domenica 22 luglio 2018

ESPRESSIONI 1


1.'A CARNE SE VENNE Â CHIANCA
'A carne se venne â chianca. Ad litteram: La carne viene venduta in macelleria. Id est: per acquistare qualcosa bisogna rivolgersi al suo commerciante o per ottenere alcunché bisogna necessariamente rivolgersi a chi ne sia esperto; insomma per ottenere qualcosa, non ci  si può fidare del dilettante o  di chi  improvvisi, ma bisogna rivolgersi sempre al competente ed al professionista.
Chianca beccheria, macelleria (dal lat. planca(m)=panca di legno  perché un tempo la carne era esposta e sezionata per la vendita al minuto, su di un tavolo di legno; normale il passaggio di pl→chi (cfr. plus→cchiú – plena(m)→chiena - plumbeum→chiummo etc.).

2 . CHI CAMPA STURTARIELLO CAMPA BUNARIELLO, CHI CAMPA ADDRITTO...CAMPA AFFLITTO!
Chi vive di sotterfugi e di espedienti riesce sempre a sbarcare il lunario, chi vuol vivere in modo retto e corretto troverà sempre tante difficoltà sul suo cammino.


3. ANCÒRA NUN È PPRENA MARIANNA E GGIÀ ÀNNO SPASO FASCIATORE E PPANNE.
Letteralmente: Marianna non è ancora incinta e già ànno sciorinato fasce e pannolini Locuzione proverbiale usata a divertito commento delle azioni di chi si predispone e si prepara a qualcosa con evidente eccessivo anticipo.

4. A PPAVÀ I A MMURÍ, QUANNO CCHIÚ TARDE SE PO’
Ad litteram: A pagare ed a morire, quando piú tardi sia possibile... Id est:
È buona norma il tentare di rimandare sine die due cose ugualmente nocive: il pagare ed il decedere.


5.'E VRUOCCOLE SO' BBUONE DINT’ Ô LIETTO.
Letteralmente: i broccoli sono buoni nel letto. Per intendere il significato del proverbio bisogna rammentare che a Napoli con la parola vruoccole si intendono sia la tipica verdura che per secoli i napoletani mangiarono,tanto da esser ricordati come "mangiafoglie"(prima di abdicare a questo nome – ceduto ai villici – per assumere quello di “mangiamaccheroni”), sia le moine, le carezze che gli innamorati son soliti scambiarsi specialmente nell'intimità, moine che semanticamente sono per traslato appaiate ai broccoli perché come questi ultimi son fatte di tenerezza; il proverbio sembra ripudiare ormai la verdura per apprezzare solo i vezzi degli innamorati.

6. ZAPPA 'E FEMMENA E SSURCO 'E VACCA, MALA CHELLA TERRA CA L'ANCAPPA.
Ad litteram:Povera quella terra che sopporta una zappatura operata da una donna ed un solco prodotto dal lavoro di una mucca(invece che di un bue).Proverbio marcatamente maschilista, nato in ambito contadino, nel quale è adombrata la convinzione che il lavoro femmineo, non produce buoni frutti e sia anzi deleterio per la terra.
7. AMICE E VVINO ÀNNO 'A ESSERE VIECCHIE! Adlitteram: gli amici ed il vino (per essere buoni) devono essere di antica data.
8.'A MEGLIA VITA È CCHELLA D''E VACCARE PECCHÉ, TUTTA 'A JURNATA, MANEJANO ZIZZE E DDENARE. Ad litteram: la vita migliore è quella degli allevatori di bovini perché trascorrono l'intera giornata palpando mammelle (per la mungitura delle vacche)e contando il denaro (guadagnato con la vendita dei prodotti caseari); per traslato: la vita migliore è quella che si trascorre tra donne e danaro.
 9. 'O TURCO FATTO CRESTIANO, VO' 'MPALÀ TUTTE CHILLE CA GGHIASTEMMANO.
Ad litteram: il turco diventato cristiano vuole impalare tutti i bestemmiatori. Id est: I neofiti sono spesso troppo zelanti e perciò pericolosissimi.
10.'O PATATERNO ADDÓ VEDE 'A CULATA, LLA SPANNE 'O SOLE
Ad litteram: il Padreterno dove vede un bucato sciorinato, lí invia il sole. Id est: la bontà e la provvidenza del Cielo sono sempre presenti là dove occorrono.
11.'O GALANTOMO APPEZZENTÙTO, ADDEVENTA 'NU CHIAVECO.
Ad litteram: il galantumo che va in miseria, diventa un essere spregevole. In effetti la disincantata osservazione della realtà dimostra che chi perde onori e gloria, diventa il peggior degli uomini giacché si lascia vincere dall'astio e dal livore verso coloro che il suo precedente status gli consentiva di tenere sottomessi e che nella nuova situazione possono permettersi di alzare la testa e contrattare alla pari con lui.
12. ‘E FRAVECATURE, CACANO 'NU POCO PE PPARTE E NNUN PULEZZANO MAJE A NNISCIUNU PIZZO.
Ad litteram: i muratori defecano un po' per parte, ma non nettano nessun luogo che ànno imbrattato. Il proverbio, oltre che nel suo significato letterale è usato a Napoli per condannare l'operato di chi inizia ad occuparsi di cento faccende, ma non ne porta a compimento nessuna, lasciando ovunque le tracce del proprio passaggio.

13. LL'UOCCHIE SO' FFATTE PE GUARDÀ, MA 'E MMANE PE TUCCÀ.
Ad litteram: gli occhi sono fatti per guardare, ma le mani (son fatte) per toccare. Con questo proverbio, a Napoli, sogliono difendere (quasi a mo' di giustificazione) il proprio operato, quelli che - giovani o vecchi che siano - sogliono azzardare furtivamente o meno palpeggiamenti delle rotondità femminili.

14.DICETTE ‘O PAPPICE VICINO Â NOCE: "DAMME ‘O TIEMPO CA TE SPERTOSO!"
Disse il tonchio alla noce "dammi il tempo che ti foro".Anche chi non sia dotato di molta prestanza fisica può ottenere – con il tempo e l’applicazione – i risultati sperati.  


15.CHISTO È ‘NA GALLETTA CA NUN SE SPOGNA!
Ad litteram: Costui è una galletta che non si (riesce a) spugnare. Icastica espressione partenopea usata sarcasticamente nei confronti di qualcuno che sia cosí tanto avaro o cosí tanto restio a conferire la propria opera da poter esser messo a paragone ad una galletta (dal francese galette, deriv. di galet, ant. gal 'ciottolo', per la forma e/o durezza) quel tipico pane biscottato, a forma di focaccia, conservabile per lunghissimo tempo, pane impastato con pochissimo lievito e perciò durissimo; tali gallette un tempo entrarono a far parte delle razioni alimentari dei soldati (fanti o marinai) ma pure delle delle riserve alimentari dei pescatori che le preferirono al pane giacché non ammuffivano e si conservavano per un tempo quasi indeterminato. Per potersene nutrire militari e pescatori usavano mettere a mollo in acqua di fonte o addirittura di mare...) le gallette fino a che, non se ne fossero ben bene imbibite, diventando morbidi ed edibili; tale operazione fu detta in napoletano spugnatura che come significato non corrisponde alla omofona ed omografa spugnatura della lingua italiana dove significa, quale deverbale di spugnare:(che è un denominale di spugna dal lat. spongia(m), dal gr. sponghía) il bagnarsi, lo strofinarsi per mezzo di una spugna; in partic., lo spremere spugne imbevute di acqua o di liquidi medicamentosi su parti del corpo a scopo terapeutico; la spugnatura napoletana invece, quantunque pur essa derivata di spugna dal lat. spongia(m), dal gr. sponghía indica esattamente l’operazione di mettere a mollo in acqua o altro liquido (brodo) le gallette spezzettate per modo che si imbibiscano d’acqua, brodo etc. a mo’ di una spugna, ammorbidendosi; cosa che non si può dire del protagonista della locuzione in epigrafe, protagonista che è cosí duro di cuore e/o volontà che mai lo si riuscirebbe ad ammorbidire convincendolo ad allargare i cordoni della propria borsa o convincendolo a prestar la propria opera a pro di terzi. chisto = questo, costui ( dal lat. volg. *(ec)cu(m) istu(m), propr. 'ecco questo') agg.vo e qui pronome dimostrativo; come agg. dimostr. [precede sempre il sostantivo] indica persona o cosa vicina, nel tempo o nello spazio, a chi parla o indica persona o cosa di cui si sta parlando o anche vale simile, siffatto, di questo genere ( ad es. nun ascí cu chistu tiempo! = non sortire con un tempo simile!); come pron. dimostr. indica persona o cosa vicina a chi parla, o persona o cosa della quale si sta parlando; o ciò, la cosa di cui si parla;


16.NUN FÀ BBENE Ô PEZZENTE CA NCE ‘O PPIERDE!
Ad litteram: Non far del bene ad un povero ché lo perdi. Id est: Il bene fatto a chi è veramente povero è irrimediabilmente perduto;infatti in caso di prestito il povero non sarà mai in grado di restituire la cosa avuta in prestito, in caso di liberalità non si otterrà nemmeno riconoscenza: chi è povero, veramente povero per il suo stesso status è purtroppo proclive all’invidia anche del proprio benefattore!
 17.CHI TÈNE CCHIÚ PPORVERA SPARA E LL’ATE SÈNTENO ‘E BBOTTE.
Ad litteram: Colui che à piú polvere spara e gli altri sentono i botti (prodotti dagli spari). Ancóra un’antica eloquente, icastica locuzione usata per significare (prendendo a modello l’operato dei fuochisti [cioè degli artieri che si esibivano un tempo ed ancóra talora si esibiscono  durante le feste patronali con spettacoli di fuochi artificiali])che nella vita chi è dotato di migliori e numerosi mezzi rappresentati sia dal denaro che dagli aiuti quali appoggi, aderenze, raccomandazioni è colui che ottiene i piú eclatanti risultati in termini di affermazione socio/economica, mentre a tutti gli altri non resta che rassegnarsi a l’eco dei successi ottenuti da chi à piú mezzi.La locuzione à come sostrato la convinzione che nella vita per affermarsi non necessitano studio e/o capacità innata, ma servono ricchezza, aiuti, appoggi, buoni uffici,pedate, protezioni.
PORVERA, ma anche il sincopato PORVA  s.vo f.le  polvere, qui polvere da sparo [dal lat. pŭlvĕre-m con rotacismo della LR].
18.’O FFRUSCIARSE FA BBENE Â SALUTA.
Ad litteram: l’illudersi (vantandosi), giova alla salute.Oppure:Il divertirsi giova alla salute. Ennesima  eloquente, icastica locuzione da intendersi in due significati correlativamente al significato attribuito al verbo frusciarsi che  valse un tempo illudersi, pavoneggiandosi e vantandosi,e piú modernamente: divertirsi; nella prima accezione la locuzione afferma, desumendolo dalla disincantata ossevazione della realtà, che chiunque è convinto della giustezza e del buon diritto in ordine al quanto affermi o operi ed addirittura se ne vanti, anche quando   giustezza e/o buon diritto non siano supportati da un riscontro palese, trae giovamento per la sua salute se non fisica, certamente mentale; uguale giovamento per la salute mentale si può ottenere da un sano divertimento;
quanto al verbo frusciarse [forma riflessiva di frusciare/ fruscià che  à un etimo nel basso latino frustiare  usato per significare fare in pezzi, sciupare, consumare] nei significati estensivi di vantarsi, gloriarsi, pavoneggiarsi  deve collegarsi [con un po’ di fatica in quanto la strada semantica  da percorrere è impervia], al significato primo del riflessivo che è affaccendarsi in qlc.reiterando l’azione e  facendo mostra del proprio impegno.

Raffaele Bracale



sabato 21 luglio 2018

ZEPPULELLE D’ ’AFESTA D’ ‘A ‘MMACULATA


ZEPPULELLE D’ ’AFESTA D’ ‘A  ‘MMACULATA
(zeppulelle ‘e  nonna ‘Mmaculatina)

ingredienti e dosi per circa 64 zeppulelle
1 kg farina 00,
1 kg patate lessate in acqua salata  con la buccia, poi spellate  e schiacciate,
2 etti di strutto,
8 uova,
2 cucchiaini   di sale fino,
4 cucchiai di zucchero semolato,
2 dadi e 1/2 di lievito di birra,
1 etto di  uvetta ammollata in un bicchiere di  acqua bollente addizionata con un bicchierino di anice,
1 etto di pinoli,
zucchero semolato e cannella per la presentazione q.s.
procedimento
Si inizia ponendo l'uvetta in ammollo in un bicchiere di   acqua bollente addizionata con un bicchierino di anice;  sulla  spianatoia si forma  una fontana con la farina e si pongono al centro di essa le patate schiacciate,lo strutto,  le uova, il sale, lo zucchero ed il livieto sciolto in poca acqua tiepida;  si inizia ad impastare e si aggiunge poi l'uvetta strizzata... ed i pinoli; se l'impasto dovesse appiccicarsi alle mani,  aggiungere altra farina fino ad avere una pasta morbida ed elastica;formarne un bel panetto e porlo a lievitare al calduccio  per circa mezz'ora  coperto da un canevaccio fresco di bucato ed  asciutto.
Trascorso il tempo,  staccare dal panetto dei pezzi di pasta  grossi come un mandarino e rotolandoli sulla spianatoia infarinata,  formarne dei bastoncini spessi come un indice; sovrapporne le code  formando delle  elle minuscole e premendo un po’ sul punto dell’intersezione,  o formare delle ciambelline di cinque cm. di diametro premendo un po’ sul punto di congiunzione; per i meno pazienti, ci si può limitare a fare le piccole palline poco piú grosse di una noce sorrentina; adagiare queste ciambelline, queste  elle o queste palline   una accanto (ma non troppo, per evitare che lievitando  si appiccichino!) all’altra su di un canevaccio coperto di farina, coprirle con altro canevaccio e farle ulteriormente  lievitare per un'altra ora;dopo la seconda lievitazione  friggere poche per volta  queste zeppolelle in olio di semi bollente e profondo; prelevarle con uno spiedo o una schiumarola ed adagiarle   su carta assorbente; passarle poi velocemente in una miscela di zucchero semolato e cannella. Servirle calde di padella ché da fredde si induriscono alquanto.
Esistessero ancóra nonne capaci di preparare queste golosità  e trasmetterne ai posteri i segreti delle loro ricette!
Che il Cielo abbia nella Sua Gloria la mia nonna e la mia mamma che mi diedero i rudimenti dell’arte culinaria!
Mangia Napule, scialàteve e facítene salute!
Raffaele Bracale.









SUSAMIELLE & SAPIENZE


SUSAMIELLE & SAPIENZE
Ingredienti e dosi per 6 persone:
500 g di farina 00,
200 g di zucchero,
300 g di mandorle pelate,
500 g di miele
300 gr. di semi di sesamo
Pisto (mix di spezie pestate:cannella, chiodi garofano,pepe nero,cardamono etc.)   q.s.
Cannella in polvere  due cucchiaino,
Pepe bianco macinato un cucchiaino,
Una grattugiata di noce moscata,

Preparazione:
Impastare sulla spianatoia tutti gli ingredienti escluso il miele aiutandosi con mezzo bicchiere d’acqua calda.
A parte sciogliere e far bollire a fuoco moderato il miele ed immediatamente mescolarlo all'impasto con un mestolo di legno, appena si sarà un po' raffreddato impastare e lavorare con le mani il piú  rapidamente  possibile. Appena il tutto è amalgamato fare dei bastoncini di circa 2 cm. di diametro e 12 cm. di lunghezza. Con i bastoncini ottenuti formare delle "S" , poggiarle in una teglia larga unta precedentemente con un po’ d’olio o sugna e su ognuno di essi passare le dita bagnate nell'acqua, cospargendovi i semi di sesamo e pressando un poco con il palmo della mano per fare attaccare i semi sui singoli dolcetti; scuotere la teglia per far cadere i semi in eccesso;
Infornare in un forno a 180° e sfornare appena saranno cresciuti e avranno assunto un colore marrone chiaro. Lasciare raffreddare e servire.
NOTA
Con il termine susamiello [voce derivata dai sostantivi sesamo + miele, ingredienti con il cui impasto, anticamente, si producevano in Grecia(da dove pervenne a Napoli)]  nell’idioma napoletano ci si usa riferire anche a persona/e dal carattere greve e fastidiosamente pesante che nei rapporti interpersonali  si dimostrino scostanti e talvolta insofferenti, quando non sgradevoli; e si credette che la grevezza caratteriale di detti soggetti li potesse far accreditare d’esser dei susamielli  inteso dolce greve per il concorso di ingredienti pesanti e di difficile digestione; per la verità il termine susamiello come significante la grevezza caratteriale di taluni soggetti, non è da riferirsi al gustosissimo dolcetto natalizio partenopeo, quanto ad un particolare pesante ceppo di ferro in forma di S che veniva usato tra la fine del 16° ed i principî del 17° secolo alle caviglie dei condannati alle patrie galere, ceppo che per avere la medesima forma ad esse del dolcetto in epigrafe, ne mutuò il nome.
P.S.
Esiste una variante dei susamielli, ed è detta "sapienza", il cui nome  deriva dalle suore clarisse  del monastero della Sapienza, in Sorrento, suore produttrici di ottimi susamielli con l’aggiunta di alcune  mandorle intere poste come decorazione  alla sommità della superficie dei singoli dolcetti.
Raffaele Bracale


‘O BISCOTTO UOVO E LLIMONE


‘O BISCOTTO UOVO E LLIMONE [Biscotto ‘e san gennaro]

Tra le innumerevoli tradizioni partenopea non è da dimenticare ‘O BISCOTTO UOVO E LLIMONE, conosciuto anche con il nome di “BISCOTTO DI SAN GENNARO”; in effetti ggià a far tempo dal 1650 ca questo dolce veniva preparato tradizionalmente e distribuito a tutti i degenti  proprio il 19 settembre nell’omonimo ospedale “San Gennaro dei Poveri”, nel popolare  quartiere Sanità,  ad opera delle suore che ivi prestavano la loro opera; costoro, nella fattispecie furono le  Figlie della Carità, conosciute come Suore  Vincenziane, [fondate nel 1633 da San Vincenzo de’ Paoli (Pouy in Guascogna  24 aprile 1581 - †Parigi 27 settembre 1660) e Santa Luisa de Marillac((Parigi, 12 agosto 1591 – Parigi, 15 marzo 1660),   che seguirono e seguono ancóra  la loro vocazione in tutto il mondo, impegnandosi ovunque al servizio dei più poveri; un tempo infatti  gli ospedali [come accadde per “San Gennaro dei Poveri”,annesso  al monastero benedettino dei Santi Gennaro e Agrippino]   venivano ospitati da vecchi conventi sotto la grande diligenza di sacerdoti e suore che con il loro lavoro curavano la  pulizia  delle strutture e facevano in modo che venisse rispettato l’ordine e il rispetto nei confronti dei sofferenti che assistevano e nutrivano.In alcuni di questi ospedali, come quello di San Gennaro, le suore addette alle cucine  avevano l’abitudine di preparare un dolce particolare  e un pranzo diverso nel giorno dedicato al santo martire beneventano patrono di Napoli.
Ecco la ricetta del dolce:
Ingredienti:
– PASTA DA PANE, 500 gr (per la quale occorreranno:
500 gr farina

25 gr lievito di birra

1 cucchiaino sale

1 cucchiaino zucchero
olio evo q.b.)
– 3 UOVA da 70gr.
  IL SUCCO FILTRATO DI DUE LIMONI DI SORRENTO
– BURRO, 200 gr
– ZUCCHERO, 70 gr
– SALE, 1 pizzico
– POCA FARINA
– VANILLINA, 1 bustina.
– ZUCCHERO A VELO q.b.
Procedimento:
 Sciogliere i  25 g di lievito di birra fresco in 5 cucchiai di acqua tiepida; quindi impastare con 80 g di farina aagiungendo,per una lievitazione più efficace  1 cucchiaino di zucchero   e lasciar riposare per un'ora in un ambiente tiepido;  versare 420 g di farina in un’ ampia ciotola, scavarla al centro ponendovi  il panetto lievitato, versare lentamente 2 dl di acqua tiepida, con  disciolto 1 cucchiaino di sale ed impastare; formare una palla e sbatterla più volte sul piano di lavoro. Ungere  la pasta con l'olio, farvi un taglio a croce e lasciar lievitare per 2 o 3 ore. Porre tutta  la pasta da pane nell’ampia ciotola  e lavorarla con le mani incorporando in successione le 3 uova intere, 170 gr. di  burro,lo zucchero, il sale, la vanillina ed infine il succo filtrato dei limoni di Sorrento (tenendo   da parte lo zucchero a velo) ; lavorare bene finché il composto non risulterà omogeneo e  lasciarlo lievitare in un luogo tiepido per circa 30 minuti; indi   lavorare ancóra l’impasto ottenendo dei bastoncini di circa 10 cm di lunghezza da ripiegare su se stessi formando così delle ciambelline. A questo punto  verniciare con  un po’ di burro la placca da forno, infarinarla disponendo  le ciambelline abbastanza distanti tradi  loro per evitare che  continuando  a lievitare nel forno  si attacchino l’una all’altra se non sono ben distanziate. Lasciar  cuocere le ciambelline a 200°C per circa 30 minuti, indi tolti  i biscotti dal forno farli raffreddare per un poco  e spolverizzarli  con zucchero a velo.
Si otterranno cosí  questi  buonissimi, gustosi biscotti da servire, secondo tradizione, il giorno di San Gennaro.
Buona salute!
Brak