venerdì 25 maggio 2012

‘NTRALLAZZO & DINTORNI

‘NTRALLAZZO & DINTORNI La voce in epigrafe, voce ormai pervenuta nella lingua nazionale (sia pure non aferizzata, ma nella forma di intrallazzo) con particolare riferimento d’ambito socio-politico, è voce non eccessivamente antica (risale infatti agli anni tra il 1940 ed il 1950)ed è di origine centro- meridionale: Abruzzo, Campania, Silicia; attualmente significa: imbroglio, raggiro, intrigo, ma originariamente stette per: scambio illecito di beni o di favori e con le voci: ‘nderlacce (abruzzese), ‘ntrallazzu (siciliano) e appunto ‘ntrallazzo o anche ‘nterlazzo (napoletano) si identificò dapprima il mercato o borsa nera e solo per stensione l’ imbroglio, il raggiro,l’intrigo dapprima quelli generici, poi segnatamente – complice il linguaggio mediatico – quelli d’ambito socio-politico. Di non tranquilla lettura l’etimologia della voce a margine; dai più si pensa ch’essa derivi dal sicil. 'ntrallazzu 'intreccio, intrigo', a sua volta deriv. del lat. volg. *interlaceare, comp. di intra 'tra' e laqueus 'laccio', ma – pur non potendo negare un’ evidente somiglianza tra il siciliano 'ntrallazzu ed il napoletano ‘ntrallazzo penso che per il partenopeo, più che ad un prestito siciliano, si possa risalire ad un antico tramite catalano: entralasar o anche un antico francese: entralacer ; sia il verbo catalano che quello francese furono forgiati sul precennato lat. volg. *interlaceare, comp. di intra 'tra' e laqueus 'laccio'e valsero: impaniare, intralciare, avviluppare donde il significato di azione che si manifesti in un imbroglio, raggiro,’intrigo; va da sé che il mercato/borsa nera configuri il medesimo imbroglio, raggiro,’intrigo. A questo punto non ci resta che discutere se sia stato il napoletano o il siciliano a cedere alla lingua nazionale il vocabolo in esame; ma sarebbe questione di lana caprina nella quale è inutile e pericoloso addentrarsi ed io evito di entrarvi. In coda ed a margine di quanto detto sulla voce ‘ntrallazzo, rammenterò che essa (sebbene ciò talvolta – per mano di taluni operatori dei media, poco preparati-, accada) non va confusa con la voce partenopea nciucio che à dato l’italiano inciucio e vale intrigo, sobillamento, pettegolezzo ed in ambito politico-giornalistico: accordo confabulatorio non lineare, frutto di basso compromesso. La voce nciucio risulta essere, etimologicamente un deverbale di nciucià a sua volta derivata da un suono onomatopeico (ciuciú)riproducente il parlottío, il chiacchierío sommesso tipico di chi confabuli. Partendo da tale premessa ne risulta che la n d’avvio di nciucio e nciucià non è il residuo di un in→’n illativo, ma una semplice consonante prostetica eufonica (come ad. es. è il caso di nc’è per c’è) ; erra perciò chi scrive ‘nciucio o ’nciucià con un pletorico ed inutile segno d’aferesi (‘); è l’italiano che à derivato (seppure in modo cialtronescamente raffazzonato, avendo pensato la n d’avvio, un residuo di in( che è stato erroneamente ricostruito ), à derivato in tempi abbastanza recenti (e ne è prova il fatto che nel vasto, esauriente D.E.I. di Battisti ed Alessio datato1950/57 la voce manca) il suo inciucio dal napoletano nciucià, non il napoletano nciucio ad esser derivato dall’ inciucio italiano (nel qual caso sarebbero state opportune e l’aferesi e la scrittura ‘nciucio). Non mi meraviglio della cialtroneria dell’italiano che spesso storpia il napoletano da cui però attinge a piene mani(cfr. ad es. il napoletano fessaria storpiato nell’italiano fesseria etc.). Raffaele Bracale

ERRORE, CANTONATA, ABBAGLIO, FESSERÍA GRANCHIO; LAPSUS & DINTORNI

ERRORE, CANTONATA, ABBAGLIO, FESSERÍA GRANCHIO; LAPSUS & DINTORNI L’amico F.P. (al solito, mi limito ad indicare le iniziali non avendo ricevuto autorizzazione a fare per esteso nome e cognome...) si è detto molto soddisfatto di ciò che – su sua richiesta – scrissi sul termine diavolo & dintorni ed allora mi lancia una nuova sfida chiedendomi di dilungarmi sulla voce errore ed affini nonché sulle corrispondenti voci del napoletano. Fino a che me ne sentirò capace non mi sottrarrò ad una sfida! Cominciamo; in italiano la voce piú comune usata per indicare l'allontanarsi dalla verità, dal giusto o dalla norma convenuta,o per indicare lo sbaglio, lo sproposito, nonché, in senso morale, un fallo, una colpa, un peccato, la voce piú comune – dicevo – è errore che può avere un nutrito ventaglio di riferimenti; ricorderò ad es.: errore di giudizio, di valutazione; errore di calcolo, di misura; errore di lingua, di grammatica, di stampa; fare, commettere un errore; essere, cadere, incorrere, indurre in errore; correggere gli errori | salvo errore che sta per: a meno che non vi sia qualche sbaglio involontario | per errore, per sbaglio, spec. di distrazione; in senso morale: scontare i propri errori; errori di gioventú ; nelle scienze sperimentali poi, l’errore è la differenza fra il valore vero e quello osservato: errore sistematico, quello che ricorre in tutti i casi osservati in quanto dovuto allo strumento usato, al metodo o ad imperizia; errore accidentale, casuale che è quello che dipende dal caso. Nel diritto l’errore è la mancata o imprecisa conoscenza di un fatto o di una disposizione di legge: errore di fatto, di diritto | errore giudiziario: in un processo penale, erronea ricostruzione o interpretazione dei fatti che porta alla condanna di un innocente. L’etimo di errore è dal lat. errore(m), deriv. di errare 'vagare, smarrirsi, sbagliarsi'. Per la voce errore non esistono moltissimi sinonimi usati con eccezione di quelli indicati in epigrafe;ce ne sono però abbastanza usati in quanto tropi della voce errore: esamino qui di sèguito sia gli autentici sinonimi sia i tropi che però indicherò con un asterisco iniziale : - abbaglio s. m. letteralmente (quale deverbale di abbagliare connesso con bagliore) indica l’abbagliamento (offesa della vista per luce troppo viva) e per traslato figurato l’errore, la svista: prendere un abbaglio; cadere in un abbaglio. - *baggianata s.f. che letteralmente sta per sciocchezza, stupidaggine, comportamento da baggiano,sciocco, credulone; va da sé che tutto ciò induca o possa indurre nello sbaglio ed ecco che la voce a margine, per tropo (qualsiasi uso linguistico che trasferisca una parola dal significato suo proprio a un altro figurato; traslato), viene usata come sinonimo di errore, sbaglio. Etimologicamente la voce baggianata è ricavata come il termine baggiano sul s.vo baggiana= fandonia che è dal lat. baiana(m) '(fava) di Baia', città della Campania - *balordaggine s.f. che letteralmente sta per détto o atto da balordo; sciocchezza, insensatezza che in quanto tali inducono o possono indurre nello sbaglio; anche in questo caso ci troviamo ad avere a che fare con un sinonimo ottenuto per traslazione metonimica; quanto all’etimo la voce balordaggine è ricavata marcandola sulla voce balordo= 1 persona sciocca o molto sbadata. 2 (gerg.) delinquente, malavitoso (dal tardo lat. bis→ba + lurdu(s)= zoppicante); - cantonata s. f. . è un denominale di canto( che è dal lat. tardo canthu(m), derivato dal gr. kanthós 'angolo dell'occhio') indica l’angolo formato all'esterno, da due muri che s'incontrano e dunque indica appunto l’angolo formato dai muri esterni di una casa fra una strada e un'altra (per l’incotro interno di due muri s’usa la voce canto oppure angolo; mettiti in quel canto e sta’ fermo! | nell’espressione prendere una cantonata,quest’ultima figuratamente vale grosso errore, e tutta l’espressione sta per prendere un abbaglio, incorrere in un colpevole sbaglio quale quello (donde trasse l’espressione) di chi facesse urtare una ruota del proprio carro contro l'angolo della via, nel prendere una curva troppo stretta. *cretinata s.f. che letteralmente sta per 1 frase o azione da cretino; 2 cosa da nulla, di poco valore, facilissima. L’accezione sub 1 come le precedenti baggianata,balordaggine à dato luogo al tropo che ci occupa per cui cretinata à finito per indicare un errore, uno sbaglio tanto piú grave in quanto originato da una cosa da nulla, di poco valore, facilissima; quanto all’etimo cretinata è ricavata marcandola sulla voce cretino= 1 persona sciocca o stupida (dal franco-provenz. crétin, propr. 'cristiano', che, usato dapprima nel significato di 'povero cristiano, poveraccio', à poi assunto valore spregiativo); *corbellería s.f. che letteralmente sta per stupidaggine, sproposito, poi – per traslato – errore, sbaglio grave e colpevole; quanto all’etimo corbellería è ricavata marcandola sulla voce corbello che (quale diminutivo del lat. corba(m)) indica in primis un cesto rotondo di vimini o di strisce di legno intrecciate; anche, quanto in esso è contenuto: un corbello di fichi, ma poi per traslato gergale e/o furbesco usato al plurale (i corbelli) indica i testicoli ed è questa accezione che à dato luogo al tropo che ci occupa. - fessería s.f. sciocchezza, quisquilia, errore da poco,scusabile stupidaggine voce marcata (vedi oltre) sia pure con un insulso aggiustamento sul napoletano fessaría. - granchio s. m. derivato da una lettura metatetica del lat. cancer –cri con sostituzione di comodo della occlusiva velare sonora g al posto della piú aspra e dura occlusiva velare sorda c; è voce che à varie accezioni: - 1) (zool.) Nome delle circa 4500 specie di crostacei decapodi brachiuri, diffusi in tutto il mondo, per lo piú marini ma anche dulcacquicoli e terrestri, di dimensioni variabili da pochi cm a oltre 3,50 m, con addome corto e ripiegato sotto il carapace e chele robuste: g. comune (Carcinus maenas), diffuso sulle coste italiane; g. di fiume (Potamon fluviatile), delle acque dolci dell'Italia e dei Balcani. - 2) ( per estens., tecn.) a) il cuneo bipenne opposto a quello battente del martello da falegname, cuneo bipenne usato per estrarre chiodi. b) Ferro conficcato sul banco del falegname, contro il quale si tiene fermo il legno da piallare. - 3) ed è l’accezione che ci occupa (fig., fam.) Errore, sbaglio causato da un equivoco: prendere un granchio. - 4) (ant.) La costellazione del Cancro. - 5) usato impropriamente (pop.) quale sinonimo di crampo. *idiozia s.f. che letteralmente sta per sta per stupidità, imbecillità; azione, frase da idiota, stupidaggine, sproposito, comportamento da idiota e poi – per traslato – errore, sbaglio grave e colpevole; quanto all’etimo idiozia è ricavata marcandola sulla voce idiota = stupido, deficiente, rozzo, incolto, voce che è dal lat. idiota(m) 'ignorante', che è dal gr. idiótís, deriv. di ídios, nel sign. di '(uomo) privato', che come tale è considerato 'incompetente, inesperto' rispetto a chi riveste incarichi pubblici - lapsus s. m. invar. errore involontario verbale o di scrittura propr. "inceppamento, caduta", derivato dal lat. labi "scivolare", part. pass. lapsus – Si tratta cioè di un piccolo sbaglio non volontario, verbale o di scrittura, consistente nel sostituire un suono o una parola intera o scrivere una lettera invece di un'altra, nella fusione di due o piú parole in una sola, ecc., al quale, per S. Freud e la psicanalisi, bisogna attribuire un significato inconscio: scusa, è stato un lapsus! Espressioni usate: lapsus calami (lett. errore di penna= errore di scrittura), lapsus linguae letteralmente "errore di lingua= del parlato) che designano appunto il lapsus nello scrivere e nel parlare; infine lapsus freudiano: quello dovuto a motivi inconsci. *scemenza s.f. che letteralmente sta per sta per stupidità, imbecillità; azione, frase da scemo, banalità, stupidaggine, sproposito, comportamento da scemo e poi – per traslato – errore, sbaglio grave e colpevole in quanto generato da una banalità; quanto all’etimo scemenza è ricavata marcandola ovviamente sulla voce scemo = che à o denota poco senno; sciocco, insulso, che è privo di senso, stupido, voce che è deverbale del lat. volg. *exsemare, comp. di ex- 'via da' e un deriv. di símis 'metà'; anche per le successive tre voci ci troviamo difronte a tre s.vi f.le che letteralmente stanno per stupidità, imbecillità; azioni rispettivamente da sciocco, da stupido o da stolto , banalità, stupidaggini, spropositi, comportamenti sciocchi, ottusi, cretini etc. tali da poter – per traslato – esser détti errori, sbagli gravi e colpevoli in quanto generati da insulsaggini, insipidezze, scipitezze comportamentali; rispettivamente quanto a gli etimi *sciocchezza è marcato sul s.vo sciocco = poco intelligente (dal lat. exsuccu(m) 'privo di sugo', comp. di ex-, con valore privativo, e succus 'sugo, sapore'),*stupidaggine è marcato sul s.vo stupido =tardo nel comprendere, ottuso di mente, deficiente, idiota, imbecille (dal lat. stupidu(m), deriv. di stupíre 'stupire') ed infine*stoltezza è marcato sul s.vo stolto = persona, che dimostra poca intelligenza; sciocco, stupido (dal lat. stultu(m)). Esaurite ad un dipresso le voci dell’italiano, passiamo alle piú numerose voci del napoletano dove abbiamo: -fessaría s. f. che letteralmente vale errore di poco conto, ed estensivamente sciocchezza, stupidaggine, azione insulsa tipica dello sciocco; la voce a margine deriva forse da fesso con il suff. arius→aro + il suff. astratto tonico ía; epperò non gli dovrebbe essere comunque estranea, come reputo e morfologicamente piú vicina la voce fessa (l’organo sessuale femminile esterno) ( part. pass. del verbo latino findere) dalla fessaría (da fessa+ aría da arius) sciocchezza, stupidata, deriva la toscana fessería di significato analogo).In chiusura faccio notare la solita incomprensibile, stupida mutazione che opera il toscano trasformando una A etimologica (da fessa→ fessaría) per adottare una piú chiusa E (fessaría vien cioè trasformata in fessería) forse nella sciocca convinzione che la vocale chiusa E sia piú consona dell’aperta A alla elegante (?!) lingua di Alighieri Dante… In ogni caso con la voce fesso (dell’italiano e del napoletano) derivato attraverso il sign. del femm. fessa dell'Italia merid., pop. si indica l’imbecille, lo sciocco quello cioè capace di errori di poco o molto conto, ed ancóra estensivamente sciocchezze, stupidaggini, azioni insulse etc. Rammento talune espressioni popolari in uso sia nella lingua nazionale che nel napoletano: fare fesso, m’hê fatto fesso : riferito a persona, ingannarla: mi vuoi proprio fare fesso? fam., fare il fesso/ fà ‘o fesso, fare lo spiritoso, o anche il temerario. Dim. fessacchiotto, scherz si indica lo sciocco,il balordo , voce in ogni caso da far risalire al lat. fissu(m), part. pass. di findere 'fendere'). -marrone s. m. . che letteralmente vale grosso errore, sbaglio di gran conto, ed estensivamente addirittura sproposito; la voce a margine è presente pure nell’italiano con un ampio ventaglio di significati che sono: 1)Bestia che guida il branco, 2) (equit.) Cavallo anziano che deve servire di esempio al puledro da ammansire, 3) (ant.) Guida alpina., 4)(bot.) Nome di una varietà pregiata del frutto di castagno (Castanea sativa), generalm. piú grande della castagna comune, 5) volgarmente testicolo, 6) Il colore tipico, bruno rossiccio, del guscio delle castagne 7) come per il napoletano (e forse da esso mutuato), ma d’uso rarissimo e solo letterario errore grave, sproposito. Non di facilissima comprensione le strade semantiche seguíte nell’italiano per approdare a tanti significati diversi, né semplicissimo indicare un eventuale etimo della voce italiana (esercizio forse inutile atteso che a mio avviso il marrone dell’italiano è mutuato (vedi oltre) sul napoletano); ad ogni buon conto dirò che per il marrone dell’italiano qualcuno propose il tardo greco *màraon, altri vi vedono una voce indigena usata pure come nome proprio Virgilio Marone altri ancóra vi leggono una radice celtica mar= grande, grosso che forse ben si può attagliare al cavallo piú vecchio e/o grande che guida il branco o a quello piú capace usato a mo’ d’esempio nell’addestramento dei puledri, alla castagna piú grande . Quanto al marrone napoletano, atteso che la reputo una voce affatto originaria e non mutuata dall’italiano,anzi voce che al contrario, l’italiano à preso in prestito dal napoletano (rammenterò al proposito che l’italiano à l’espressione cogliere in castagna per indicare cogliere in errore espressione dalla quale si evince l’esistenza del duplice significato di marrone che vale in italiano e nel napoletano grossa castagna ed errore marchiano); ripeto che quanto al marrone napoletano penso che etimologicamente sia da collegarsi all’ant. francese marrir= confondersi, smarrirsi o piú ancóra allo spagnolo marrar= errare, attraverso il sost. marro= errore addizionato del suff. accrescitivo one. -nguacchio/nquacchio s.m. La parola a margine ,(si tratta infatti di un solo termine, reso con due diverse grafie: una volta con l'occlusiva velare sonora(g) ed una volta con l’occlusiva velare sorda (q)), nel suo significato primo di bruttura, lordura, sudiciume e poi in quello estensivo di piccolo involontario errore risulta essere – quanto al suo etimo – un deverbale di nguacchià/nquacchià voci tutte di origini onomatopeiche; i verbi ànno il loro significato primo di: sporcare, insudiciare, macchiare, imbrattare;proprio in tali accezioni la parola in epigrafe fu usata per indicare quegli inopinati sgorbi e/o macchie d’inchiostro che – complici la distrazione, l’inchiostro ed il pennino della penna comune – lordarono quaderni e libri al tempo (1950) delle scuole elementari; quando poi (1955) con l’avvento della penna biro che mandò in soffitta inchiostro, calamaio, pennini e penne comuni, divenne desueta anche la parola nguacchio/nquacchio ed essa venne sostituita da spirinquacchio usata per indicare non lo sgorbio o la macchia casuale, quindi l’involontario errore, quanto quel ghirigoro voluto e cercato prodotto per saggiare se l’inchiostro contenuto nella cannuccia di plastica della penna biro fosse ancora sufficiente o sufficientemente fluido per permettere di scrivere; poiché per saggiare la scorrevolezza e fluidità del detto inchiestro, si muoveva in maniera piú o meno circolare la penna tenuta rigidamente perpendicolare al piano di scrittura, la traccia che se ne ricavava era di forma spirale, di talché il disegno ottenuto era pur sempre ‘nu nguacchio, ma in quanto di forma spiraleggiante, finí per esser definito spirinquacchio/spiringuacchio; la parola napoletana nguacchio o nquacchio oltre ai cennati significati, à poi un suo significato estensivo che è quello di: situazione intrigata, pasticcio di difficile soluzione ed ancóra infine deflorazione con conseguente fecondazione di una giovane che consenzientemente, da nubile, si sia fatta possedere da un innamorato; nelle cennate due accezioni di pasticcio di difficile soluzione, situazione intrigata la parola è trasmigrata pure se in non tutti, in molti dei piú corredati vocabolarî della lingua italiana dove è diventata: inguacchio; ugualmente un significato estensivo ànno i verbi nguacchià/nquacchià che nella parlata napoletana vengono usati per indicare oltre che i cennati: sporcare, insudiciare, macchiare, imbrattare, anche l’ungere o il condire esageratamente in ispecie con sugo di pomodoro, fatti che sostanziano in ogni caso un errore (ovunque e sempre occorrono misura e moderazione, secondo il détto: l’esagerazione è difetto!); molta meraviglia à destato in me il fatto che mentre abbia incontrato in molti dizionari della lingua italiana il termine inguacchio, in nessuno vi ò ritrovato il verbo da cui dovrebbe essere scaturito: inguacchiare… Misteri della lingua italiana e di taluni soloni linguisti che la fanno, i quali considerano (cfr. Treccani – Garzanti etc.) il verbo inguacchiare napoletano, ma fanno italiana la voce inguacchio che è derivata di inguacchiare! Proseguiamo e troviamo -pistacchiata s.f. letteralmente la pistacchiata è una sorta di untuosa cremina ad uso di pasticceria ricavata dalla pestatura di pistacchi sgusciati e tostati, ma - prendendo a prestito l’immagine di questa crema - si indicarono i contenuti errori presenti sui quaderni dei bambini della scuola primaria, errori spesso accompagnati da una qualche macchia d’inchiostro (cfr. la voce precedente); per traslato ed ampliamento semantico la voce a margine vale sbaglio, strafalcione ed anche sproposito, svarione; quanto all’etimo la voce pistacchiata è da collegarsi alla voce pistacchio dal lat. pistaciu(m), che è dal gr. pistákion. A margine di questa voce rammenterò che essa voce nel parlar becero, quando non addirittura triviale, di talune zone della città bassa, sulla bocca del popolino, sia pure nei medesimi significati, veniva e talora ancóra viene corrotta in picchiaccata o pucchiaccata voci derivate dritto per dritto da pucchiacca/ purchiacca che (con etimo dal greco pýr+k(o)leacca←*cljacca) sta per fodero di fuoco ed è uno dei modi piú volgari, ma icastici usati per indicare l’organo sessuale esterno della riproduzione femminile.E non faccia meraviglia l’accostamento divertente tra le voci pucchiacca/ purchiacca→picchiaccata o pucchiaccata ed un tipo di errore; in fondo è il medesimo accostamento che corre tra un piccolo errore e la parola fessaria che è da fessa. -rancefellone s m. eccoci ad un’altra voce che solo per traslato è usata per indicare un grande sbaglio, un colpevole strafalcione ed anche un’ azione o parola inopportuna, fatta o detta a sproposito, uno svarione volontario ; letteralmente infatti con la voce a margine si indica un tipo di granchio, détto granciporro e semanticamente la connessione tra il colpevole sbaglio e questo granchio grosso, è da cercarsi nel fatto che questo granchio-traditore (vedi oltre) se toccato,può diventare pericoloso e procurare lesioni dolorose alla medesima stregua d’un colpevole sbaglio che può lasciare il segno! Quanto all’etimo rancefellone risulta essere l’agglutinazione della voce rance (da una lettura metatetica del lat. cànceru(m)→*(c)rance(um) + la voce fellone= traditore con qualche probabilità da un antico franco félon ma forse piú probabilmente dall’antico sassone félen donde un lat. med. fello/fellonis→fellone(m) (Du Cange). -rapata s.f. voce che vale corbelleria, insulsaggine, banalità sciocchezza e come tale usata per indicare gli i piccoli, perdonabili errori comportamentamentali degli adolescenti e dei ragazzi; la voce a margine è un derivato di rapa,s.vo f.le, e solo f.lerapa voce che è dal lat. rapa, propr. neutro pl. di rapum 'rapa', poi inteso f.le sg. e che indica, nel linguaggio figurato una persona non ancóra matura, di scarsa intelligenza,e talora anche mancator di parola,vigliacca tale da mettere in essere corbellerie, insulsaggini, banalità e sciocchezze ed addirittura tradimenti e/o azioni vigliacche; -sbalanzone s.m. un’altra voce che solo per traslato è usata per indicare un eccezionale sbaglio, un colpevole grande strafalcione un grave sproposito, un importate svarione volontario tutti errori capaci di procurar danno ; letteralmente con la voce a margine si indica uno spintone un urtone operato in danno di persona anziana che da detta spinta e/o urto può subire conseguenze dannose. Son proprie queste conseguenze dannose il trait d’union logico e semantico tra lo sbalanzone-urto e lo sbalanzone-sproposito. Etimologicamente la voce a margine è un derivato dalla voce valanza (dal lat. bislanx=dal doppio piatto) addizionata della tipica s qui distrattiva e del suff. accrescitivo one; ò parlato di s distrattiva che qui vale quasi ex in quanto in origine con la voce sbalanzone si indicò quel tipico colpo assestato ad uno dei piatti della bilancia per scuoter via un po’ delle granaglie eccedenti il peso voluto. -sbarione s. m. cretinata, errore stupido dovuto a vaneggiamento, innocente grulleria da attribuirsi ad improvviso delirare, incolpevole idiozia dovuta forse ad uno stato febbrile; la voce a margine risulta un deverbale di sbarià verbo intran.vo che vale: vaneggiare, farneticare, delirare (cfr. sbarià cu ‘a capa!= applicarsi ad altro, eludere pensieri serî etc.) sbarià con la consueta alternanza b/v è dal lat. *s +variare, deriv. di varius 'vario'. -scemaría s.f. che letteralmente sta per per sta per stupidità, imbecillità; azione, frase da scemo, banalità, stupidaggine, sproposito, comportamento da scemo e poi – per traslato – errore, sbaglio grave e colpevole in quanto generato da una banalità; quanto all’etimo scemaría è ricavata marcandola ovviamente sulla voce scemo = che à o denota poco senno; sciocco, insulso, che è privo di senso, stupido, voce che è deverbale del lat. volg. *exsemare, comp. di ex- 'via da' e un deriv. di símis 'metà'; anche per le successive tre voci ci troviamo difronte a tre s.vi f.le che letteralmente stanno per stupidità, imbecillità; azioni rispettivamente da sciocco, da stupido o da stolto , banalità, stupidaggini, spropositi, comportamenti sciocchi, ottusi, cretini etc. tali da poter – per traslato – esser détti errori, sbagli gravi e colpevoli in quanto generati da insulsaggini, insipidezze, scipitezze comportamentali; rammento al proposito che fino alla fine degli anni ’50 del 1900 nel parlato popolare della città bassa la voce scemaría indicò oltre che un errore, uno sproposito, una sciocchezza anche una casa di cura (Scemaría ‘e Miano?) dove venivano ricoverati gli adolescenti con gravi problemi di apprendimento e/o comportamentali; -scunnietto s. m. che indica una grossa idiozia,un involontario sbaglio, una minchioneria volgarmente détta anche cazzata dovuti però ad improvvisi e transeunti stati di non raziocinio,di dissociazione mentale e pertanto scusabili, se non perdonabili; la voce a margine è etimologicamente un deverbale di scunnettïà esatto opposto di cunnettïà = unire, associare, legare, correlare con la protesi di una s, qui distrattiva, che ne inverte il significato e pertanto scunnettïà vale disunire, dissociare, slegare, non cogliere le correlazioni tra cose e/o tra cause ed effetti. A margine rammenterò che per traslato e/o ampliamento semantico la voce a margine in talune occasioni sta per oscenità, parola oscena. Ad un dipresso ciò che accade per la voce seguente che in primis valse parolaccia, bestemmia e poi per traslato ebbe altri significati. -scuntrufo/scuntrufolo s.m. in doppia morfologia leggermente variata: nella seconda è leggibile il suffisso diminutivo olus→olo ma sostanzialmente la parola è la medesima ed in primis (cosí come attestato nel D’Ambra e nell’Andreoli valse parolaccia, bestemmia e poi per traslato errore irrispettoso, caso, combinazione erronei, scontro forse con riferimento all’etimologia che è da cercare in un deverbale di scuntrà= urtare, mettersi all’opposto di, cozzare violentemente contro qualcosa, verbo che è derivato da ‘ncuntrà con cambio di prefisso; al verbo scuntrà per ottenere le voci a marigine sono stati aggiunti rispettivamente i suffissi ufo o il suff. dim. ufolo suffissi sui quali – prima o poi cercherò d’essere piú preciso; per ora mi sono arreso non avendone trovato riscontro nel Rohlfs (libro sacro dei suffissi!), -smuccaría/ smucchezza s.f. che letteralmente sta per -stracchimpacchio s.m. grossa melensaggine,errore marchiano, enorme goffaggine dovuti a comportamenti abborracciati, precipitosi e/o raffazzonati e non accompagnati da attenzione, raziocinio e/o misura; quanto al suo etimo (atteso che nessuno dei calepini etimologici della parlata napoletana ne prende conto) non posso che formulare la mia ipotesi per la quale la voce a margine m’appare ragionevolmente costruita quale deverbale (mpacchio = errore, svarione, ma anche imbroglio, sudiciume,inganno) derivato di nguacchià/nquacchià adattati in mpacchià con protesi di un (e)xtra→stra + una sillaba cchi sillaba d’allungamento espressivo, voci tutte di origini onomatopeiche costruite su di un suono: nguacc/nquacc (faccio notare che la enne d’avvio del suono suddetto à valore eufonico e non è il residuo di un in illativo, per cui non necessita di un segno diacritico d’avvio e correttamente si dovrà scrivere nguacchio/nquacchio o nguacchià/nquacchià e poi mpacchià e non ‘nguacchio/’nquacchio/’mpacchio o ‘nguacchià/’nquacchià e poi ‘mpacchià) ; i verbi nguacchià/nquacchià ànno il loro significato primo di: sporcare, insudiciare, macchiare, imbrattare;proprio in tali accezioni la parola nguacchio/nquacchio fu usata per indicare quegli inopinati sgorbi e macchie d’inchiostro che – complici la distrazione, l’inchiostro ed il pennino della penna comune – lordarono quaderni e libri al tempo (1950) delle scuole elementari; quando poi (1955) con l’avvento della penna biro che mandò in soffitta inchiostro, calamaio, pennini e penne comuni,divenne desueta anche la parola nguacchio/nquacchio essa venne sostituita da spirinquacchio usata per indicare non lo sgorbio o la macchia casuale, quando quel ghirigoro voluto e cercato prodotto per saggiare se l’inchiostro contenuto nella cannuccia di plastica della penna biro fosse ancora sufficiente o sufficientemente fluido per permettere di scrivere; poiché per saggiare la scorrevolezza e fluidità del detto inchiestro, si muoveva in maniera piú o meno circolare la penna tenuta rigidamente perpendicolare al piano di scrittura, la traccia che se ne ricavava era di forma spirale, di talché il disegno ottenuto era pur sempre ‘nu nguacchio, ma in quanto di forma spiraleggiante, finí per esser definito spirinquacchio/spiringuacchio; la voce mpacchio s’ebbe in primis il significato di imbroglio, sudiciume,inganno e successivamente valse errore, svarione che divennero grandi attraverso la prostesi di stra→stracchimpacchio) rammento altresí che tali sgorbi un tempo s’ebbero il nome alternativo di cerefuoglio voce dal lat. caere(folium) che indica oltre che la pianta delle ombrellifere anche gli sgorbi fatti a caso con penne e/o matite sui fogli di carta e ancóra i vezzi, le moine le sdolcinature, tutte cose che semanticamente posson ricondursi altresí alle bizzarríe,alle stranezze bizzose che, sia detto per incidens, vengono ricordate con la voce cerenfrúscolo s.m. voce ormai desueta, ma registrata da tutti calepini d’antan nel significato primo di bagattella, minuzia, sciocchezza ed in quello (per estensione ed ampliamento semantico) di bizzarria, stranezza bizzosa, stravaganza. Quanto all’etimo si sospetta un incrocio tra i lat. caere(folium) e frustulum = bruscolo di cerfoglio;torniamo ad occuparci della parola napoletana nguacchio o nquacchio che oltre ai cennati significati, à poi un suo significato estensivo che è quello di: situazione intrigata, pasticcio di difficile soluzione ed ancóra infine la deflorazione con conseguente fecondazione di una giovane che consenzientemente, da nubile, si sia fatta possedere da un innamorato; nelle cennate due accezioni pasticcio di difficile soluzione, situazione intrigata la parola è trasmigrata pure se in non tutti, in molti dei piú cospicui vocabolarî della lingua italiana dove è diventata: inguacchio incorrendo però nell’errore di ricostruire in modo abborracciato una voce leggendo nella enne d’attacco del napoletano nguacchio il residuo di un inesistente in (illativo); ugualmente un significato estensivo ànno i verbi nguacchià/nquacchià che nella parlata napoletana vengono usati per indicare oltre che i cennati: sporcare, insudiciare, macchiare, imbrattare, anche l’ungere o il condire esageratamente in ispecie con sugo di pomodoro; molta meraviglia à destato in me il fatto che mentre abbia incontrato in molti dizionari della lingua italiana il termine inguacchio, in nessuno vi ò ritrovato il verbo da cui dovrebbe essere scaturito: inguacchiare… Misteri della lingua italiana! -straverio/streverio s. m. antica voce attestata passim in ambedue le morfologie nel significato primo di cosa eccedente la realtà, sproposito e quindi grosso errore, marchiana fanfaluca, madornale ciancia, spropositata frottola, grossolana sciocchezza, assurdità colossale; l’etimo, checché ne abbia détto il fu D’Ascoli che fantasiosamente ipotizzò un deverbale di stravedé/straveré (ma siamo poi certi che fu lui ad ipotizzare la faccenda? In effetti non penso che fosse farina del suo sacco,bensí il parto di uno dei tanti negri che lo aiutavano a stendere i suoi numerosi libri ai quali – complice la senescenza – egli non potette dare tutta la cura e l’attenzione di cui abbisognavano... lasciando correre molte inesattezze e/o fantasie!) l’etimo – dicevo – a mio avviso, sulla scia del Mormile commentatore delle opere di Barolomeo Capasso (Grumo Nevano (Napoli) 1815 -† Napoli 1900), è dal lat. extra-verum→straveru(m)→straverio; -stroppola s.f. che letteralmente sta per filastrocca ed estensivamente baggianata, sciocchezza, errore dovuto a stupidità, idiozia, imbecillità, cretineria, stoltezza, scempiaggine; l’etimo è un diminutivo (cfr. il suff. ola) del llat. tardo stropha(m), che è dal gr. strophé, propr. 'voltata, evoluzione (del coro intorno alla timele)', deriv. di stréphein 'volgersi’ ma anche cavillo, pretesto, imbroglio; -stupetezza s.f. che letteralmente sta per -trummunata s.f. che letteralmente sta per trombonata, spacconata, smargiassata. e per traslato ed ampliamento semantico vale sesquipedale sproposito, immane sciocchezza, enorme cretinata, fesseria spropositata stupidaggine madornale il tutto in linea con la parole da cui deriva che non è il trombone strumento a fiato di ottone, simile alla tromba ma di maggiori dimensioni e tonalità piú bassa, normalmente dotato di pistoni o di coulisse, strumento che quantunque piú grosso della tromba, non raggiunge misure tali da esser presa a modello per tutti i significati surriportati; la voce da cui deriva trummunata è trummone che in napoletano indica sí il trombone strumento a fiato, ma indica altresí una grossa botticella lignea cilindrica, bordata di metallo,dotata di zipolo, incerneriata su i due lati opposti della circonferenza centrale, per poter comodamente ondeggiare basculando; in tale contenitore di grande capacità veniva conservata la caretteristica acqua zuffregna/zurfegna= acqua sulfurea e la capicità del trummone era ben maggiore di quella delle cosiddette mmummare in cui pure si conservava l’acqua per la vendita al minuto; il trummone era agganciato sul ripiano laterale delle cosiddette banche ‘e ll’acqua= banchetti di mescita di acqua ed altre bevande) La voce mmúmmara s.vo f.le = grande vaso di creta per acqua o vino viene dal neutro pl. greco bombýlia poi fem.le sg. con cambio di suffisso e dissimilazione *bommara→mmómmera→mmúmmera/ mmúmmara mentre la voce zuffregna/zurfegna trae da un acc.vo lat. aqua(m)sulphurínea(m)→suphrínja→surphínja→ surfegna→zurfegna con raddoppiamento espressivo della fricativa labiodentale sorda e metatesi della liquida zuffregna; per trummone da cui trummunata, occorre pensare forse ad un lemma onomatopeico con riferimento ad un’iniziale tromma + un suff. accrescitivo, benché la voce a margine non abbia nulla a che spartire – come ò detto - con gli strumenti musicali a fiato tromba e trombone quantunque (per la sua forma panciutamente cilindrica) ‘o trummone ‘e ll’acqua è simile al grosso bombardino strumento a fiato di ottone, usato nelle bande; flicorno baritono, impropriamente détto trombone→trommone→trummone. -zzarro svarione, errore non segnatamente volontario dovuto ad un improvviso, quanto imprevisto impedimento (cfr. l’espressione piglià 'nu -zzarro che vale errare, prendere un abbaglio,incorrere in un impedimento, inciampare in un qualcosa come ad es. un sasso sporgente; per l’etimo la voce zzarro deriva dall'arabo zahr (dado- sasso sporgente). E qui penso di poter far punto avendo – a mio avviso – esaurito l’argomento, nella speranza d’avere accontentato, o - quanto meno - interessato l’amico F.P., qualcuno dei miei consueti ventiquattro lettori e chi altro dovesse leggermi. Satis est. Raffaele Bracale

AIZZARE, SOBILLARE

AIZZARE, SOBILLARE Questa volta, anche per rispondere ad una precisa richiesta pervenutami dall’amico P.D.F. del quale per ragioni di riservatezza mi limito ad indicare le sole iniziali delle generalità, vorrei esaminare i verbi che traducono nell’idioma napoletano, quelli toscani in epigrafe. E, come ò fatto altrove, comincerò con l’esaminare brevissimamente significato ed etimo dei vocaboli toscani; aizzare: incitare all'offesa o alla violenza; istigare, provocare, stimolare: chiaramente forgiato sul termine izza,variante di stizza che son dal longobardo hizza = bollore; sobillare: istigare, incitare nascostamente alla ribellione, a manifestazioni ostili, che etimologicamente è dal basso latino:subilare per il classico sibilare = fischiare (col fischio si incitavano le bestie da soma, perché camminassero). Ciò detto veniamo ad elencare e spiegare i verbi napoletani che ad un dipresso traducono quelli toscani; essi sono: - allessà/allissà che è esattamente lo stimolare, incitare, adizzare ed etimologicamente son forgiati sul medesimo longobardo hizza del toscano aizzare, se non denominale del latino rectus che à dato arrezzà/arrizzà da cui per dissimilazione erre→elle, allessà/allissà (in fondo l’eccitazione sessuale che in napoletano si rende con il verbo arrezzà = rendo ritto, è pur sempre frutto di una stimolazione, di un incitamento etc. - assaià o pure ‘nzaià (da non confondere con ‘nzagnà che significa: salassar, cavar sangue ed è dallo spagnolo in + sangrar) sono l’incitare, l’istigare e segnatamente l’addestrare sia pure al male ed al peggio e discendono per li rami dello spagnolo ensayar =addestrare. - Buttizzà : incitare, sobillare, pungere con le parole stimolando al male, è dal francese bouter = punzecchiare e simili. - ‘mbuttunà: che di per sé sta per imbottire, farcire e per traslato incitare, istigare, quasi farcendo di cattiverie ed informazioni malevole chi si voglia sobillare o aizzare; etimologicamente o dallo spagnolo embotir che però à dato piú che il partenopeo ‘mbuttunà, l’italiano imbottire= riempire come una botte,o per dissimilazione elle> enne da un tardo latino in + bottulare. - ‘mmezzià: riferire dicerie e maldicenze o piú esattamente:suggerire azioni e/o pensieri malevoli e quindi: istigare; etimologicamente da riferire ad un tardo latino invitiare deverbale d’un in illativo + vitium = spingere ad azioni malevoli; qualcun altro propenderebbe per un ipotetico e peraltro non accertato basso latino in+malitiare= spingere alla malizia; ma non si comprendono i motivi per lasciare una via certa e percorrerne una incerta nemmeno tanto agevole semanticamente parlando, non essendovi gran che di differente tra il vitium richiamato dalla prima e la supposta malitia della seconda. - ‘mpuzà: incitare, sobillare, istigare, aizzare, sospingere con veemenza; etimologicamente da un tardo latino impulsare, iterativo del classico impellere= spingere. - ‘nciucià: che è il diffondere ad arte, al fine di aizzare ed istigare, cattiverie e maldicenze, seminar discordie o piú semplicemente spettegolare propalando chiacchiere per il tramite dei c.d. ‘nciuci (intrighi e pettegolezzi che creano attrito tra le persone); lo ‘nciucio da cui il verbo esaminato è chiaramente lemma onomatopeico riproducente le chiacchiere di chi spettegoli.Rammenterò che dal napol. 'nciucià, voce onomat., che significa anche 'parlottare segretamente', la lingua nazionale, sia pure nell’uso giornalistico à tratto la parola inciucio nel significato di accordo politico non lineare, frutto di un compromesso. - ‘nzamà: letteralmente sta per sciamare o meglio l’irritara con il fumo le api affinché sciamino via dalle arnie e permettano la raccolta del miele; estensivamente è il verbo che connota ogni azione tesa ad istigare sobillar in qualunque modo qualcuno per indurlo ad un quid il piú delle volte in danno di terzi. Etimologicamente ‘nzamà come il toscano sciamare è da un portoghese examear, cui non è estraneo il latino examen (sciame). - ‘nzurfà: letteralmente starebbe per insolfare, coprire di zolfo, ma è il suo significato estensivo di seminar discordia che ci interessa atteso che etimologicamente il verbo piú che derivato di zolfo, è da riallacciare al latino insufflare nel suo significato di soffiare su come fa chi semina discordia soffiando sul metaforico fuoco del contendere per farlo vieppú aumentare. - ‘nteretà /‘nterrettà e la sua variante ‘nzerrettà che sono: irritare, aizzare,incitare, istigare, esasperare; le tre voci vengono dal basso latino irritare( propriamente il ringhiare del cane quando sia istigato) intensivo, frequentativo di irrire . - Sciuscià: propriamente soffiare e dunque sobillare, istigare, quasi come il precedente ‘nzurfà e come questo da un composto del verbo sufflare, qui exsufflare e lí insufflare. - Spunzunà: ad litteram sta per: pungolare con un punzone e quindi irritare,spingere, sobillare; il verbo, con tipica prostesi di una esse intensiva , viene da un latino: punctare frequentativo di pungere. - Stezzí: ad litteram: stizzire ed estensivamente eccitare, aizzare, spingere all’ira o stizza; etimologicamente dal greco stízein = pungere Però nel colorito modo d’esprimere napoletano oltre che con i verbi or ora esaminati ci si serve di un’icastica espressione che suona: Mettere 'o ppepe 'nculo â zòccola. Letteralmente: porre, introdurre pepe nel deretano di un ratto. Figuratamente: Istigare,sobillare, metter l'uno contro l'altro. Quando ancora si navigava, capitava che sui bastimenti mercantili, assieme alle merci solcassero i mari grossi topi, che facevano gran danno. I marinai, per liberare la nave da tali ospiti indesiderati, avevano escogitato un sistema strano, ma efficace: catturati un paio di esemplari, introducevano un pugnetto di pepe nero nell'ano delle bestie, poi le liberavano. Esse, quasi impazzite dal bruciore che avvertivano si avventavano in una cruenta lotta con le loro simili. Al termine dello scontro, ai marinai non restava altro da fare che raccogliere le vittime e buttarle a mare, assottigliando cosí il numero degli ospiti indesiderati. L'espressione viene usata con senso di disappunto per sottolineare lo scorretto comportamento di chi, in luogo di metter pace in una disputa, gode ad attizzare il fuoco della discussione... E qui faccio punto,convito d’aver risposto adeguatamente alla richiesta dell’amico P.D.F., d’avere interessato qualcun altro dei miei consueti ventiquattro lettori e pensando di non aver dimenticato nessuno dei verbi napoletani che traducono quelli, italiani, dell’epigrafe. Se inopinatamente fosse accuduto, chiedo venia! Satis est. Raffaele Bracale

PETTEGOLA, INTRIGANTE & dintorni

PETTEGOLA INTRIGANTE & dintorni L’amica A.C. (i consueti problemi di privatezza mi costringono ad indicare solo le iniziali di nome e cognome) reduce dalla lettura d’alcune mie, a suo dire interessanti paginette sotto il titolo di Epiteti(nelle quali trattavo alcuni termini napoletani corrispondenti al pettegola dell’italiano), mi à chiesto se in napoletano (oltre quelli già illustrati ne esistano altri di pari significato. Accontento lei e forse qualche altro dei miei ventiquattro lettori esaminando altre parole napoletane sinonimi di pettegola; lo faccio non senza soffermarmi dapprima sulla voce di partenza: pettegola e poi sui sinonimi dell’italiano; abbiamo dunque: pettegola agg.vo e talora s.vo f.le (al m.le pettegolo) 1si dice di persona che parla spesso con morbosa curiosità e con malizia di fatti e comportamenti altrui: una donna pettegola 2 proprio di persone pettegole: chiacchiere pettegole come s.vo [f. -a] persona pettegola: è un gran pettegolo. Non tranquillissima l’etimologia: appare alquanto forzata (anche per il D.E.I.) una proposta derivazione dal ven. petegolo, affine all'it. peto, per allusione all’incontinenza verbale delle persone pettegole; come pure incoferente appare l’accostamento a píthecus= scimmia, accostamento che non spiegherebbe il suffisso; meglio optare, con il Caix (Napoleone Caix (Bozzolo, MN 1845-†ivi 1885), linguista, docente di dialettologia e lingue romanze comparate presso il Regio Istituto di studi superiori di Firenze) per una derivazione quale deverbale dal lombardo betegar= altercare; betegar a sua volta mi appare costruito sul s.vo gotico bíga→bega con infissione di una sillaba (te) durativa e suffisso verbale are/ar ; da betegar→petegar e petegolare/pettegolare donde pettegolo; ciarlona, agg.vo e talora s.vo f.le (al m.le ciarlone) voce non comune: che, chi à l'abitudine di ciarlare molto; chiacchierone. Etimologicamente deverbale di ciarlare (voce onomatopeica)= parlare a lungo e senza alcun costrutto; chiacchierare, cianciare chiacchierona, agg.vo e talora s.vo f.le (al m.le chiacchierone)voce piú comune della precedente e del medesimo significato nonché di simile etimo (deverbale di chiacchierare) trattandosi anche per la voce a margine di voce onomatopeica Intrigante, agg.vo e talora s.vom.le e f.le 1 chi avviluppa, chi intricare: intrigare una matassa 2 (fig.) chi turba, chi imbarazza: Quel silenzio di Oreste la intrigava (CAPUANA) 3 (fig.) chi/che affascina, chi/che interessa, chi/che incuriosce: un film che intriga lo spettatore;in funzione intransitiva. [aus. avere] chi si dà da fare, tramando imbrogli, per ottenere qualcosa; chimacchina: intrigare per avere un posto, una nomina ||| in funzione rifl.( intrigarsi) chi si intromette in faccende poco chiare o che possono creare fastidi; chi si impelaga: intrigarsi in un brutto affare | (fam.) chi si impiccia, chi si immischia: intrigarsi dei, nei fatti degli altri. Etimologicamente part. pres. di intrigare che è variante di intricare , (dal lat. intricare, comp. di in- 'in-1' e un deriv. di tricae -arum (pl) 'intrighi, imbrogli') variante di origine sett. (per la g al posto della c); non manca poi un influsso del fr. intriguer.Dall’esame dei significati della voce a margine si evince che essa solo per ampliamento semantico à il significato proprio di pettegola , atteso che chi di chi si impiccia, chi si immischia soprattutto delle faccende altrui, per solito lo fa logorroicamente e maliziosamente nell’intento di penetrare gli argomenti di cui voglia interessarsi. Linguacciuto/a, agg.vo m.le o f.le 1che à la lingua lunga; 2 pettegolo/a, maldicente; per l’etimo è un derivato di linguaccia (peggiorativo di lingua che è dal lat. lingua(m)); linguaccia è 1 il gesto del tirar fuori la lingua per scherno: fare le linguacce 2 (fig.donde l’aggettivo che ci occupa) persona pettegola, maldicente. maldicente, agg.vo e talora s.vom.le e f.le che, chi ama sparlare degli altri per malignità o per leggerezza; quanto all’etimo è dal lat. maledicente(m), part. pres. di maledicere 'dir male'; Esaurite cosí le voci dell’italiano, passiamo a quelle del napoletano: banchèra=agg.vo e talora s.vo f.le e solo femminile atteso che l’eventuale corrispondente maschile banchiere nel parlato comune non indica un venditore al minuto, ma un impiegato di banca(istituto di credito); banchera ad litteram è venditrice al minuto che lavora servendosi di un banco/bancone tenuto all’aperto sulla pubblica via, venditrice che essendo in contatto con molte persone può – come la successiva capèra - diventar pettegola, propalatrice di notizie; etimologicamente è voce derivata da banche plurale di banco (che è dal germ. *bank 'sedile di legno' ) + il suffisso femm. di pertinenza era o al maschile iere; capèra s.vo e talora agg.vo f.le e solo femminile = ad litteram: pettinatrice a domicilio ed estensivamente: pettegola, propalatrice di notizie raccolte in giro e riportate magari corredate di falsità aggiunte ad arte alle originarie notizie conosciute durante l’itinerante lavoro; etimologicamente è voce derivato dal lat. volg. *capa(m) (testa) + il suffisso femm. di pertinenza era (al masch.èra diventa iere (es.: ‘a salum+èra, ‘o salum+iere)); caiazza agg.vo e talora s.vo f.le e solo femminile; il maschile caiazzo è attestato solo come s.vo (maschio della gazza), mai come aggettivo; come sostantivo la voce a margine indica appunto la gazza, pica, uccello dei corvidi; come agg.vo vale per traslato donna pettegola ed ignorante etimologicamente è voce derivata dal lat. gaia = gazza etc. c.s.con aggiunta del suffisso dispregiativo azza/azzo che accanto ad assa/asso continuano i lat. acea/aceus donde gli italiani accia/accio; cajotela/cajotula agg.vo e talora s.vo f.le e solo femminile; (un maschile cajotulo non è attestato né come s.vo, né come agg.vo) = donnicciuola pettegola adusa a andarsene in giro a raccogliere e propalare notizie,ma pure donna plebea, becera, sporca che emani cattivo odore e per ampliamento: donna lercia di facili costumi; semanticamente la seconda accezione si spiega con un supposto etimo da cajorda (che è ipotizzato dall’ebraico hajordah) = puzzola; ma piú che caiorda pare che la voce di partenza debba essere una sia pure non attestata *chiajorda con riferimento a donna abitante la Riviera di Chiaia un tempo strada molto sporca, covo di gente malfamata; tuttavia mi pare molto difficile, morfologicamente parlando, pervenire a cajotela/cajotula sia che si parta da cajorda che da chiajorda. Ecco perché penso che sia preferibile l’ipotesi etimologica che collega le voci cajotela/cajotula al basso latino catula= cagna. In questo caso sarebbero salve sia la morfologia (da catula con consueta doppia epentesi vocalica (epentesi tipica delle lingue meridionali) io→jo facilmente si giunge a cajotula) sia la semantica ( è nell’indole della cagna priva di padrone, vagabondare latrando (cfr. spettegolando) e concedendosi ai randagi (cfr. donna di facili costumi); ciantella, agg.vo e talora s.vo f.le e solo femminile atteso che il corrispondente maschile ciantiello= uomo di poco conto, è poco attestato e non è usato né nello scritto, né nel parlato comune; la voce a margine à un primo significato che è: ciabattina, pianella, pantofola, ed un secondo significato estensivo: donna volgare, becera, ciana, pettegola,sudicia e sguaiata semanticamente risalenti alla ciabatta del primo significato che usata continuatamente come calzatura portata strisciando i pavimenti risulta sudicia, consunta che è sguaiata; etimologicamente la voce a margine è un diminutivo (cfr. il suff. ella) di *cianta (dal lat. planta= pianta del piede);normalmente in napoletano il passaggio del lat. pl + vocale dà chi (cfr. plaga→chiaja – platea→chiazza – clavum→chiuovo) ed in effetti esiste in napoletano derivato dal lat. planta= pianta del piede, la voce chiantella = suoletta interna delle scarpe di talché nel derivare sempre dal lat. planta= pianta del piede, la voce a margine si preferí eleminare la consonante diacritica h ottenendosi ciantella da non confondere chiantella e per eleminare ogni dubbio si mutò la la consonante occlusiva dentale sorda (t) con la corrispondente occlusiva dentale sonora (d) pervenendo a ciandella molto piú usata di ciantella nei significati di donna volgare, becera, ciana, pettegola,sudicia e sguaiata; funnachèra agg.vo e talora s.vo f.le e solo femminile atteso che il corrispondente maschile funnachiero= uomo di poco conto,volgare è poco attestato e non è usato né nello scritto, né nel parlato comune;letteralmente abitante, frequentatrice di un fondaco, il fondaco(in napoletano fúnneco) fu, dalla seconda metà dell’ ‘800, ai primi del ‘900, un locale a pianterreno o seminterrato, usato come magazzino o come abitazione poverissima;ma anche estensivamente un cortilaccio o vicolo cieco circondato di abitazioni da povera gente, ed addirittura una zona poverissima ed insalubre della città ( a Napoli ne esistettero fino ai primi del 1900, a dir poco una settantina (tra i quali il famoso Funneco Verde cantato da Salvatore Di Giacomo) ubicati quasi tutti nella città vecchia segnatamente nelle zone del Porto e Pendino e spesso detti fondaci prendevano il loro nome da quello degli artieri che vi aprivono bottega: es: funneco verde =fondaco degli ortolani, funneco ‘a ramma fondaco dei ramai) con costruzioni fatiscenti e malsane; quindi la funnachèra quale abitante o frequentatrice di un fondaco, connota una donna di bassa condizione civile , intesa becera, volgare, triviale; etimologicamente voce denominale di fúnneco che è derivato dall'arabo funduq (attraverso lo spagnolo fúndago(con assimilazione progressiva nd→nn e variazione di tipo popolare della occlusiva velare sonora g con la piú aspra e dura occlusiva velare sorda c):altra ipotesi etimologica è che tale fondaco: 'alloggio, magazzino', possa derivare dal gr. pandokêion(pan=tutto, dokomai=accolgo)ed in tal caso fondaco varrebbe oltre che magazzino anche locanda, albergo pubblico; da fondaco e funneco '+ il solito suffisso femminile di pertinenza era scaturisce funnachera; marammé/ sié marammé, esclamazione o agg.vo e talora s.vo f.le e solo femminile atteso che un corrispondente maschile si’ marammé= uomo volgare, lamentoso etc. non è attestato e non è usato né nello scritto, né nel parlato comune;letteralmente la voce marammé è una interezione che vale: povera me!, me sciagurata!mentre in unione con sié in posizione proclitica disagglutinata è s.vo nel significato di signora misera-me!, pettegola piagnona come colei che vada in giro lamentandosi continuamente di vere o piú spesso infondate,finte sciagure che quotidianamente la perseguitino; etimologicamente l’interiezione marammé è parola formata dall’agglutinazione di mara ( da e per (a)mara(m)) con me forma complementare tonica del pron. pers. io che 1 si usa come compl. ogg., quando gli si vuole dare particolare rilievo, e nei complementi introdotti da preposizioni: cercano proprio a mme; parlavano ‘e me; l'à cunzignato a mme; a mme nun me ne ‘mporta; è venuto a ddu me ajere; l'à fatto pe mme; 2 si usa come soggetto nelle esclamazioni e nelle comparazioni dopo come e quanto: povero a mme!; maro a mme!; nun sî comme a mme; 3 si usa come compl. di terminein presenza delle forme pronominali atone lo, la, li, le e della particella ne, sia in posizione enclitica sia proclitica: me ‘o dicette; me ll’ à date n’ ata vota(me li à restituiti; me nn’ à fatte tante e tante; mannàtemmello(mandatemelo); parlammenne(parlamene). Nella forma di sostantivo la voce marammé è unita in posizione proclitica, disagglutinata con la voce sié= signora (sié è infatti l’apocope ricostruita di signora dalla voce francese femminilizzata e metatetica di seigneur → sie-(gneuse);ricordo che il maschile di tale sié è si’= si(gnore); spesso càpita però che per macroscopico errore colpevole(tanto piú colpevole quando chi sbaglia sia un addetto ai lavori (poeti/scrittori partenopei,ritenuti o autoaccreditati di esserlo) tali si’ e sié vengon letti zi’ e zié→zi’ che sono invece l’apocope di zio e zia che sono dal lat. thiu(m)/thia(m) e dunque voci affatto diverse da signore e signora che son voci di rispetto, ma generiche rispetto a zio/zia che indicano un chiaro rapporto parentale che di norma manca nel rapporto interpersonale dei soggetti indicati come signore o signora; ‘mpechera, agg.vo e talora s.vo f.le e solo femminile atteso che il corrispondente maschile ‘mpechiero= uomo di poco conto,volgare, intrigante non è attestato e non è usato né nello scritto, né nel parlato comune;letteralmente donna intrigante, inframmettente, pettegola, che non disdegni – a maggior cordoglio – il raggiro, l’imbroglio nel tentativo di impicciarsi dei fatti altrui, impegolandovisi. La ricerca dell’etimo della voce’mpechera a margine non mi appare complicatissiva; vi leggo molto chiaramente un deverbale del greco empleko=intratesso, intreccio addizionato dal solito suffisso di competenza era; la caduta della e iniziale di empleko giustifica il segno d’aferesi con cui preferisco scrivere ‘mpechera al posto del semplificato mpechera (come sbrigativament e raffazzonatamentee suole fare qualcuno di quei poeti e/o scrittori di cui antea) dove la m d’avvio priva d’aferisi potrebbe indurre qualcuno a ritenerla non etimologica, ma mera aggiunta eufonica come càpita per la n di nc’è per c’è; ‘ntapechèra agg.vo e talora s.vo f.le e solo femminile atteso che il corrispondente maschile ‘ntapechiero= uomo di poco conto,volgare, intrigante non è attestato e non è usato né nello scritto, né nel parlato comune;letteralmente donna intrigante, inframmettente, pettegola, che non disdegni, anzi cerchi la trama, il raggiro, l’imbroglio; è voce etimologicamente affatto diversa da ‘mpechera quantunque la morfologia, ad un esame superficiale, potrebbe far pensare il contrario; in effetti la voce a margine per l’etimo non è da collegarsi al greco empleko=intratesso, ma al s.vo ‘ntàpeca = imbroglio, frode, raggiro; a ‘ntàpeca si è aggiunto il suffisso di riferimento èra che à reso necessario l’epentesi della h per render gutturale il suono della c (che è palatale se seguíta dalla e) secondo il percorso ‘ntàpec(a)+h +èra→’ntapechèra; ‘ntapeca = imbroglio, frode, raggiro è da un tardo lat. (a)ntapoca→’ntapoca→’ntapeca marcata su di un greco antapochē; nciucessa, agg.vo e talora s.vo f.le e solo femminile atteso che il corrispondente maschile nciucisso = uomo di poco conto,volgare, intrigante non è attestato e non è usato né nello scritto, né nel parlato comune se non talora solo per dileggio nei confronti di inaffidabili uomini (che sono adusi a propalare in giro i fatti del prossimo, fatti appresi talvolta nell’esercio di funzioni pubbliche, funzioni che imporrebbero la segretezza delle notizie conosciute, segretezza che invece dai pettegoli viene bellamente disattesa!...) solitamente vengono bollati con termini quali parlettiere,mastrisso spallettone e similari ;letteralmente la voce nciucessa vale: donna pettegola, seminatrice di discordia, maldicente, diffamatrice, calunniatrice;etimologicamente si tratta di un deverbale di nciucià = pettegolare, far della maldicenza, diffamare verbo ricavato da una base onomatopeica ciu-ciúriproducente il parlottìo tipico di chi confabuli. dal verbo nciucià è ricavata anche la voce nciucio Partendo dalla premessa che trattasi di voce onomatopeica ne risulta che la n d’avvio di nciucessa, nciucio e nciucià non deriva da un in→’n illativo, ma è una semplice consonante protetica eufonica (come ad. es. è nel caso di nc’è per c’è) ; erra perciò(e parlo dei soliti incolti, illetterati poeti e/o scrittori sedicenti esperti del napoletano) chi scrive ‘nciucessa, ‘nciucio o ’nciucià con un pletorico, ipertrofico ed inutile segno d’aferesi (‘); a margine rammento poi che è l’italiano ad aver derivato (seppure in modo cialtronescamente raffazzonato, avendo ritenuto la n d’avvio, un residuo di in( erroneamente ricostruito); è l’italiano, dicevo che à derivato inciucio dal napoletano nciucià, non il napoletano nciucio ad esser derivato dall’ inciucio italiano (nel qual caso sí che sarebbero state opportune e l’aferesi e la scrittura ‘nciucio); ’ndrammera/’ntrammera, , agg.vo e talora s.vo f.le e solo femminile atteso che il corrispondente maschile ‘ntrammettiere= uomo ,volgare, intrigante,pettegolo non è attestato e non è usato né nello scritto, né nel parlato comune;anche la voce a margine (unica voce con due grafie leggermente diverse) è voce antica ed abbondantemente desueta; letteralmente valse: donna pettegola ed intrigante, inframmettente, linguacciuta, che tesse trame; etimologicamente delle due grafie riportate la seconda (ntrammera) appare quella piú esatta e con ogni probabilità originaria atteso che risulta formata da una consonante eufonica n protetica del s.vo trama (con raddoppiamento espressivo della nasale bilabiale m) e con il suffisso di pertinenza èra; l’altra grafia (ndrammera) è palesemente ricavata dalla originaria ntrammera attraverso la sostituzione della consonante occlusiva dentale sorda t con la piú dolce consonante occlusiva dentale sonora d; palazzola, agg.vo e talora s.vo f.le e ora solo femminile atteso che il corrispondente maschile palazzuolo= è desueto e non è usato né nello scritto, né nel parlato comune;letteralmente la voce a margine fu coniata, quale denominale della voce palazzo, per identificare quelle popolane, ciarliere e petulanti che vivevano ai margini del palazzo reale in cerca di benefattori tra i nobili frequentatori della corte; il maschile palazzuolo un tempo (1750 – 1850 ) fu usato nella medesima accezione del femminile; dopo l’unità (1860) cadde in disuso e venne usato solo nel significato di furbo, abile (forse tenendo presenti gli accorgimenti usati da quei popolani per strappare qualche vantaggio, utilità dai nobili cui si rivolgevano circuendoli con chiacchiere e ciarle; pirchipétola/perchipetolaagg.vo e talora s.vo f.le e solo femminile atteso che il corrispondente maschile pirchipetlo= uomo intrigante,pettegolo non è attestato e non è usato né nello scritto, né nel parlato comune;anche la voce a margine (unica voce con due grafie leggermente diverse) è voce antica ma non desueta; letteralmente valse e vale l’italiano donna ciana, becera, donnaccola pettegola e volgare, linguacciuta, quando non donna di facili costumi con derivazione dell’addizione della voce perchia = perca: pesce acquatico di scarsissimo valore con bocca grossa e ventre ampio e floscio + petola/petula = pettegola, ciarliera; delle medesime infime qualità: bocca grossa (come che sottolineata dal pesante trucco), e ventre ampio e floscio, frutto del tipo di… lavoro comportante spesso gravidanze indesiderate è accreditata la donna di facili costumi detta perchia spesso ciarliera e dunque pirchipétola/perchipétola. E qui faccio punto pensando cosí d’avere cosí accontentati l’amica A. C. e qualche altro dei miei ventiquattro lettori. Satis est. Raffaele Bracale

CÈRA, CÉRA & DINTORNI

CÈRA, CÉRA & DINTORNI L’amica T.M. (al solito, motivi di riservatezza mi impongono di riportar solo le iniziali di nome e cognome di chi mi scrive per sollecitar ricerche), rimasta colpita dall’espressione “M’à fatto ‘na cèra!”pronunciata con aria dispiaciuta e/o compunta mi à chiesto di spiegarla soffermandomi sui tempi e usi dell’espressione, nonché su significato ed etimo del s.vo f.le cèra. L’accontento súbito dicendole che l’espressione napoletana in esame potrebbe esser resa nella corrispondente dell’italiano “Mi à fatto una céra” id est, con valenza negativa: Mi à lanciato un occhiataccia,mi à guardato come per ammonirmi, per richiamarmi, riprendere, rimproverare; o anche, ma con valenza positiva: Mi à lanciato un occhiata compiaciuta ,mi à guardato come per farmi un complimento,compiacersi della mia avvenenza per elogiare, encomiare, lodare . Ò usato il condizionale perché in realtà nell’italiano il s.vo céra (stupido, inutile,erroneo, scorretto adattamento del napoletano cèra e ne vedremo il perché... ) non è usato da solo in senso compiuto in valenza negativa o positiva – come invece càpita con il napoletano – ma esige sempre d’ essere accompagnato da un aggettivo che ne specifichi il senso positivo o negativo: fare una buona/cattiva céra. Il napoletano pur ammettendo costruzioni del tipo fà ‘na bbona/mala cèra (fare una buona/cattiva céra), non si sente vincolato dagli aggettivi e secondo il contesto o il modo con cui vien pronunciata l’espressione esclamatoria “Mi à fatto una céra!” ellittica di aggettivi fa sí che essa assuma da sola significato positivo o negativo, sebbene il piú delle volte, nel parlato comune, sia usata in senso negativo. Da quanto détto se ne ricava che sulla bocca di chi la pronuncia, indirizzata ad adulti o adolescenti,l’espressione può assumere carattere di encomio o di biasimo secondoché venga riportata con toni e modi garbati o dispiaciuti.In italiano la cosa non è possibile ed occorre sempre accompagnare il s.vo céra da un aggettivo che dia all’espressione il significato voluto: positivo o negativo.Per esemplificare dirò che un adolescente che con aria dispiaciuta dicesse: Mammema m’à fatto ‘na cèra!(Mia madre mi à fatto una céra!) vorrebbe certamente dire che la mamma gli à lanciato un’occhiataccia di rimprovero e/o di ammonimento;in italiano per significar la medesima cosa non sarebbe sufficiente esclamare: Mia madre mi à fatto una céra!, ma occorrerebbe dir: Mia madre mi à fatto una cattiva céra!; al contrario una avvenente signorina che con aria soddisfatta comunicasse a’ terzi: Chillu giuvinotto m’à fatto ‘na cèra! (Quel giovanotto mi à fatto una céra) vorrebbe senza dubbio dire che il giovanotto l’à sogguardata con interesse lodandone silenziosamente grazie ed avvenenza. La cosa in italiano esigerebbe l’espressione Quel giovanotto mi à fatto una bella o buona céra! che chiarisse la portata della guardata. Giunti qui possiamo ricordare che il s.vo f.le napoletano cèra fa parte di quei tanti altri termini nati napoletani (ammuina/o,camorra, guaglione, scugnizzo,sfogliatella, vongola etc. e loro derivati) e poi pervenuti ed accolti nella lingua nazionale, sebbene nella fattispecie il s.vo originario cèra è stato accolto nell’olimpo dell’italiano con – mi ripeto uno stupido, inutile,erroneo, scorretto cambiamento della vocale tonica che da è è divenuta é producendo un risibile céra di cui non si avvertiva la necessità in quanto questo céra di significato analogo al napoletano cèra ( aspetto, espressione del viso: avere una buona, una cattiva céra, apparire in buona, in cattiva salute; far buona, cattiva céra, fare buona, cattiva accoglienza) risulta essere omofono ed omografo di altro s.vo céra (nome generico di sostanze plastiche, fusibili a basse temperature, di origine animale o vegetale, costituite da esteri di acidi grassi con alcoli; in partic., la secrezione giallo-bruna delle ghiandole addominali delle api, con cui esse costruiscono i favi e che è usata per fabbricare candele, come impermeabilizzante, in farmacia, in cosmetica ecc.)a che pro cambiar l’accento tonico della parola cèra che evita di per sé confusione con il s.vo céra or ora illustrato che etimologicamente è dal lat. círa(m), avvicinabile al gr. kírós. Diversa è l’etimologia della napoletana cèra che è dal gr. kára 'testa, faccia' che à anche generato il fr. ant. chiere. In chiusura rammento che sarò grato a chi riuscisse convincentemente a spiegarmi il senso di taluni adattamenti operati dall’italiano che si arroga il diritto di mutare aperte vocali etimologiche per sostituirle con le corrispondenti chiuse nel provinciale convincimento che una vocale chiusa (é) sia piú consona alla elegante (?) lingua di Alighieri Dante della corrispondente aperta (è) come càpita ad es. anche con il s.vo nap. fessaria= sciocchezza, stupidata, donde la toscana fesséria di significato analogo, dove il toscano trasforma senza motivo una a etimologica ( fessaria è un derivato di fessa) per adottare una piú chiusa e ( e l’originaria fessaria vien trasformata in fesseria. E qui penso di poter far punto convinto d’avere esaurito l’argomento, soddisfatto l’amica T.M., interessato qualcuno dei miei ventiquattro lettori ed incuriosito chi dovesse leggere queste paginette. Satis est. Raffaele Bracale

giovedì 24 maggio 2012

VARIE 1865

1.DALLE E DDALLE 'O CUCUZZIELLO ADDEVENTA TALLO. Letteralmente: dagli e dagli la zucchina diventa tallo.Id est: ad insistere sempre sulla medesima questione si finisce male, come a cogliere zucchini continuamente non ne restano che le foglie. Il tallo (dal lat. tàllu(m), dal gr. tàllós 'germoglio', deriv. di thállein 'fiorire')è la foglia commestibile delle cucurbitacee, ma pure essendo edibile è sempre meno pregiata o gustosa della zucchina che già di suo non è molto saporita. 2. QUANN'È PE VIZZIO, NUN È PECCATO! Letteralmente: Quando dipende da un vizio, non è peccato. A prima vista parrebbe che la locuzione si ponga agli antipodi della morale cristiana che considera peccato anche i vizi, soprattutto i capitali; ma tenendo presente che il vizzio(correttamente scritto con due zete in napoletano) della locuzione è il vitium latino, ovvero il mero difetto,errore si comprenderà la reale portata della frase che scusa la cattiva azione generata non per dolo, ma per mero difetto o errore. 3. PASSASSE LL'ANGELO E DICESSE: AMMENNE! Letteralmente: Possa passare un angelo e dire "Cosí sia!" La locuzione usata come in epigrafe con il congiuntivo ottativo la si adopera per augurarsi che accada qualcosa, sia nel bene che nel male; usata con l'indicativo à finalità imprecativa, mentre usata con il passato remoto serve quasi a spiegare che un determinato accadimento, soprattutto negativo è avvenuto perchè, l'angelo invocato è realmente passato ed à con il suo assenso prodotto il fatto paventato da taluno e augurato invece da un di lui nemico. 4. VA TRUVANNO: 'MBRUOGLIO, AIUTAME. Letteralmente: va alla ricerca di un imbroglio che lo soccorra. Cosí a Napoli si dice di chi in situazioni difficili e senza apparenti vie di scampo, si rifugi nell'astuzia, nell'inganno, in situazioni ingarbugliate rimestando nelle quali spera di trovare l'aiuto alla soluzione dei problemi 5. PARE PASCALE PASSAGUAJE. Letteralmente: sembra Pasquale passaguai. Cosí sarcasticamente viene appellato chi si va reiteratamente lamentando di innumerevoli guai che gli occorrono, di sciagure che - a suo dire, ma non si sa quanto veridicamente - si abbattono su di lui rendendogli la vita un calvario di cui lamentarsi, compiangendosi, con tutti.Il nome Pasquale usato nell’espressione è mutuato da un tal Pasquale Barilotto personaggio del teatro pulcinellesco di A. Petito, personaggio comicamente perseguitato continuamente da malasorte ed affanni, spesso solo paventati ma in realtà inesistenti. 6. PARÉ 'O PASTORE D''A MERAVIGLIA. Letteralmente: sembrare un pastore della meraviglia Id est: avere l'aria imbambolata, incerta, statica ed irresoluta quale quella di certuni pastori del presepe napoletano settecentesco raffiguratiin pose stupite ed incantate per il prodigio cui stavano assistendo; tali figurine in terracotta il popolo napoletano suole chiamarle appunto pasture d''a meraviglia, traducendo quasi alla lettera l'evangelista LUCA che scrisse: pastores mirati sunt. 7.MEGLIO A SAN FRANCISCO CA 'NCOPP' Ô MUOLO. Letteralmente: meglio (stare) in san Francesco che sul molo. Id est: di due situazioni ugualmente sfavorevoli conviene scegliere quella che comporrti minor danno. Temporibus illis in piazza san Francesco,nei pressi di porta Capuana a Napoli, in quello che era stato il convento francescano dei cosiddetti monaci di sant’Anna e sino a non molto tempo fa ospitavano gli uffici della pretura, erano ubicate le carceri, mentre sul Molo grande era innalzato il patibolo che poi fu spostato in piazza Mercato; per cui la locuzione significa: meglio carcerato e vivo, che morto impiccato. 8. FÀ ‘E UNO TABBACCO P''A PIPPA. Letteralmente: far di uno tabacco per pipa. Id est ridurre a furia di percosse qualcuno talmente a mal partito al punto da trasformarlo, sia pure metaforicamente, in minutissimi pezzi quasi come il trinciato per pipa. 9. FÀ TRENTA E UNA TRENTUNO. Quando manchi poco per raggiungere lo scopo prefisso, conviene fare quell'ultimo piccolo sforzo ed agguantare la meta: in fondo da trenta a trentuno v'è un piccolissimo lasso. La locuzione rammenta l'operato di papa Leone X che fatti 30 cardinali, in extremis ne creò, senza che ce ne fosse necessità o urgenza, un trentunesimo. 10.ESSERE CARTA CANUSCIUTA. Letteralmente: essere carta nota. Id est: godere di cattiva fama, mostrarsi inaffidabile e facilmente riconoscibile alla medesima stregua di una carta da giuoco opportunamente "segnata" dal baro che se ne serve. 11. ESSERE CCHIÚ FETENTE 'E 'NA RECCHIA 'E CUNFESSORE. Letteralmente: essere piú sporco di un orecchio di confessore. L'icastica espressione viene riferita ad ogni persona assolutamente priva di senso morale, capace di ogni nefandezza; tale individuo è parificato ad un orecchio di confessore, non perché i preti vivano con le orecchie sporche, ma perché i confessori devono, per il loro ufficio, prestare l'orecchio ad ogni nefandezza e alla summa dei peccati che vengono quasi depositati nell'orecchio del confessore, orecchio che ne rimane metaforicamente insozzato. 12. 'O RIALO CA FACETTE BERTA Â NEPOTA: ARAPETTE 'A CASCIA E LLE DETTE 'NA NOCE. Letteralmente : il regalo che fece Beerta alla nipote: aprí la cassa e le regalò una noce. La locuzione è usata per sottolineare l'inconsistenza di un dono, specialmente quando il donatore lascerebbe intendere di essere intenzionato a fare grosse elargizioni che, all'atto pratico, risultano invece essere parva res. 13. 'E PPAZZIE D''E CANE FERNESCENO A CCAZZE 'NCULO. Letteralmente: i giochi dei cani finiscono con pratiche sodomitiche. Id est: i giuochi di cattivo gusto finiscono inevitabilmente per degenerare, per cui sarebbe opportuno non porvi mano per nulla. La icastica locuzione prende l'avvio dalla osservazione della realtà allorché in una torma di cani randagi si comincia per gioco a rincorrersi e a latrarsi contro l'un l'altro e si finisce per montarsi vicendevolmente; la postura delle bestie fa pensare sia pure erroneamente a pratiche sodomitiche. 14. AMICIZIA STRETTA, SE SPEZZA CU 'NA MAZZA. Letteralmente: un'amicizia stretta si spezza (solo) con un bastone; id est: bisogna ricorrere alla violenza per sciogliere un'amicizia di vecchia data, ben rinsaldata; occorrono gravi ed importanti ragioni per troncare un’autentica amicizia, che non viene meno per futili motivi. 15. TANNO SE CHIAMMA GRANO, QUANNO STA 'INT' Â VOTTA. Letteralmente: allora si chiama grano, quando sarà nella botte. Id est: per potersi vantare di taluni risultati, occorre prima conseguirli; non ci si deve vestire della pelle dell'orso prima d'aver ammazzato il suddetto animale. La locuzione in epigrafe ripete le parole che un tal contadino disse al figliuolo che si vantava di un gran raccolto prima della mietitura. 16.TRE CCALLE E MMESCAMMÉCE. Letteralmente: tre cavalli(cioè mezzo tornese) e mescoliamoci. Cosí, sarcasticamente, è definito a Napoli colui che, con pochissima spesa, ama intromettersi nelle faccende altrui, per dire la sua. Il tre ccalle era una moneta di infimo valore; su una delle due facce v'era raffigurato un cavallo rampante, poi simbolo della città di Napoli, da cui per contrazione ca(va)llo prese il nome di callo, ed al plurale calle La locuzione significa: con poca spesa ci si interessa delle faccende altrui. 17. CHI SE FA MASTO, CADE DINT' Ô MASTRILLO. Letteralmente: chi si fa maestro, finisce per essere intrappolato. L'ammonimento della locuzione a non ergersi maestri e domini delle situazioni, viene rivolto soprattutto ai presuntuosi e supponenti che son soliti dare ammaestramenti o consigli non richiesti, ma poi finiscono per farte la fine dei sorci presi in trappola proprio da coloro che pretendono di ammaestrare. masto = maestro, mastro (dal lat. magistru(m)→ma(gi)st(r)u(m)→masto, deriv. di magis 'di piú, molto' mastrillo = trappola per topi ( dal lat. mustriculu(m). 18. TUTTO A GGIESÚ E NIENTE A MMARIA. Letteralmente: tutto a Gesú e niente a Maria; ma non è un incitamento a conferire tutta la propria devozione a Gesú e a negarla alla Vergine; è invece l'amara constatazione che fa il napoletano davanti ad una iniqua distribuzione di beni di cui ci si dolga, nella speranza che chi di dovere si ravveda e provveda ad una piú equa redistribuzione. Il piú delle volte però non v'è ravvedimento e la faccenda non migliora per il petente. 19. CHI GUVERNA 'A RROBBA 'E LL'ATE NUN SE COCCA SENZA ‘O MMAGNATO. Letteralmente: chi amministra i beni altrui, non va a letto digiuno. Disincantata osservazione della realtà che piú che legittimare comportamenti che viceversa integrano ipotesi di reato, denuncia l'impossibilità di porvi riparo: gli amministratori di beni altrui sono incorreggibili ladri! 20. PARÉ LL'OMMO 'NCOPP'Â SALERA Letteralmente: sembrare l'uomo sulla saliera. Id est: sembrare, meglio essere un uomo piccolo e goffo, un omuncolo simile a quel Tom Pouce, pagliaccio inglese d’un circo venuto a Napoli sul finire del 1860, molto piccolo e ridicolo preso a modello dagli artigiani napoletani che lo raffigurarono a tutto tondo sulle stoviglie in terracotta di uso quotidiano. Per traslato, l'espressione viene riferita con tono di scherno verso tutti quegli omettini che si danno le arie di esseri prestanti fisicamente e/o moralmente, laddove sono invece l'esatto opposto. 21. FÀ COMME A SANTA CHIARA CA DOPP' ARRUBBATA CE METTETERO 'E PPORTE 'E FIERRO. Letteralmente: far come per santa Chiara; dopo che fu depredata le si apposero porte di ferro. Id est: correre ai ripari quando sia troppo tardi, quando si sia già subíto il danno paventato, alla stessa stregua di ciò che accadde per la basilica di santa Chiara che fu provvista di solide porte di ferro in luogo del preesistente debole uscio di legno, ma solo quando i ladri avevano già perpetrato i loro furti in danno della antica chiesa partenopea. 22. 'A CAPA 'E LL'OMMO È 'NA SFOGLIA 'E CEPOLLA. Letteralmente: la testa dell'uomo è una falda di cipolla. E' il filosofico, icastico commento di un napoletano davanti a comportamenti che meriterebbero d'esser censurati e che si evita invece di criticare, partendo dall'umana considerazione che quei comportamenti siano stati generati non da cattiva volontà, ma da un fatto ineluttabile e cioé che il cervello umano è labile e deperibile ed inconsistente alla stessa stregua di una leggera, sottile falda di cipolla. 23. NUN TENÉ VOCE 'NCAPITULO. Letteralmente: non aver voce nel capitolo. Il capitolo della locuzione è il consesso capitolare dei canonaci della Cattedrale; solo ad alcuni di essi era riservato il diritto di voto e di intervento in una discussione. La locuzione sta a significare che colui a cui è rivolta l'espressione non à nè l'autorità, nè la capacità di esprimere pareri o farli valere, non contando nulla. 24. MENARSE DINT' Ê VRACHE... Letteralmente: buttarsi nelle imbracature. Id est: rallentare il proprio ritmo lavorativo, lasciarsi prendere dalla pigrizia, procedere a rilento. L'icastica espressione che suole riferirsi al lento agire soprattutto dei giovani, prende l'avvio dall'osservazione del modo di procedere di cavalli che quando sono stanchi, sogliono appoggiarsi con le natiche sui finimenti posteriori detti vrache (imbracature) proprio perché imbracano la bestia. 25. CHI POCO TÈNE, CARO TÈNE. Letteralmente: Chi à poco, lo tiene da conto. Id est: il povero non può essere generoso 26. LASSA CA VA A FFUNNO 'O BASTIMENTO, ABBASTA CA MÒRONO 'E ZZOCCOLE. Letteralmente: lascia che affondi la nave, purchè muoiano i ratti. Con questa locuzione si suole commentare l'azione spericolata di chi è disposto anche al peggio pur di raggiungere un suo precipuo, improcrastinabile scopo; proverbio nato nell'ambito marinaresco tenendo presente le lotte che combattevano i marinai con i ratti che infestavano le navi. 27. NCE VONNO CAZZE 'E VATECARE PE FÀ FIGLIE CARRETTIERE Letteralmente: occorrono membri da vetturali per generare figli carrettieri Id est: per ottenere i risultati sperati occorre partire da adeguate premesse; addirittura nella locuzione si adombra quasi la certezza che taluni risultati non possano essere raggiunti che per via genetica, quasi che ad esempio il mestiere di carrettiere non si possa imparare se non si abbia un genitore vetturale di bestie da soma... Vatecare s.m. pl. di vatecaro= vetturale, carrettiere che trasporta merci, che guida bestie da soma; quanto all’etimo è un denominale dell’agg.vo lat. viaticus=relativo al viaggio 28. SI MINE 'NA SPORTA 'E TARALLE 'NCAPO A CHILLO, NUN NE VA MANCO UNO 'NTERRA Letteralmente: se butti il contenuto di una cesta di taralli sulla testa di quello non ne cade a terra neppure uno (stanti le frondose ed irte corna di cui è provvista la testa e nelle quali, i taralli rimarrebbero infilati). Icastica ed iperbolica descrizione di un uomo molto tradito dalla propria donna. 29. MUNTAGNE E MUNTAGNE NUN S'AFFRONTANO. Letteralmente: (Solo) le montagne non si scontrano con le proprie simili. È una velata minaccia di vendetta con la quale si vuol lasciare intendere che si è pronti a scendere ad un confronto anche cruento, stante la considerazione che solo i monti sono immobili... 30. FACCIA 'E TRENT'ANNE 'E FAVE. Letteralmente: faccia da trent'anni di fava. Offesa gravissima con la quale si suole bollare qualcuno che abbia un volto poco rassicurante, da galeotto, dal quale non ci si attende niente di buono, anzi si paventano ribalderie. La locuzione fu coniata tenendo presente che la fava secca era il cibo quasi quotidiano che nelle patrie galere veniva somministrato ai detenuti; i trent'anni rammentano il massimo delle detenzione comminabile prima dell'ergastolo; per cui un individuo condannato a trent'anni di reclusione si presume si sia macchiato di colpe gravissime e sia pronto a reiterare i reati, per cui occorre temerlo e prenderne le distanze. 31.SPARÀ A VRENNA. Letteralmente: sparare a crusca. Id est: minacciare per celia senza far seguire alle parole , i fatti minacciati. L'espressione la si usa quando ci si riferisca a negozi, affari che si concludono in un nulla di fatto e si ricollega ad un'abitudine dell'esercito borbonico i cui proiettili, durante le esercitazioni, erano caricati con crusca, affinchè i colpi non procurassero danno alla truppa che si esercitava. Vrenna s.f. = crusca, residuo della macinazione dei cereali costituito dagli involucri dei semi; è usato soprattutto come alimento per il bestiame | (pop.) lentiggini. La voce napoletana vrenna è da un lat. med. brinna, mentre la voce italiana crusca è dal germanico *kruska. 32. 'E SCIABBULE STANNO APPESE E 'E FODERE CUMBATTONO. Letteralmente: le sciabole stanno attaccate al chiodo e i foderi duellano. L'espressione è usata per sottolineare tutte le situazioni nelle quali chi sarebbe deputato all'azione, per ignavia o cattiva volontà si è fatto da parte lasciando l'azione alle seconde linee, con risultati chiaramente inferiori alle attese. 33. 'A TAVERNA D''O TRENTUNO. Letteralmente: la taverna (bettola, osteria dal lat. taberna(m)) del trentuno. Cosí, a Napoli sogliono, inalberandosi, paragonare la propria casa tutte quelle donne che vedono i propri uomini e la numerosa prole ritornare in casa alle piú disparate ore, pretendendo che venga servito loro un veloce pasto caldo. A tali pretese, le donne si ribellano affermando che la casa non è la taverna del trentuno, nota bettola del contado napoletano, situata in quel della zona vecchia di Pozzuoli in via san Rocco (oggi 16), all’insegna : Taverna del trenta e trentuno che prendeva il nome dal civico dove era ubicata e che aveva due ingressi contigui: ai civici 30 e 31, bettola dove si servivano i pasti in modo continuato a qualsiasi ora del giorno e della notte 34. 'A VACCA, PE NUN MOVERE 'A CODA SE FACETTE MAGNÀ 'E PPACCHE DÊ MOSCHE. Letteralmente: la mucca per non voler muovere la coda, si lasciò mangiare le natiche dalle mosche. Lo si dice degli indolenti e dei pigri che son disposti a subire gravi nocumenti e non muovono un dito per evitarli alla stessa stregua di una vacca, bestia notoriamente inadatta al lavoro, escluso quello di lasciarsi mungere, bestia accidiosa che assalita dalle mosche per non sottostare alla fatica di agitare la coda, lascia che le mosche le pizzichino il fondo schiena! E che la vacca sia bestia inadatta al lavoro è confermato nel detto che segue. 35. ZAPPA 'E FEMMENA E SURCO 'E VACCA, MALA CHELLA TERRA CA L'ANCAPPA. Ad litteram:Povera quella terra che sopporta una zappatura operata da una donna ed un solco prodotto dal lavoro di una mucca(invece che di un bue).Proverbio marcatamente maschilista, nato in ambito contadino, nel quale è adombrata la convinzione che il lavoro femmineo, non produce buoni frutti e sia anzi deleterio per la terra. 36. TRASÍ O PASSÀ CU 'A SCOPPOLA. Letteralmente: entrare o passare con lo scappellotto. Id est: entrare in teatro o altri luoghi pubblici come musei o pinacoteche o mostre artistiche senza pagare e senza le necessarie credenziali: biglietti o inviti. La locuzione fotografa il benevolo comportamento di taluni custodi che son soliti fare entrare i ragazzi senza pagare il dovuto, spingendoli dentro con un compiacente scappellotto. Per traslato la locuzione si attaglia a tutte quelle situazioni dove gratuitamente si ottengono benefíci per la magnanimità di coloro che invece dovrebbero controllare. brak

VARIE 1864

1.QUANNO 'A GALLINA SCACATEA, È SSIGNO CA À FATTO LL'UOVO. Letteralmente: quando la gallina starnazza vuol dire che à fatto l'uovo. Id est: quando ci si scusa reiteratamente, significa che si è colpevoli. 2. QUANNO SÎ 'NCUNIA STATTE E CQUANNO SÎ MARTIELLO VATTE Letteralmente: quando sei incudine sta fermo, quando sei martello, percuoti. Id est: ogni cosa va fatta nel momento giusto, sopportando quando c'è da sopportare e passando al contrattacco nel momento che la sorte lo consente perché ti è favorevole. 3.MIÉTTELE NOMME PENNA! Letteralmente: Chiamala penna! La locuzione viene usata, quasi volendo consigliare e suggerire rassegnazione, allorchè si voglia far intendere a qualcuno che à irrimediabilmente perduto una cosa, un oggetto, divenuto quasi piuma d'uccello. La piuma essendo una cosa leggera fa presto a volar via, come sparisce un oggetto prestato a qualcuno che per solito non restituisce ciò che à ottenuto in prestito. A maggior conferma del fatto si usa dire che se il prestito fosse una cosa buona, si impresterebbe la moglie... 4. FÀ 'O FARENELLA. Letteralmente:fare il farinello. Id est: comportarsi da vagheggino, da manierato cicisbeo. L'icastica espressione non si riferisce - come invece erroneamente pensa qualcuno - all'evirato cantore settecentescoCarlo Broschi detto Farinelli(Andria, 24 gennaio 1705 – † Bologna, 16 settembre 1782),ma prende le mosse dall'ambito teatrale dove le parti delle commedie erano assegnate secondo rigide divisioni. All'attor giovane erano riservate le parti dell'innamorato o del cicisbeo. E ciò avveniva sempre anche quando l'attore designato , per il trascorrere del tempo non era più tanto giovane e allora per lenire i danni del tempo era costretto a ricorre più che alla costosa cipria, alla più economica farina. 5.À FATTO 'O PIRETO 'O CARDILLO. Letteralmente: Il cardellino à fatto il peto. Commento salace ed immediato che il popolo napoletano usa quando voglia sottolineare la risibile performance di un insignificante e maldestro individuo che per sue limitate capacità ed efficienza non può produrre che cose di cui non può restar segno o memoria come accade appunto delle insignificanti flautolenze che può liberare un piccolo cardellino. 6.PIGLIARSE 'O PPUSILLECO. Letteralmente: Prendersi il Posillipo. Id est: 1)Darsi il buon tempo, accompagnarsi ad una bella donna, per trascorrere un po' di tempo in maniera gioiosa.2) Prendersi giuoco di qualcuno, molestarlo 3)In senso antifrastico e furbesco la locuzione sta per: buscarsi la lue. La locuzione fa riferimento ad una famosa collina partenopea Posillipo,che dal greco Pausillipon significa tregua all'affanno, luogo amenissimo dove gli innamorati son soliti appartarsi. 7.NUN LASSÀ 'A VIA VECCHIA P''A VIA NOVA, CA SAJE CHELLO CA LASSE E NUN SAJE CHELLO CA TRUOVE! Letteralmente: Non lasciare la via vecchia per la nuova, perchè conosci ciò che lasci e ignori ciò che trovi. L'adagio consiglia cioè di non imboccare strade diverse da quelle note, ché, se così si facesse si andrebbe incontro all'ignoto, con conseguenze non facilmente valutabili e/o sopportabili. 8.PETRUSINO, ÒGNE MENESTA. Letteralmente: Prezzemolo in ogni minestra. Così è detto l'incallito presenzialista, che non si lascia sfuggire l'occasione di esser presente,di intromettersi in una discussione e dire la sua, quasi come il prezzemolo che si usa mettere in quasi tutte le pietanze o salse parttenopee. 9.ACQUA CA NUN CAMMINA, FA PANTANO E FFÈTE. Letteralmente: acqua che non corre, ristagna e puzza. Id est: chi fa le viste di zittire e non partecipare, è colui che trama nell'ombra e che all'improvviso si appaleserà con la sua puzza per il tuo danno! 10.'NFILA 'NU SPRUOCCOLO DINTO A 'NU PURTUSO! Letteralmente: Infila uno stecco in un buco! La locuzione indica una perentoria esortazione a compiere l'operazione indicata che deve servire a farci rammentare l'accadimento di qualcosa di positivo, ma talmente raro da doversi tenere a mente mediante un segno ben visibile come l'immissione di un bastoncello in un buco di casa, per modo che passandovi innanzi e vedendolo ci si possa rammentare del rarissimo fatto che si è verificato.Espressione marcata su analoga operazione fatta ai tempi dell’antica Roma allorché a fini eponimi veniva ogni anno infisso un chiodo in una parete del tempio di Giove. Per intenderci, l'espressione viene usata, a sapido commento allorchè, per esempio, un uomo politico mantiene una promessa, una donna è puntuale ad un appuntamento et similia. 11.ASTIPATE 'O MILO PE CQUANNO TE VÈNE SETE. Letteralmente:Conserva la mela, per quando avrai sete. Id est: Non bisogna essere impazienti; non si deve reagire subito sia pure a cattive azioni ricevute;insomma la vendetta è un piatto da servire freddo, allorché se ne avvertirà maggiormente la necessità. 12. PUOZZ'AVÉ MEZ'ORA 'E PETRIATA DINTO A 'NU VICOLO ASTRITTO E CA NUN SPONTA, FARMACIE 'NCHIUSE E MIEDECE GUALLARUSE! Imprecazione malevola rivolta contro un inveterato nemico cui si augura di sottostare ad una mezz'ora di lapidazione subìta in un vicolo stretto e cieco, che non offra cioè possibilità di fuga e a maggior cordoglio gli si augura di non trovare farmacie aperte ed imbattersi in medici erniosi e pertanto lenti al soccorso. 13.AJE VOGLIA 'E METTERE RUMMA, 'NU STRUNZO NUN ADDIVENTA MAJE BABBÀ. Letteralmente: Puoi anche irrorarlo con parecchio rum,tuttavia uno stronzo non diventerà mai un babà. Id est: un cretino, uno sciocco per quanto si cerchi di truccarlo, edulcorare o esteriormente migliorare, non potrà mai essere una cosa diversa da ciò che è... 14.NUN CAGNÀ MAJE À VIA VECCHIA P'’A NOVA, CA SAJE CHELLO CA LASSE E NUN SAJE CHELLO CA TRUOVE. Non cambiare mai la strada vecchia per la nuova perché conosci ciò che lasci, mna non quello che troverai.. Id est: Continua ad utilizzare i vecchi metodi già validi e sperimentati invece che quelli nuovi dubbi ed incerti. 15. SI 'A MORTE TENESSE CRIANZA, ABBIASSE A CHI STA 'NNANZE. Letteralmente: Se la morte avesse educazione porterebbe via per primi chi è più innanzi, ossia è più vecchio... Ma, come altrove si dice: ‘a morte nun tène crianza... (la morte non à educazione), per cui non è possibile tenere conti sulla priorità dei decessi. 16. PURE 'E CUFFIATE VANNO 'MPARAVISO. Anche i corbellati vanno in Paradiso. Così vengono consolati o si autoconsolano i dileggiati prefigurando loro o auto prefigurandosi il premio eterno per ciò che son costretti a sopportare in vita. Il cuffiato è chiaramente il corbellato cioè il portatore di corbello (in arabo: quffa) 17. 'O PURPO SE COCE CU LL'ACQUA SOJA. Letteralmente: il polpo si cuoce con la propria acqua, non à bisogno di aggiunta di liquidi. Id est: Con le persone di dura cervice o cocciute è inutile sprecare tempo e parole, occorre pazientare e attendere che si convincano da se medesime. 18.'A GATTA, PE GGHÍ 'E PRESSA, FACETTE 'E FIGLIE CECATE. La gatta, per andar di fretta, partorì figli ciechi. La fretta è una cattiva consigliera. Bisogna sempre dar tempo al tempo, se si vuol portare a termine qualcosa in maniera esatta e confacente. 19.FÀ 'E CCOSE A CAPA 'E 'MBRELLO. Agire a testa (manico) di ombrello. Il manico di ombrello è usato eufemisticamente in luogo di ben altre teste. La locuzione significa che si agisce con deplorevole pressappochismo, disordinatamente, grossolanamente, alla carlona. 20. CHI NUN SENTE A MMAMMA E PPATE, VA A MMURÍ ADDÓ NUN È NNATO... Letteralmente: chi non ascolta i genitori, finisce per morire esule. Id est: bisogna ascoltare e mettere in pratica i consigli ricevuti dai genitori e dalle persone che ti vogliono bene, per non incorrere in disavventure senza rimedio. 21.È GGHIUTA 'A MOSCA DINT' Ô VISCUVATO... Letteralmente: È finita la mosca nella Cattedrale. È l'icastico commento profferito da chi si lamenta d' un risibile asciolvere somministratogli, che non gli à tolto la fameIn effetti un boccone nello stomaco, si sperde, quasi come una mosca entrata in una Cattedrale... Per traslato la locuzione è usata ogni volta che ciò che si riceve è parva res, rispetto alle attese... 22.CU 'NU SÍ TE 'MPICCE E CU 'NU NO TE SPICCE. Letteralmente: dicendo di sì ti impicci, dicendo no ti sbrighi. La locuzione contiene il consiglio, desunto dalla esperienza, di non acconsentire sempre, perché chi acconsente, spesso poi si trova nei pasticci... molto meglio, dunque, è il rifiutare, che può evitare fastidi prossimi o remoti. Brak