lunedì 26 ottobre 2020

TANT’ANNE DINT’Ê SAITTELLE… E CQUANNO ADDIVIENTE ZOCCOLA!?

TANT’ANNE DINT’Ê SAITTELLE…

E CQUANNO ADDIVIENTE ZOCCOLA!?

 

Ad litteram: Tanti anni (trascorsi ) nelle fogne… e quando diventerai un ratto?

Icastica domanda retorica  che ironicamente si suole rivolgere, per bollarlo di inettitudine e/o incapacità, a chi  da lunga pezza frequenti luoghi (scuola o bottega) e faccia esperienza,ma mai si decida ad apprendere  e/o  a mettere in pratica l’appreso, dimostrando cosí di non occupare proficuamente il tempo dell’apprendimento  e di vanificare l’opera degli insegnanti.

La saittella  è quella sorta  di feritoia  che si trova  alla base dei marciapiedi, feritoia il cui compito è quello di favorire il deflusso delle acque piovane ed incanalarle  nei condotti fognarii che si trovano appena sotto il piano stradale; normalmente i ratti che stazionano nelle fogne usano queste feritoie, che non sono assolutamente protette, ma aperte e libere  per sortire ed invadere l’abitato.

Etimologicamente la parola  saittella  è corruzione del termine toscano saiettera o saettiera che era nelle antiche mura, lo spazio tra i merli da cui i difensori potevano tirare con l'arco, la balestra e sim., rimanendo al coperto; tale spazio e la parola che lo indicava è preso a riferimento per la forma di tronco di piramide  che è sia della saiettiera (orizzontata in senso verticale) che della saittella(che invece è aperta orizzontalmente).

Rammenterò appena, per amor di completezza, che con linguaggio triviale, la parola  saittella è usata anche per indicare, estensivamente, una donna di facili costumi, la stessa che come ò segnalato altrove è pure detta alternativamente: péreta  o lòcena.

Zoccola s.f. = ratto, grosso topo di fogna e per traslato, battona, meretrice (che come i ratti si aggira per le strade nottetempo); etimologicamente dal lat. sorcula

                                                             Raffaele Bracale

 

 

PIGNATA E 'NFRUCIARE

PIGNATA E 'NFRUCIARE

PIGNATA

In napoletano la voce pignata/pignato nell’unico significato di pentola di coccio bassa, ma capace riprende forse per adattamento la voce toscana pignatta→pignata

s. f. , che  anticamente fu anche: pignatto→pignato s. m. nei significati di
1) pentola molto capace, per lo piú di terracotta | (fam.) qualunque tipo di pentola. dim. pignattella, pignattina, pignattino (m.)
2) sorta di mattone forato impiegato nella costruzione dei solai. Tutto ciò sempre che non sia vero il contrario e cioè che un/una originario/a  pignato/a partenopei non siano diventati pignatto e pignatto  nell’italiano;  

L’etimo è  incerto; forse da un deriv. del lat. pinguis 'grasso', col sign. di 'recipiente per conservare il grasso, la sugna;con una lettura metatetica di pinguis→pignuis addizionato di apta→atta donde *pignatta (adatta a contenere il grasso).

 Tuttavia un'altra scuola di pensiero ( alla quale mi piace aderire!) pensa ch'essa voce pignata  possa derivare dal latino pineata(olla)in quanto il coperchio della pignata terminava quasi sempre a mo' di pigna (in latino pinea).

Tra le locuzioni  proverbiali o i modi di dire  costruiti usando il sostantivo pignata/pignato o un loro diminutivo rammenterò:

1)nun fà ascí ‘o ggrasso d’’o pignato  che letteralmente  sta per impedire al grasso di traboccare dalla pignatta, ma nel suo sotteso significato metaforico vale: adoperarsi per non permettere che le risorse familiari travalichino i sacrosanti confini della famiglia per essere destinate ad estranei e/o a parenti non molto prossimi.

Ovviamente il nun fà può essere letto come imperativo per cui tutta la frase va letta impedisci al grasso di traboccare dalla pignatta  e cioè fa’ in modo di  non permettere che le risorse familiari travalichino i sacrosanti confini della famiglia per essere destinate ad estranei e/o a parenti non molto prossimi.

 

2) ‘E fatte d’’a pignata ‘e ssape ‘o cucchiaro  che letteralmente  sta per le faccende della pignatta sono a conoscenza soltanto del cucchiaio (e cioè del mestolo)che è solito rimestare nella detta pignatta e/o pentola; anche per questo secondo proverbio esiste ovviamente un significato metaforico ed atteso che anche in questo proverbio la voce pignata vale nucleo familiare, se ne deduce che il significato metaforico è il seguente: solo coloro che vivono nell’àmbito familiare e  sono  cioè dentro la famiglia ne possono conoscere esattamente necessità, bisogni ed ovviamente i guai che eventualmente la affligono alla medesima stregua del mestolo (cucchiaro) che abituato a rimestare nella pentola, ne conosce oltre che il contenuto, eventuali ammaccature e/o incrinature.

3) Pàrono ‘o servezziale e ‘o pignatiello

 Sembrano il clistere e il pentolino. La locuzione viene usata per indicare in maniera sarcastica  due persone (parenti o amici) che spesso e volentieri sono insieme e che  difficilmente si separano, come accadeva un tempo quando i barbieri che erano un po' anche cerusici,chiamati per praticare un clistere si presentavano recando in una  mano l'ampolla di vetro (serviziale) atta alla bisogna e nell’altra  un pentolino per riscaldarvi l'acqua occorrente...

Rammentati i due  proverbî ed il modio di dire, prendiamone in esame alcune parole:

‘o ggrasso  letteralmente il grasso= condimento ricavato dalla sottocute del maiale; ovviamente qui è usato nel senso traslato ed estensivo di risorsa economica; la voce a margine è un sost. neutro (la gran parte degli alimenti in napoletano è di genere neutro) derivato dal lat. volg. grassu(m), da crassus 'grasso', forse per incrocio con grossus 'grosso';

ascí = uscire, venir fuori, debordare voce verb. infinito dal lat. volg. parlato *axire  marcato su   exire, comp. di ex- 'fuori' e ire 'andare';

fatte = fatti, accadimenti e genericamente, cose, faccende, avvenimenti  e qui estensivamente necessità, bisogni e persino   guai  sost. masch. plurale di fatto  che è dal lat.  factu(m), part. pass. neutro sost. di facere 'fare';

cucchiaro letteralmente cucchiaio, ma estensivamente mestolo, posata da servizio; la voce a margine deriva dal lat. cochleariu(m), deriv. di cochlea 'chiocciola', perché in orig. serviva per mangiare le chiocciole; faccio notare che il l’unico suff. arius   à dato in italiano aio e nelle lingue regionali aro.

Ricorderò ancóra che talvolta il proverbio  ‘E fatte d’’a pignata ‘e ssape ‘o cucchiaro  viene riportato, specialmente sulla bocca del popolino meno addentro alla parlata  napoletana, e talvolta addirittura negli scritti di certuni sedicenti autori esperti del napoletano...., viene riportato dicevo  con un improprio ‘E fatte d’’a pignata ‘e ssape ‘a cucchiara!  E che si tratti di un’espressione impropria si ricava da una semplice osservazione: in pretto, corretto napoletano  il sostantivo cucchiara indica la mestola  del muratore (cfr. l’espressione stà cazza e cucchiara= stare cazza (secchio della malta) e cazzuola) cioè stanno secchio della calcina e cucchiaia. - Cioè:vanno di pari passo, stanno sempre insieme.

Erroneamente qualcuno riferisce il modo di dire qui riportato con l’espressione: Stanno tazza e cucchiaro, espressione inesatta innanzi tutto perché la posata che accompagna la tazza, a Napoli è esclusivamente riportata come diminutivo: ‘o cucchiarino ed invece la locuzione, sulle labbra dei vecchi napoletani comporta la presenza della cucchiara (cazzuola) arnese tipico dei muratori;  ed è impensabile che una cazzuola venga usata per rimestare in una pignatta nel cibo in cottura...

Ricorderò infine che in lingua napoletana con  il femminile  si indica un oggetto piú grande del corrispondente maschile (es.: cucchiara (piú grande) e cucchiaro ( piú piccolo),tina (piú grande) e tino( piú piccolo) carretta (piú grande) e carretto ( piú piccolo),tammorra (piú grande) e tammurro (piú piccolo);fanno eccezione caccavo (piú grande) e caccavella ( piú piccola) e tiano (piú grande) e tiana( piú piccolo).

cazza =  anticamente recipiente per lo piú di ferro, provvisto di manico, nel quale si fondevono i metalli e successivamente il secchio della malta/calcina usato dai muratori, secchio che con linguaggio corrente viene quasi sempre détto cardarella diminutivo di cardara= caldaia derivato dal lat. volg. caldaria(m), deriv. di calidus 'caldo', mentre cazza deriva dal lat. volg cattia(m), forgiata sul gr. kyathos 'coppa, tazza'  ;

serviziale = clistere, clisma, parola che fu anche (sia pure nella forma di servigiale) nell’italiano antico con i medesimi significati,forgiata sul lat. servitiu(m), deriv. di servus 'schiavo' + il suffisso di pertinenza ale da alis.

 

 

 

 

'NFRUCIARE

 

                                                                                                                                                                                                                     la voce verbale ‘nfrucià/’nfruciare nel significato di nascondere, stipare, immettere, inserire a forza, è una forma collaterale degli originarî ‘nfrúcere/’nfrucecà di identico significato; tutte le tre voci verbali derivano dal latino infulcire= stipare da cui con aferesi della vocale  d’avvio e metatesi della liquida l divenuta  r è scaturito direttamente ‘nfrúcere, mentre per ‘nfrucecà (donde poi ‘nfrucià o meglio ancóra ‘nfrucïà) ci si serví di una infissione rafforzativa ic  e cambio di coniugazione  rispetto all’originale latino infulcire→infulcícire→infulcicare→’nfrucecà.

 Rammenterò infine che con significato estensivo, il part. passato di ‘nfrucià, ‘nfruciato  è usato pure per significare: rimpinzato, gonfio di cibo.

Raffaele Bracale

 

GUAGLIONE – significato ed etimologia.

GUAGLIONE – significato ed etimologia.

La parola in epigrafe, pur se accolta in tutti i dizionari della lingua toscana, nasce a Napoli e poi di qui trasmigra, come tante altre parole quali camorra e suoi derivati, guappo e consimili, scugnizzo, vongola, scarola etc.  e con il termine guaglione viene indicato l’adolescente, il ragazzo  poco piú che decenne che abbia eletto per proprio regno la strada nel cui  

rutilante chiasso, si diverti, giochi e magari presti la sua piccola opera servizievole nell’intento di lucrare piccolo guadagno: ‘o guaglione d’’e servizie oppure ‘o guaglione ‘e puteca quando si tratti di ragazzo avviato ad un lavoro piú o meno stabilmente retribuito.

 Pertanto con il termine guaglione a Napoli non si indica il bambino, che è détto propriamente: criaturo o anche ninno o nennillo ed addirittura  quando si tratti di piccolissimo -anche anema ‘e Ddio.

Per ciò che riguarda l’etimologia, la questione è di non poca cosa,

avendo il vocabolo  scatenato la fantasia di addetti ai lavori o filologi della domenica e sono state avanzate le ipotesi le piú disparate ed è molto difficile bordeggiandole attingere un sicuro approdo.

Ecco perché mi limiterò a dare un sommario elenco di dette ipotesi,  e a suggerire alla fine, l’ipotesi che ritengo piú perseguibile.

ipotesi A – si cominciò, temporibus illis, a scomodare il greco kallos, kallion: bellino, grazioso, nella pretesa forse che il guaglione dovesse essere per forza grazioso, ma  chiunque si può render conto che si trattava di una pretesa non supportata da alcuna documentata prova, per cui escluderei senz’altro l’ipotesi.

 Ipotesi B –Si congetturò pure che guaglione potesse derivare sempre dal greco, ma dal lemma GALA= latte, ma non si vede cosa possa mettere in rapporto il latte con il ragazzo di strada che non è certamente un poppante; l’ipotesi è pertanto – a mio avviso  - da scartare.

Ugualmente è  da scartare la

ipotesi C  che fa derivare la parola di cui ci occupiamo  dal latino gàneone(m) che sta ad indicare il frequentatore di bettole, l’ubriacone, o peggio! il frequentatore di postriboli: personaggi che non posson certo, a mio avviso,  configurare il guaglione. Non nego che, talvolta, il guaglione  possa aver alzato il gomito o frequentato bordelli, ma da ciò a ritenerle  sue precipue attività (tanto da farne derivare il nome...)mi pare ce ne corra, con buona pace dei chiarissmi professori Emidio De Felice (e Giovanni Alessio) che cfr. D.E.I. sposarono l’idea  qui riferita;

 ipotesi D  Son da scartare anche le  ipotesi che tirano dentro le parole latine : qualus= cesto e qualis= quale, termini che semanticamente  sono chiaramente inconferenti rispetto la sostanza del nostro guaglione;

ipotesi E – Si è cercato, da qualcuno di coinvolgere il francese con la parola garçon, che –è vero – indica il ragazzo di bottega, ma da esso lemma in napoletano è derivato guarzone,non guaglione  per cui scarto l’ipotesi

come scarto altre pretestuose derivazioni dal francese gaillard, omologa del nostro gagliardo, giacché non è scritto da nessuna parte che ‘o guaglione debba essere forte e muscoloso.

ipotesi F - Sempre nell’ambito della lingua francese riporto quanto ebbe a dire il giornalista A. Fratta  scrivendo sul Mattino di Napoli allorché affermò di avere udito  in quel di Marsiglia apostrofare i ragazzi di strada con il termine vuaiú (voyou) stranamente simile al suono del nostro guagliú; si tratta  di una tentazione, ma se si esclude il tenue legame del francese voie = strada con il guaglione partenopeo troppe sono le discrepanze semantiche che ostano a che si possa accettare simile discendenza, tenendo oltretutto presente che in francese la voce voyou vale mascalzone, canaglia, delinquentello  che non sono da appaiare con  il probo, onesto, lavoratore guaglione napoletano.

Per concludere mi pare si possa invece far discendere dal sempre vivo latino  galio/onis(giovane mozzo,servo sulle galee)il guaglione,   soprattutto tenendo presente quel ragazzo dei servizi o guaglione ‘e puteca di cui sopra.

Sottoposi la mia ipotesi  etimologica ai soloni del vocabolario TRECCANI  e me la respinsero adducendo che la parola latina  da me chiamata in causa  ed esistente peraltro nel famoso congruo dizionario dell’infimo latino  del DU CANGE, non trovava riscontro in non so bene  quale testo da loro consultato e con protervia – a mio avviso – malevola e non circostanziata   mi ribadirono l’idea che la parola guaglione deriva dal latino ganeo(frequentatore di bettole e/o postibroli).Posso talora recedere dalle mie convinzioni, ma solo quando mi si forniscano certe ed incontrovertibili prove contrarie, non quando qualcuno si impanchi  a giudice delle mie idee  e senza averne  comprovata autorità e/o carisma  pontifichi ad libitum.

Raffaele Bracale