venerdì 26 agosto 2016

FARFALLE GOLOSE

FARFALLE GOLOSE Ingredienti e dosi per 4 persone 4 etti di farfalle, 2 etti di pancetta tesa affumicata in cubetti da 1 cm. di spigolo, 4 etti di zucchine verdi fresche e giovani, 1 bicchiere di olio evo, 1 cipolla dorata mandata e tritata, 2 bustine di zafferano, 1 etto di grana grattugiato, sale fino e pepe nero macinato a fresco q.s. sale grosso un pugno. Procedimento Spuntare, lavare ed asciugare le zucchne e tagliarle a rondelle da ½ cm. di spessore; in una proporzionata padella versare tutto l’olio ed a temperatura allegra far rosolare la cipolla tritata; aggiungere la pancetta e farla rosolare per quattro minuti; aggiungere le rondelle di zucchine e friggerle a padella coperta; al termine in una pentola versare 8 litri d'acqua con un pugno di sale grosso e appena bolle cuocervi le farfalle scolandole in modo che restino ben al dente. In una ciotola con un mestolo d'acqua della cottura della pasta sciogliere lo zafferano ed unirlo al condimento approntato nella padella;versare la pasta nella padella e lasciarla mantecare per qualche minuto a mezza fiamma in modo che si amalgami bene col condimento. Suddividere la pasta nei piatti individuali e servirla spolverandola abbondantemente con il grana grattugiato e il pepe nero macinato a fresco. Vini: secchi e profumati bianchi campani ( Solopaca, Capri, Ischia, Falanghina, Fiano, Greco di Tufo) freddi di frigo. Mangia Napoli, bbona salute! E scialàteve! Raffaele Bracale

MEZZEMANICHE GUSTOSE.

MEZZEMANICHE GUSTOSE. . Ingredienti e dosi per 4 persone 4 etti di mezzemaniche rigate, 4 rocchi di salsiccia con finocchietto, ad impasto doppio ( a punta di coltello) privati del budello e sbriciolati, 2 cucchiai di sugna, 1 cipolla dorata tritata, 1 bicchiere di vino bianco secco, un ciuffo di prezzemolo lavato, asciugato e tritato finemente, due foglie d’alloro fresco, 1 bustina di zafferano, 1 bicchiere d’olio d’oliva e.v.p.s. a f., 1 etto di pecorino grattugiato, sale fino e pepe nero macinato a fresco, q.s. sale doppio un pugno. Preparazione Porre al fuoco una proporzionata padella, provvista di coperchio, con i due cucchiai di sugna ed il bicchiere d’olio e fatevi dorare, a fuoco sostenuto, la cipolla; aggiungere i rocchi di salsiccia privati del budello e sbriciolati, le due foglie d’alloro fresco,bagnare con un bicchiere d’acqua calda in cui sia disciolta la bustina di zafferano , incoperchiare e portare a cottura la salsiccia in circa 15 minuti a mezza fiamma; alla fine versare il vino, alzare i fuochi e lasciare evaporare; regolare di sale e pepe e mantenere in caldo. Lessar le mezzemaniche al dente in molta (8 litri) di acqua bollente salata con il pugno di sale doppio. Scolare la pasta e versarla nella padella. Mantecate lentamente a mezza fiamma, aggiungendo a mano a mano il pecorino grattugiato. A fuochi spenti cospargere con il trito di prezzemolo e con il pepe nero macinato a fresco. Impiattare e mandare súbito in tavola. Vini: Corposi vini rossi campani (Solopaca, Aglianico, Piedirosso, Taurasi) serviti a temperatura ambiente. Mangia Napoli, bbona saluta! R.Bracale

giovedì 25 agosto 2016

LOCUZIONI FAMOSE

1.A CCUOPPO CUPO POCO PEPE CAPE. In un cartoccio stretto entra poco pepe. Indica quanto sia inutile tentare di fornire spiegazioni agli stupidi. 2.CARUSO, MELLUSO, MIETTE 'A CAPA ‘INT'Ô PERTUSO, E PPO VÈNE 'O SCARRAFONE E TTE ROSECA 'O MELLONE... Filastrocca intraducibile ad litteram con la quale a Napoli un tempo si soleva prendere in giro i ragazzi che - per igiene - portavano la testa completamente rapata; li si insolentiva preconizzando per loro che avrebbero avuto, ma non si capiva il perché, la testa rosicchiata da uno scarafaggio. 3.MAZZA E PPANELLA FANNO 'E FIGLIE BBELLE; PANELLA SENZA MAZZA FANNO 'E FIGLIE PAZZE. Bastone e pagnotta rendono i figli belli; pagnotta senza bastone rende i figli pazzi. Il concetto è abbastanza chiaro, anche perchè credo che esistano versioni di questo proverbio anche in altre regioni italiane. 4.QUANNO 'O PARENTE CORRE, 'O VICINO È GGIÀ CURRUTO. Ad litterram: quando il parente accorre, il vicino lo ha già fatto. Id est: bisogna aspettarsi maggior aiuto da un vicino che da un parente, che viene a prestarti aiuto meno sollecitamente di un vicino: questo - almeno - accade in Campania dove esiste ancora la cultura del buon vicinato; per la restante parte d'Italia non è dato sapere... 5.'O FIGLIO MUTO 'A MAMMA 'O 'NTENNE. Il figlio muto è compreso dalla madre. Il senso è che nessuno sa capire i propri figli come una madre. 6.'O PUORCO FÈTE 'A VIVO, MA ADDORA QUANNO È MMUORTO, LL'OMMO ADDORA 'A VIVO E FÈTE 'A MUORTO, 'A FEMMENA FÈTE VIVA O MORTA. Ad litteram: il maiale puzza da vivo, ma odora da morto(quando è ben cucinato), l'uomo odora da vivo e puzza da morto, la donna - invece puzza sia da viva che da morta; id est: la donna è comunque un'essere da evitare, essendo l'unico essere inaffidabile e, figurativamente, maleodorante sia da vivo che da morto. 7.IRE PIRO E NUNN MENAVE, MO SÎ SSANTO E VUÓ FÀ MIRACULE? Eri pero e non producevi pere e adesso sei diventato santo e vuoi compiere miracoli? 8.SI 'E CCORNE FOSSENO PURTUALLE, 'A CAPA TOJA FOSSE PALERMO. Ad litteram: Se le corna fossero arance, la tua testa(che ne è molto fornita) sarebbe la città di Palermo.Icastica e colorita offesa con la quale a Napoli si suole rammentare a taluno i continui tradimenti operati dalla di lui consorte, al segno che qualora le corna fossero arance, la testa del malcapitato cui è diretta l'offesa, sarebbe la città di Palermo, zona in cui si producono estesamente saporitissime e grosse arance. 9.'O PUORCO PULITO NUN SE 'NGRASSA MAJE Ad litteram: un porco pulito non si ingrassa mai. Id est:Chi si comporta in maniera pulita e scevra di colpe, non otterrà mai grandi risultati nella propria vita, dove -invece- per poter primeggiare - occorre spesso commetter nefandezze, come accade per il maiale che solo se vive rotolandosi nella melma del porcile, prospera e s'ingrassa. 10.'OCUONCIO ACCONCIA. Ad litteram: il condimento aggiusta. Id est: basta un buon condimento per migliorare le pietanze meno appetitose. Per traslato: ogni cosa diviene bene accetta se è presentata bene o agghindata con grazia. 11.CHI TENE 'E MMANE 'MPASTA, NUN METTE 'E DDETE 'NCULO  GALLINA. Ad litteram: chi sta impastando, non mette le dita nel culo della gallina. Il proverbio non adombra una norma igienico - sanitaria, ma vuol significare che chi sta nel mondo degli affari deve tener sempre nascoste le proprie mosse per non appalesare ai concorrenti quali sono le sue intenzioni prossime; non deve comportarsi cioè come la contadina che - tastando il culo alle galline per accertarsi della presenza dell'uovo - dà ingenuamente a vedere a tutti ciò che le sta per accadere. 12.'O CAVALLO ZUOPPO I 'O CIUCCIO VIECCHIO, MORONO  CASA D''O FESSO. Ad litteram: il cavallo zoppo e l'asino vecchio muoiono in casa dello sciocco. Id est: dello sciocco ognuno si approfitta; nella fattispecie allo sciocco vengono venduti il cavallo azzoppato e l'asino vecchio ormai inadatti al lavoro. 13.LL'AMICO È COMME Ô'MBRELLO: QUANNE CHIOVE NUN 'O TRUOVE MAJE. Ad litteram: l'amico è come l'ombrello; quando piove non lo trovi mai; id est:l'amico - che nei momenti di bisogno dovrebbe essere il primo a soccorrerti-, accade che, proprio allora sparisce e non si fa trovare... 14.'A TONACA NUN FA 'O MONACO, 'A CHIERECA NUN FA 'O PREVETO, NÈ 'A VARVA FA 'O FILOSEFO. Ad litteram: la tonaca non fa un monaco, la tonsura non fa un prete né la barba fa il filosofo; id est: l'apparenza può ingannare: infatti non sono sufficienti piccoli segni esteriori per decretare la vera essenza o personalità di un uomo. 15.ME PARENO 'E CCAPE D''A VECARIA. Ad litteram: mi sembrano le teste della Vicaria. Lo si suole dire di chi è smagrito per lunga fame, al segno di averne il volto affilato e scavato quasi come le teste dei giustiziati, teste che nel 1600 venivano esposte per ammonimento infilzate su lunghe lance e tenute per giorni e giorni all'esterno dei portoni del tribunale della Vicaria, massima corte del Reame di Napoli. 16.ARIA NETTA NUN AVE PAURA 'E TRONNELE. Ad litteram: aria pulita non teme i tuoni; infatti quando l'aria è tersa e priva di nuvole, i tuoni che si dovessero udire non sono annunzio di temporale. Per traslato: l'uomo che ha la coscienza pulita non teme che possa ricevere danno dalle sue azioni, che - improntate al bene - non potranno portare conseguenze negative . 17.ASCÌ D VOCCA D’ 'E CANE E FFERNÌ 'MMOCCA Ê LUPE Ad litteram: scampare dalla bocca dei cani e finire in quella dei lupi. Maniera un po' piú drammatica di rendere l'italiano: cader dalla padella nella brace: essere azzannati da un cane è cosa bruttissima, ma finire nella bocca ben piú vorace di un lupo, è cosa ben peggiore. 18.RROBBA 'E MANGIATORIO, NUN SE PORTA A CCUNFESSORIO. Ad litteram: faccende inerenti il cibarsi, non vanno riferite in confessione. Id est: il peccato di gola... non è da ritenersi un peccato, a malgrado che la gola sia uno dei vizi capitali, il popolo napoletano, atavicamente perseguitato dalla fame, non si riesce a comprendere come sia possibile ritenere peccato lo sfamarsi anche lautamente... ed in maniera eccessiva. 19.CU LL'EVERA MOLLA, OGNUNO S'ANNETTA 'O CULO. Ad litteram: con l'erba tenera, ognuno si pulisce il sedere; per traslato: chi è privo di forza morale o di carattere non è tenuto in nessuna considerazione , anzi di lui ci si approfitta, delegandogli persino i compiti piú ingrati 20.T'AMMERETAVE 'A CROCE GGIÀ 'A PARICCHIO.. Ad litteram: avresti meritato lo croce già da parecchio tempo. A Napoli, la locuzione in epigrafe è usata per prendersi gioco di coloro che, ottenuta la croce di cavaliere o di commendatore, montano in superbia e si gloriano eccessivamente per il traguardo raggiunto; ebbene a costoro, con la locuzione in epigrafe, si vuol rammentare che ben altra croce e già da gran tempo, avrebbero meritato intendendendo che li si ritiene malfattori, delinquenti, masnadieri tali da meritare il supplizio della crocefissione quella cui, temporibus illis, erano condannati tutti i ladroni... 21.LL'AVVOCATO À DDA ESSERE 'MBRUGLIONE. Ad litteram: l'avvocato deve essere imbroglione. A Napoli - terra per altro di eccellentissimi principi del foro, si è convinti che un buono avvocato debba esser necessariamente un imbroglione, capace cioè di trovare argomentazioni e cavilli giuridici tali da fare assolvere anche un reo confesso o - in sede civilistica - far vincere una causa anche a chi avesse palesemente torto 22.LL'AVVOCATO FESSO È CCHILLO CA VA A LEGGERE DINT'Ô CODICE. Ad litteram: l'avvocato sciocco è quello che compulsa il codice; id est: non è affidabile colui che davanti ad una questione invece di adoprarsi a comporla pacificamente consiglia di adire rapidamente le vie legali; ad ulteriore conferma dell'enunciato in epigrafe, altrove - nella filosofia partenopea - si suole affermare che è preferibile un cattivo accordo che una causa vinta, che - certamente - sarà stata piú dispendiosa e lungamente portata avanti rispetto all'accordo. 23. GATTA CA ALLICCA 'O SPITO, NUN CE LASSÀ CARNE P'ARROSTERE. Ad litteram: alla gatta che lecca lo spiedo, non lasciar carne da arrostire. Id est: non aver fiducia di chi ti ha dato modo di capire di che cattiva pasta è fatto, come non sarebbe opportuno lasciare della carne buona per essere arrostita, a portata di zampe di un gatto che è solito leccare gli spiedi su cui la carne viene arrostita... 24.'O FRIDDO 'E BBUONE 'E SCUTULÉA, I 'E MALAMENTE S''E CARRÉA. Ad litteram: il freddo percuote chi gode buona salute e porta via con sé chi sta male. Id est: i rigori invernali fanno comunque danno; per solito, in inverno, chi gode buona salute, finisce per ammalarsi, mentre chi è già malato corre il grave rischio di morire. 25.RUMMANÉ Â PREVETINA COMME A DON PAULINO. Ad litteram: restare alla "prevetina" come don Paolino prete nolano(celebre, altrove, per la sua indigenza così grande da non potersi permettere l'acquisto di ceri per le sue funzioni religiose, che celebrava con dei tizzoni di carboni ardenti). Id est: ridursi in gran miseria al punto di possedere solo una prevetina, moneta che valeva appena 13 grana, ossia molto poco, e che prendeva questo nome perché con la "prevetina" moneta del valore appunto di 13 grana ci si pagava la celebrazione di una santa Messa. 26.È MMEGLIO FÀ 'MMIDIA CA PIETÀ. Ad litteram: è meglio essere invidiati che essere oggetto di commiserazione; ed il perché è intuitivo, comportando l'invidia uno status di opulenza,tale da meritarsi l'invidia del prossimo, mentre il commiserato versa - per solito - in pessime condizioni. 27.'NU STRUNZO CA CADETTE A MMARE, VEDENNO 'NU PURTUALLO CA LLA GALLIGGIAVA, DICETTE: SIMMO TUTTE PURTUALLE! Uno stronzo che cadde in mare, vedendo un'arancia che ivi galleggiava, easclamò: siamo tutti arance! A Napoli si suole ripetere questo proverbio per canzonare e commentare le azioni di tutti gli sciocchi, i supponenti e gli stupidi che pretendono di farsi considerare per ciò che non sono... 28.Ô RICCO LLE MORE  MUGLIERA, Ô PEZZENTE LLE MORE Ô CIUCCIO. Ad litteram: al ricco viene a mancare la moglie, al povero, l'asino... Id est:Il povero è sempre quello piú bersagliato dalla mala sorte: infatti al povero viene a mancare l'asino che era la fonte del suo sostentamento, mentre al ricco viene a mancare la moglie, colei che gli dilapidava il patrimonio; morta la moglie il ricco non ha da temere rivolgimenti di fortuna, mentre il povero che ha perso l'asino sarà sempre piú in miseria. 29.PAZZE E CCRIATURE, 'O SIGNORE LL'AJUTA. Ad litteram: pazzi e bimbi, Dio li aiuta. Id est: gli irresponsabili godono di una particolare protezione da parte del Cielo. Con questo proverbio, a Napoli, si soleva disinteressarsi di matti o altri irresponsabili, affidandoli al buonvolere di Dio e alla Sua divina provvidenza. 30.SI COMME TIENE 'A VOCCA, TENISSE 'O CULO, FACÌSSE CIENTO PIRETE E NUN TE N'ADDUNASSE. Ad litteram: se come tieni la bocca, avessi il sedere faresti cento peti e non te n'accorgeresti; il proverbio è usato per bollare l'eccessiva verbosità di taluni, specie di chi è logorroico e parla a vanvera, senza alcun costrutto, di chi - come si dice - apre la bocca per prendere aria, non per esprimere concetti sensati. 31.SI 'ARENA È RROSSA, NUN CE METTERE NASSE. Ad litteram: se la sabbia(il fondale del mare) è rossa, non mettervi le nasse(perché sarebbe inutile. Id est: Se il fondale marino è rosso - magari per la presenza di corallo, non provare a pescare, ché non prenderesti nulla. Per traslato il proverbio significa che se un uomo o una donna hanno inclinazioni cattive, è inutile tentare di crear con loro un qualsiasi rapporto: non si otterrebbero buoni risultati. 32.SI 'A TAVERNARA È BBONA, 'O CUNTO È SEMPE CARO. Ad litteram: se l'ostessa è procace, il conto risulterà sempre salato. Lo si dice a mo' d'ammonimento a tutti coloro che si ostinano a frequentare donne lascive e procaci, che per il sol fatto di mostrar le loro grazie pretendono di esser remunerate in maniera eccessiva... 33.NUN TE DÀ MALINCUNÌA, NÈ PE MALU TIEMPO, NÈ PE MALA SIGNURIA. Ad litteram: non preoccuparti nè per cattivo tempo, nè per pessimi governanti. Id est: sia il cattivo tempo, che i governanti cattivi prima o poi cambiano o spariscono per cui non te ne devi preoccupare eccessivamente fino a prenderne malinconia... 34.'AMMUINA È BBONA P''A GUERRA... Ad litteram: il caos, la baraonda è utile in caso di guerra; id est: per aver successo in caso di lotta occorre che ci sia del caos, della baraonda; mestando in esse cose si può giungere alla vittoria nella lotta intrapresa. 35.ASTIPATE 'O PIEZZO JANCO PE QUANNO VENONO 'E JUORNE NIRE. Ad litteram: conserva il pezzo bianco per quando verranno le giornate nere. Id est: cerca di comportarti come una formica; non dilapidare tutto quel che hai: cerca di tener da parte sia pure un solo scudo d'argento (pezzo bianco) di cui potrai servirti quando verranno le giornate di miseria e bisogno. 36.MALE E BBENE A FFINE VÈNE. Ad litteram: il male o il bene ànno un loro termine. Id est: Non preoccuparti soverchiamente ma pure non vivere sugli allori perché sia il male sia il bene che ti incorrono,non sono eterni e come son cominciati, così finiranno. 37.CHI TÈNE PANE E VVINO, 'E SICURO È GGIACUBBINO. Ad litteram: chi tiene pane e vino, di certo è giacobino. Durante il periodo (23/1-13/6 1799)della Repubblica Partenopea, il popolo napoletano considerava benestanti, i sostenitori del nuovo regime politico. Attualmente il proverbio è inteso nel senso che sono ritenuti capaci di procacciarsi pane e vino, id est: prebende e sovvenzioni coloro che militano o fanno vista di militare sotto le medesime bandiere politiche degli amministratori comunali, regionali o provinciali che a questi nuovi giacobini son soliti procacciare piccoli o grossi favori, non supportati da alcuna seria e conclamata bravura, ma solo da una vera o pretesa militanza politica. 38.DICETTE 'O PAGLIETTA: A TTUORTO O A RRAGGIONE, 'A CCA À DDA ASCÌ 'A ZUPPA I 'O PESONE. Ad litteram: disse l'avvocatucolo: si abbia torto o ragione, di qui devon scaturire il pasto e la pigione; id est: non importa se la causa sarà vinta o persa, è giusto assumerne il patrocinio che procurerà il danaro utile al sostentamento e al pagamento del fitto di casa. Oggi il proverbio è usato quando ci si imbarchi in un'operazione qualsiasi senza attendersene esiti positivi, purché sia ben remunerata. 39.'O DIAVULO, QUANNO È VVIECCHIO, SE FA MONACO CAPPUCCINO. Ad litteram: il diavolo diventato vecchio si fa monaco cappuccino. Id est: spesso chi ha vissuto una vita dissoluta e peccaminosa, giunto alla vecchiaia, cerca di riconciliarsi con Dio nella speranza di salvarsi l'anima in extremis. 40.CHI TÈNE 'O LUPO PE CCUMPARE, È MMEGLIO CA PURTASSE 'O CANE SOTT'Ô MANTIELLO. Ad litteram: chi à un lupo per socio, è meglio che porti il cane sotto il mantello. Id est: chi ha cattive frequentazioni è meglio che si premunisca fornendosi di adeguato aiuto per le necessità che gli si presenteranno proprio per le cattive frequentazioni. Da notare come in napoletano il congiuntivo esortativo non è reso con il presente, ma con l'imperfetto... 41.SI 'O CIUCCIO NUN VO' VEVERE, AJE VOGLIA D''O SISCÀ... Ad litteram: se l'asino non vuole bere, potrai fischiare quanto vuoi (non otterrai nulla)Id est: il testardo si redime ed accetta il nuovo solo con il proprio autoconvincimento... 42.MO M'HÊ ROTTE CINCHE CORDE 'NFACCI'  CHITARRA I 'A SESTA POCO TENE. Ad litteram: ora mi hai rotto cinque corde della chitarra e la sesta è prossima a spezzarsi. Simpatica locuzione che a Napoli viene pronunciata verso chi ha così tanto infastidito una persona da condurlo all'estremo limite della pazienza e dunque prossimo alla reazione conseguente, come chi vedesse manomessa la propria chitarra nell'integrità delle corde di cui cinque fossero state rotte e la sesta allentata al punto tale da non poter reggere piú l'accordatura. 43.COPPOLA PE CCAPPIELLO E CCASA A SANT'ANIELLO. Ad litteram:Berretto per cappello, ma casa a sant'Aniello (a Caponapoli). Id est: vestirsi anche miseramente, ma prendere alloggio in una zona salubre ed ariosa, poiché la salute viene prima dell'eleganza, ed il danaro va speso per star bene in salute, non per agghindarsi. 44.TENÉ TUTTE 'E VIZZIE D''A ROSAMARINA. Ad litteram: avere tutti i vizi del rosmarino. Id est: avere tutti i difetti possibili, essere cioè così poco affidabile ed utile alla stregua del rosmarino, l'erba aromatica che serve a molto poco; infatti oltre che per dare un po' di aroma non serve a nulla: non è buona da ardere, perché brucia a stento, non fa fuoco, per cui non dà calore, non produce cenere che - olim - serviva per il bucato, se accesa, fa molto, fastidioso fumo... 45.SI 'O SIGNORE NUN PERDONA A 77, 78 E 79, LLA 'NCOPPA NCE APPENNE 'E PPUMMAROLE. Ad litteram: Se il Signore non perdona ai diavoli(77), alle prostitute(78) e ai ladri(79), lassú (id est: in paradiso ) ci appenderà i pomodori. Id est: poiché il mondo è popolato esclusivamente da ladri, prostitute e cattivi soggetti (diavoli), il Signore Iddio se vorrà accogliere qualcuno in paradiso, dovrà perdonare a tutti o si ritroverò con uno spazio enormemente vuoto che per riempirlo dovrebbe coltivarci pomodori. 46.CHILLO SE METTE 'E DDETE 'NCULO E CACCIA 'ANIELLE. Ad litteram: Quello si mette le dita nel sedere e tira fuori anelli. Id est: la fortuna di quell'essere è così grande che è capace di procurarsi beni e ricchezze anche nei modi meno ortodossi o possibili. 47.AVIMMO PERDUTO 'APARATURA E 'E CENTRELLE. Ad litteram: abbiamo perduto gli addobbi ed i chiodini. Anticamente, a Napoli in occasione di festività, specie religiose, si solevano addobbare i portali delle chiese con gran drappi di stoffe preziose; tali addobbi erano chiamati aparature; accaddeva però talvolta che - per sopravvenuto mal tempo, il vento e la pioggia scompigliasse, fino a distruggere gli addobbi ed a svellere drappi e chiodini usati per sostenerli; la locuzione attualmente viene usata per dolersi quando, per sopravvenute, inattese cause vengano distrutti o vanificati tuttti gli sforzi operati per raggiungere un alcunché. 48.'A FEMMENA È CCOMME  CAMPANA: SI NUN 'A TUCULIJE, NUN SONA. Ad litteram: la donna è come una campana: se non l'agiti non suona; id est: la donna ha bisogno di esser sollecitata per tirar fuori i propri sentimenti, ma pure i propri istinti. 49.'A FEMMENA BBONA SI - TENTATA - RESTA ONESTA, NUN È STATA BBUONO TENTATA. Ad litteram: una donna procace, se - una volta che venga tentata - resta onesta, significa che non è stata tentata a sufficienza. Lo si dice intendendo affermare che qualsiasi donna, in ispecie quelle procaci si lasciano cadere in tentazione; e se non lo fanno è perché... il tentatore non è stato all'altezza del compito... 50.TRE CCOSE NCE VONNO P''E PICCERILLE: MAZZE, CARIZZE E ZZIZZE! Ad litteram: tre son le cose che necessitano ai bimbi: busse, carezze e tette. Id est: per bene allevare i bimbi occorrono tre cose il sano nutrimento(le tette), busse quando occorra punirli per gli errori compiuti, premi (carezze)per gratificarli quando si comportano bene. 51.'E PEGGE JUORNE SO' CCHILLE D''A VICCHIAIA. Ad litteram: i peggiori giorni son quelli della vecchiaia; il detto riecheggia l'antico brocardo latino: senectus ipsa morbus est; per solito, in vecchiaia non si hanno piú affetti da coltivare o lavori cui attendere, per cui i giorni sono duri da portare avanti e da sopportare specie se sono corredati di malattie che in vecchiaia non mancano mai... 52.DIMMÈNNE N'ATA, CA CHESTA GGIÀ 'A SAPEVO. Ad litteram: raccontamene un'altra perché questa già la conoscevo; id est: se ài intenzione di truffarmi o farmi del male, adopera altro sistema, giacché questo che stai usando mi è noto e conosco il modo di difendermi e vanificare il tuo operato. 53.DENARO 'E STOLA, SCIOSCIA CA VOLA. Ad litteram: denaro di stola, soffia che vola via. Id est: il danaro ricevuto o in eredità, o in omaggio da un parente prete, si disperde facilmente, con la stessa facilità con cui se ne è venuto in possesso. 54.FATTE CAPITANO E MMAGNE GALLINE. Ad litteram: diventa capitano e mangerai galline: infatti chi sale di grado migliora il suo tenore di vita, per cui, al di là della lettera, il proverbio può intendersi:(anche se non è veramente accaduto), fa' le viste di esser salito di grado, così vedrai migliorato il tuo tenore di vita. 55.'E MARIUOLE CU 'A SCIAMMERIA 'NCUOLLO, SO' PEGGE 'E LL' ATE. Ad litteram: i ladri eleganti e ben vestiti sono peggiori degli altri. Id est: i gentiluomini che rubano sono peggiori e fanno piú paura dei poveri che rubano magari per fame o necessità 56.DICETTE FRATE EVARISTO:"PE MMO, PIGLIATE CHISTO!" Ad litteram: disse frate Evaristo: Per adesso, prenditi questo!"Il proverbio viene usato a mo' di monito, quando si voglia rammentare a qualcuno, che si stia eccessivamente gloriando di una sua piccola vittoria, che per raggiungerla ha dovuto comunque sopportare qualche infamante danno. Il frate del proverbio fu tentato dal demonio, che per indurlo al peccato assunse l'aspetto di una procace ragazza discinta; il frate si lasciò tentare e sodomizzandola partì all'assalto delle grazie della ragazza che - nel momento culminante della tenzone amorosa riprese le sembianze del demonio e principiò a prendersi giuoco del frate, che invece portando a compimento l'operazione iniziata pronunciò la frase in epigrafe. 57.CHI RIDE D''O MMALE 'E LL'ATE, 'O SSUJO STA ARRET'  PORTA. Ad litteram: chi ride delle digrazie altrui, ha le sue molto prossime; id est: chi o per cattiveria o per insipienza si fa beffe del male che ha colpito altre persone, dovrebbe sapere che - presto o tardi - il male potrebbe colpire anche lui... 58.È 'NA BBELLA JURNATA E NISCIUNO SE 'MPENNE. Ad litteram: E' una bella giornata e nessuno viene impiccato.Con la frase in epigrafe, un tempo erano soliti lamentarsi i commercianti che aprivano bottega a Napoli nei pressi di piazza Mercato dove erano innalzate le forche per le esecuzioni capitali; i commercianti si dolevano che in presenza di una bella giornata non ci fossero esecuzioni cosa che, richiamando gran pubblico, poteva far aumentare il numero dei possibili clienti. Oggi la locuzione viene usata quando si voglia significare che ci si trova in una situazione a cui mancano purtroppo le necessarie premesse per il conseguimento di un risultato positivo. 59.'E MEGLIO AFFARE SO' CCHILLE CA NUN SE FANNO. Ad litteram: i migliori affari sono quelli che non vengono portati a compimento; siccome gli affari - in ispecie quelli grossi - comportano una aleatorietà, spesso pericolosa, è piú conveniente non principiarne o non portarne a compimento alcuno. 60.QUANNO 'E FIGLIE FÒTTONO, 'E PATE SO' FUTTUTE. Ad litteram: quando i figli copulano, i padri restano buggerati Id est: quando i figli conducono una vita dissoluta e perciò dispendiosa, i padri ne sopportano le conseguenze o ne portano il peso; va da sé che con la parola fòttono non si deve intendere il semplice, naturale, atto sessuale in costanza di matrimonio, ma piú chiaramente quello compiuto a pagamento. 61.PRIMMA T'AGGI''A 'MPARÀ E PPO' T'AGGI''A PERDERE.... Ad litteram: prima devo insegnarti(il mestiere) e poi devo perderti. Così son soliti lamentarsi, dolendosene, gli artigiani partenopei davanti ad un fatto incontrovertibile: prima devono impegnarsi per insegnare il mestiere agli apprendisti, e poi devono sopportare il fatto che costoro, diventati provetti, lasciano la bottega dove hanno imparato il mestiere e si mettono in proprio, magari facendo concorrenza al vecchio maestro. 62.'NA MELA VERMENOSA NE 'NFRACETA 'NU MUNTONE Basta una sola mela marcia per render marce tutte quelle con cui sia a contatto. Id est: in una cerchia di persone, basta che ve ne sia una sola cattiva, sleale o peggio, per rovinare tutti gli altri. 63.CHELLA CA LL'AIZA 'NA VOTA, LL'AIZA SEMPE. Ad litteram: quella che la solleva una volta, la solleverà sempre. Id est: una donna che tiri su le gonne una volta, le tirerà su sempre; piú estesamente: chi commette una cattiva azione, la ripeterà per sempre; non bisogna mai principiare a delinquere , altrimenti si corre il rischio di farlo sempre. 64.CHELLA CAMMISA CA NUN VO' STÀ CU TTE, PÍGLIALA E STRACCIALA! Ad litteram: quella camicia che non vuole star con te, strappala! Id est: allontana, anche violentemente, da te chi non accetta la tua amicizia o la tua vicinanza. 65. SERA SO' BASTIMIENTI,  MATINA SO' VARCHETELLE. Ad litteram: a sera sono grosse navi, di mattina piccole barche.Con il mutare delle ore del giorno, mutano le prospettive o proporzioni delle cose; così quelli che di sera sembrano insormontabili problemi, passata la notte, alla luce del giorno, si rivelano per piccoli insignificanti intoppi. 66.O CHESTO, O CHESTE! Ad litteram: o questo, o queste.La locuzione viene profferita, a Napoli quando si voglia schernire qualcuno con riferimento alla sua ottima posizione economica-finanziaria; alle parole devono essere accompagnati però precisi gesti: e cioè: pronunciando la parola chesto bisogna far sfarfallare le dita tese delle mano destra con moto rotatorio principiando dal dito mignolo e terminando col pollice nel gesto significante il rubare; pronunciando la parola cheste bisogna atteggiare la mano ds. a mo' di corna, per significare complessivamente che le fortune di chi è preso in giro sono state procurate o con il furto o con le disonorevoli azioni della di lui moglie, figlia, o sorella, inclini a farsi possedere per danaro. 67.CU 'O FURASTIERO, 'A FRUSTA E CU 'O PAISANO 'ARRUSTO. Ad litteram: con il forestiero occorre usare la frusta (per scacciarlo)mentre con il compaesano bisogna servirlo di adeguato sostentamento, proverbio che viene di lontano ed è attualissimo.Proverbio invero strano per la cultura napoletana dato che Napoli è stato per tutti sempre un paese accogliente! 68.A LLUME 'E CANNELA SPEDOCCHIAME 'O PETTENALE. Ad litteram: a lume di candela, spidocchiami il pettinale (id est: monte di Venere). Il proverbio è usato per prendersi giuoco o redarguire chi, per ignavia, rimanda alle ore notturne ciò che potrebbe fare piú agevolmente e con migliori risultati alla luce diurna. 69.CHI TÈNE MALI CCEREVELLE, À DA TENÉ BBONI CCOSCE. Ad litteram: chi ha cattiva testa, deve avere buone gambe. Id est: chi è incline a delinquere, deve avere buone gambe per potersi sottrarre con la fuga al castigo che dovesse seguire al delitto.Inteso in senso meno grave il proverbio significa che chi dimentica di operare alcunché deve sopperirvi con buone gambe per recarsi a pigliare o a fare ciò che si è dimenticato di fare o prendere. 70.A -APPENNERE 'A GIACCHETTA. B - APPENNERE 'O CAZONE. A- Appendere la giacca B- Appendere il pantalone. Si tratta in fondo di due indumenti - per solito indossati dall'uomo, ma quanto diverso tra loro il significato sottinteso dalle due locuzioni. Quello sub A - fa riferimento alla giacca e sta a significare che si è smesso di lavorare e ci si è pensionati, rammentando che - normalmente - specie per lavori manuali l'uomo è solito liberarsi della giacca e lavorare in maniche di camicia; per cui disfarsi del tutto della giacca significa che non si è intenzionati a rimettersi al lavoro. Diverso e di significato piú grave la locuzione sub B;essa adombra il significato di decedere, lasciando una vedova, tenendo presente che della giacca ci si libera per lavore, mentre del calzone lo si fa per coricarsi anche definitivamente. 71. BBONA 'E DDIO! Letteralmente: Con il benvolere di Dio. Id est: ci assista Dio. E' l'augurio che ci si autorivolge nel principiar qualsiasi cosa affinché la si possa portare a compimento senza noie o pericoli. Traduce ad litteram l'augurio A la buena de Dios che i naviganti spagnoli solevano rivolgersi scambievolmente al levar delle àncore. 72.SCUNTÀ A FFIERRE 'E PUTECA. Letteralmente: scontar con utensili di bottega. Id est: saldare un debito conferendo non il dovuto danaro, ma una prestazione di lavoro confacente al proprio mestiere, con l'uso dei ferri da lavoro usati nella propria bottega. 73.PARÉ 'O CARRO 'E BATTAGLINO. Letteralmente: sembrare il carro di Battaglino. Id est: essere simile ad un famoso carro che veniva usato a Napoli per una processione votiva della sera del sabato santo, processione promossa dalla Cappella della SS. Concezione a Montecalvario. Detta Cappella era stata fondata nel 1616 dal nobile Pompeo Battaglino; sul carro che dal nobile prese il nome, era portata in processione l'immagine della Madonna accompagnata da un gran numero di musicio e cantori.In ricordo di detto carro, ogni mezzo di locomozione che sia stipato di vocianti viaggiatori si dice che sembra il carro di Battaglino. 74.FATTÉLLA CU CHI È MMEGLIO 'E TE E FFANCE 'E SPESE. Letteralmente: Frequenta chi è miglior di te e sopportane le spese. Il proverbio compendia la massima comportamentale secondo la quale le amicizie vanno scelte nell'ambito di persone che siano migliori di se stessi, soprattutto dal punto di vista morale... e bisogna coltivare questo tipo di amicizia anche se esso tipo comporta il doverci rimettere economicamente parlando. 75.I' FACCIO PERTOSE E TTU GAVEGLIE. Letteralmente: io faccio buchi e tu cavicchi; id est: io faccio buchi e tu sistematicamente li turi, ossia mi remi contro. La locuzione è usata anche profferendone la sola prima parte e sottointendendo la seconda quando si voglia redarguire qualcuno che si adoperi a distruggere o vanificare l'operato di un altro e lo faccia non per ottenerne vantaggio, ma per il solo gusto di porre il bastone tra le ruote altrui. 76.'A MUSICA GIAPPUNESE. La musica giapponese. Così i napoletani - abituati a ben altre armoniche melodie - sogliono definire quelle accozzaglie di suoni e rumori in cui vengon coivolti strumenti musicali, ma che con la musica hanno ben poco da spartire. Quando ancora esisteva la magnifica festa di Piedigrotta, spesso a Napoli per la strada si potevano incontrare gruppetti di ragazzi che producevano una dissonante musica -detta: musica giapponese -servendosi di particolari strumenti musicali quali: scetavajasse, triccabballacche, zerrizzerre e putipú . Con la medesima locuzione ci si riferisce, con evidente sarcasmo, altresí ad una dissonante musica che faccia addirittura a meno di strumenti musicali e venga prodotta artificiosamente con rumori della bocca che scimmiottino gli strumenti. 77.TE FACCIO SENTÌ MUNTEVERGINE CU TUTT''E CCASTAGNE SPEZZATE. Letteralmente: Ti faccio sentire Montevergine con accompagnamento delle castagne frante. Espressione minacciosa con la quale si promette una violenta reazione ad azioni ritenute lesive; è costruita sul ricordo della gita fuori porta fatta il lunedì dell' angelo allorché interi quartieri solevano recarsi al santuario di Montevergine su carrozze trainate da cavalli bardati a festa. Il ritorno verso la città avveniva in una sarabanda di suoni e di canti corali portati allo strepito anche per i fumi dei vini consumati in gran copia; il vino era consumato per accompagnare il consumo di castagne secche ed infornate che erano vendute confezionate come grani di collane di spago che ogni cavallo si portava al collo come abbellimento. 78.FÀ SCENNERE 'NA COSA DÊ CCOGLIE 'ABRAMO. Letteralmente: far discendere una cosa dai testicoli d'Abramo. Ruvida locuzione partenopea che a Napoli si usa a sapido commento delle azioni di chi si fa eccessivamente pregare prima di concedere al petente un quid sia esso un'opera o una cosa lasciando intendere che il quid richiesto sia di difficile ottenimento stante la augusta provenienza. 79.CANTA CA TE FAJE CANONICO! Letteralmente: Canta ché diventerai canonico Id est: Urla piú forte ché avrai ragione Il proverbio intende sottolineare l'abitudine di tanti che in una discussione, non avendo serie argomentazioni da apportare alle proprie tesi, alzano il tono della voce ritenendo così di prevalere o convincere l'antagonista.Il proverbio rammenta i canonici della Cattedrale che son soliti cantare l'Ufficio divino con tonalità spesso elevate, per farsi udire da tutti i fedeli. 80.ARMAMMOCE E GGHIATE. Letteralmente: armiamoci, ma andate! Id est: Tirarsi indietro davanti al pericolo; come son soliti fari troppi comandanti, solerti nel dare ordini, ma mai disposti a muovere i passi verso il luogo della lotta; così soleva comportarsi il generale francese Manhès che inviato dal re Gioacchino Murat in Abruzzo a combattere i briganti inviò colà la truppa e restò a Napoli a bivaccare e non è dato sapere se raggiunse mai i suoi soldati. 81.A - CANE E CCANE NUN SE MOZZECANO B- CUOVERE E CUOVERE NUN SE CECANO LL'UOCCHIE. Letteralmente: A- CANI E CANI NON SI AZZANNANO B- CORVI E CORVI NON SI ACCECANO Ambedue i proverbi sottolineano lo spirito di corpo che esiste tra le bestie, per traslato i proverbi li si usa riferire anche agli uomini, ma intendo sottolineare che persone di cattivo stampo non son solite farsi guerra, ma - al contrario - usano far causa comune in danno dei terzi. 82.CCA 'E PPEZZE E CCA 'O SSAPONE. Letteralmente: Qui gli stracci e qui il sapone. Espressione che compendia l'avviso che non si fa credito e che al contrario a prestazione segue immediata controprestazione. Era usata temporibus illis a Napoli dai rigattieri che davano in cambio di abiti smessi o altre cianfrusaglie, del sapone per bucato e che perciò erano detti sapunare. 83.TENÉ 'A SÀRACA DINT'  SACCA Letteralmente: tenere la salacca in tasca. Id est: mostrarsi impaziente e frettoloso alla stregua di chi abbia in tasca una maleodorante salacca (aringa)e sia impaziente di raggiungere un luogo dove possa liberarsi della scomoda compagna. 84.T'AGGI''A FÀ N'ASTECO ARETO Ê RINE... Letteralmente Ti devo fare un solaio nella schiena.Id est: Devo percuoterti violentemente dietro le spalle. Per comprendere appieno la portata di questa grave minaccia contenuta nella locuzione in epigrafe, occorre sapere che per asteco a Napoli si intende il solaio di copertura delle case, solaio che anticamente era formato con abbondante lapillo vulcanico ammassato all'uopo e poi violentemente percosso con appositi martelli al fine di grandemente compattarlo e renderlo impermeabile alle infiltrazioni di acqua piovana. 85.OGNE ANNO DDIO 'O CUMANNA Letteralmente: una volta all'anno lo comanda Iddio. La locuzione partenopea traduce quasi quella latina: semel in anno licet insanire, anche se i napoletani con il loro proverbio chiamano in causa Dio ritenuto corresponsabile delle pazzie umane quale ordinante delle medesime. 86.A LLAVà ‘A CAPA Ô CIUCCIO SE PERDE LL’ACQUA I’O SSAPONE A lavare la testa all’asino si perde l’acqua ed il sapone.Id est: è inutile tentare di dare un’istruzione od un’educazione a chi sia testardo e di pessima indole; si spreca la fatica ed il tempo occorrenti. 87.PE GGULÌO 'E LARDO, METTERE 'E DDETE 'NCULO Ô PUORCO. Letteralmente: per desiderio di lardo, porre le mani nell'ano del porco. Id est: per appagare un desiderio esser pronto a qualsiasi cosa, anche ad azioni riprovevoli e che comunque non assicurano il raggiungimento dello scopo prefisso. La parola gulìo= voglia, desiderio pressante non deriva dall'italiano gola essendo il gulìo non espressamente lo smodato desiderio di cibo o bevande; piú esattamente la parola gulìo è da riallacciarsi al greco boulomai=volere intensamente con consueta trasformazione della B greca nella napoletana G come avviene per es. anche con il latino dove habeo è divenuto in napoletano aggio o come rabies divenuta raggia. 88.SCIORTA E MMOLE SPONTANO 'NA VOTA SOLA. Letteralmente:la fortuna ed i molari compaiono una sola volta. Id est: bisogna saper cogliere l'attimo fuggente e non lasciarsi sfuggire l'occasione propizia che - come i molari - spunta una sola volta e non si ripropone 89.LL'ARTE 'E TATA È MMEZA 'MPARATA. Letteralmente: l'arte del padre è appresa per metà. Con questa locuzione a Napoli si suole rammentare che spesso i figli che seguano il mestiere del genitore son favoriti rispetto a coloro che dovessero apprenderlo ex novo. Partendo da quanto affermato in epigrafe spesso però capita che taluni si vedano la strada spianata laddove invece al redde rationem mostrano di non aver appreso un bel nulla dal loro genitore e finisce che la locuzione nei riguardi di tali pessimi allievi debba essere intesa in senso ironico ed antifrastico. 90.OGNE GGHIUORNO È TTALUORNO. Letteralmente: ogni giorno è una fastidiosa ripetizione; id est: insistere reiteramente su di uno stesso argomento, non può che procurar fastidio; con la frase in epigrafe a Napoli si cerca di dissuadere dal continuare chi perseveri nel parlare sempre dello stesso argomento, finendo per tediare oltremodo l'interlocutore. taluorno viene forse da un latino: tal-urnus: ripetizione. 91.ATTACCARSE A 'E FELÌNIE. Letteralmente: appigliarsi alle ragnatele. Icastica locuzione usata a Napoli per identificare l'azione di chi in una discussione - non avendo solidi argomenti su cui poggiare il proprio ragionamento e perciò e le proprie pretese - si attacchi a pretesti o ragionamenti poco solidi, se non inconsistenti, simili -appunto - a delle evanescenti ragnatele. 92.JÌ FACENNO 'O GGIORGIO CUTUGNO. Letteralmente: andar facendo il Giorgio Cotugno. Id est: andare in giro bighellonando, facendo il bellimbusto, assumendo un'aria tracotante e guappesca alla stessa stregua di tal mitico Cotugno scolpito in tali atteggiamenti su di una tomba della chiesa di san Giorgio maggiore a Napoli. Con la locuzione in epigrafe il re Ferdinando II Borbone Napoli soleva apostrofare il duca Giovanni Del Balzo che era solito incedere con aria tracotante anche davanti al proprio re. 93.'O CONTE MMERDA ‘A PUCERIALE. Letteralmente: Il conte Merda da Poggioreale. Così, per dileggio vien definito dal popolo colui che vanti falsamente illustri progenitori, o colui che si dia arie da nobiluomo incedendo con sussiego ed alterigia. Ma il personaggio in epigrafe esistette veramente in Napoli e tale nomignolo fu affibbiato dal popolo al patriarca, un tal conte Brasco Iannicelli[mancano precise notizie biografiche] di un’antica famiglia napoletana che aveva il possesso di una villa nella zona di Poggioreale. Tale signore ebbe, sul finire del 1800, in appalto la gestione delle latrine comunali e si meritò ipso facto il soprannome, pur se affidò in pratica la conduzione dell’appalto ad un suo fidato dipendente un non meglio identificato Ernesto che rispondendo al famoso soprannome di Ernesto a Ffuria,presidiava de visu le latrine comunali site all’estremità della via Foria,latrine da cui trasse ingenti guadagni con la selezione delle urine, rivendute ad idustrie chimiche per la produzione d’albumina. 94.MONECA ‘E CASA: DIAVULO JESCE E TTRASE, MONECA ‘E CUNVENTO, DIAVULE ÒGNI MMUMENTO. Letteralmente: monaca di casa: diavolo entra ed esce, monaca di convento: diavolo ogni momento. La locuzione, con una punta di irriverenza, viene usata, quando si voglia eccepire qualcosa sul comportamento di chi, invece, istituzionalmente dovrebbe avere un comportamento irreprensibile. La monaca di casa era a Napoli una di quelle attempate signorine che, per non essere tacciate di zitellaggio, facevano le viste di dedicarsi alla cura di qualche parente anziano o prete. Va da sé che il diavolo della locuzione è usato eufemisticamente per indicare il medesimo diavolo di talune novelle del Boccaccio; per ciò che attiene il convento è facile pensare che la locuzione faccia riferimento a quel covento di sant'Arcangelo a Baiano in Napoli, finito nelle cronache dell'epoca e successive per i comportamenti decisamente libertini tenuti da talune suore ivi ospitate. 95.FRIJERE ‘O PESCE CU LL’ACQUA. Letteralmente: friggere il pesce con l'acqua. La locuzione stigmatizza il comportamento insulso o quanto meno eccessivamente parsimonioso di chi tenti di raggiungere un risultato apprezzabile senza averne i mezzi occorrenti e necessari in mancanza dei quali si va certamente incontro a risultati errati o di risibile efficacia. 96.MEGLIO ‘NA MALA JURNATA CA ‘NA MALA VICINA. Meglio una cattiva giornata che una cattiva vicina. Ed il perché è facile da comprendersi: una giornata cattiva, prima o poi passa e con essa i suoi effetti negativi, ma una cattiva vicina, perdurante la sua stabile vicinanza, di giornate cattive ne può procurare parecchie... 97.CU CCHESTU LLIGNAMMO SE FANNO ‘E STRUMMOLE. Letteralmente: con questo legno si fanno le trottoline. Id est: Non attendetevi risultati migliori, perché con quel materiale che ci conferite non possiamo che fornirvi cose senza importanza e non altro! In una seconda valenza la locuzione sta a significare: badate che ciò che ci avete richiesto si fa con questo (scadente) materiale, non con altro piú pregiato... 98.NAPULE FA ‘E PECCATE I ‘A TORRE ‘E SCONTA. Letteralmente: Napoli pecca e Torre del Greco è punita. La locuzione è usata a significare l'incresciosa situazione di chi paga il fio delle colpe altrui. Nel merito della locuzione: per mera posizione geografica e a causa dei venti e delle correnti marine, i liquami che Napoli scaricava nel proprio mare finivano, inopinatamente, sulla costa di Torre del Greco, ridente località confinante col capolugo campano. 99.A- COMME PAVAZZIO, ACCUSSÍ PPITTAZZIO. B – POCU PPANE, POCU SANT’ANTONIO. Letteralmente: A - Come pagherai, così dipingerò. B - Poco pane, poco sant'Antonio. Ambedue le locuzioni adombrano il principio di reciprocità insito nel sinallagma contrattuale, per il quale il do è commisurato al des; id est: non si può pretendere un corrispettivo superiore alla retribuzione. La locuzione sub A ricorda l'iscrizione posta da tale F. A. S. GRUE dietro il celebre albarello di san Brunone; mentre quella sub B ripropone la risposta data da un pittore a certi frati che gli avevano commissionato un quadro raffigurante sant'Antonio. Alle rimostranze dei frati che si dolevano della lentezza del pittore nel portare innanzi l'opera commissionata, il pittore rispose con la frase in epigrafe (sub B)dolendosi a sua volta dell'esiguità della remunerazione. 100.S'Ė FFATTA NOTTE Ô PAGLIARO. Letteralmente: Ė calata la notte sul fienile. La locuzione viene usata a mo' di incitamento all'operosità verso colui che procrastini sine die il compimento di un lavoro per il quale - magari - ha già ricevuto la propria mercede; tanto è vero che si suole commentare: chi pava primma è male servuto (chi paga in anticipo è malamente servito...) Brak

PIRCIATIELLE ALLARDIATI

PIRCIATIELLE ALLARDIATI Questa gustosissima preparazione rappresenta l’antenata campana dei famosi spaghetti alla amatriciana della cucina romana.Prima di addentrarmi nella spiegazione della ricetta mette conto ricordare che in origine non si parlò di spaghetti alla amatriciana, ma di spaghetti alla matriciana in quanto correttamente con il terine matriciana non ci si riferiva alla cittadina di Amatrice in provincia di Rieti, ma alla “matrice”, e cioè il ventre della scrofa, quello in cui si sviluppano i feti dei maialini,che veniva impiegata nella salsa alla “matriciana”, matrice più tardi sostituita con il guanciale cioè il lardo di gola détto a Napoli lardiciello. Proseguiamo e diciamo che è difficile stabilire la primogenitura di questo piatto che sono praticamente uguali e si differenziano per il tipo di pasta usato (a Napoli i pirciatielle che sono, con derivazione dal francese percier=perforare i bucatini napoletani sebbene un po’ piú doppi; e lí gli spaghetti) nonché per il tipo di lardo scelto (nella ricetta napoletana occorre fornirsi del grasso, gustoso lardo di fianco oppure e meglio di pancia o anche, ma solo come extrema ratio, anche del lardo di gola (lardiciello) nella ricetta romana si usa il lardo di gola ( conosciuto, come ò detto, con il nome guanciale mentre il nome in napoletano del medesimo lardo di gola è appunto lardiciello). La voce lardicello è un diminutivo della voce lardo, diminutivo ottenuto addizionando a lardu(m) il suffisso cello( larducello→lardicello); cello è una forma allungata del suffisso ello suffisso alterativo di sostantivi ed aggettivi, con valore diminutivo che continua il lat. ellu(s) nato in origine dall’unione della desinenza ulus con i temi in r. Persosi l’antico legame divenne un suffisso autonomo ed ebbe una forma allungata in cello con maggior valore diminutivo/attenuante. Si pensò di usare un diminutivo per indicare il lardo di gola, perché questo lardo inframmezzato com’è da uno strato di carne non si presenta completamente sodo e grasso come è invece il grasso ‘mpano o ‘mpanuto proveniente dai fianchi o dalla pancia della bestia donde viene ricavata la cosiddetta ‘nzogna ‘mpana; i termini ‘mpano o ‘mpanuto che valgono paffuto, pannocchiuto, gonfio sono voci derivate di un latino volg. in+panus; ‘mpano ne è la riproposizione sic et simpliciter mentre per ‘mpanuto ad in+panus è stata aggiunta una desinenza verbale ito→uto da participio passato aggettivato. Ingredienti e dosi per 6 persone • 600 gr di perciatelli spezzettati a mano (4 cm.) • 50 gr di pancetta tesa tagliata a cubetti, • 200 gr. di lardo di gola (lardiciello) oppure quale extrema ratio anche di lardo di fianco o lardo di pancia finemente allacciato insieme ad uno spicchio d’aglio mondato, • 5 grossi pomidoro maturi tipo ROMA o SAN MARZANO sbollentati e pelati. • Un ciuffo di basilico lavato asciugato e spezzettato a mano (senza coltello!), • 1 cipolla dorata • 1/2 bicchiere di olio d'oliva e.v.p.s.a f., • Formaggio pecorino grattugiato 100 g., • sale doppio un pugno, • sale fino e pepe nero q.s. Nota: l’aggettivo allacciato, ovviamente non significa legato con un laccio, ma sta per tritato finissimamente sino a ridurre il lardo a consistenza quasi di pomata; infatti la voce napoletana allacciato è il part. passato aggettivato dell’infinito allaccià = tritare, sminuzzare derivato da un tardo latino parlato *ad+aciare→ addacciare→allacciare= inferir tagli. Preparazione • Sistemare tutto il lardo su di un tagliere di legno e servendosi dapprima d’un batticarne ed a seguire di un pesante coltello a lama larga ed affilatissima triturare tutto il lardo assieme ad un aglio mondato, assestando ripetuti colpi inferti tenendo la lama del coltello perpendicolarmente rispetto al tagliere, raccogliendo a mano a mano in un unico mucchietto il lardo pestato e ripetendo piú volte l’operazione fino ad ottenere un trito in consistenza quasi di pomata. Indi in una padella soffriggere con tutto l'olio la cipolla sbucciata e tritata e la pancetta tagliata a dadini assieme al trito finissimo di lardo di fianco o preferibilmente di pancia oppure quale extrema ratio anche lardo di gola (lardiciello) ed aglio mondato; Appena sarà tutto rosolato, unire i pomidoro spezzettati, salare e mescolare; far cuocere per circa 20’; verso la fine unire il basilico lavato asciugato e spezzettato a mano (senza coltello!). Lessare la pasta al dente, sgrondarla benissimo e versarla nella padella con il sugo, rimestare, aggiungere il formaggio grattugiato ed il pepe, rimestare ancora, impiattare e servire ben caldo. Gustosissimo piatto di tradizione antica! E l’antica tradizione esige il lardo di fianco o preferibilmente quellodi pancia e non quello di groppa, che è molto piú magro e perciò meno saporito! Concludo rammentando che si s’à dda fà ‘nu peccato, facimmolo murtale (se occorre fare un peccato, facciamolo mortale!) e cioè se dobbiamo usare il lardo, usiamo quello piú saporito, quello piú grasso cioè e preferibilmente quello di pancia; se invece non intendiamo peccare, evitiamo i bucatini allardiati. Ma ci priviamo di una squisitezza! Vini: Corposi vini rossi campani (Solopaca, Aglianico, Piedirosso, Taurasi), stappati un’ora prima di usarli, possibilmente scaraffati e serviti a temperatura ambiente Mangia Napoli, bbona salute!Scialàteve e dicíteme: Grazzie! raffaele bracale

LOCUZIONI VARIE

LOCUZIONI VARIE 1.QUANNO 'E MULINARE FANNO A PPONIE, STRIGNE 'E SACCHE. Ad litteram: quando litigano gli addetti al mulino, conviene stringere le bocche dei sacchi. Id est: non conviene lasciarsi coinvolgere nelle altrui lotte, altrimenti si finisce per rimetterci del proprio. 2.MEGLIO MAGNÀ POCO E SPISSO CA FÀ UNU MUORZO. Ad litteram: meglio mangiar poco e spesso che consumar tutto in un solo boccone. Contrariamente a quel che si possa pensare, il proverbio non è una norma statuita da qualche scuola medica che consigli di alimentarsi parcamente senza dar fondo alle vettovaglie; è invece un consiglio epicureo che spinge a piluccare, per estendere al massimo - nel tempo -il piacere della tavola, piuttosto che esaurirlo in pochissimo spazio di tempo. 3.TRE SONGO 'E CCOSE CA STRUDENO 'NA CASA: ZEPPOLE, PANE CAUDO E MACCARUNE. Ad litteram:Tre sono le cose che mandano alla rovina una casa: focaccine dolci, pane caldo, maccheroni. Da sempre a Napoli, le spase per l'alimentazione hanno costituito un grosso problema; il proverbio in epigrafe elenca quali furono una volta gli alimenti molto cari, che producevano grossi problemi alle vuote tasche dei napoletani; essi alimenti erano: le focaccine dolci, molto appetite dai golosi, il pane caldo cioè fresco che veniva consumato in quantità maggiore di quello raffermo, ed i famosi maccheroni che all'epoca costavano molto piú della verdura; oggi tutto costa di piú , per cui è difficile fare un elenco delle cose che posson mandare in malora l'economia di una casa. 4.ADDÓ HÊ FATTO 'O PUMPIERE? DINTO Â VASCA D''E CAPITUNE?! Ad litteram: dove hai imparato a fare il pompiere? Nella tinozza dei capitoni?!La frase è usata quando ci si voglia prender giuoco di qualcuno che si atteggia a baldanzoso esperto di qualcosa di cui in realtà non ha esperienza, come di un pompiere che, in luogo delle manichette o pompe idrovore abbia avuto rapporti con la sola acqua contenuta nelle tinozze dove vengono messi le anguille o i piú grossi capitoni. 5.'A VIPERA CA MUZZECAJE A CCHELLA MURETTE 'E TUOSSECO. Ad litteram: la vipera che morsicò quella donna, perì di veleno; per significare che persino la vipera che è solita avvelenare con i suoi morsi le persone, dovette cedere e soccombere davanti alla cattiveria e alla perversione di una donna molto piú pericolosa di essa vipera. 6.E SSEMPE CARULINA, E SSEMPE CARULINA... Ad litteram Sempre Carolina... sempre Carolina Id est: a consumare sempre la stessa pietanza, ci si stufa. La frase in epigrafe veniva pronunciata dal re Ferdinando I Borbone Napoli quando volesse giustificarsi delle frequenti scappatelle fatte a tutto danno di sua moglie Maria Carolina d'Austria, che - però, si dice - lo ripagava con la medesima moneta; per traslato la locuzione è usata a mo' di giustificazione, in tutte le occasioni in cui qualcuno abbia svicolato dalla consueta strada o condotta di vita, per evidente scocciatura di far sempre le medesime cose. 7.TRE CCOSE STANNO MALE A 'STU MUNNO: N'AUCIELLO 'MMANO A 'NU PICCERILLO, 'NU FIASCO 'MMANO A 'NU TERISCO, 'NA ZITA 'MMANO A 'NU VIECCHIO. Ad litteram: tre cose sono sbagliate nel mondo: un uccello nelle mani di un bambino, un fiasco in mano ad un tedesco e una giovane donna in mano ad un vecchio; in effetti l'esperienza dimostra che i bambini sono, sia pure involontariamente, crudeli e finirebbero per ammazzare l'uccellino che gli fosse stato affidato,il tedesco, notoriamente crapulone, finirebbe per ubriacarsi ed il vecchio, per definizione lussurioso, finirebbe per nuocere ad una giovane donna che egli possedesse. 8.UOVO 'E N'ORA, PANE 'E 'NU JUORNO, VINO 'E N'ANNO E GUAGLIONA 'E VINT'ANNE. Ad litteram: uovo di un'ora, pane di un giorno, vino di un anno, e ragazza di vent'anni. Questa è la ricetta di una vita sana e contenutamente epicurea. Ad essa non devono mancare uova freschissime, pane riposato per lo meno un giorno, quando pur mantenendo la sua fragranza ha avuto tempo di rilasciare tutta l'umidità dovuta alla cottura, vino giovane che è il piú dolce e il meno alcoolico, ed una ragazza ancora nel fior degli anni,capace di concedere tutte le sue grazie ancora intatte. 9.A CHI PIACE LU SPITO, NUN PIACE LA SPATA. Ad litteram: a chi piace lo spiedo, non piace la spada. Id est: chi ama le riunioni conviviali(adombrate - nel proverbio - dal termine "spito" cioè spiedo), tenute intorno ad un desco imbandito, è di spirito ed indole pacifici, per cui rifugge dalla guerra (la spata cioè spada del proverbio). 10.ADDÓ NUN MIETTE LL'ACO, NCE MIETTE 'A CAPA. Ad litteram: dove non metti l'ago, ci metterai il capo.Id est: occorre porre subito riparo anche ai piccoli danni, ché - se lasciati a se stessi - possono ingigantirsi al punto di dare gran nocumento; come un piccolo buco su di un abito, se non riparato in fretta può diventare così grande da lasciar passare il capo, così un qualsiasi piccolo e fugace danno va riparato subito, prima che ingrandendosi, non produca effetti irreparabili. 11.ZITTO CHI SAPE 'O JUOCO! Ad litteram: zitto chi conosce il giuoco! Id est: faccia silenzio chi è a conoscenza del trucco o dell'imbroglio. Con la frase in epigrafe olim si solevano raccomandare ai monelli spettatori dei loro giochi, i prestigitatori di strada, affinché non rivelassero il trucco compromettendo la buona riuscita del giuoco da cui dipendeva una piú o meno congrua raccolta di moneta. 12.VUO' CAMPÀ LIBBERO E BBIATO: MEGLIO SULO CA MALE ACCUMPAGNATO. Ad litteram: vuoi vivere libero e beato: meglio solo che male accompagnato Il proverbio in epigrafe, in fondo traduce l'adagio latino: beata solitudo, oh sola beatitudo. 13.QUANNO 'NA FEMMENA S'ACCONCIA 'O QUARTO 'E COPPA, VO' AFFITTÀ CHILLO 'E SOTTO. Ad litteram: quando una donna cura eccessivamente il suo aspetto esteriore, magari esponendo le grazie di cui è portatrice, lo fa nella speranza di trovar partito sotto forma o di marito o di uno che soddisfi le sue voglie sessuali. 14.QUANNO QUACCHE AMICO TE VENE A TTRUVÀ, QUACCHE CCAZZO LLE VENE A MMANCÀ. Ad litteram: quando qualche amico ti viene a visitare, qualcosa gli manca (e la vuole da te)Id est: non bisogna mai attendersi gesti di liberalità o affetto; anche quelli che reputiamo amici, sono - in fondo - degli sfruttatori, che ti frequentano solo per carpirti qualcosa. 15.LL'UOCCHIE SO' FFATTE PE GGUARDÀ, MA 'E MMANE PE TTUCCÀ. Ad litteram: gli occhi sono fatti per guardare, ma le mani (son fatte) per toccare. Con questo proverbio, a Napoli, sogliono difendere (quasi a mo' di giustificazione) il proprio operato, quelli che - giovani o vecchi che siano - sogliono azzardare palpeggiamenti delle rotondità femminili. 16.ZAPPA 'E FEMMENA E SURCO 'E VACCA, MALA CHELLA TERRA CA L'ANCAPPA. Ad litteram:Povera quella terra che sopporta una zappatura operata da una donna ed un solco prodotto dal lavoro di una mucca(invece che di un bue).Proverbio marcatamente maschilista, nato in ambito contadino, nel quale è adombrata la convinzione che il lavoro femmineo, non produce buoni frutti e sia anzi deleterio per la terra. 17.'AMICE E VINO ÀNNO 'A ESSERE VIECCHIE! Ad litteram: gli amici ed il vino (per essere buoni) devono essere di antica data. 18.'A MEGLIA VITA È CCHELLA D''E VACCARE PECCHÉ, TUTTA 'A JURNATA, MANEJANO ZIZZE E DDENARE. Ad litteram: la vita migliore è quella degli allevatori di bovini perché trascorrono l'intera giornata palpando mammelle (per la mungitura delle vacche)e contando il denaro (guadagnato con la vendita dei prodotti caseari); per traslato: la vita migliore è quella che si trascorre tra donne e danaro. 19.'O TURCO FATTO CRESTIANO, VO' 'MPALÀ TUTTE CHILLE CA GHIASTEMMANO. Ad litteram: il turco diventato cristiano vuole impalare tutti i bestemmiatori. Id est: I neofiti sono spesso troppo zelanti e perciò pericolosissimi. 20.'O PATATERNO ADDÓ VEDE 'A CULATA, LLA SPANNE 'O SOLE Ad litteram: il Padreterno dove vede un bucato sciorinato, lì invia il sole. Id est: la bontà e la provvidenza del Cielo sono sempre presenti là dove occorre. 21.'O GALANTOMMO APPEZZENTÚTO, ADDEVIVENTA 'NU CHIAVECO. Ad litteram: il galantumo che va in miseria, diventa un essere spregevole. In effetti la disincantata osservazione della realtà dimostra che chi perde onori e gloria, diventa il peggior degli uomini giacché si lascia vincere dall'astio e dal livore verso coloro che il suo precedente status gli consentiva di tenere sottomessi e che nella nuova situazione possono permettersi di alzare la testa e contrattare alla pari con lui. 22.'E VRUOCCOLE SO' BBUONE DINT’Ô LIETTO. Letteralmente: i broccoli sono buoni nel letto. Per intendere il significato del proverbio bisogna rammentare che a Napoli con la parola vruoccole si intendono sia la tipica verdura che per secoli i napoletani mangiarono,tanto da esser ricordati come "mangiafoglie", sia le moine, le carezze che gli innamorati son soliti scambiarsi specie nell'intimità; il proverbio sembra ripudiare ormai la verdura per apprezzare solo i vezzi degli innamorati. 23.STATTE BBUONO Ê SANTE: È ZZUMPATA 'A VACCA 'NCUOLLO Ô VOJO! Letteralmente: buonanotte!la vacca ha montato il bue. Id est: Accidenti: il mondo sta andando alla rovescia e non v'è rimedio: ci troviamo davanti a situazioni così contrarie alla norma che è impossibile raddrizzare. 24.QUANNO 'O VINO È DDOCE, SE FA CCHIÚ FORTE ACÌTO. Letteralmente: quando il vino è dolce si muta in un aceto piú forte, piú aspro.Id est: quando una persona è d'indole buona e remissiva e paziente, nel momento che dovesse inalberarsi, diventerebbe così cattiva, dura ed impaziente da produrre su i terzi effetti devastanti. 25.'O FATTO D''E QUATTE SURDE. Letteralmente: il racconto dei quattro sordi. Il raccontino che qui di seguito si narra, adombra il dramma della incomunicabilità e la locuzione in epigrafe viene pronunciata a Napoli a sapido commento in una situazione nella quale non ci si riesca a capire alla stregua di quei quattro sordi che viaggiatori del medesimo treno, giunti ad una stazione, così dialogarono: Il primo: Scusate simmo arrivate a Napule? (Scusate, siamo giunti a Napoli?) Il secondo: Nonzignore, cca è Napule!(Nossignore, qua è Napoli!) Il terzo: I' me penzavo ca stevamo a Napule (Io credevo che stessimo a Napoli). Il quarto concluse: Maje pe cumanno, quanno stammo a Napule, m'avvisate? (Per cortesia, quando saremo a Napoli, mi terrete informato?). 26.A 'NU CETRANGOLO SPREMMUTO, CHIAVECE 'NU CAUCIO 'A COPPA . Schiaccia con una pedata una melarancia premuta.Id est: il danno e la beffa; la locuzione cattivissima nel suo enunciato, consiglia di calpestare un frutto già spremuto; ossia bisogna vilipendere e ridurre a mal partito chi sia già vilipeso e sfruttato, per modo che costui non abbia né la forza, nè il tempo di risollevarsi e riprendersi.Il tristo consiglio è dato nel convincimento che se si lascia ad uno sfruttato la maniera o l'occasione di riprendersi, costui si vendicherà in maniera violenta e allora sarà impossibile contrastarlo; per cui conviene infeierire e non dar quartiere, addirittura ponendoselo sotto i tacchi come un frutto spremuto ed inutile ormai. 27.AMMORE, TOSSE E RROGNA NUN SE PONNO ANNASCONNERE. Amore, tosse e scabbia non si posson celare; le manifestazioni di queste tre situazioni sono così eclatanti che nessuno può nasconderle; per quanto ci si ingegni in senso opposto amore, tosse e scabbia saranno sempre palesi; la locuzione è usata sempre che si voglia alludere a situazioni non celabili. 28.'MPARATE A PPARLÀ, NO A FFATICÀ. Letteralmente: impara a parlare, non a lavorare. Amaro, ma ammiccante proverbio napoletano dal quale è facile comprendere la disistima tenuta dai napoletani per tutti coloro che non si guadagnano da vivere con un serio e duro lavoro, ma fondono la propria esistenza sul fumo dell'eloquio, ritenuto però estremamente utile al conseguimento di mezzi di sussistenza, molto piú dell'onesto e duro lavoro (FATICA)in fondo la vita è dei furbi di quelli capaci di riempirti la testa di vuote chiacchiere e di non lavorare mai vivendo ugualmente benissimo. 29.CHI TROPPO S''O SPARAGNA, VENE 'A 'ATTA E SSE LU MAGNA. Letteralmente: chi troppo risparmia,viene la gatta e lo mangia. Il proverbio- che nella traduzione toscana assume l'aspetto di un anacoluto sta a significare che non conviene eccedere nel risparmiare, perché spesso ciò che è stato risparmiato viene dilapidato da un terzo profittatore che disperde o consuma tutto il messo da parte. 30.'A SOTTO P''E CHIANCARELLE. Letteralmente: attenti ai panconcelli! Esclamazione usata a sapido commento di una narrazione di fatti paurosi o misteriosi un po' piú colorita del toscano: accidenti!Essa esclamazione richiama l'avviso rivolto dagli operai che demoliscono un fabbricato affinché i passanti stiano attenti alle accidentali cadute di panconcelli(chiancarelle)le sottili assi trasversali di legno di castagno, assi che poste di traverso sulle travi portanti facevano olim da supporto ai solai e alle pavimentazione delle stanze.Al proposito a Napoli è noto l'aneddoto relativo al nobile cavaliere settecentesco Ferdinando Sanfelice che fattosi erigere un palazzo nella zona detta della Sanità, vi appose un'epigrafe dittante: eques Ferdinandus Sanfelicius fecit(il cav. Ferdinando Sanfelice edificò) ed un bello spirito partenopeo per irridere il Sanfelice paventando il crollo dello stabile, aggiunse a lettere cubitali Levàteve 'a sotto (toglietevi di sotto! ). 31.A 'STU NUNNO SULO 'O CANTERO È NNICESSARIO. Letteralmente: la sola cosa necessaria a questo mondo è il pitale. Id est: niente e - soprattutto - nessuno sono veramente necessarii alla buona riuascita dell'esistenza la sola cosa che conta è nutrirsi bene e digerire meglio. In effetti con la parola cantero - oggetto destinato ad accogliere gli esiti fisiologici - si vuole proprio adombrare la buona salute indicata da una buona digestione, che intanto avviene se si è avuta la possibilità di nutrirsi. Si tenga presente che la parola cantero non à l'esatto corrispettivo in italiano essendo il pitale(con la quale parola si è reso in italiano) destinato ad accogliere gli esiti prettamente liquidi, mentre il cantaro era destinato ad accogliere quelli solidi. 32.CA TU FAJE N’IRRE E N’ORRE, CCA FATICA NUN NE CORRE. Ad litteram: che tu fai un irre-orre, qui lavoro non ne corre. Id est per quanto tu ti affanni, barcamenandoti nel tentativo di chiarire il tuo pensiero e i tuoi desiderata,per pervenire ad un risultato concreto in termini di lavoro, è tempo sprecato: qui lavoro non ce n’è! [Esattamente irre-orre è una locuzione onomatopeica, usata come s.vo m.le invariabile per indicare le parole e le tergiversazioni di chi è indeciso,o non riesce a formulare chiaramente il proprio pensiero; qui la locuzione è usata in una morfologia scissa che sotto il termine irre sottende i pensieri e sotto il termine orre cela i desiderata]. Brak

FARFALLE CON FUNGHI RICOTTA E PROSCIUTTO

FARFALLE CON FUNGHI RICOTTA E PROSCIUTTO Ingredienti e dosi per 4 persone 4 etti di pasta tipo farfalle, 500 g funghi porcini freschi o surgelati, 1 costa sedano, 1 cipolla dorata, 1 carota piccola, 1 spicchio d’ aglio, 1/2 bicchiere di vino rosso Solopaca o Aglianico o Piedirosso o Taurasi, 1 etto di prosciutto crudo tagliato a listarelle di circa cm. 5 x 3 x 1, 1 etto di ricotta ovina stemperata con poca acqua di cottura della pasta, 1 bicchiere d’olio d’oliva e.v.p.s. a f., 1 cucchiaio di prezzemolo tritato, 1 etto di pecorino (laticauda) grattugiato, sale doppio alle erbette un pugno + una presa, pepe bianco q.s. procedimento Mondate il sedano, la carota, la cipolla e l'aglio, tritate tutto finemente, poi, in un tegame, fatelo leggermente rosolare con tutto l’olio. Unite i funghi (puliti con un coltellino affilatissimo e sfettati alla francese in pezzi di ½ cm. di spessore), quindi salate, pepate e bagnate con il vino, che lascerete evaporare a fuoco vivace. Continuate la cottura per circa 25 minuti a fuoco dolce, unendo eventualmente, un po' di acqua calda.Alla fine aggiungete il prosciutto e lasciatelo insaporire per 5 minuti. Lessate al dente in circa 8 litri di acqua salata (un pugno di sale grosso alle erbette ) la pasta, scolatela e versatela in una zuppiera dove avrete messo la ricotta ovina stemperata con poca acqua di cottura della pasta; rimestate ed aggiungete súbito il sugo preparato, rimestate accuratamente, cospargete con il pecorino, abbondante pepe bianco e con il prezzemolo, impiattate e servite calde di fornello. Vini: Corposi vini rossi campani (Solopaca, Aglianico, Piedirosso, Taurasi) serviti a temperatura ambiente. mangia Napoli, bbona salute!

MEZZEMANICHE MANTECATE AI FUNGHI PORCINI

MEZZEMANICHE MANTECATE AI FUNGHI PORCINI Ingredienti e dosi per 4 persone 4 etti di mezzemaniche rigate, 500 g funghi porcini freschi o surgelati, 1 spicchio d’aglio mondato e tritato, 1 etto di ricotta ovina stemperata con poca acqua di cottura della pasta, 1 bicchiere d’olio d’oliva e.v.p.s. a f., 1 bicchiere di vino bianco secco, 1 cucchiaio di prezzemolo tritato, 1 etto di pecorino (laticauda) grattugiato, sale doppio alle erbette un pugno + una presa, pepe bianco q.s. procedimento In una proporzionata padella a fuoco sostenuto far rosolare con tutto l’olio lo spicchio d’aglio mondato e tritato. Unire i funghi (puliti con un coltellino affilatissimo e sfettati alla francese in pezzi di ½ cm. di spessore), quindi salare, pepare e bagnare con il vino e lasciarlo evaporare a fuoco vivace. Continuate la cottura per circa 20 minuti a fuoco dolce, unendo eventualmente, un po' di acqua calda. Lessare al dente in circa 8 litri di acqua salata (un pugno di sale grosso alle erbette ) la pasta, scolarla e versarla in una zuppiera dove ci sarà la ricotta ovina stemperata con poca acqua di cottura della pasta; rimestare ed aggiungere súbito la trifola di funghi; rimestare accuratamente, cospargere con il pecorino, abbondante pepe bianco e con il prezzemolo, impiattare e servire.Vini: Corposi vini rossi campani (Solopaca, Aglianico, Piedirosso, Taurasi) serviti a temperatura ambiente. mangia Napoli, bbona salute! Brak