sabato 24 giugno 2017

STAJE CHINO 'E DEVUZZIONA!


STAJE CHINO 'E DEVUZZIONA!

Questa volta è stato il  caro amico G. S. (i consueti problemi di riservatezza mi costringono ad indicare solo le iniziali di nome e cognome) a  chiedermi via e-mail di chiarirgli  significato e portata dell’ icastica popolaresca espressione partenopea in epigrafe. M’auguro di accontentarlo con le parole che seguono:

L’espressione in esame datata ma ancòra in uso soprattutto nella città bassa  è il  modo scanzonato e  divertente per significare a qualcuno da cui si dissenta:" Ma cosa dici? Stai vaneggiando,  sei ubriaco!" E questo perché chi prega devotamente si inginocchia, così come chi è ubriaco spesso è costretto a  piegarsi  sulle ginocchia e talora  crolla in terra quasi nella posizione del pio orante.

E qui penso di poter far punto convinto d’avere esaurito l’argomento, soddisfatto l’amico G.S. ed interessato qualcun altro dei miei ventiquattro lettori e piú genericamente  chi dovesse imbattersi in questa paginetta.Satis est.

 Raffaele Bracale

TENÉ ‘A CÓRA ‘E PAGLIA


TENÉ ‘A CÓRA ‘E PAGLIA

Ad litteram: Avere la coda di paglia (essere in sospetto di non avere la coscienza pulita, allarmarsi alla prima allusione sfavorevole, discolparsi senza essere stati accusati quindi reagire velocemente a critiche o osservazioni, "prendere velocemente fuoco", come la paglia). S i tratta d’un’espressione nata in àmbito contadino: un'antica favola racconta che una giovane volpe cadde disgraziatamente in una tagliola; riuscì a fuggire ma gran parte della coda rimase nella tagliola. Si sa che la bellezza delle volpi è tutta nella coda, e la poveretta si vergognava di farsi vedere con quel brutto mozzicone. Gli animali che la conoscevano ebbero pietà e le costruirono una coda di paglia. Tutti mantennero il segreto tranne un galletto che disse la cosa in confidenza a qualcuno e, di confidenza in confidenza, la cosa fu saputa dai contadini,  padroni dei pollai, i quali accesero un po' di fuoco davanti ad ogni stia. La volpe, per paura di bruciarsi la coda, evitò di avvicinarsi alle stie. Si dice che uno à la coda di paglia quando chi à commesso qualche birbonata abbia paura di essere scoperto e si comporti conseguentemente allarmarmandosi alla prima allusione sfavorevole, discolpandosi senza essere stati accusati, reagendo con eccessiva rapidità alle piú piccole  critiche o osservazioni, insomma  "prendendo  rapidamente fuoco", come la paglia.

Brak

STUPIDO E DINTORNI


STUPIDO E DINTORNI

 

Tempo fa  due giovani miei nipoti avevano in corso una loro disputa (per non ricordo bene quale questioncella),  durante la quale  il piú grande dei due gratificò l’altro d’una serie di contumelie dandogli in rapida successione dello scemo, stupido, cretino, imbecille, deficiente;  sentendosi vilipeso il ragazzo mi chiese di intervenire per redarguire l’offensore, ma io non seppi  dir di piú che:”Porta pazienza e consolati pensando che ti à offeso in lingua italiana; lo avesse fatto in napoletano, avrebbe potuto sotterrarti sotto una ben piú vasta e pesante  coltre di contumelie!”

E per  tener dietro con degli esempi presi ad illustrare le voci partenopee che traducono le cennate voci italiane;lo faccio anche adesso qui di sèguito augurandomi che passa interessare i miei consueti lettori.

Al solito  diamo prima un rapidissimo sguardo alle parole italiane,  per passare poi a quelle ben piú numerose della parlata napoletana;

balordo: 1. Tardo di mente, tonto, sciocco, stupido; 2.intontito, strampalato, senza né capo né coda: 3. Malvivente, sbandato, emarginato. voce calco dello spagnolo palurdo;

scemo: chi à o denota poco senno,; sciocco ed insulso  etimologicamente deverbale dal latino ex-semare= privar della metà di qualcosa;   comp. di ex via,  da ed un deriv. di símis metà;

stupido:  chi denota stupidità, scarsa intelligenza  e piú propriamente chi è proclive, anche senza motivo, a stupirsi;  etimologicamentedal lat. stupidu(m), deriv. di stupíre 'stupire';

cretino: etimologicamente dal franco-provenz. crétin, propr. cristiano, che, usato dapprima nel significato di povero cristiano, poveraccio, à poi assunto valore spregiativo nel senso di stupido etc.;

imbecille:  che, chi à scarsa intelligenza: etimologicamente dal latino imbecille(m): debole fisicamente o mentalmente;

deficiente: che, chi è intellettualmente  e psichicamente inferiore alla media; etimologicamente dal latino deficiente(m) part. presente di deficere= mancare.

 

E veniamo al napoletano ed alle sue numerose voci che rendono queste qui or ora  elencate:

alleccuto  o alluccuto o anche locco: persona stupida, di aspetto poco intelligente; etimologicamente dal latino alucus  per ulucus/ulluccus  donde anche l’italiano allocco;

abbunato  agg.vo e s.vo maschile e solo maschile che connota  propriamente lo sciocco, il babbeo aduso, propenso di sua natura al bene anche nelle occasioni meno propizie; etimologicamente è voce dal lat *ad+bonu(m) addizionato d’un suffisso verbale da part. pass.: ato   per cui da ad+bonu(m)+ ato si perviene ad abbunato

anchiòne: propriamente lo sciocco, il babbeo aduso a non discutere, ad accettar per buona ogni cosa, ad ubbidire,  il tutto in linea con la sua etimologia che è dal latino anculus→anclu(m)→anchione(da cui il diminutivo femm. ancilla) = servo ;

babbano: che è lo sciocco, il gonzo e – per dirla con Cicerone - l’uomo di nessun numero o conto; questo napoletano babbano  à in babbaleo il corrispettivo toscano e,  come questo, etimologicamente una radice greca in bambaliòn  dal verbo bambalein=avere l’aria attonita ed incantata;

babbio ed il suo accrescitivo, dispregiativo  babbione: uomo sciocco e di poco cervello;  etimologicamente dal latino bàblus sincopato di bàbulus=stolto;

babbuasso: indica il credulone,  lo scioccone, lo stupidone inveterato, quasi dispregiativo e peggiorativo del menzionato babbano; etimologicamente da collegarsi (tenendo presente appunto  che il suffisso asso, corrispondente al toscano accio,  à in napoletano valore dispregiativo) ad un latino volgare babbius← babejus  che diede anche il toscano: babbeo;

basciòscio donde anche i corrotti pachiochio/pachiochiero indicano tutti lo sciocco, rammollito, rimbambito e per estensione vuoto,smorto, privo di nerbo ; non di facile lettura l’etimologia: a bascioscio, ma piú ancora a pachiochio/pachiochiero non dovrebbe essere estraneo lo spagnolo chocho nell’accezione di molle,vuoto, ma non è peregrina  l’idea che riporta il nostro bascioscio alla voce baciocco/occolo  sorta di strumento sonoro di legno fatto a mo’ di scodella, dato ai fanciulli per giocarci,  quale tamburello; in fondo il napoletano bascioscio connota lo sciocco vuoto di zucca;

battilocchio s.vo ed ag.vo m.le e solo m.le denota

1la persona alta, dinoccolata, ma dall’aria svogliata, pigra, fiacca, inetta, inattiva, lenta;

2lo stupido che inceda quasi, con tutte le inevitabili, dure conseguenze negative, ad occhi chiusi, anzi bendati; originariamente il battilocchio etimologicamente dal francese: battant l’oeil fu una cuffia da donna, ampia cuffia le cui falde ricadevano sugli occhi; in seguito con la parola battilocchio si finí per indicare in una sorta di sineddoche,  (piú che la cuffia) chi la indossasse,  anche se lasciandosi trasportar dalla desinenza maschile  si appioppiò all’uomo e non alla donna (che pure indossava la cennata cuffia) il termine battilocchio; rammento poi che con il termine a margine si indica anche

3 una frittella dolce  di fior di farina e  lievito allungata ed intrecciata cedevole e ripiegata su se stessa quasi come il bordo della cuffia suddetta.

cacchio/cacchione: è lo sciocco, lo stupido che non à speranze di migliorare; costui viene appaiato al membro maschile inteso non come organo veicolo della riproduzione (in tal caso non sarebbe figura  né dello sciocco, né dello stupido), ma come semplice e perciò sciocco veicolo  dei liquidi scarti renali; etimologicamente come la parola cazzo, di cui sia cacchio che l’accrescitivo cacchione sono addolcimenti eufemistici, vengono – come altrove ricordai -  da una voce gergale marinaresca greca akatiòn= albero della nave;

caccialappàscere  espressione verbale divenuta agg.vo e s.vo m.le; letteralmente sta per pastorello, bifolco, villano ed  indica estensivamente l’inetto, lo sciocco, lo stupido che non à speranze di migliorare; in effetti la voce in origine si riferiva essenzialmente ai pastorelli come si evince esaminandola nella sua morfologia: 1)cacciala= caccial’a = menali a, conducili a 2) pàscere (dall’omonimo lat. pascere)= pascolare; “cacciali a pascere”= menali al pascolo   era l’ordine impartito al suo garzone dal padrone del gregge, ordine che divenuto aggettivo e sostantivo finí per indicare tout court il pastorello,il bifolco, il villano ed estensivamente l’inetto, lo sciocco, lo stupido capace appena appena di menare un gregge.

cannapierto: è lo stupido dall’aria melensa, che si guarda intorno con lo sguardo perso e la bocca aperta; il napoletano cannapierto  stranamente, ma icasticamente piú che alla bocca fa riferimento all’organo ad essa collegato il canale della gola  espressivamente reso con il termine canna, etimologicamente dal greco kànna  originariamente kàna  voce semita dall’ebraico qaneh;

catàmmaro: è il sempliciotto, il babbeo che necessita quasi di esser accompagnato, portato  mano nella mano; infatti etimologicamente la parola è una commistione greco/latino katà + manus = mano nella mano, come alibi: pedecatapede = passo dopo passo (da pedes+ katà+ pedes );

chiachiello/chiachieppo agg.vo e sost. m voce quasi desueta che indicò in primis un uomo di bassa statura  e poi per estensione semantica  lo sciocco credulone, il babbeo  di nessuna personalità,l’inetto, l’incapace, il mancator di parola,  il bonaccione, il soggetto   banderuola aduso a mutar continuamente parere ed intenti  e pertanto un essere inetto,spregevole,  persona di scarsa serietà; quanto all’etimo piú che ritenerlo (come fa lo Zazzera) un derivato di una non spiegata voce onomatopeica chia chia , si può supporre una base lat. cloac(u)la→clacla→chiachia + il suff.masch. iello[corrotto nel parlato in ieppo](collaterale di ello, suffisso alterativo di sostantivi e aggettivi, con valore diminutivo o vezzeggiativo o spregiativo come nel caso che ci occupa) oppure, ma meno probabilmente,da collegarsi al greco kophòs=babbeo voce che però  già diede il seguente chiafèo morfologicamente piú rispondente alla derivazione dalla voce greca; 

 

chiafeo: antichissima voce maschile e solo maschile , quasi desueta che indica lo sciocco, il grullo, il melenso e per estensione il vuoto, molle, inespressivo, inetto, incapace;  etimologicamente da collegarsi al greco  kophòs = babbeo, attreverso l’aggettivo kophàîos;

chionzo: voce di ampia diffussione tanto da ritrovarla  nel comune lessico nazionale, sebbene in quest’ultimo con attinenza al solo aspetto fisico di una persona  che sia bassa, grassa e tarchiata e dunque goffa; con la medesima accezione la voce la si ritrova nel dialetto lucchese dove è: chionso/pionso  ed in quello calabrese dove è : chionzu; in napoletano la voce attiene piú che all’aspetto fisico, a quello intellettivo, connotando il rozzo babbeo, dall’aria attonita e distratta; etimologicamente la voce si fa risalire unanimemente ad un longobardo klunz= goffo, rozzo;

chiòchiaro/ chiòchiero:s.vo ed agg.vo m.le  antica voce ma ancóra viva nell’icastico linguaggio popolare, voce usata per indicare il melenso, sciocco babbeo di zucca vuota, accompagnandola  per solito con  un tipico  gesto offensivo consistente nel far  muovere,  velocemente ed alternativamente l’avambraccio  ruotandolo a dritta e mancina, tenendo la mano destra drizzata verso l’alto con le dita unite in modo che il polpastrello del pollice  tocchi contemporaneamente tutti gli altri; etimologicamente piú che allo spagnolo chocho =molle, vuoto, pare che debba riferirsi al latino cochlea = conchiglia, considerata nel momento che sia vuotata  del suo frutto;non è però da scartar l’ipotesi che la parola, giacché è usata anche per designare lo zotico villano, possa collegarsi  alla voce chiochia  che è variante  di ciocia (= calzare rustico di antichissima origine, un tempo di uso comune tra i contadini e i pastori dell’Italia centro-meridionale; questo termine  à per i piú  un etimo sconosciuto,ma il DEI e precisamente il dottissimo  prof. Giovanni Alessio, che curò la lettera C, vi lesse un lat. med. zocca (=zoccolo del cavallo),e penso si possa aderire all’ipotesi ); unendo il tipico suffisso di competenza aro/ero alla voce chiochia  si arriva ai nostri chiòchiaro/chiòchiero; 

ciuccio   letteralmente asino, ma per traslato cocciuto, ignorante  e come nel caso che ci occupa stupido, sciocco, credulone s. m. quadrupede domestico da tiro, da sella e da soma, con testa grande, orecchie lunghe e diritte, mantello grigio e un fiocco di peli all'estremità della coda, ritenuto paziente e cocciuto nonché (ma non se ne intende il perché) ignorante;ancóra piú strano e non comprensibile il collegamento semantico che se fa a stupido, sciocco e credulone;   varie sono le proposte circa l’origine della parola :chi dal lat. cicur=  mansuefatto domestico; chi dal lat. *cillus  da collegare al greco kíllos= asino;  chi dallo spagnolo chico= piccolo atteso che l’asino morfologicamente è piú piccolo del cavallo; son però tutte ipotesi  che non mi convincono molto; e  segnatamente non mi convince  quella che si richiama all’iberico chico= piccolo, a  malgrado che  sia  ipotesi che  appaia semanticamente perseguibile.   Non mi convincono altresí, in quanto m’appaiono forzate,   l’idee che il napoletano ciuccio sia da collegare o all’italiano ciuco o all’italiano ciocco. Vediamo: il ciuco della lingua italiana  è sí l’asino ma nessuno spiega la eventuale  strada morfologica seguita per giungere a ciuccio partendo da ciuco;  d’altro canto non amo  qui come altrove quelle etimologie spiegate sbrigativamente con il dire: voce onomatopeica oppure origine espressiva; ed in effetti   la voce italiana ciuco  etimologicamente non viene spiegata se non con un inconferente origine espressiva; allo stato delle cose mi pare piú perseguibile l’idea che sia l’italiano ciuco a derivare dal napoletano ciuc(ci)o anziché il contrario.  Men che meno poi  mi solletica l’idea che ciuccio possa derivare dall’italiano     ciocco= grosso pezzo di legno e figuratamente uomo stupido, insensibile ed estensivamente ignorante e dunque asino. No, no la strada semantica seguita è bizantina ed arzigogolata: la escludo! 

In conclusione mi pare piú perseguibile l’ipotesi che la voce  ciuccio vada collegata etimologicamente alla radice sciach dell’arabo sciacharà= ragliare che è il verso proprio dell’asino, secondo il seguente percorso morfologico: (s)ciach→ciuch→ciuccio; rammento che in siciliano l’asino è detto sceccu con evidente derivazione dalla medesima  radice sciach dell’arabo sciacharà= ragliare.

ferlocco ed il suo metatetico frellocco: voce in voga negli anni d’antan ed oggi quasi desueta, voce divertente che si usò per indicare lo sciocco citrullo che, a maggior disdoro fosse anche vanesio e privo di sostanza in linea con l’etimologia della parola che risulta dall’unione di un latino ferla = verga vuota con il precedente locco;

fesso: esattamente lo sciocco balordo, senza una sua consistenza fisica e/o morale, in tutto in linea  con il suo etimo dal latino fissus part. pass. del verbo findere =spaccare, dividere;

fogliamolla: non ci si lasci ingannare dalla desinenza femminile: la parola è un aggettivo sostantivato invariabile  e lo si riferisce, senza alcuna variazione desinenziale, sia all’uomo che alla donna: ‘nu fogliamolla o ‘na fogliamolla  nel significato di persona  sciocca e neghittosa nonché molle tal quale la tenera foglia  da cui deriva ed a cui è rassomigliata ; etimologicamente è voce del tardo latino: folia + molle(m); voce che semanticamente si attaglia, a chi di costituzione manchi di saldezza fisica, ma è usato altresí in riferimento a chi abbia poca forza, energia morale, non riuscendo mai a sostenere i propri convincimenti o le proprie idee, lasciandosi continuamente  travolgere  dagli antagonisti.
gliògliaro: antica voce ormai desueta che un tempo fu usata quale corruzione (ma nel medesimo significato, e medesime modalità) del precedente chiòchiaro.

lasagna  e l’accrescitivo lasagnone nonché il composto pappalasagne (mangialasagne): antiche voci (non dimentichiamo che con il soprannome di lasagna il re Ferdinando II Borbone soleva appellare suo figlio Francesco II e non perché costui – come inesattamente riportato da certa frettolosa aneddotica postunitaria,pseudo-storica – fosse goloso dell’omonima pietanza, quanto perché il re riteneva suo figlio – sia pure ingiustamente – inetto e d’intelligenza poco pronta) con le quali si designavano  anche con valenza bonaria, il bietolone, gracile e non molto sveglio, dal carattere cedevole ed accondiscendente, la cedevolezza che si ritrova nell’impasto di uova e farina da cui si ricava la sfoglia per trarne lasagne etimologicamente dal greco lagaròs = floscio, molle;

mammalucco: ad un dipresso lo sciocco impenitente, dall’aria frastornata, tal quale  il precedente cannapierto; etimologicamente questo mammalucco è dall’arabo mamluk = schiavo, soldato prigioniero;

mamozio: illustrai già abbondantemente alibi la voce a margine, intesa come designante persona (adulto e/o ragazzo) inceppata nei movimenti  o nell’espressione a mo’ di fantoccio o di pupazzo o anche di figurina mal scolpita o incisa e piú estensivamente  individuo torpidamente imbambolato  tale da apparire di duro comprendonio, e parlai della sua etimologia che risulta essere, checché ne dicano i proff. Cortelazzo e Marcato nel loro Dizionario dei dialetti italiani, la corruzione del nome Mavorzio da riferirsi ad  una enorme, quantunque acefala, statua del IV sec. d. C. raffigurante il nobile puteolano FLAVIO EGNAZIO LOLLIANO QUINTO MESIO MAVORZIO, pretore urbano, proconsole della provincia dell’ Aquila e candidato questore, statua che fu appunto ritrovata a Pozzuoli nel corso (1704)    degli scavi per l’erigenda  chiesa di san Giuseppe; l’inesperto  scultore chiamato al restauro della statua acefala la corredò di una testa tanto piccola da risultare sproporzionata e per giunta dall’aria melensa; i puteolani impiegarono un nonnulla per trasformare il nome MAVORZIO in mamozio accreditandolo della stupidità suggerita dal volto della piccola (segno di scarso contenuto di cervello) testa indegnamente restaurata;

-                    mammuoccelo: che è propriamente l’uomo dall’aria melensa ed attonita denotante mancanza di intelletto, stupidità; etimologicamente da collegarsi come corruzione  diminutiva  al toscano bamboccio e dunque  a  bambo che in origine indicò l’infante ed in seguito lo sciocco e lo  stupido;

-                    messere: altra voce antica ed ormai desueta, di sapore ironico, voce che nel significato ironico di stupido, sciocco e credulone non si ritrova che in qualche poeta d’antan ( ad es.: E. Murolo che in una sua gustosa canzone di cui ora mi sfugge il titolo, lo usa ironicamente appunto in luogo di becco, affermando che una donna supera, se intende tradirlo, tutte le pastoie approntatele  dal proprio uomo, giungendo, metaforicamente, a fumarselo e a farlo messere id est becco in quanto l’uomo è sciocco, stupido e credulone); la voce, ò detto è ironica, pur se etimologicamente starebbe per mio signore, mio sire risultando esser composta dal provenz.: mes=mio +sere/sire=signore;

-                    moscammocca: l’ignavo, lo scioccone, l’allocco tanto irresoluto ed immoto da starsene perennemente a bocca aperta tanto da permettere  addirittura che le mosche vi passeggino dentro entrando ed uscendo ad libitum; va da sé l’etimologia  che fotografa  l’atteggiamento di questo ignavo aduso a portarsi la mosca in bocca  che è l’esatta traduzione di moscammocca (mmocca infatti è: in+bocca );

mucchione: è propriamente non il bambino, ma l’adolescente o anche l’adulto fatto  cosí sciocco, melenso,  inetto tanto  da non esser capace o non avvertire la necessità di ripulirsi del moccio che gli coli dal naso; etimologicamente da qualcuno si vorrebbe correlare la voce ad un generico latino murcus>murcius =stolto, ma – rammentato quanto appena detto - penso che non è o sarebbe scorretto pensare ad un deverbale del  latino muccare  che è da muccus= moccio, catarro; tuttavia non è da scartare neppure l’ipotesi che mucchione sia l’accrescitivo, dispregiativo di mucchio(che è da un latino cumulus >muculus>muc’lus>mucchio) nel senso di uomo grosso e grasso e dunque stolto e sciocco tenendo presente il luogo comune partenopeo per il quale: ommo gruosso bubbelis es = l’uomo grosso è sciocco , dove il maccheronico bubbelis  è corruzione di  bàblus sincopato di bàbulus=stolto;

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-                    ntòntaro/ntonto : propriamente lo stupido, il melenso ed il perennemente frastornato; voce in doppia lezione [di cui la seconda è semplificazione della prima] di tutta l’area mediterranea: la si ritrova anche in Sicilia: ‘ntòntaro, in Sardegna: dòndaro oltre che in Portogallo e Spagna dove è solo tonto tal quale l’italiano tonto; per tutte le voci l’etimologia è latina: tonitus = stordito come chi è colpito dal tuono; cfr.il toscano attonito;

-                    ‘ntruglione : propriamente il bietolone dal viso inespressivo, incapace di discernere; non bisogna dimenticare infatti che la parola ‘ntruglione non è che l’accrescitivo di ‘ntruglio che non è il toscano intruglio= mescolanza di sostanze diverse, ma è, gastronomicamente, l’intestino d’agnello abbondantemente speziato e avvolto strettamente su sé stesso al segno di non poterlo piú  dipanare, cotto su braci ardenti;

-                    ‘nzallanuto ed il derivato zallo [caro al commediografo Raffaele Viviani, vocabolo che per quanto mi sia affannato a ricercare, non ò trovato che solo nell’Alfabeto napoletano dell’amico Renato de Falco] che significano l’uno il confuso, lo stordito, l’altro lo sciocco,l’inesperto,  il credulone in ispecie se anche innamorato di una donna di piccola virtú;etimologicamente ambedue le voci sono da collegarsi piú che al latino in-sanire,  al greco selenizomai= esser lunatico e dunque stordito, confuso ed inebetito , oppure al verbo  zalaino di significato simile al precedente; a meno che il vocabolo zallo, non sia corruzione di tallo (che è dal lat. tàllus, forgiato sul greco tallòs; di per sé il tallo è il germoglio, la talea, la giovane foglia tenera , il virgulto e ben potrebbe per traslato indicare con la sua tenera consistenza, la accondiscendenza credula dell’inesperto zallo;

-                    papurchio: è lo stolto inveterato che, a maggior disdoro, sia anche poco prestante fisicamente; etimologicamente deriva dal latino baburculu-m, diminutivo di un baburcu-m= stolto e melenso;questo l’iter morfologico: baburculu-m→ baburc(u)lu-m→baburclum→baburchio→papurchio.

-                    purpetta: evidente traslato dispregiativo e non perché la polpetta [da cui purpetta]  non sia cibo gustoso e saporito,in ispecie se fritta e non cotta al forno,  ma, in quanto preparato con carne trita,  si presta  al concorso di piú residui di tagli di carne anche  non pregiati presenti sul banco del macellaio, che intrugliandoli può conferire una preparazione  anche di scarto, come di scarto viene a dimostrarsi il soggetto gratificato della voce a margine;

-                    rapesta: altro paragone dispregiativo di cui vien gratificato l’uomo inetto e dappoco, come dappoco è la rapa (latino: rapa←rapum)selvatica che lo rappresenta;

-                    scapucchione: epiteto per solito riferito a ragazzo dalla testa grossa, ma ovviamente vuota,   ed estensivamente all’adulto che si ostini a restare ragazzo, non venendo a capo mai di nulla, né quanto a comprensione, né quanto ad azioni; voce violentemente ironica ed offensiva  forgiata com’è quale accrescitivo intensivo  (vedi la solita prostesi della iniziale esse,intensiva  ed il suffisso one) della parola capocchia (che è dal latino capuclum←capiclum per capitulum diminutivo di caput) che nel  napoletano indica però  il glande, testa notoriamente poco atta al raziocinio;

-                    scatozza: precisamente: ignorante, babbeo, scioccone; si tratta di una antica voce, ormai però  abbondantemente desueta, nata in ambito teatrale dove fu il reale  cognome di un attore [di cui mancano precise notizie biografiche] interprete  proprio di un ridicolo personaggio goffo,  sciocco, stupido ed ignorante; uscito dall’ambito teatrale il termine trasmigrò come aggettivo in quello letterario  dei poeti partenopei secenteschi, e da esso entrò nel linguaggio comune;etimologicamente siamo in presenza della degradazione semantica di un cognome a sostantivo.

 

-                    sciabbecco: precisamente il bietolone, lo sciocco, lo stupidone aduso a piegarsi ad ogni vento, come che mentalmente vuoto e privo d’ogni opinione e/o cognizione; in origine lo sciabecco (dal turco sumbeki, attraverso un arabo šumbûk) indicò un lungo e stretto naviglio, veloce, ma – per la sua esile consistenza – facilmente preda dei venti e dei marosi;

-                    sciacqualattuca agg.vo m.le e f.le inetto/a, incapace, sciocco/a  colui/colei che al massimo può essere utilizzato in compiti di nessuna importanza, apparentemente semplicissimi come quello di lavare la verdura; in effetti la voce risulta formata agglutinando la voce verbale sciacqua ( qui 3° p. sg. ind. pres. dell’infinito sciacqare/sciacquà=lavare sommariamente con acqua; lavare con acqua una cosa già lavata per toglierne i residui di detersivo o di sapone;dal Lat. tardo exaquare, deriv. di aqua 'acqua') con la voce lattuca = lattuga s. f.
1 pianta erbacea coltivata negli orti, le cui foglie larghe e tenere si mangiano in insalata (fam. Composite) | lattuga di mare, alga marina dal tallo increspato, di color verde chiaro (fam. Ulvacee).
2 gala di merletto o di tela inamidata e increspata, che gli uomini portavano per ornamento sul davanti delle camicie; gorgiera; l’etimo della voce napoletana, come quella italiana  è dal lat. lactuca(m), deriv. di la°c la°ctis 'latte', per il liquido lattiginoso che secerne; il sign. 2, per sovrapposizione di lattuga allo sp. lechuga

-                     sciaddeo/sciardeo : esattamente lo sciocco,l’inetto l’incapace buono a nulla e per estensione talora smorto, pallido,vuoto; rammenterò qui che sciaddeo/sciardeo son la medesima parola: nella seconda si è verificato il fenomeno del parlato popolare di rotacizzare la prima d, ma la parola è la stessa; per quanto riguarda l’ etimologia di sciaddeo escludo a priori che la si debba riferire al nome dell’apostolo Giuda Taddeo che con sciaddeo  à solo una tenua assonanza, non risultando da nessuna sacra scrittura (vangeli – atti degli apostoli – lettere etc.) che il suddetto Giuda Taddeo fosse uno sprovveduto o un incapace, e propendo per il verbo greco skedao= comportarsi da sbandato e/o sprovveduto; ancora ricorderò  che dal femm. di sciardeo,cioè da  sciardea  si trasse il diminutivo sciardella nel significato di donna inetta, di casalinga incapace di fare i donneschi lavori di casa con attenzione  e secondo i crismi dovuti; a Napoli  è 'na sciardella la casalinga che lavi le stoviglie, facendosele scappare di mano e rompendole, che lavi i pavimenti  con poca acqua, che spolveri superficialmente, che riponga gli abiti  in modo raffazzonato, cosí che riprendendoli uno li trovi stazzonati e gualciti al punto di non poterli indossare, una donna insomma inetta ed inaffidabile, una sbadata patentata.

 Esiste anche un peggiorativo del termine ed è sciuazza,  peraltro addolcimento – attraverso l’epentesi di una facoltativa u – di un’originaria sciazza (che è dal latino ex-apta=inadatta)inteso troppo duro o volgare;  

sciamegna/sciamenchia: e cioè lo sciocco, il grullo, l’allocco; la parola, con un arzigogolo mentale, trasferisce una probabile deficienza corporale ad una ben piú grave deficienza mentale: etimologicamente infatti la parola deriva da un (mo)scia + megna  o(mo)scia + menchia dove megna/menchia  stanno ovviavente per minchia (che è dal latino méncla  collaterale di mèntula  diminutivo di menta = membro maschile) nella pretesa che un uomo impossibilitato o incapace di avere un’erezione debba esser uno sciocco, uno stupido o un allocco;

scialabbacchione: di per sé il balbuziente che come incapace di farsi capire, è conseguentemente stupido e sciocco; etimologicamente la parola  è un deverbale del latino ex-alapare = balbettare;

sciosciammocca: come altrove, anche questo sciocco, credulone, facilmente circuibile, nasce come personaggio  del teatro popolare partenopeo ed agí in numerose piéces comiche fino a quando  il famosissimo commediografo Eduardo Scarpetta (Napoli 1853 -1925, padre naturale dei fratelli De Filippo: Eduardo, Titina e Peppino e di altri figli naturali tra cui quell’Eduardo Passarelli che fu attore comico di teatro e cinematografo)non se ne impossessò, facendone una sua creazione, rendendolo protagonista – col nome di Felice o Feliciello Sciosciammocca -  di innumerevoli pocàde, molte delle quali  tratte da originali francesi; dal teatro poi il nome sciosciammocca, diventato aggettivo dilagò nel parlato partenopeo; preciso qui che la parola sciosciammocca  sebbene abbia  ad un dipresso il medesimo significato della precedente moscammocca, non va confusa con essa in quanto la precedente fa riferimento a qualcuno che per ignavia lascia addirittura che le mosche gli passeggino in bocca, questo sciosciammocca a margine identifica  colui che  per ignavia ed inettitudine avrebbe bisogno di chi gli soffiasse in bocca per raffredare i bocconi troppo caldi che avesse ingurgitato;

smocco ed il suo accrescitivo smuccone connotano il medesimo individuo sciocco, melenso, inetto  di cui al precedente mucchione  al quale vanno riferiti come intensivi, intensività rappresentata dalla solita prostesi della esse;

stòteco/stuóteco/a : agg.vo e s. m.le o f.le  letteralmente ( con derivazione etimologica da un incrocio delle voci latine stu(ltum) + (idio)ticu(m)) è

1lo/a stolto/a,il/la rimbambito/a, lo/la stordito/a 

2  per ampliamento semantico incostante, incerto/a,insicuro/a, lunatico/a indeciso/a, irresoluto/a, dubbioso/a, esitante, titubante, tentennante.

 

 

stucchione/strucchione: propriamente il perticone, lo spilungone inteso come vuoto di mente o – per l’eccessiva altezza – perennemente con la testa nelle nuvole e quindi svagato e stupido; etimologicamente  stucchione/strucchione provengono al napoletano, attraverso  uno spagnolo estuche da un antico provenzale estug = canna secca e perciò vuota;

tòtaro che sta per tòtano: originariamente un mollusco della specie dei calamari; il fatto che sia un mollusco à fatto pensare ad una sorta di mollezza caratteriale dell’uomo gratificato del termine tòtaro (etimologicamente da un greco teythís attraverso un latino tòtilus con normale cambio delle liquide l→r), quantunque di per sé il tòtano non sia sempre vuoto (come invece lo stupido cui si appaia) ed anzi venga quasi sempre preparato abbonbantemente imbottito (‘o totaro ‘mbuttunato) rammenterò a margine che con la parola tòtaro, nel comune parlato napoletano, con altra valenza, si indica pure il membro maschile eretto, al segno che nella smorfia napoletana al numero 67  è codificato: ‘o tòtaro dint’ â chitarra  a significare il coito in atto;

turzo: per significare lo sciocco, lo stupido completamente inutile, anzi da scartare  tal quale il torsolo (per solito poco edibile) di ortaggi o torsolo di altro; in napoletano infatti ‘o turzo non è solo il torsolo di cavolfiore o broccolo, ma si ànno anche: ‘o turzo ‘e bbotta: il residuo di un fuoco d’artificio combusto, e ancòra ‘o turzo ‘e penniello: ciò che resta di un pennello da barba lungamente usato, perciò logoro ed inutile; tutti questi turzi sono inutilizzabili, da buttar via  e – per traslato – stupidi, sciocchi etc. etimologicamente turzo è dal latino tursus = stelo, gambo; con altra valenza con l’espressione turzo 'e penniello non ci si riferisce a l'inutilità dell'attrezzo privo di pelo, quanto all'osservazione che il pennello  sia consunto per il troppo uso fattone  con palese riferimento ad una donnaccia che sia stata goduta da molti risultandone sfiorita e logora come un pennello ridotto al solo "turzo".

zimeo: siamo giunti alla fine della nostra elencazione e ci imbattiamo in una parola che serve ad indicare il finto tonto colui che in perfetta malafede, fa ‘o francese  o se veste ‘a fesso facendo le viste di non capire o di non comprendere per esimersi dal compiere qualcosa cui invece (o per dovere o graziosità) sarebbe tenuto; per cui piú che con uno sciocco si à a che fare con un ignobile furbastro; etimologicamente zimeo risulta essere una popolaresca contrazione d’uno zio→(zi’) (Bartolo)meo→zimeo personaggio non meglio identificato, ma ricordato nel comune popolare come un avaro aduso a non addivenire mai a conferimento  di danaro, trincerandosi dietro la scusa di non aver capito.

Raffaele Bracale Brak

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‘E MMAZZATE


‘E MMAZZATE

Con il termine in epigrafe, in napoletano, non si indicano solamente, come a prima vista potrebbe sembrare i colpi inferti con la mazza, quanto piú estensivamente tutti i colpi, le battiture,etc. resi in italiano col generico  termine di  percosse che è participio passato dal latino per-cotere= scuotere intensamente e continuatamente; queste mazzate partenopee sono però identificate volta a volta con parole ben precise, a seconda del tipo di percosse o dei mezzi usati per conferirle, al segno che esistono  in napoletano alla bisogna, numerosissimi vocaboli (taluno si è preso la briga di contarli e pare ne abbia potuto elencare addirittura sessanta!); qui di sèguito e senza alcuna pretesa di essere esauriente ,  tenterò di illustrarne qualcuno, tenendo da parte i piú desueti, per soffermarmi su quelli ancora in uso; naturalmente mi interesserò di illustrare soprattutto  i colpi inferti con le mani, accennando appena a quelli inferti da sole o in concorrenza con altre parti del corpo: gomiti, piedi  o  testa.

E cominciamo:

Alliccamusso = violento schiaffo assestato con il palmo della mano e diretto alla bocca di chi lo riceve costringendolo ad umettarsi le labbra per lenire il bruciore provocato dal colpo; etimologicamente dall’agglutinazione funzionale dell’ infinito alliccà[= leccare da un lat. allecticare, frequentativo di allicĕre] con musso [=labbra dal lat.tardo musu-m]; 

Buffo/ Buffettone= schiaffo assestato sul viso con mano aperta e distesa; etimologicamente dal suono onomatopeico buff prodotto appunto dal colpo assestato sul viso; il buffettone che è il potente schiaffo o ceffone, accrescitivo attraverso i suff.ett ed one del precedente buffo, etimologicamente, pur partendo dalla medesima radice onomatopeica buff, deriva dallo spagnolo bofetòn di medesimo significato;

Cagliosa= colpo duro e  violento diretto verso qualsivoglia parte del corpo ed assestato indifferentemente  con le mani o con i piedi, colpo cosí violento da indurre chi lo riceve a zittire subito; nel gergo calcistico violenta pedeta che imprime alla sfera di cuoio forza e velocità tali da restare senza parole; etimologicamente dallo spagnolo callar = zittire.

Carocchia s.vo f.le= nocchino, piccolo colpo secco, ma doloroso assestato al capo e portato con movimento veloce dall’alto verso il basso con le nocche maggiori delle dita della mano serrata a pugno. Etimologicamente non dal lat. crotalum che indica la nacchera, strumento musicale e non  tipo di percossa…,ma dal greco karà=testa attraverso un lat. regionale *caròclu(m) ed il plurale reso femm. caròcla (tipica la mutazione di  cl in ch come in clausu(m) che diventa chiuso).

Cauciata s.vo f.le = non si tratta (come pure il vocabolo potrebbe far pensare) di una lunga e variata serie di calci, ma di una totalizzante bastonatura cui concorrono mani, piedi (prevalentemente) e tutte le altre parti del corpo atte a colpire; il termine però è chiaramente forgiato sulla parola caucio s.vo m.le (calcio) che è dal basso latino calcius forma aggettivale sostantivata di calx - calcis

Cepolla = s.vo f.le  
1 pianta erbacea coltivata per il bulbo commestibile, composto di varie tuniche carnose (fam. Liliacee) | il bulbo stesso e, per estens., il bulbo di altre piante: cipolla bianca, rossa; frittata con le cipolle; togliere il velo alle cipolle, la prima squama sottilissima che ricopre il bulbo; la cipolla del giglio, del tulipano ' mangiare pane e cipolla, (fig.) pochissimo e male; essere molto povero. DIM. cipolletta, cipollina ACCR. cipollona, cipollone (m.) PEGG. cipollaccia
2 (estens.) qualsiasi oggetto o sua parte a forma di cipolla: la cipolla del lume a petrolio, la parte inferiore, sferica, che contiene il liquido; la cipolla dell'annaffiatoio, la parte terminale del collo, rotondeggiante e a buchi, da cui esce l'acqua;

 
3 (scherz.) orologio da tasca di foggia antiquata
 4 (scherz.come nel caso che ci occupa) colpo radente assestato con la mano aperta e diretto alla testa

la testa è etimologicamente richiamata nella caepa d’avvio;infatti in  latino caepulla  da cui la nostra cepolla ma pure l’italiana cipolla, è il diminutivo di caepa= testa. Con la voce a margine  alibi  in senso furbesco  si intende anche 5(scherz.)  il glande di un membro in istato erettivo. 6(scherz.)   fragoroso e pericoloso fuoco artificiale di forma simile all’ortaggio.

 Chianetta = veloce colpo assestato sul centro del cranio a mano aperta; è voce derivante dal latino: plane (in piano,parallelo al terreno) addizionato del suff. diminutivo etta; con il medesimo termine chianetta si indica in napoletano un piccolo cappelluccio appena sufficiente a coprire il cranio nella medesima zona dove viene assestata la chianetta; talvolta il medesimo veloce colpo è détto pure carcacoppola id est: pigia-coppola dove la coppola è il classico berretto basso con visiera dalla forma concava, etimologicamente forgiato sul latino cuppa(m);normale nel napoletano il passagio di pl a chi (cfr. plaga→chiaia,plica→chieja,plus→cchiú,plumbeum→chiummo etc.).

Cinchefranco ed al pl. cinchefranche = violento colpo dato sulla guancia a mano aperta e con le dita ben distese tale da lasciarne quasi  impresse le forme. Voce etimologicamente forgiata dall’agglutinazione del numerale cinche  [dalla dissimilazione del  latino volg. *cinque (per il class. quinque)] riferito alle dita della mano  con una voce verbale ricavata  dall’infinito del lat. mediev. affrancare→[af]francare= stampigliare, lasciare l’imporonta.

Cutogna = generico violento e doloroso colpo inferto con le mani e diretto a qualsivoglia parte del corpo, colpo cosí violento da poter provocare sul corpo enfiagioni paragonabili per la forma  e gli effetti  ai grossi ed aspri   frutti del melo cotogno (dal lat. cotonium). Rammento qui, per sottolineare l’asprezza e la violenza della percossa detta cutogna,  un’espressione idiomatica che un tempo  si poteva spesso udire a mo’ di consiglio:

Quanno siente ‘o fieto d’’e cutogne, a fují nun è vriogna!  che si può rendere: Quando avverti avvisaglie di dure percosse, non è vergognoso scappare!;

Cunessa= breve, ma intenso colpo inferto a mo’ di taglio con la mano tesa  ed aperta , e diretto con precisione alla nuca, tra testa e collo; non univoca l’etimologia che qualcuno vorrebbe agganciare al greco kopto (batto), ma altri forse piú opportunamente al latino cuneus (cuneo) e dico piú opportunamente stante la genericità del battere greco, mentre il cuneo latino mi pare riproduca piú esattamente la precisione della cunessa che a mo’ di cuneo si insinua tra capo e collo.

Crisceto = bastonatura totalizzante diretta ovunque ed operata con  varie parti del corpo: mani, piedi, gomiti, testa, bastonatura cosí violenta da procurare enfiagioni sul corpo di chi ne è fatto segno, cosí come  il panetto di pasta acida detto crisceto,che  immesso nell’impasto di acqua e farina ne determina la crescita.

Non ò preso in considerazione il termine cazzotto  che è il  colpo violento dato col pugno chiuso, forgiato probabilmente sul termine cazzo colto nel momento dell’erezione, se non  su di una forma latina capitium variante di caput nella pretesa che il cazzotto  sia colpo da assestare al capo quasi sinonimo di scapaccione, ma è idea che poco mi convince; dicevo che non ò preso in considerazione il termine cazzotto  in quanto parola che sebbene usata non è napoletana,ma  (pur se ritenuta parola volgare)  della lingua nazionale; passo dunque ad illustrare altri tipi di percosse e termini ancora in uso;

Mascone= violento schiaffo  diretto con mano concava, al volto e segnatamente alla zona mascellare, tale da procurare l’enfiagione della masca (mascella); la masca da cui mascone riproduce la voce mediterranea maska dai molteplici significati, tra cui: lato della nave, maschera, mascella ed addirittura bozzolo doppio che – a ben pensare – riproduce la forma delle gote enfiate; quando il violento schiaffo non sia solo, ma reiterato e quasi ritmato si ànno i c.d. mascune a ttarantella;

Ntronamole  =violentissimo colpo  assestato con la parte interna  del pugno serrato,diretto  al volto sulla zona mascellare, tale da iperbolicamente  procurare un rintronamento dei molari e renderli incapaci di attendere al loro consueto compito della masticazione; la voce a margine è formata dall’agglutinazione funzionale  di ntrona  con mola: ntrona voce verbale (3ª pers. sg. ind. pr. dell’infinito ntrunà, denominale della voce  truono con prostesti di una N eufonica ) mola   s.vo f.le = molare ovvero  ciascuno dei denti che, nell'uomo e in altri mammiferi, ànno la funzione di masticare il cibo; nell'uomo, gli ultimi tre denti situati in ognuno dei due lati dell'arcata superiore e inferiore; voce dal lat.  mola(m), dalla stessa radice di molere 'macinare'; la mola  di per sé indica la macina del mulino, ma è voce  passata  ad indicare nel napoletano il dente che fa analoga funzione di macina del cibo.

Analogo al precedente  mascone è lo

Sciacquamola = violentissimo ceffone assestato con mano concava, al volto e segnatamente alla zona mascellare, tale da iperbolicamente  procurare la caduta di qualche molare costringendo il malcapitato che abbia perduto uno o piú molari a far ricorso a degli sciacqui con liquidi freddi per tamponare verosimilmente una contenuta epistassi provocata dalla caduta del/dei dente/i; la voce a margine è formata dall’agglutinazione di sciacqua con mola: sciacqua voce verbale (3ª pers. sg. ind. pr. dell’infinito sciacquà dal lat.  tardo exaquare, deriv. di aqua 'acqua') mola   s.vo f.le = molare ovvero  ciascuno dei denti che, nell'uomo e in altri mammiferi, ànno la funzione di masticare il cibo; nell'uomo, gli ultimi tre denti situati in ognuno dei due lati dell'arcata superiore e inferiore; voce dal lat.  mola(m), dalla stessa radice di molere 'macinare'; la mola  di per sé indica la macina del mulino, ma è voce  passata  ad indicare nel napoletano il dente che fa analoga funzione di macina del cibo.

 

‘Ntosa = duro colpo assestato nella parte frontale della testa  con la mano chiusa a pugno; etimologicamente dal latino intusus  p.pass. del verbo intundere (colpire);

Pàccaro o Pàcchero =schiaffo inferto un tempo  a mano concava,indirizzato alle natiche, ma oggi dato   a mano aperta e tesa indirizzato al volto, colpo che quando sia cosí violento da lasciare il segno è detto paccaro a ‘ntorzafaccia; percossa violenta in tutto simile al mascone esaminato dianzi; da non confondere con la pacca della lingua toscana che è un colpo amichevole assestato solitamente sulle spalle, colpo che – contrariamente al pàccaro – non connota intenzioni proditorie e/o aggressive; va da sé che il pàccaro napoletano non possa etimologicamente derivare dalla suddetta pacca toscana attesa la gran diversità delle funzioni e scopi dei due colpi; infatti mentre la  pacca toscana à una derivazione probabilmente onomatopeica, il pàccaro  napoletano è da collegarsi(cfr.D.E.I.,D’Ascoli, Iandolo) al termine pacca (natica) addizionato del suffisso di pertinenza arius→aro: la pacca di riferimento non è ovviamente quella onomatopeica toscana, bensí quella che viene da un basso latino pacca(m) forgiato su di un longobardo pakka che indica appunto la natica, ma pure la quarta parte ricavata in senso longitudinale di una mela o pera; con ogni probabilità, originariamente il pàccaro/pàcchero  fu la sberla con cui si colpivano le natiche, una sorta di sculacciata cioè e da ciò ne derivò il nome che fu mantenuto, accanto ad altri, quando il colpo, lo schiaffo mutò destinazione; una gran copia di pàccari assestati in veloce combinazione prende il nome di paccariàta che oltre a sostanziare un’offesa è da intendersi anche quale forma di dileggio; rammento che qualora questo schiaffo  non sia inferto con il palmo della   mano in posizione concava, ma con il dorso della medesima o facendo ruotare completamente il braccio,  avremo il paccaro â smerza o paccaro a votavraccio dove sia â smerza che a votavraccio sono ambedue due locuzioni avverbiali modali da intendersi ambedue:   alla rovescia, all’incontrario;  â smerza è marcato sul verbo smerzà = rovesciare, girare al contrario [da un lat. volg. *sversare→*sverzare→smerzà(cfr. ‘mmece←invice-m, ‘mmità←invitare etc.)] a votavraccio è formata dall’agglutinazione funzionale della voce verbale vota (3ª p. sg. ind. pr. dell’inf. vutà [da un lat. volg. *volvitare→vo(lvi)tare→votare→vutà]) addizionato del s.vo m.le vraccio [dal lat. brachiu-m]. A margine di tutto rammento,  solo per amore di completezza, che di paccaro/pacchero esiste una moderna soluzione etimologica propugnata da Alfredo Imperatore il quale sull scorta del fatto che il paccaro /pacchero è colpo assestato con tutta la mano aperta,ipotizza  una derivazione greca pan(tutto)+cheiro(mano)dondepancheiropaccheiro→pacchero/paccaro

 

Palïata ed il suo accrescitivo Palïatone  sono la bastonatura o la pesante bastonatura generica, che posson comportare l’uso di un po’ tutti i colpi fin qui illustrati; i termini palïata e palïatone derivano il loro nome dal fatto che originariamente designarono la bastonatura inferta con il palo e probabilmente  ci si sarebbero attesi i termini palata (colpo di palo/a) e palatone( gran colpo di palo/a), ma poiché in napoletano già esistevano le voci palata e palatone con tutt’altro significato (vedi oltre) ecco che per distinguere le voci,  le nuove subirono una sorta di anaptissi  della vocale i(che servisse a far chiarezza e distinguere) e probabilmente per evitare di dover ricorrere anche alla epentesi di una consonante eufonica (n, v?) si preferí fornire di dieresi la i evitando cosí il fastidioso dittongo ia  e si ottennero palïata e palïatone per indicare le percosse, mantenendo palata e palatone per indicare due diverse pezzature di pane;   etimologicamente palïata e palïatone sono deverbali dell’iberico palehar= bastonare ;va da sé che la voce palïata non va confusa, come ò detto (e come purtroppo inopinatamente  fanno un po’ tutti i vocabolaristi) con palàta che è un’altra cosa e cioè un filone di pane da un kg. e qui ne parlo facendo una breve  digressione;  il pane: insostituibile alimento che è  una delle figure piú comuni e piú ricorrenti nei sogni del popolino partenopeo e cioè quell’imprescindibile,sacro alimento (trasformato da Cristo nel  Suo  Corpo!) dell’uomo; tale alimento ricorre nei sogni nelle piú varie forme o pezzature, corrispondenti a quelle normalmente in uso a Napoli e si avrà perciò  ‘o paniello  o ‘a panella (etimologicamente dal latino panis + i suffissi di genere iello o ella ):  ampia pagnotta rotondeggiante  di ca 1 kg.; avremo altresí ‘o palatone  (grosso filone  di ca 2 kg., bastevole al fabbisogno giornaliero di una famiglia  numerosa, il suo nome gli deriva dal fatto che al momento di infornarlo, detto filone occupa per intero la lunga  pala usata alla bisogna; la palata è invece  il filone il cui peso non eccede 1 kg. ed occupa la metà della pala per infornare; un quarto o meno della pala occupano le c.d. palatelle  (piccoli filoncini da 500 o 250 gr.); tornando all’àmbito propriamente linguistico rammenterò che ‘o ppane (etimologicamente dal latino pane(m) ) è un alimento e come tale di genere neutro, ciò che comporta una grafia con la geminazione della consonante d’avvio: ‘o ppane  e non ‘o pane.

 

Panesiglio = è l’intenso ceffone, la pesante percossa, il duro manrovescio diretto al volto,  che produce, d’un súbito, il rigonfiarsi (a mo’ di pagnottella) della gota su cui si abbatte; etimologicamente, messa da parte la tentazione greca cui potrebbe indurre il pan d’avvio, dirò che il termine è l’esatta riproduzione dello spagnolo panecillo [lèggi: panesiglio(panino)],ma non gli  è estraneo un basso latino: panesculus  id est: parvus panis(pagnottina) su cui pare venne forgiato il termine ispano;

Papagno = pesante schiaffo inferto a mano aperta ed indirizzato al volto, tale da stordire chi lo riceve, cosí come stordisce l’oppio contenuto nel papavero che in napoletano è appunto  ‘o papagno (dal lat. papaver si va ad un derivato papaveaneus da cui papa(va)nju con successiva  sincope di (va) e passaggio di nj a gn (cfr. il basso  lat. companjo = nap. Cumpagno);

Perepessa = colpo quasi  simile alla precedente cunessa,da cui si differenzia perché la cunessa  è un colpo inferto a mo’ di taglio con la mano tesa  ed aperta , e diretto con precisione alla nuca, tra testa e collo, mentre questo a margine colpo inferto, muovendo rapidamente l’arto  dall’alto in basso  con la mano tesa  ed aperta , e diretto con precisione alla sommità e centro della testa; dubbia la derivazione: o dal sost. latino: perpessio = sofferenza o dal  part. pass.f.le perpressa→perep(r)essa= stretta, calcata dell’infinito perprimere= stringere o calcare con violenza  oppure, ma  meno probabilmente dal greco peripeteia = accidenti inopinato;ricordo a margine l’esistenza nel napoletano di una sorta di maschile della voce a margine e cioè piripisso (che è dal p.p.m.le latino) perpressus= calcato, con chiusura in i della e intesa lunga, assimilazione regressiva alla ricavata i della seconda e  ed anaptissi eufonica della seconda i; la voce piripisso  però non indica una percossa, ma un piccolo cappelluccio di panno di colore blu o nero , in uso per solito tra gli uomini, cappelluccio di forma circolare simile ad un baschetto che si porta calcato al centro della  sommità della testa; al centro di tale cappelluccio esiste una piccola appendice cilindrica che per metonimia prende pur’essa il nome di piripisso.   

Perucculata = originariamente colpo inferto al capo o al corpo con la peroccola (bastone) ed estensivamente colpi portati con gli arti superiori induriti e tesi a mo’ di bastone; peroccola etimologicamente o dal basso lat.: parocca  e il suo diminutivo paroccola propriamente: stanga  o sempre da un basso latino: pedruncola che è ramo; propendo per paroccola;

Scerevecchia ed il suo accrescitivo Scerevecchione che son propriamente lo scapaccione o scapezzone (forma antica del precedente), colpo tale da far temere, per eccesso, di far saltare il capo che lo subisce; l’etimo è pacificamente latino forgiato sul verbo ex-cervicare  che propriamente è capitozzare;

Sciacquamola (di cui ò già détto e reitero qui per aggiungere qulcosa in margine) violentissimo ceffone a mano aperta diretto al volto tra mento e guancia, schiaffo tanto forte da poter (per iperbole) determinare la caduta di alcuni molari  cosa che genererebbe la necessità di sciacquare la bocca con acqua o altri liquidi  freddi per arrestare un probabile  versamento di sangue conseguenza della caduta dei molari saltati via per il ceffone; etimologicamente la voce a margine è il risultato dell’unione della voce verbale sciacqua (3° persona sg. ind. pres. dell’infinito sciacquare/à=sciacquare (la bocca), fare sciacqui con acqua o con una soluzione medicamentosa;  per estens., bere una piccola quantità di qualcosa;il verbo sciacquare è dal lat. tardo exaquare, deriv. di aqua 'acqua')+ il s.vo f.le mola   s.vo f.le = molare ovvero  ciascuno dei denti che, nell'uomo e in altri mammiferi, ànno la funzione di masticare il cibo; nell'uomo, gli ultimi tre denti situati in ognuno dei due lati dell'arcata superiore e inferiore; voce dal lat.  mola(m), dalla stessa radice di molere 'macinare'; la mola  di per sé indica la macina del mulino, ma è voce  passata  ad indicare nel napoletano il dente che fa analoga funzione di macina del cibo. A margine della voce sciacquamola rammenterò che nella parlata napoletana  l’espressione sciacquarse ‘na mola  vale anche : andare incontro ad ingenti ed impreviste  spese quali che siano e nella fattispecie potrebbero essere quelle necessarie per servirsi dell’opera d’un medico dentista che ponga riparo ai deleterei effetti causati da qualche violento sciacquamola.   

Scoppola ed il suo accrescitivo Scuppulone che propriamente sono i colpi piú o meno pesanti inferti in modo da  far saltar via il cappello (la coppola vd. sopra);

Scusuta = letteralmente scucitura  che vale generica e totale bastonatura tanto grave da determinare, in chi ne è fatto segno, ampie ferite (eufemisticamente détte scuciture); etimologicamente scusuta come l’italiano scucita è p.p. del basso latino ex-cosire per il classico ex-consuere;

secuzzone s.vo m.le sergozzone, colpo forte dato col pugno chiuso sotto il mento, pugno  diretto alla gola dal di sotto in su,montante; etimologicamente appare essere una voce ottenuta per adattamento   locale attraverso un suffisso accrescitivo one  della voce gozzo che è dall'ant. gorgozzo o gorgozza,a sua volta dal lat. volg. *gurgutiam, per il class. gurges -gitis 'gola’; da gozzo→guzzone/cuzzone donde con protesi di un se(r) per supra si giunge a secuzzone.

Sicutennosse s.vo f.le; per il vero questa parola è abbondantemente desueta ed, a stretto rigore, dovrei disinteressarmene, ma è parola cosí interessante e presente sebbene con piccole varianti, ma analogo significato,  nelle lingue regionali calabre: zicutnose, zichitinos che mi pare opportuno di parlarne brevemente; il sicutennosse è il colpo assestato con una verga sulla testa o sulle spalle; etimologicamente la parola è una chiara, scherzosa deformazione del latino: sicut nos (come noi) che si incontra nella parte finale della preghiera  pater noster ;

un tempo nelle cattedrali o nelle basiliche cattoliche esistevano i cosiddetti penitenzieri maggiori, sorta di prelati abilitati,nell’amministrare il sacramento della confessione,ad assolvere anche i piú gravi peccati, tali penitenzieri maggiori  inalberavano sul lato destro del loro confessionale, dove sedevano ad ascoltare le confessioni dei penitenti, una lunga canna con la quale solevano colpire sulla testa o le spalle i penitenti a mo’ di suggello dell’avvenuta assoluzione.Poiché il piú delle volte i penitenzieri maggiori  nel congedare i penitenti, facevan recitar loro il pater noster assestavano il previsto colpo di canna sul finire della recita della preghiera, proprio in coincidenza delle parole sicut nos e da ciò il colpo ne trasse il nome di sicutennosse.

Struncone = altra parola desueta, ma ne parlo in quanto una delle poche che si riferisce  ed identifichi un colpo inferto con gli arti inferiori e diretto ad essi, sorta di violento calcio portato in senso circolare antiorario e diretto alle gambe di un malcapitato; il termine (da non confondere con l’omofono ed omografo struncone  che indica la grossa sega, azionata da due persone contemporaneamente ed atta a recidere  robusti tronchi) è un deverbale di struncare,  dal latino: truncare con consueta protesi di una S intensiva, che è  mozzare, recidere, mutilare di una parte quasi che il violento calcio,  portato come détto, mirasse a mutilare il ricevente  dell’arto colpito ;

Varrata = pesante colpo portato al corpo, con due mani che stringono la varra (grosso bastone, randello); la varra, da cui varrata etimologicamente è, con tipica alternanza B/V dal basso latino barra  che a sua volta è dal celtico bar = ramo;

e chiudo con Vertulina = generica e totalizzante bastonatura fatta a mani nude o con l’ausilio di agevole corpo contundente: bastone, pertica o simili, percosse reiterate e rapide; difficile stabilirne l’etimo; forse estensivamente da bertula  (macchina usata per configgere in terra i pali nelle vigne), ma non si può escludere una derivazione da vertula (da un basso latino: averta) sorta di bisaccia o zaino in uso tra i pastori che la usavano, ruotandola vorticosamente, quale arma di difesa delle pecore assalite da animali predatori; l’ipotesi che però piú mi convince è che vertulina derivi dallo spagnolo verduco (bastone animato) attraverso  una *verducolina che conduce a giungere a vertulina; ma siamo nel campo delle ipotesi!

Satis est.

Raffaele Bracale