia zuppiera e bagnatela con il latte, poi strizzatela bene; aggiungete due cucchiaiate di pesto, un uovo intero ed i rossi di altre cinque uova, il pecorino, il salame, l’uvetta ammollata, i pinoli tostati, il trito d’aglio e di prezzemolo residui, salate e pepate ad libitum ed impastate a mani nude fino ad ottenere un impasto morbido, ma consistente: se dovesse risultar troppo morbido, unite del pangrattato.
Sbattete a neve ferma le chiare d’uovo con un pizzico di sale; ungetevi le mani e prendendo piccole porzioni di impasto formate delle polpettine della grandezza e forma di una noce; ripetete l’operazione fino ad esaurimento dell’impasto; mandate a temperatura l’olio per friggere (che dovrà risultare bollente e profondo); passate le polpettine nella farina, intingetele nelle chiare montate, rollatele nel pangrattato e friggetele, poche per volta, fino a che siano ben dorate; prelevatale dall’olio con una schiumarola ed adagiatele su carta assorbente da cucina, a perdere l’eccesso d’unto; servitele per antipasto o rompidigiuno calde di fornello, irrorate con il pesto residuo in accompagnamento di affettati misti e/o formaggi stagionati, avendo cura (per la presentazione) di infilarle singolarmente con un cure- dent.
Vini: Corposi vini rossi campani (Solopaca, Aglianico, Piedirosso, Taurasi) serviti a temperatura ambiente.
Mangia Napoli, bbona salute!
raffaele bracale
POLPETTE DI PATATE
POLPETTE DI PATATE
Questa ricetta è la maniera povera, ma gustosa di preparare un sostitutivo dei panzarotti napoletani e queste polpette possono essere usate o come antipasto o come contorno o come rompidigiuno. Sono molto saporite e le consiglio di cuore!
Ingredienti e dosi per 6 persone
8 - 10 grosse patate vecchie a pasta gialla
5 uova + 2 rossi,
4 cucchiai di formaggio pecorino grattugiato,
150gr di salame tipo napoli tagliato a bastoncini di cm. 5 x 1 x 1
un ciuffo di prezzemolo fresco finemente tritato,
qualche foglia di menta di campo,
sale doppio un pugno
sale fino e pepe nero q.s.,
150 gr di pangrattato, le chiare di due uova ben montate,
abbondante olio di semi (mais) per friggere.
procedimento
In abbondante acqua salata (un pugno di sale grosso) far lessare le patate per circa 25’ dal momento del bollore, senza pelarle. Provare di tanto in tanto ad infilzarle con i rebbi d’una forchetta per saggiarne la cottura all’interno; prelevarle e ponendo attenzione a non scottarsi, pelarle accuratamente e passale al setaccio o ad una schiacciapatate fino ad ottenerne adagiandola in una zuppiera una purea omogenea e senza grumi. Unire le uova intere ed i rossi, la menta ed il prezzemolo tritati, il formaggio grattugiato, i bastoncini di salame, impastando a mani nude. A mani bagnate ( meglio se unte) preparare quindi delle polpette di forma e grandezza di un pollice che vanno prima intinte nelle chiare montate a neve e poi rollate nel pangrattato prima di friggerle in olio abbondante e profondo. A seconda del gusto personale, si può aggiungere al composto qualche spicchio d’aglio mondato finemente tritato, oppure un cucchiaio di erbette secche. Prelevarle con una schiumarola ed adagiarle su carta assorbente da cucina, indi salarle e peparle ad libitum e servirle calde.
Vini: secchi e profunati bianchi campani ( Solopaca, Capri, Ischia, Falanghina, Fiano, Greco di Tufo) freddi di frigo.
Mangia Napoli, bbona salute!
raffaele bracale
Questa ricetta è la maniera povera, ma gustosa di preparare un sostitutivo dei panzarotti napoletani e queste polpette possono essere usate o come antipasto o come contorno o come rompidigiuno. Sono molto saporite e le consiglio di cuore!
Ingredienti e dosi per 6 persone
8 - 10 grosse patate vecchie a pasta gialla
5 uova + 2 rossi,
4 cucchiai di formaggio pecorino grattugiato,
150gr di salame tipo napoli tagliato a bastoncini di cm. 5 x 1 x 1
un ciuffo di prezzemolo fresco finemente tritato,
qualche foglia di menta di campo,
sale doppio un pugno
sale fino e pepe nero q.s.,
150 gr di pangrattato, le chiare di due uova ben montate,
abbondante olio di semi (mais) per friggere.
procedimento
In abbondante acqua salata (un pugno di sale grosso) far lessare le patate per circa 25’ dal momento del bollore, senza pelarle. Provare di tanto in tanto ad infilzarle con i rebbi d’una forchetta per saggiarne la cottura all’interno; prelevarle e ponendo attenzione a non scottarsi, pelarle accuratamente e passale al setaccio o ad una schiacciapatate fino ad ottenerne adagiandola in una zuppiera una purea omogenea e senza grumi. Unire le uova intere ed i rossi, la menta ed il prezzemolo tritati, il formaggio grattugiato, i bastoncini di salame, impastando a mani nude. A mani bagnate ( meglio se unte) preparare quindi delle polpette di forma e grandezza di un pollice che vanno prima intinte nelle chiare montate a neve e poi rollate nel pangrattato prima di friggerle in olio abbondante e profondo. A seconda del gusto personale, si può aggiungere al composto qualche spicchio d’aglio mondato finemente tritato, oppure un cucchiaio di erbette secche. Prelevarle con una schiumarola ed adagiarle su carta assorbente da cucina, indi salarle e peparle ad libitum e servirle calde.
Vini: secchi e profunati bianchi campani ( Solopaca, Capri, Ischia, Falanghina, Fiano, Greco di Tufo) freddi di frigo.
Mangia Napoli, bbona salute!
raffaele bracale
PÂTÉ DI TONNO.
PÂTÉ DI TONNO.
Gustosissimo antipasto da servire o già spalmato su sottili fettine di pane casareccio bruscato a forno (240°)
o in coppette accompagnato da sottili fettine di pane casareccio bruscato a forno (240°) da spalmare, in unione con formaggi freschi o stagionati (mozzarelline, provolette o pezzi piccoli (cm. 5 x 3 x 2) di provolone del monaco); i vini d’accompagnamento rigorosamente secchi e profunati bianchi campani ( Solopaca, Capri, Ischia, Falanghina, Fiano, Greco di Tufo ) freddi di frigo.
Ingredienti e dosi per 6 persone:
4 etti di tonno sott’olio (preferire quello in vetro da lavorazione artigianale),
1 etto di filetti d’acciughe sott’olio,
3 uova sode,
1 bicchiere di olio d’oliva e.v.p.s.a f.,
il succo d’un limone non trattato,
1 tazzina d’aceto di vino bianco,
1 etto di olive nere di Gaeta denocciolate,
1 etto di olive bianche di Spagna denocciolate,
1 spicchio d’aglio mondato,
1 ciuffo di prezzemolo lavato ed asciugato,
una presa di sale grosso alle erbette.
pepe bianco q.s.
alcune sottili fettine di pane casareccio bruscate al forno (200°)
Procedimento
Ponete innanzi tutto a rassodare le uova, ponendole in un pentolino con molta acqua fredda; accendete il fuoco e mandate a bollore l’acqua; affinché le uova risultino ben rassodate tenetele ben immerse nell’acqua a bollore conteggiando 8 minuti dal momento che l’acqua avrà preso a bollire; rassodate che siano raffreddate le uova sotto un getto d’acqua fredda e sgusciatele perfettamente, dividendole in quattro spicchi cadauna; ponete tutti gli ingredienti in un mixer con lame da umido, nell’ordine che segue: tonno, acciughe, uova sode, spicchio d’aglio, aceto, limone e da ultimo olive nere e bianche denocciolate e prezzemolo, irrorando il tutto con l’olio a filo; fate frullare a bassa velocità (il pâté non dovrà riscaldarsi…) solo alla fine aggiustate (se necessario, se cioè il tonno non fosse molto saporito…) con una presa di sale doppio alle erbette, e con due prese di pepe bianco.
Il pâté dovrà risultare morbidissimo e facilmente spalmabile; se non lo fosse (ma non dovrebbe essere…) aggiungere ancòra un po’ d’olio e servirlo, come ò detto, quale antipasto in unione con formaggi freschi o stagionati (mozzarelline, provolette o pezzi piccoli (cm. 5 x 3 x 2) di provolone del monaco); già spalmato su sottili fettine di pane casareccio bruscato a forno (200°)
o, quale secondo piatto, in coppette accompagnato da sottili fettine di pane casareccio bruscato a forno (200°) da spalmare, semprein unione con formaggi freschi o stagionati (mozzarelline, provolette o pezzi piccoli (cm. 5 x 3 x 2) di provolone del monaco) e verdure fresche e croccanti (finocchi, ravanelli).
Mangia Napoli, bbona salute!
raffaele bracale .
Gustosissimo antipasto da servire o già spalmato su sottili fettine di pane casareccio bruscato a forno (240°)
o in coppette accompagnato da sottili fettine di pane casareccio bruscato a forno (240°) da spalmare, in unione con formaggi freschi o stagionati (mozzarelline, provolette o pezzi piccoli (cm. 5 x 3 x 2) di provolone del monaco); i vini d’accompagnamento rigorosamente secchi e profunati bianchi campani ( Solopaca, Capri, Ischia, Falanghina, Fiano, Greco di Tufo ) freddi di frigo.
Ingredienti e dosi per 6 persone:
4 etti di tonno sott’olio (preferire quello in vetro da lavorazione artigianale),
1 etto di filetti d’acciughe sott’olio,
3 uova sode,
1 bicchiere di olio d’oliva e.v.p.s.a f.,
il succo d’un limone non trattato,
1 tazzina d’aceto di vino bianco,
1 etto di olive nere di Gaeta denocciolate,
1 etto di olive bianche di Spagna denocciolate,
1 spicchio d’aglio mondato,
1 ciuffo di prezzemolo lavato ed asciugato,
una presa di sale grosso alle erbette.
pepe bianco q.s.
alcune sottili fettine di pane casareccio bruscate al forno (200°)
Procedimento
Ponete innanzi tutto a rassodare le uova, ponendole in un pentolino con molta acqua fredda; accendete il fuoco e mandate a bollore l’acqua; affinché le uova risultino ben rassodate tenetele ben immerse nell’acqua a bollore conteggiando 8 minuti dal momento che l’acqua avrà preso a bollire; rassodate che siano raffreddate le uova sotto un getto d’acqua fredda e sgusciatele perfettamente, dividendole in quattro spicchi cadauna; ponete tutti gli ingredienti in un mixer con lame da umido, nell’ordine che segue: tonno, acciughe, uova sode, spicchio d’aglio, aceto, limone e da ultimo olive nere e bianche denocciolate e prezzemolo, irrorando il tutto con l’olio a filo; fate frullare a bassa velocità (il pâté non dovrà riscaldarsi…) solo alla fine aggiustate (se necessario, se cioè il tonno non fosse molto saporito…) con una presa di sale doppio alle erbette, e con due prese di pepe bianco.
Il pâté dovrà risultare morbidissimo e facilmente spalmabile; se non lo fosse (ma non dovrebbe essere…) aggiungere ancòra un po’ d’olio e servirlo, come ò detto, quale antipasto in unione con formaggi freschi o stagionati (mozzarelline, provolette o pezzi piccoli (cm. 5 x 3 x 2) di provolone del monaco); già spalmato su sottili fettine di pane casareccio bruscato a forno (200°)
o, quale secondo piatto, in coppette accompagnato da sottili fettine di pane casareccio bruscato a forno (200°) da spalmare, semprein unione con formaggi freschi o stagionati (mozzarelline, provolette o pezzi piccoli (cm. 5 x 3 x 2) di provolone del monaco) e verdure fresche e croccanti (finocchi, ravanelli).
Mangia Napoli, bbona salute!
raffaele bracale .
PEPERONI IN BAGNA FREDDA
PEPERONI IN BAGNA FREDDA
Ingredienti e dosi per 6 persone:
- n.6 peperoni quadrilobati gialli carnosi,
- 10 o 12 filetti di acciughe sott’olio,
- ½ etto di capperi di Pantelleria dissalati e lavati,
- n.2 spicchi d'agli mondati,
- 1 etto di olive nere di Gaeta denocciolate,
- 1 ciuffo di prezzemolo lavato, asciugato e tritato finemente,
- 1 bicchiere e mezzo d’olio d’oliva e.v. p. s. a f.
- Sale fino e pepe nero q.s.
Preparazione:
Abbrustolite,o su fiamma viva o in forno preriscaldato a 200° accuratamente i peperoni, spellateli sotto un getto d’acqua fredda corrente e divideteli in falde della grandezza d’un indice. Adagiateli in un piatto e spruzzateli con un pizzico di sale fino. Lasciateli riposare per circa mezz'ora affinchè rilascino il lorosugo.
Pestate in un mortaio sino ad ottenere un amalgama molto fine le acciughe, i capperi, gli spicchi d’aglio e le olive Aggiungete mezzo bicchiere
di olio di oliva e.v. p. s. a f., il sughetto che ànno rilasciato i peperoni una macinata di pepe Mescolate accuratamente sino ad ottenere una salsa omogenea, aggiungendo eventualmente altro olio.
Molto piú rapidamente tale salsa si può ottenere tritando tutti insieme gli ingredienti in un mixer con lama per umidi.
Condite i peperoni con questa salsa, saggiate e regolate eventualmente di sale, cospargeteli con il trito di prezzemolo e riponeteli in frigo in un
contenitore di vetro con il coperchio.
Lasciare riposare per 12/24 ore e servite questi peperoni, come antipasto, adagiati su fette di pane casareccio caldo bruscato alla fiamma o in forno caldo (240°), oppure - senza pane - come contorno di portate di carni in umido o di formaggi freschi.
Vini: secchi e profunati bianchi campani ( Solopaca, Capri, Ischia, Falanghina, Fiano) freddi di frigo.
Mangia Napoli, facítene salute!
raffaele bracale
Ingredienti e dosi per 6 persone:
- n.6 peperoni quadrilobati gialli carnosi,
- 10 o 12 filetti di acciughe sott’olio,
- ½ etto di capperi di Pantelleria dissalati e lavati,
- n.2 spicchi d'agli mondati,
- 1 etto di olive nere di Gaeta denocciolate,
- 1 ciuffo di prezzemolo lavato, asciugato e tritato finemente,
- 1 bicchiere e mezzo d’olio d’oliva e.v. p. s. a f.
- Sale fino e pepe nero q.s.
Preparazione:
Abbrustolite,o su fiamma viva o in forno preriscaldato a 200° accuratamente i peperoni, spellateli sotto un getto d’acqua fredda corrente e divideteli in falde della grandezza d’un indice. Adagiateli in un piatto e spruzzateli con un pizzico di sale fino. Lasciateli riposare per circa mezz'ora affinchè rilascino il lorosugo.
Pestate in un mortaio sino ad ottenere un amalgama molto fine le acciughe, i capperi, gli spicchi d’aglio e le olive Aggiungete mezzo bicchiere
di olio di oliva e.v. p. s. a f., il sughetto che ànno rilasciato i peperoni una macinata di pepe Mescolate accuratamente sino ad ottenere una salsa omogenea, aggiungendo eventualmente altro olio.
Molto piú rapidamente tale salsa si può ottenere tritando tutti insieme gli ingredienti in un mixer con lama per umidi.
Condite i peperoni con questa salsa, saggiate e regolate eventualmente di sale, cospargeteli con il trito di prezzemolo e riponeteli in frigo in un
contenitore di vetro con il coperchio.
Lasciare riposare per 12/24 ore e servite questi peperoni, come antipasto, adagiati su fette di pane casareccio caldo bruscato alla fiamma o in forno caldo (240°), oppure - senza pane - come contorno di portate di carni in umido o di formaggi freschi.
Vini: secchi e profunati bianchi campani ( Solopaca, Capri, Ischia, Falanghina, Fiano) freddi di frigo.
Mangia Napoli, facítene salute!
raffaele bracale
mercoledì 18 novembre 2009
VARIE 466
1.Quanno 'a gallina scacatea, è signo ca à fatto ll'uovo.
Letteralmente: quando la gallina starnazza vuol dire che à fatto l'uovo. Id est: quando ci si scusa reiteratamente,soprattuto quando le scuse non son richieste, significa che si è colpevoli.
2.Quanno si 'ncunia statte e quanno si martiello vatte
Letteralmente: quando sei incudine sta fermo, quando sei martello, percuoti. Id est: ogni cosa va fatta nel momento giusto, sopportando quando c'è da sopportare e passando al contrattacco nel momento che la sorte lo consente perché ci è favorevole.
3.Miettele nomme penna!
Letteralmente: Chiamala penna! La locuzione viene usata, quasi volendo consigliare e suggerire rassegnazione, allorchè si voglia far intendere a qualcuno che à irrimediabilmente perduto una cosa, un oggetto, divenuto quasi piuma d'uccello. La piuma essendo una cosa leggera fa presto a volar via, come sparisce un oggetto prestato a qualcuno che per solito non restituisce ciò che à ottenuto in prestito. A maggior conferma del fatto si usa dire che se il prestito fosse una cosa buona, si impresterebbe la moglie... a margine rammento che con il nomme penna si intendeva anche una vilissima monetina che si spendeva con facilità, senza remore o pentimenti; la moneta détta penna ebbe il valore esiguo di 1 carlino, questa stessa moneta per il motivo ricordato è ricollegabile al détto qui esaminato: miéttele nomme penna (chiamala penna) in riferimento appunto ad ogni cosa che si potesse facilmente perdere o cedere senza lasciar tracce di remore o dispiaceri; la monetina s’ebbe il nome di penna giacché su di una delle facce (verso) v’era effigiata un’ala pennuta, quella dell’arcangelo Gabriele che sul dritto era il protagonista dell’Annunciazione.
4.Fà 'o farenella.
Letteralmente:fare il farinello. Id est: comportarsi da vagheggino, da manierato cicisbeo. L'icastica espressione non si riferisce - come invece erroneamente pensa qualcuno - all'evirato cantore settecentescoCarlo Broschi detto Farinelli(Andria, 24 gennaio 1705 – † Bologna, 16 settembre 1782),, ma prende le mosse dall'àmbito teatrale dove le parti delle commedie erano assegnate secondo rigide divisioni. All'attor giovane erano riservate le parti dell'innamorato o del cicisbeo. E ciò avveniva sempre anche quando l'attore designato , per il trascorrere del tempo non era piú tanto giovane e allora per lenire i danni del tempo era costretto a ricorre piú che alla costosa cipria, alla piú economica farina.
5.À fatto 'o pireto 'o cardillo.
Letteralmente: Il cardellino à fatto il peto. Commento salace ed immediato che il popolo napoletano usa quando voglia sottolineare la risibile performance di un insignificante e maldestro individuo che per sue limitate capacità ed efficienza non può produrre che cose di cui non può restar segno o memoria come accade appunto delle insignificanti flautolenze che può liberare un piccolo cardellino.
6.Pigliarse 'o Ppusilleco.
Letteralmente: Prendersi il Posillipo. Id est: Darsi il buon tempo, accompagnarsi ad una bella donna, per trascorrere un po' di tempo in maniera gioiosa.La locuzione fa riferimento ad una famosa collina partenopeaPosillipo,che dal greco Pausillipon significa tregua all'affanno, luogo amenissimo dove gli innamorati son soliti appartarsi. In senso antifrastico e furbesco la locuzione sta per: buscarsi la lue forse frutto di incauti incontri con donne di non specchiata virtú.
7.Nun lassà 'a via vecchia p''a via nova, ca saje chello ca lasse e nun saje chello ca truove!
Letteralmente: Non lasciare la via vecchia per la nuova, perchè conosci ciò che lasci e ignori ciò che trovi. L'adagio consiglia cioè di non imboccare strade diverse da quelle note, ché, se cosí si facesse si andrebbe incontro all'ignoto, con conseguenze non facilmente valutabili e/o sopportabili.
8.Petrusino, ògne menesta.
Letteralmente: Prezzemolo in ogni minestra. Cosí è detto l'incallito presenzialista, che non si lascia sfuggire l'occasione di esser presente,di intromettersi in una discussione e dire la sua, quasi come il prezzemolo, l’eba aromatica che si usa mettere in quasi tutte le pietanze o salse partenopee.
9.Acqua ca nun cammina, fa pantano e fète.
Letteralmente: acqua che non corre, ristagna e puzza. Id est: chi fa le viste di zittire e non partecipare, è colui che trama nell'ombra e che all'improvviso si appaleserà con la sua puzza per il tuo danno!
10.'Nfila 'nu spruoccolo dinto a 'nu purtuso!
Letteralmente: Infila uno stecco in un buco! La locuzione indica una perentoria esortazione a compiere l'operazione indicata che deve servire a farci rammentare l'accadimento di qualcosa di positivo, ma talmente raro da doversi tenere a mente mediante un segno ben visibile come l'immissione di un bastoncello in un buco di casa, per modo che passandovi innanzi e vedendolo ci si possa rammentare del rarissimo fatto che si è verificato. Per intenderci, l'espressione viene usata, a sapido commento allorchè, per esempio, un uomo politico mantiene una promessa, una donna è puntuale ad un appuntamento et similia.L’espressione rammenta una cerimonia in uso nell’antica Roma repubblicana allorché il Sommo sacerdote, a fini eponimi, soleva ad inizio d’anno infiggere un chiodo in una delle pareti del tempio di Giano.
11.Astipate 'o milo pe quanno te vène sete.
Letteralmente:Conserva la mela, per quando avrai sete. Id est: Non bisogna essere impazienti; non si deve reagire subito sia pure a cattive azioni ricevute;insomma la vendetta è un piatto da servire freddo, allorché se ne avvertirà maggiormente la necessità.
12.Puozz'avé mez'ora 'e petriata dinto a 'nu vicolo astritto e ca nun sponta, farmacie 'nchiuse e miedece guallaruse!
Imprecazione malevola rivolta contro un inveterato nemico cui si augura di sottostare ad una mezz'ora di lapidazione subíta in un vicolo stretto e cieco, che non offra cioè possibilità di fuga e a maggior cordoglio gli si augura di non trovare farmacie aperte ed imbattersi in medici erniosi e pertanto lenti al soccorso.
13.Aje voglia 'e mettere rumma, 'nu strunzo nun addiventa maje babbà.
Letteralmente: Puoi anche irrorarlo con parecchio rum,tuttavia uno stronzo non diventerà mai un babà. Id est: un cretino, uno sciocco per quanto si cerchi di truccarlo, edulcorare o esteriormente migliorare, non potrà mai essere una cosa diversa da ciò che è...
14.Si 'a morte tenesse crianza, abbiasse a chi sta 'nnanze.
Letteralmente: Se la morte avesse educazione porterebbe via per primi chi è piú innanzi, ossia è piú vecchio... Ma, come altrove si dice: ‘a morte nun tène crianza... (la morte non à educazione), per cui non è possibile tenere conti sulla priorità dei decessi.
15. Pure 'e cuffiate vanno 'mparaviso.
Anche i corbellati vanno in Paradiso. Cosí vengono consolati o si autoconsolano i dileggiati prefigurando loro o auto prefigurandosi il premio eterno per ciò che son costretti a sopportare in vita. Il cuffiato è chiaramente il corbellato cioè il portatore di corbello (in arabo: quffa)
brak
Letteralmente: quando la gallina starnazza vuol dire che à fatto l'uovo. Id est: quando ci si scusa reiteratamente,soprattuto quando le scuse non son richieste, significa che si è colpevoli.
2.Quanno si 'ncunia statte e quanno si martiello vatte
Letteralmente: quando sei incudine sta fermo, quando sei martello, percuoti. Id est: ogni cosa va fatta nel momento giusto, sopportando quando c'è da sopportare e passando al contrattacco nel momento che la sorte lo consente perché ci è favorevole.
3.Miettele nomme penna!
Letteralmente: Chiamala penna! La locuzione viene usata, quasi volendo consigliare e suggerire rassegnazione, allorchè si voglia far intendere a qualcuno che à irrimediabilmente perduto una cosa, un oggetto, divenuto quasi piuma d'uccello. La piuma essendo una cosa leggera fa presto a volar via, come sparisce un oggetto prestato a qualcuno che per solito non restituisce ciò che à ottenuto in prestito. A maggior conferma del fatto si usa dire che se il prestito fosse una cosa buona, si impresterebbe la moglie... a margine rammento che con il nomme penna si intendeva anche una vilissima monetina che si spendeva con facilità, senza remore o pentimenti; la moneta détta penna ebbe il valore esiguo di 1 carlino, questa stessa moneta per il motivo ricordato è ricollegabile al détto qui esaminato: miéttele nomme penna (chiamala penna) in riferimento appunto ad ogni cosa che si potesse facilmente perdere o cedere senza lasciar tracce di remore o dispiaceri; la monetina s’ebbe il nome di penna giacché su di una delle facce (verso) v’era effigiata un’ala pennuta, quella dell’arcangelo Gabriele che sul dritto era il protagonista dell’Annunciazione.
4.Fà 'o farenella.
Letteralmente:fare il farinello. Id est: comportarsi da vagheggino, da manierato cicisbeo. L'icastica espressione non si riferisce - come invece erroneamente pensa qualcuno - all'evirato cantore settecentescoCarlo Broschi detto Farinelli(Andria, 24 gennaio 1705 – † Bologna, 16 settembre 1782),, ma prende le mosse dall'àmbito teatrale dove le parti delle commedie erano assegnate secondo rigide divisioni. All'attor giovane erano riservate le parti dell'innamorato o del cicisbeo. E ciò avveniva sempre anche quando l'attore designato , per il trascorrere del tempo non era piú tanto giovane e allora per lenire i danni del tempo era costretto a ricorre piú che alla costosa cipria, alla piú economica farina.
5.À fatto 'o pireto 'o cardillo.
Letteralmente: Il cardellino à fatto il peto. Commento salace ed immediato che il popolo napoletano usa quando voglia sottolineare la risibile performance di un insignificante e maldestro individuo che per sue limitate capacità ed efficienza non può produrre che cose di cui non può restar segno o memoria come accade appunto delle insignificanti flautolenze che può liberare un piccolo cardellino.
6.Pigliarse 'o Ppusilleco.
Letteralmente: Prendersi il Posillipo. Id est: Darsi il buon tempo, accompagnarsi ad una bella donna, per trascorrere un po' di tempo in maniera gioiosa.La locuzione fa riferimento ad una famosa collina partenopeaPosillipo,che dal greco Pausillipon significa tregua all'affanno, luogo amenissimo dove gli innamorati son soliti appartarsi. In senso antifrastico e furbesco la locuzione sta per: buscarsi la lue forse frutto di incauti incontri con donne di non specchiata virtú.
7.Nun lassà 'a via vecchia p''a via nova, ca saje chello ca lasse e nun saje chello ca truove!
Letteralmente: Non lasciare la via vecchia per la nuova, perchè conosci ciò che lasci e ignori ciò che trovi. L'adagio consiglia cioè di non imboccare strade diverse da quelle note, ché, se cosí si facesse si andrebbe incontro all'ignoto, con conseguenze non facilmente valutabili e/o sopportabili.
8.Petrusino, ògne menesta.
Letteralmente: Prezzemolo in ogni minestra. Cosí è detto l'incallito presenzialista, che non si lascia sfuggire l'occasione di esser presente,di intromettersi in una discussione e dire la sua, quasi come il prezzemolo, l’eba aromatica che si usa mettere in quasi tutte le pietanze o salse partenopee.
9.Acqua ca nun cammina, fa pantano e fète.
Letteralmente: acqua che non corre, ristagna e puzza. Id est: chi fa le viste di zittire e non partecipare, è colui che trama nell'ombra e che all'improvviso si appaleserà con la sua puzza per il tuo danno!
10.'Nfila 'nu spruoccolo dinto a 'nu purtuso!
Letteralmente: Infila uno stecco in un buco! La locuzione indica una perentoria esortazione a compiere l'operazione indicata che deve servire a farci rammentare l'accadimento di qualcosa di positivo, ma talmente raro da doversi tenere a mente mediante un segno ben visibile come l'immissione di un bastoncello in un buco di casa, per modo che passandovi innanzi e vedendolo ci si possa rammentare del rarissimo fatto che si è verificato. Per intenderci, l'espressione viene usata, a sapido commento allorchè, per esempio, un uomo politico mantiene una promessa, una donna è puntuale ad un appuntamento et similia.L’espressione rammenta una cerimonia in uso nell’antica Roma repubblicana allorché il Sommo sacerdote, a fini eponimi, soleva ad inizio d’anno infiggere un chiodo in una delle pareti del tempio di Giano.
11.Astipate 'o milo pe quanno te vène sete.
Letteralmente:Conserva la mela, per quando avrai sete. Id est: Non bisogna essere impazienti; non si deve reagire subito sia pure a cattive azioni ricevute;insomma la vendetta è un piatto da servire freddo, allorché se ne avvertirà maggiormente la necessità.
12.Puozz'avé mez'ora 'e petriata dinto a 'nu vicolo astritto e ca nun sponta, farmacie 'nchiuse e miedece guallaruse!
Imprecazione malevola rivolta contro un inveterato nemico cui si augura di sottostare ad una mezz'ora di lapidazione subíta in un vicolo stretto e cieco, che non offra cioè possibilità di fuga e a maggior cordoglio gli si augura di non trovare farmacie aperte ed imbattersi in medici erniosi e pertanto lenti al soccorso.
13.Aje voglia 'e mettere rumma, 'nu strunzo nun addiventa maje babbà.
Letteralmente: Puoi anche irrorarlo con parecchio rum,tuttavia uno stronzo non diventerà mai un babà. Id est: un cretino, uno sciocco per quanto si cerchi di truccarlo, edulcorare o esteriormente migliorare, non potrà mai essere una cosa diversa da ciò che è...
14.Si 'a morte tenesse crianza, abbiasse a chi sta 'nnanze.
Letteralmente: Se la morte avesse educazione porterebbe via per primi chi è piú innanzi, ossia è piú vecchio... Ma, come altrove si dice: ‘a morte nun tène crianza... (la morte non à educazione), per cui non è possibile tenere conti sulla priorità dei decessi.
15. Pure 'e cuffiate vanno 'mparaviso.
Anche i corbellati vanno in Paradiso. Cosí vengono consolati o si autoconsolano i dileggiati prefigurando loro o auto prefigurandosi il premio eterno per ciò che son costretti a sopportare in vita. Il cuffiato è chiaramente il corbellato cioè il portatore di corbello (in arabo: quffa)
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VARIE 465
1.'O dulore è de chi 'o sente, no 'e chi passa e tène mente.
Letteralmente: il dolore è di chi lo avverte, non di coloro che assistono alle manifestazioni del dolente.Id est:per aver esatta contezza di un quid qualsiasi - in ispecie di un dolore - occorre riferirsi a chi prova sulla propria pelle quel dolore, non riferirsi al parere, spesso gratuito e non supportato da alcuna pratica esperienza, degli astanti che - per solito - o si limitano ad una fugace commiserazione del dolente , o - peggio! - affermano che chi si duole lo fa esagerando le ragioni del proprio dolere.
2.'O fatto d''e quatte surde.
Letteralmente: il racconto dei quattro sordi. Il raccontino che qui di seguito si narra, adombra il dramma della incomunicabilità e la locuzione in epigrafe viene pronunciata a Napoli a sapido commento in una situazione nella quale non ci si riesca a capire alla stregua di quei quattro sordi che viaggiatori del medesimo treno, giunti ad una stazione, cosí dialogarono: Il primo: Scusate simmo arrivate a Napule? (Scusate, siamo giunti a Napoli?) Il secondo: Nonzignore, cca è Napule!(Nossignore, qua è Napoli!) Il terzo: I' me penzavo ca stevamo a Napule (Io credevo che stessimo a Napoli). Il quarto concluse: Maje pe cumanno, quanno stammo a Napule, m'avvisate? (Per cortesia, quando saremo a Napoli, mi terrete informato?).
3.A 'nu cetrangolo spremmuto, chiavece 'nu caucio 'a coppa.
Schiaccia con una pedata una melarancia premuta.Id est: il danno e la beffa; la locuzione cattivissima nel suo enunciato, consiglia di calpestare un frutto già spremuto; ossia bisogna vilipendere e ridurre a mal partito chi sia già vilipeso e sfruttato, per modo che costui non abbia né la forza, nè il tempo di risollevarsi e riprendersi.Il tristo consiglio è dato nel convincimento che se si lascia ad uno sfruttato la maniera o l'occasione di riprendersi, costui si vendicherà in maniera violenta e allora sarà impossibile contrastarlo; per cui conviene infeierire e non dar quartiere, addirittura ponendoselo sotto i tacchi come un frutto spremuto ed inutile ormai.
4.Chi va pe chisti mare, chisti pisce piglia.
Letteralmente: chi corre questi mari può pescare solo questo tipo di pesce. Id est: chi si sofferma a compiere un tipo di operazione difficile e/o pericolosa, non può che sopportarne le conseguenze, né può attendersi risultati diversi o migliori.
5.Ammore, tosse e rogna nun se ponno annasconnere.
Amore, tosse e scabbia non si posson celare; le manifestazioni di queste tre situazioni sono cosí eclatanti che nessuno può nasconderle; per quanto ci si ingegni in senso opposto amore, tosse e scabbia saranno sempre palesi; la locuzione è usata sempre che si voglia alludere a situazioni non celabili.
6.'Mparate a parlà, no a faticà.
Letteralmente: impara a parlare, non a lavorare. Amaro, ma ammiccante proverbio napoletano dal quale è facile comprendere la disistima tenuta dai napoletani per tutti coloro che non si guadagnano da vivere con un serio e duro lavoro, ma fondono la propria esistenza sul fumo dell'eloquio, ritenuto però estremamente utile al conseguimento di mezzi di sussistenza, molto piú dell'onesto e duro lavoro (FATICA); in fondo la vita è dei furbi di quelli capaci di riempirti la testa di vuote chiacchiere e di non lavorare mai, vivendo ugualmente benissimo.
7.Chi troppo s''o sparagna, vene 'a gatta e se lu magna.
Letteralmente: chi troppo risparmia,viene la gatta e lo mangia. Il proverbio- che nella traduzione toscana assume l'aspetto di un anacoluto sta a significare che non conviene eccedere nel risparmiare, perché spesso ciò che è stato risparmiato viene dilapidato da un terzo profittatore che disperde o consuma tutto il messo da parte; tale terzo profittatore è spesso rappresentato dal/dagli erede/i che gode/godono fino allo scialacquamento del patrimonio del de cuius.
8.'A sotto p''e chiancarelle.
Letteralmente: attenti ai panconcelli! Esclamazione usata a sapido commento di una narrazione di fatti paurosi o misteriosi un po' piú colorita del toscano: accidenti!Essa esclamazione richiama l'avviso rivolto dagli operai che demoliscono un fabbricato affinché i passanti stiano attenti alle accidentali cadute di panconcelli(chiancarelle)le sottili assi trasversali di legno di castagno, assi che poste di traverso sulle travi portanti facevano olim da supporto ai solai e alle pavimentazione delle stanze.Al proposito a Napoli è noto l'aneddoto relativo al nobile cavaliere settecentesco Ferdinando Sanfelice che fattosi erigere un palazzo nella zona detta della Sanità, vi appose un'epigrafe dittante: eques Ferdinandus Sanfelicius fecit(il cav. Ferdinando Sanfelice edificò) ed un bello spirito partenopeo per irridere il Sanfelice paventando il crollo dello stabile, aggiunse a lettere cubitali Levàteve 'a sotto (toglietevi di sotto! ) la voce chiancarella (panconcello) deriva quale diminutivo (cfr. suff. r+ ella) dal lat. planca (asse di legno); normale il passaggio di pl a chi (cfr. plus→cchiú – plumbeum→ chiummo – plaga→chiaja etc.).
9.A 'stu nunno sulo 'o càntero/càntaro è nicessario.
Letteralmente: la sola cosa necessaria a questo mondo è il pitale. Id est: niente e - soprattutto - nessuno sono veramente necessarii alla buona riuascita dell'esistenza la sola cosa che conta è la salute e per essa il nutrirsi bene e il digerire meglio. In effetti con la parola càntero/càntaro - oggetto destinato ad accogliere gli esiti fisiologici - si vuole proprio adombrare proprio la buona salute indicata da una buona digestione, che intanto avviene se si è avuta la possibilità di nutrirsi. Si tenga presente che la parola càntero/càntaro (dal basso latino càntharu(m) a sua volta dal greco kàntharos) non à l'esatto corrispettivo in italiano essendo il pitale(con la quale parola si è reso in italiano) destinato ad accogliere gli esiti prettamente liquidi, mentre il ccàntero/càntaro era destinato ad accogliere quelli solidi.
A margine rammenterò ora di non confondere le voci càntero/càntaro con un’altra voce partenopea : cantàro (che è dall’arabo quintâr) diversa per accento tonico e significato: questa seconda infatti è voce usata per indicare una unità di misura: cantàio= circa un quintale ed è a tale misura che si riferisce il detto napoletano: Meglio ‘nu cantàro ‘ncapo ca n’onza ‘nculo ( e cioè: meglio sopportare il peso d’un quintale in testa che (il vilipendio) di un’oncia nel culo (e non occorre spiegare cosa sia l’oncia richiamata…); molti napoletani sprovveduti e poco informati confondono la faccenda ed usano dire, erroneamente: Meglio ‘nu càntaro ‘ncapo…etc.(e cioè: meglio portare un pitale in testa che un’oncia nel culo!), ma ognuno vede che è incongruo porre in relazione un peso (oncia) con un vaso di comodo (càntaro) piuttosto che con un altro peso (cantàro)!
10.Sparterse 'a cammisa 'e Cristo.
Letteralmente: dividersi la tunica di Cristo. Cosí a Napoli si dice di chi, esoso al massimo, si accanisca a fare proprie porzioni o parti di cose già di per sé esigue, come i quattro soldati che spogliato Cristo sul Golgota , divisero in quattro parti l'unica tunica di cui era ricoperto il Signore.
11.Essere aúrio 'e chiazza e tríbbulo 'e casa.
Letteralmente: aver modi cordiali in piazza e lamentarsi in casa. Cosí a Napoli si suole dire - specie di uomini che in piazza si mostrano divertenti e disposti al colloquio aperto e simpatico, mentre in casa sono musoni e lamentosi dediti al piagnisteo continuo, anche immotivato.
12.Avenno, putenno, pavanno.
Letteralmente: avendo, potendo, pagando Strana locuzione napoletana che si compendia in una sequela di tre gerundi e che a tutta prima pare ellittica di verbo reggente, ma che sta a significare che un debito contratto, ben difficilmente verrà soddisfatto essendone la soddisfazione sottoposta a troppe condizioni ostative quali l'avere ed il potere ed un sottinteso volere, per cui piú correttamente il terzo gerundio della locuzione dovrebbe assumere la veste di verbo reggente di modo finito; ossia: pagherò quando (e se) avrò i mezzi occorrenti e quando (e se) potrò.
13.Ammèsurate 'a palla!
Letteralmente: Misúrati la palla; id est: misura preventivamente ciò che stai per fare cosí eviterai di incorrere in grossolani errori; renditi conto di e con chi stai contrattando o con chi ti stai misurando per non trovarti davanti ad esiti poco convenienti per te delle tue azioni. La locuzione originariamente - pronunciata, però, con diverso accento ossia: Ammesuràte (misurate!)era il perentorio ordine rivolto dagli artiglieri ai serventi ai pezzi affinché portassero proiettili di esatto calibro adatti alle bocche da fuoco in azione.
14.A -Appennere 'a giacchetta. B - Appennere 'o cazone.
A- Appendere la giacca B- Appendere il pantalone. Si tratta in fondo di due indumenti - per solito indossati dall'uomo, ma quanto diverso tra loro il significato sottinteso dalle due locuzioni. Quello sub A - fa riferimento alla giacca e sta a significare che si è smesso di lavorare e ci si è pensionati, rammentando che - normalmente - specie per lavori manuali l'uomo è solito liberarsi della giacca e lavorare in maniche di camicia; per cui disfarsi del tutto della giacca significa che non si è intenzionati a rimettersi al lavoro. Diverso e di significato piú grave la locuzione sub B;essa adombra il significato di decedere, lasciando una vedova, tenendo presente che della giacca ci si libera per lavore, mentre del calzone lo si fa per coricarsi anche definitivamente.
15. bbona 'e Ddio!
Letteralmente: Con il benvolere di Dio. Id est: ci assista Dio. E' l'augurio che ci si autorivolge nel principiar qualsiasi cosa affinché la si possa portare a compimento senza noie o pericoli. Traduce ad litteram l'augurio A la buena de Dios che i naviganti spagnoli solevano rivolgersi scambievolmente al levar delle àncore.
16.Scuntà a ffierre 'e puteca.
Letteralmente: scontar con utensili di bottega. Id est: saldare un debito conferendo non il dovuto danaro, ma una prestazione di lavoro confacente al proprio mestiere, con l'uso dei ferri da lavoro usati nella propria bottega.
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Letteralmente: il dolore è di chi lo avverte, non di coloro che assistono alle manifestazioni del dolente.Id est:per aver esatta contezza di un quid qualsiasi - in ispecie di un dolore - occorre riferirsi a chi prova sulla propria pelle quel dolore, non riferirsi al parere, spesso gratuito e non supportato da alcuna pratica esperienza, degli astanti che - per solito - o si limitano ad una fugace commiserazione del dolente , o - peggio! - affermano che chi si duole lo fa esagerando le ragioni del proprio dolere.
2.'O fatto d''e quatte surde.
Letteralmente: il racconto dei quattro sordi. Il raccontino che qui di seguito si narra, adombra il dramma della incomunicabilità e la locuzione in epigrafe viene pronunciata a Napoli a sapido commento in una situazione nella quale non ci si riesca a capire alla stregua di quei quattro sordi che viaggiatori del medesimo treno, giunti ad una stazione, cosí dialogarono: Il primo: Scusate simmo arrivate a Napule? (Scusate, siamo giunti a Napoli?) Il secondo: Nonzignore, cca è Napule!(Nossignore, qua è Napoli!) Il terzo: I' me penzavo ca stevamo a Napule (Io credevo che stessimo a Napoli). Il quarto concluse: Maje pe cumanno, quanno stammo a Napule, m'avvisate? (Per cortesia, quando saremo a Napoli, mi terrete informato?).
3.A 'nu cetrangolo spremmuto, chiavece 'nu caucio 'a coppa.
Schiaccia con una pedata una melarancia premuta.Id est: il danno e la beffa; la locuzione cattivissima nel suo enunciato, consiglia di calpestare un frutto già spremuto; ossia bisogna vilipendere e ridurre a mal partito chi sia già vilipeso e sfruttato, per modo che costui non abbia né la forza, nè il tempo di risollevarsi e riprendersi.Il tristo consiglio è dato nel convincimento che se si lascia ad uno sfruttato la maniera o l'occasione di riprendersi, costui si vendicherà in maniera violenta e allora sarà impossibile contrastarlo; per cui conviene infeierire e non dar quartiere, addirittura ponendoselo sotto i tacchi come un frutto spremuto ed inutile ormai.
4.Chi va pe chisti mare, chisti pisce piglia.
Letteralmente: chi corre questi mari può pescare solo questo tipo di pesce. Id est: chi si sofferma a compiere un tipo di operazione difficile e/o pericolosa, non può che sopportarne le conseguenze, né può attendersi risultati diversi o migliori.
5.Ammore, tosse e rogna nun se ponno annasconnere.
Amore, tosse e scabbia non si posson celare; le manifestazioni di queste tre situazioni sono cosí eclatanti che nessuno può nasconderle; per quanto ci si ingegni in senso opposto amore, tosse e scabbia saranno sempre palesi; la locuzione è usata sempre che si voglia alludere a situazioni non celabili.
6.'Mparate a parlà, no a faticà.
Letteralmente: impara a parlare, non a lavorare. Amaro, ma ammiccante proverbio napoletano dal quale è facile comprendere la disistima tenuta dai napoletani per tutti coloro che non si guadagnano da vivere con un serio e duro lavoro, ma fondono la propria esistenza sul fumo dell'eloquio, ritenuto però estremamente utile al conseguimento di mezzi di sussistenza, molto piú dell'onesto e duro lavoro (FATICA); in fondo la vita è dei furbi di quelli capaci di riempirti la testa di vuote chiacchiere e di non lavorare mai, vivendo ugualmente benissimo.
7.Chi troppo s''o sparagna, vene 'a gatta e se lu magna.
Letteralmente: chi troppo risparmia,viene la gatta e lo mangia. Il proverbio- che nella traduzione toscana assume l'aspetto di un anacoluto sta a significare che non conviene eccedere nel risparmiare, perché spesso ciò che è stato risparmiato viene dilapidato da un terzo profittatore che disperde o consuma tutto il messo da parte; tale terzo profittatore è spesso rappresentato dal/dagli erede/i che gode/godono fino allo scialacquamento del patrimonio del de cuius.
8.'A sotto p''e chiancarelle.
Letteralmente: attenti ai panconcelli! Esclamazione usata a sapido commento di una narrazione di fatti paurosi o misteriosi un po' piú colorita del toscano: accidenti!Essa esclamazione richiama l'avviso rivolto dagli operai che demoliscono un fabbricato affinché i passanti stiano attenti alle accidentali cadute di panconcelli(chiancarelle)le sottili assi trasversali di legno di castagno, assi che poste di traverso sulle travi portanti facevano olim da supporto ai solai e alle pavimentazione delle stanze.Al proposito a Napoli è noto l'aneddoto relativo al nobile cavaliere settecentesco Ferdinando Sanfelice che fattosi erigere un palazzo nella zona detta della Sanità, vi appose un'epigrafe dittante: eques Ferdinandus Sanfelicius fecit(il cav. Ferdinando Sanfelice edificò) ed un bello spirito partenopeo per irridere il Sanfelice paventando il crollo dello stabile, aggiunse a lettere cubitali Levàteve 'a sotto (toglietevi di sotto! ) la voce chiancarella (panconcello) deriva quale diminutivo (cfr. suff. r+ ella) dal lat. planca (asse di legno); normale il passaggio di pl a chi (cfr. plus→cchiú – plumbeum→ chiummo – plaga→chiaja etc.).
9.A 'stu nunno sulo 'o càntero/càntaro è nicessario.
Letteralmente: la sola cosa necessaria a questo mondo è il pitale. Id est: niente e - soprattutto - nessuno sono veramente necessarii alla buona riuascita dell'esistenza la sola cosa che conta è la salute e per essa il nutrirsi bene e il digerire meglio. In effetti con la parola càntero/càntaro - oggetto destinato ad accogliere gli esiti fisiologici - si vuole proprio adombrare proprio la buona salute indicata da una buona digestione, che intanto avviene se si è avuta la possibilità di nutrirsi. Si tenga presente che la parola càntero/càntaro (dal basso latino càntharu(m) a sua volta dal greco kàntharos) non à l'esatto corrispettivo in italiano essendo il pitale(con la quale parola si è reso in italiano) destinato ad accogliere gli esiti prettamente liquidi, mentre il ccàntero/càntaro era destinato ad accogliere quelli solidi.
A margine rammenterò ora di non confondere le voci càntero/càntaro con un’altra voce partenopea : cantàro (che è dall’arabo quintâr) diversa per accento tonico e significato: questa seconda infatti è voce usata per indicare una unità di misura: cantàio= circa un quintale ed è a tale misura che si riferisce il detto napoletano: Meglio ‘nu cantàro ‘ncapo ca n’onza ‘nculo ( e cioè: meglio sopportare il peso d’un quintale in testa che (il vilipendio) di un’oncia nel culo (e non occorre spiegare cosa sia l’oncia richiamata…); molti napoletani sprovveduti e poco informati confondono la faccenda ed usano dire, erroneamente: Meglio ‘nu càntaro ‘ncapo…etc.(e cioè: meglio portare un pitale in testa che un’oncia nel culo!), ma ognuno vede che è incongruo porre in relazione un peso (oncia) con un vaso di comodo (càntaro) piuttosto che con un altro peso (cantàro)!
10.Sparterse 'a cammisa 'e Cristo.
Letteralmente: dividersi la tunica di Cristo. Cosí a Napoli si dice di chi, esoso al massimo, si accanisca a fare proprie porzioni o parti di cose già di per sé esigue, come i quattro soldati che spogliato Cristo sul Golgota , divisero in quattro parti l'unica tunica di cui era ricoperto il Signore.
11.Essere aúrio 'e chiazza e tríbbulo 'e casa.
Letteralmente: aver modi cordiali in piazza e lamentarsi in casa. Cosí a Napoli si suole dire - specie di uomini che in piazza si mostrano divertenti e disposti al colloquio aperto e simpatico, mentre in casa sono musoni e lamentosi dediti al piagnisteo continuo, anche immotivato.
12.Avenno, putenno, pavanno.
Letteralmente: avendo, potendo, pagando Strana locuzione napoletana che si compendia in una sequela di tre gerundi e che a tutta prima pare ellittica di verbo reggente, ma che sta a significare che un debito contratto, ben difficilmente verrà soddisfatto essendone la soddisfazione sottoposta a troppe condizioni ostative quali l'avere ed il potere ed un sottinteso volere, per cui piú correttamente il terzo gerundio della locuzione dovrebbe assumere la veste di verbo reggente di modo finito; ossia: pagherò quando (e se) avrò i mezzi occorrenti e quando (e se) potrò.
13.Ammèsurate 'a palla!
Letteralmente: Misúrati la palla; id est: misura preventivamente ciò che stai per fare cosí eviterai di incorrere in grossolani errori; renditi conto di e con chi stai contrattando o con chi ti stai misurando per non trovarti davanti ad esiti poco convenienti per te delle tue azioni. La locuzione originariamente - pronunciata, però, con diverso accento ossia: Ammesuràte (misurate!)era il perentorio ordine rivolto dagli artiglieri ai serventi ai pezzi affinché portassero proiettili di esatto calibro adatti alle bocche da fuoco in azione.
14.A -Appennere 'a giacchetta. B - Appennere 'o cazone.
A- Appendere la giacca B- Appendere il pantalone. Si tratta in fondo di due indumenti - per solito indossati dall'uomo, ma quanto diverso tra loro il significato sottinteso dalle due locuzioni. Quello sub A - fa riferimento alla giacca e sta a significare che si è smesso di lavorare e ci si è pensionati, rammentando che - normalmente - specie per lavori manuali l'uomo è solito liberarsi della giacca e lavorare in maniche di camicia; per cui disfarsi del tutto della giacca significa che non si è intenzionati a rimettersi al lavoro. Diverso e di significato piú grave la locuzione sub B;essa adombra il significato di decedere, lasciando una vedova, tenendo presente che della giacca ci si libera per lavore, mentre del calzone lo si fa per coricarsi anche definitivamente.
15. bbona 'e Ddio!
Letteralmente: Con il benvolere di Dio. Id est: ci assista Dio. E' l'augurio che ci si autorivolge nel principiar qualsiasi cosa affinché la si possa portare a compimento senza noie o pericoli. Traduce ad litteram l'augurio A la buena de Dios che i naviganti spagnoli solevano rivolgersi scambievolmente al levar delle àncore.
16.Scuntà a ffierre 'e puteca.
Letteralmente: scontar con utensili di bottega. Id est: saldare un debito conferendo non il dovuto danaro, ma una prestazione di lavoro confacente al proprio mestiere, con l'uso dei ferri da lavoro usati nella propria bottega.
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