lunedì 20 febbraio 2017

VARIE 17/221

1.PIGLIÀ ‘E PPARTE ‘E UNO = parteggiare, in una contesa per qualcuno, schierarsi con qualcuno e spesso senza motivo, per il solo gusto di partecipare ad una contesa; - parte = partito, schieramento, fazione (dal latino partem); 2.PIGLIÀ ‘E SPUNTA = inacidire: detto di vino nuovo, mal conservato, che inacidisca o tenda ad inacidire; - spunta = forte, acidulo ( probabilmente da punta con protesi di una s intensiva per significare il saporte forte proprio del vino che inacidisce; anche in italiano di tale vino si dice che è spunto. 3.PIGLIÀ ‘NA MALATIA Id est ammalarsi. malatia = malattia etimologicamente forgiato su malato che è dal lat. male habitu(m), che ricalca il gr. kakôs échon che sta male; 4.PIGLIÀ ‘NA STRATA o ‘NA VIA = avviarsi per una strada o via; in conformità poi dell’aggettivo (bbona/ mala) che accompagna il sostantivo strata/via, metaforicamente scegliere di comportarsi bene o male; 5.PIGLIÀ ‘NU SMALLAZZO/ ‘NU SCIULIAMAZZO = stramazzare, cadere in terra di colpo/ scivolare finendo seduti in terra ; - smallazzo=di per sé lo stramazzare, il cadere di colpo e pesantemente, etimo incerto trattandosi di voce a carattere gergal-popolare nella cui formazione comunque non manca il riferimento a mazzo (culo, deretano, sedere da un acc. latino matiam (reso maschile)= intestino; il medesimo mazzo lo si ritrova nella voce sciuliamazzo= scivolone con conseguente caduta battendo il sedere; etimo: dal verbo sciulià + il sost. mazzo; sciulià= scivolare da un lat. volgare exevoliare frequentativo di exevolare; BRAK

VARIE 17/220

1.PE TTRE CCALLE 'E SALE, SE PERDE 'A MENESTA. Letteralmente: per pochi soldi di sale si perde la minestra. La locuzione analoga alla predente è usata quando si voglia commentare la sventatezza di qualcuno che per non aver voluto usare una piccola diligenza nel condurre a termine un'operazione, à prodotto danni incalcolabili, tali da nuocere alla stessa conclusione dell'operazione. 'O treccalle era la piú piccola moneta divisionale napoletana pari a stento al mezzo tornese ed aveva un limitatissimo potere d'acquisto, per cui era da stupidi rischiare di rovinare un'intera minestra per lesinare sull'impiego di trecalli per acquistare il necessario sale. 2.PENZ' Â SALUTA Ad litteram: pensa alla salute Id est: non crucciarti soverchiamente, non porti domande, occupati in primis et ante omnia del tuo stato di salute che non deve patire a causa delle quisquilie che ci occupano e che ti preoccupano eccessivamente ed immotivatamente. 3.PETRUSINO, ÒGNE MMENESTA. Letteralmente: Prezzemolo in ogni minestra. Cosí è detto l'incallito presenzialista, che non si lascia sfuggire l'occasione di esser presente,di intromettersi in una discussione e dire la sua, quasi come il prezzemolo, l’eba aromatica che si usa mettere in quasi tutte le pietanze o salse partenopee. prutusino s.vo neutro = prezzemolo, come détto famosissima erba aromatica largamente presente nelle minestre della cucina partenopea; la voce prutusino è una lettura metatetica del tardo lat *petrosinu(m) che è dal gr. petrosélinon, comp. di pétra 'roccia, pietra' e sélinon 'sedano'; propr. 'sedano che cresce fra le pietre'. 4.PEZZENTE SAGLIUTO Ad litteram: povero rimpannucciato Cosí viene appellato chi, notoriamente povero ed indigente, sia improvvisamente ed inopinatamente assurto ad uno status emergente; di tali poveri che abbiano asceso di colpo la scala sociale, è bene diffidare, in quanto poco raccomandabili. pezzente s.vo ed agg.vo m.le e f.le mendicante, straccione; persona che vive in condizioni di grande miseria: jí vestuto comme a ‘nu pezzente(andare vestito come un pezzente); paré ‘nu pezzente(sembrare un pezzente) | persona meschina, eccessivamente attaccata al denaro: fà ‘o pezzente (fare il pezzente). Si tratta di unavoce di orig. merid., pervenura anche nell’italiano, ed etimologicamente è propriamente il part. pres. del napol. pezzire 'chiedere l'elemosina', che è dal lat. volg. *petire, per il class. pètere 'chiedere' 5.PIGLIÀ ‘A SPUTAZZA P’’A LIRA ‘ARGIENTO = confondere un volgare sputo con una moneta d’argento sputazza = dispregiativo di sputo da un lat. volg. sputaceam; 6.PIGLIÀ ‘E FUMMO di cibo che, per imperizia di chi cucina, prenda sapore di fumo se non di bruciato o arsicciato; - fummo (dal lat. fumum con radd. espressivo della consonante nasale bilabiale (M) ); rammenterò che anticamente anche l’italiano ebbe, come il napoletano, fummo piuttosto che fumo; poi la voce fu dismessa forse per evitare l’omofonia con la voce verbale (1ª p. pl. pass. remoto verbo essere). BRAK

VARIE 17/219

1.PAZZE E CCRIATURE, 'O SIGNORE LL'AJUTA. Ad litteram: pazzi e bimbi, Dio li aiuta. Id est: gli irresponsabili godono di una particolare protezione da parte del Cielo. Con questo proverbio, a Napoli, si soleva disinteressarsi di matti o altri irresponsabili, affidandoli al buonvolere di Dio e alla Sua divina provvidenza e protezione . 2.PE GGHIONTA 'E RUOTOLO Ad litteram: per aggiunta al rotolo Id est: come se non bastasse; locuzione usata con un amaro senso di rammarico quando ad un imprevisto danno si accompagni una ancor pi ú deleteria beffa; l'espressione richiama anche se in modo antifrastico quella gratuita giunta di merce che gli onesti e liberali venditori solevano concedere ai clienti pi ú bisognosi affiancandola al rotolo, tipica misura di peso che nel napoletano corrispondeva a circa 900 grammi. 3.PE GGULÍO 'E LARDO, METTERE 'E DDETE 'NCULO Ô PUORCO. Letteralmente: per desiderio di lardo, porre le mani nell'ano del porco. Id est: per appagare un desiderio esser pronto a qualsiasi cosa, anche ad azioni riprovevoli e che comunque non assicurano il raggiungimento dello scopo prefisso. La parola gulío attestato anche come vulío= voglia, desiderio pressante non deriva dall'italiano gola essendo il gulío/vulío non espressamente lo smodato desiderio di cibo o bevande; piú esattamente la parola gulío/vulío è da riallacciarsi al greco boulomai=volere intensamente con consueta trasformazione della B greca nella napoletana G come avviene per es. anche con il latino dove habeo è divenuto in napoletano aggio o come rabies divenuta (a)rraggia. 4.PE TTRAMENTE Nel mentre che, intanto che, nel frattempo che; locuzione temporale avverbiale derivata dal latino: dum- intèrea divenuta dom-mentre poi drommente ed infine tramente, usata per indicare la contemporaneità di due azioni di cui l'una si verifichi nel mentre sia in corso l'altra. 5.PE N'ACENO 'E SALE SE PERDE 'A MENESTA Ad litteram: per pochissimo sale va a male la minestra Locuzione usata a mo' di ammonimento quando si voglia consigliare qualcuno, intento a ad una qualsivoglia operazione, a non trascurare i pi ú piccoli particolari, ponendovi la massima attenzione, atteso che basta un nonnulla per rovinare tutta l'opera, come è sufficiente pochissimo sale, o conferito in pi ú o in meno, per rovinare il migliore dei manicaretti. BRAK

varie 17/218

1.PASSÀ CU 'A SCOPPOLA Ad litteram: passare con lo scappellotto Id est: godere di un' entrata di favore, avere un avanzamento non meritato, sopravanzare gli altri immeritatamente La locuzione si rifà a quanto accadeva anticamente all'ingresso del teatro dei Pupi allorchè in presenza di una ressa di ragazzi sprovvisti di biglietto e della moneta per procurarselo, il custode usava favorire qualcuno di quei ragazzi e lo spingeva in sala assestandogli un piccolo scappellotto. 2.PASSARCE PE COPPA Ad litteram: passarci sopra Id est: sorvolare, non tener conto di qualcosa, non darvi peso, superarlo quasi come un piccolo ostacolo da poter agevolmente saltare. Con riferimento a piccoli errori, parve mende su cui di possa, anzi si debba sorvolare. 3.PASSARSE 'A MANA P''A CUSCIENZA Ad litteram: passarsi la mano sulla coscienza Id est: farsi un accurato esame di coscienza prima di prendere decisioni ostili o lesive degli interessi altrui, interrogandosi seriamente se il comportamento che si intende tenere sia giusto, adatto e commisurato a quel cui si vada ad opporre, ma soprattutto chiedendosi se si è moralmente scevri da quei difetti che, con la nostra azione, si vorrebbe combattere. 4.PASSASSE LL'ANGELO E DDICESSE: AMMENNE! Letteralmente: Possa passare un angelo e dire "Cosí sia!" La locuzione usata come in epigrafe con il congiuntivo ottativo la si adopera per augurarsi che accada qualcosa, sia nel bene che nel male; usata con i verbi all'indicativo à finalità imprecativa, mentre usata con il passato remoto serve quasi a spiegare che un determinato accadimento, soprattutto negativo è avvenuto perchè, l'angelo invocato è realmente passato ed à con il suo assenso prodotto il fatto paventato da taluno e augurato invece da un di lui nemico. 5.PAVÀ A CCAMMISA SURATA Ad litteram: pagare a camicia sudata Id est: accordare il compenso solo a lavoro ultimato quando la camicia sudata dimostrerà che ci si è impegnati nel lavoro pattuito. Per traslato la locuzione si usa quando si voglia stabilire in un contratto il conferimento della controprestazione, come è giusto che sia, solo dopo l'avvenuta prestazione. BRAK

CHIEVO – NAPOLI (19.02.17) 1 A 3 ‘A VEDETTE ACCUSSÍ

CHIEVO – NAPOLI (19.02.17) 1 A 3 ‘A VEDETTE ACCUSSÍ Sí,sí,sí guagliú! Nce aspettavemo dô Napule ‘na sola risposta doppo d’’a scunfitta ô Santiago, chella ‘e vencere e vvencere bbuono i ‘e guagliune cuane (azzurri) nce ‘a dètteno ajere qunno jetteno a vvencere pe ttre a uno a vVerona contro ê pariente lasche [Chievo] ‘e chella zoccola ‘e Giulietta, mettettennose dint’â sacca tre ppunte ‘mpurtante. P’’a verità êssem’avut’’a vencere cchiú llargo, pecché ‘o Napule[durante a ll’aintisso (ricupero)] se mettette, cu gGiaccherini, ‘ncopp’ô quatto a uno, ma chillu cecagnuolo d’Irrati i ‘a chenca soja nun ce sfessechiajeno bbuono e ll’arbitro annullaje ll’addaffa (rete) pe n’attasallulo (fuorigioco) ca nun ce steva! Peccato però pe cchell’addaffa (rete) pigliata ‘ncopp’ô tre a zzero, pe ‘na fessaria esaggerata ‘e Koulibalý! Peccato, overamente peccato pecché ‘o Napule êva duminato pe cquase ttutto ‘o sibbacco (match) e nun se fósse mmeretato ‘e ‘ncassà ‘nu stuco (gol).Però che ce vulite fà? Se vede ch’è ‘na jastemma menata ca ce à cuoveto, chella ‘e rijalà n’addaffa (rete) a mmubbara. Pacienza! Passammo ê ppaggelle: REINA 7 A pparte ‘e ttanti bbuoni tacculle (interventi)fatte ascenno, furnette ll’ udú (tranquillità)nicessaria a ttutt’’a sezziona arretrata e ffove dicisivo durante ô primmo ajone fermanno ‘na malegna cunchiusiuone d’Inglese ch’êsse pututo mettere ‘a mubbara (partita) ‘ncopp’a n’atu bbinario. Peccato ca nun ce putette fà proprio niente pe ffermà ‘o tiro d’’o stuco (gol) ‘e Meggiorini! HYSAJ 6 Tutto summato ‘o cchiú ppusitivo d’’o pacchetto arritrato allimmeno pe tutto ‘o primmo ajone quanno difennette a mmestiere e spisso se facette vedé pure annante a iabrà (crossare) ‘mmiezo; arrivate però a ll’arrancua (ripresa) tiraje ‘e rimme ‘int’â varca e risciataje. MAKSIMOVIĆ 5,5 Atalossa (prestazione) a ddoje facce p’’o guaglione [ècchese Turino] ca jucaje ‘o primmo ajone (tempo) cu ll’itidda (accuratezza ) nicessaria danno pure ‘na mana a custruí ll’azziona; a ll’arrancua (ripresa),facette quacche pprano (errore) e perdette udú (tranquillità) e ppricisione. KOULIBALY 4,5 Fove ‘o peggio d’’o mazzo; me dispiace, ma ‘e fatte chiste so’: ‘o gialante sinicalese tène ancòra dint’ê ccosce ‘a coppa affricana e sse vedette; perdette cchiú ‘e ‘nu pallone ‘int’â trecquarte nosta e smarrunaje paricchio difinitivamente ô 73’ cunzentenno a mMeggiorini e i’ a ffottere a rReina ca, me faccio maraviglia,nun saccio comme fove ca, ‘ncassato ‘o stuco (gol), nun pigliaje ô centrale ‘e culore e nnun ‘o ‘ncasaje cu ‘a capa dint’a ‘nu palo. S’’o ffósse mmeretato! Da chillu mumento a gghí ‘nnante Koulibalý nun ne ‘ncarraje cchiú una e ffove custretto a sparacchià ‘ntribbuna ògne palla ca ll’arrivaje. Pe mme è ora ca s’à dda rrepusà ‘nu poco! GHOULAM 5 Nun lle pozzo dà ‘e cchiú pecché si fove overo ca ‘ncopp’â curzia soja nun currette pericule difenzive nun riuscette maje a ffarese vedé ‘ncopp’â linia ‘e funno a iabrà(crossare). ALLAN 6 Atalossa (prestazione) suddisfacente allimmeno nsi’ ô ‘mpiccio musculare ca ‘o bluccaje custringenno Sarri a ccagnarlo. Pe cchiú ‘e quaranta minute facette vedé bboni ccose ‘nsertannose (inserendosi),iabranno (crossando) e ffirmanno ll’ jusaida (assist) p’’o doje a zzero ‘e Marekiaro [dô 42' ZIELINSKI 6,5 Miezu zifo (voto) ‘e cchiú pecché trasuto ‘a poco, signaje ll’addaffa (rete) ca êsse pututo nchiudere definitivamente ‘o sibbacco (match) si ‘o Napule doppo nun se fósse assettato lassanno fà ô Chievo chello ca vuleva]. JORGINHO 5,5 A isso miezu zifo (voto) mancante pecché pure si jucaje tanti pallune a ll’armidanno(centrocampo) ‘o ffacette cu ppoca pricisione e rrallentanno troppo ‘o juoco. A ll’arrancua (nella ripresa) jette ‘int’ê chiavette risultanno affaticato e ssenza maje riuscí a ‘nventarese coccosa p’’e nassíe (attaccanti). HAMSÍK[Marekiaro] 6,5 Signaje e gghiucaje bbuone pe tutto ‘o primmo ajone (tempo) cu ‘nu bbuonu tase (ritmo), ma arrivate a ll’arrancua (ripresa) êtt’’a penzà ca nunn’ era ‘o caso ‘e farese vení ll’affanno; se tiraje ‘a pizza sotto e tte saluto. CALLEJÓN[Peppe ‘a ‘nguenta] 5,5 Pure a isso miezu zifo (voto) mancante datose ca sí pe tutto ‘o primmo ajone (tempo)ce mettette cegna (impegno) però senza riuscí a ttruvà ‘o stuco (gol), a ll’arrancua (nella ripresa),forze pe stracquezza,nun se facette maje vedé ‘ncopp’ô ganibbo (versante) uffenzivo.Accumparette ‘nu mumento ô finale, justo pe sbaglià ‘o quatto a uno! E cche saciccio! Penzo ca s’êsse arrepusà pur’isso e fósse ora ca Sarri ô posto suojo ce facesse vedé ‘o ‘Nimale [Rog]! PAVOLETTI 4,5 Âte voglia ‘e dicere, chist’è ‘nu pacco; aizaje porvera pe ttutto ‘o sibbacco (match)nun riuscenno maje a ttruvà ‘ntesa nè ccu gGiorgigno, nè ccu ‘e cumpagne ‘e sezziona, affullanno inutilmente ‘a muntaca (area di rigore) senza maje crià ‘nu periculo [dô 71' MILIK 6 Avastajeno chilli pochi minute jucate pe ddimustrà ca, mo comme a mmo, a ‘stu pulacconePavoletti lle po’ ffà sulo ‘na pippa! Trasette isso e ppe ll’attacco cuano (azzurro) fove si comme fósse schiarato juorno.Menu male ca ce se po’ ccuntà n’ata vota e sperammo ca Sarri se decidesse a ffarelo jucà dô primmo minuto!]. INSIGNE 7,5 Se facette ‘a croce perdenno ‘na palla ch’êsse pututo addivintà murtifera (letale), ma se facette perdunà quase subbeto [31’]signanne ‘nu stuco (gol)d’’e suoje cu n’eccezziunale tiro a ggiro.Da chillu mumento fove sempre pericoloso, mettenno ‘ndifficurtà ‘a tràsera (difesa) ‘e casa soprattutto quanno s’accustava ô lemmeto d’’a muntaca (area di rigore).Tutto summato me dètte ‘a ‘mpressione d’essere ll’unico a ll’arrancua (ripresa) a ttenerne ancòra.[dô 79' GIACCHERINI 6 ‘O vvuleva fà e avette sùbbeto ‘nu bbuono naío (approccio)cu ll’antraffa (partita); rijalaje ‘na granna palla a pPeppe ‘a ‘nguenta ca però ‘a sprecaje. Truvaje pure ‘a via ‘e ll’addaffa (rete), ma - comme v’aggiu ditto - chillu cecagnuolo d’Irrati i ‘a chenca soja nun ce sfessechiajeno bbuono e cce ll’ annullajeno pe n’attasallulo (fuorigioco) ca nun ce steva!]. All. SARRI 5 Passaje ll’urdema mez’ora a gguardà ‘o rilorgio preoccupato ca ‘o Napule nun steva cchiú ghiucanno comme sape, ma isso êva fatto poco p’adderezzà ‘a varca. Facette arrepusà a Albiollo i a cCiruzzo [Mertens],ma êsse fatto bbuono a ffarelo pure cu cKoulibalý[mettenno Tonelli o, meglio ancòra, ‘o Vampiro ] e fforze pure Peppe ‘a ‘nguenta [facennoce vedé finalmente ‘o ‘Nimale (Rog) ]. Che fessaria mettere a pPavoletti i a ffa fà ‘o cuollo luongo ô Pulaccone [Milik]! Arbitro IRRATI i ‘a chenca soja 4 ‘Ncopp’ a ll’almanacche diceno ca è dde Pistoia, ma ajere dimustraje d’essere ‘e Turino e ppricisamente d’’o Cottolengo: tutto scemo siscaje puntualmente ad capocchiam e cchiú ca spisso ‘ndanno d’’o Napule, nun ce dette ‘nu ricore pe ccarí (fallo) ‘ncuollo a pPavoletti e soprattutto nun cunvalidaje ll’addaffa(rete) ‘e Giaccherini siscanno n’attasallulo (fuorigioco) ca nun ce steva ! E ccu cchesto ve saluto guagliú, ddannoce appuntamento, si dDi’ vo’, a ddummeneca ca vene quanno spero ‘e cuntareve cose bbone doppo d’’ a visita ca sapato vinticinche ce vene a ffà ll’Atalanta, scuatra travante (satellite) d’’a vecchia zoccola; e ccorna facenno vidimmo po â dummeneca doppo si ll’interre facesse ‘nu pireto viulento e fósse cacchio ‘e vatterce ‘a roma ‘e chillu pecuraro ‘e Spalletti! Staveti bbe’! R.Bracale Brak

domenica 19 febbraio 2017

VARIE 17/217

1.PARLÀ SULO Ad litteram: parlar da solo, senza relazionarsi Détto di chi,accreditato d’essere folle o tendente alla pazzia venga isolato negandogli la possibilità di relazionarsi con gli altri e lo si costringa al vuoto ed inconferente soliloquio, al parlar da solo con se stesso che è proprio – per l’appunto – l’atteggiamento irrazionale di chi sia o faccia le viste d’esser pazzo, demente, folle, dissennato, squilibrato, forsennato, irragionevole, malato di mente, mentecatto. Sulo agg.vo e talora anche avv. (sulo/sulamente) , ma qui aggettivo: isolato, senza compagnia,abbandonato, trascurato, accantonato, reietto, derelitto quanto all’etimo è dal lat. solu(m). 2.PARLA SULO QUANNO PISCIA 'A GALLINA! Ad litteram: Parla solo quando orina la gallina! Perentorio icastico monito rivolto a chi (e segnatamente arroganti, saccenti o supponenenti) si voglia indurre al silenzio e a non metter mai lingua nelle faccende altrui; monito che è rivolto, prendendo (però erroneamente) a modello la gallina che pur non possedendo uno specifico organo deputato all’uopo, non è vero che non orini mai, ma compie le sue funzioni fisiologiche in un'unica soluzione attraverso un organo onnicomprensivo détto cloaca. Analizziamo le singole parole, cominciando da quanno: avverbio = in quale tempo, in quale momento; dal latino quando con tipica assimilazione progressiva nd→nn; gallina: tipico animale da cortile, femmina del gallo, piú piccola del maschio, con piumaggio meno vivacemente colorato, coda piú breve, cresta piccola o mancante, speroni e bargigli assenti; viene allevata per le uova e per le carni (ord. Galliformi); nell’immaginario comune è inteso animale stupido e di nessuna intelligenza e ciò forse perché – avendo testa piccola – si pensa che abbia poco cervello; etimologicamente il nome è dal lat. gallina(m), deriv. di gallus 'gallo'; 3.PARLÀ TOSCO L’antica, desueta espressione napoletana a margine (peraltro assente in tutti i numerosi lessici napoletani antichi e moderni,in mio possesso ma viva e vegeta fino a tutti gli anni cinquanta del 1900 sulla bocca degli abitanti della città bassa partenopea) fu usata in due diverse accezioni: a) per significare un parlare eccessivamente forbito e ricercato che eccedesse una normale comprensibilità, come accadeva quando in un dialogo uno degli interlocutori invece di usare la comprensibile parlata locale, s’azzardasse ad adoperare la poco comprensibile lingua nazionale infiorando o tentando di infiorare l’eloquio con parole rifinite, limate, ripulite tali da risultare oscure ed incomprensibili; di costui si diceva che parlasse tosco dove con l’agg.vo tosco non si voleva intendere, con derivazione dal lat. tuscu(m), toscano , ma ci si riferiva ad altro agg.vo tosco quello che con derivazione dall'albanese toske, indica l’astruso linguaggio di una popolazione albanese di religione musulmana, stanziata a sud del fiume Shkumbi.Chi cioè parlasse non in napoletano, ma in un italiano forbito e rifinito veniva accreditato nell’immaginario popolare comune d’usare, quasi per certo, a fini truffaldini un linguaggio volutamente incomprensibile, simile appunto all’astruso linguaggio dialettale tosco di una popolazione albanese; b) la seconda accezione del parlar tosco era riferita a chi, sempre a fini truffaldini fosse eccessivamente esoso nelle sue richieste di compenso per un lavoro fatto o da farsi; di costui si diceva che parlasse tosco non perché adoperasse la poco comprensibile lingua nazionale infiorando o tentando di infiorare l’eloquio con parole rifinite, limate, ripulite tali da risultare oscure ed incomprensibili, ma perché, pur parlando magari in istretto napoletano,con parole chiare e comprensibili, fosse cosí esoso nelle sue richieste d’apparire disonesto o truffaldino se non addirittura ladro tale da sconsigliare di tener mercato con Lui, quasi che parlasse un incomprensibile, sibillino linguaggio gergale da consorteria e perciò tosco= astruso. Rammento, per completezza, che anche nei linguaggi iberici: spagnolo, portoghese (dai quali talora il napoletano à attinto) esiste il termine tosco ma vale grossolano, approssimativo, poco fine, di esecuzione poco accurata; ordinario, dozzinale ed in tali accezioni non è mai usato nel napoletano per cui il termine partenopeo tosco non è stato marcato nè sullo spagnolo, nè sul portoghese, ma sull’albanese. Quando poi un interlocutore non solo parlasse in italiano piú o meno forbito, ma sconfinasse nella lingua francese veniva accreditato di parlare cu ‘o scio’-sciommo; 4.PARLARE CU ‘O SCIO’-SCIOMMO è infatti un’espressione intraducibile ad litteram che viene ancóra usata per canzonare il risibile modo affettato e falsamente raffinato dell'incolto che pensando erroneamente di esprimersi in corretto toscano, in realtà si esprime in modo ridicolo e falso con un idioma che scimmiotta solamente la lingua di Dante, risultando spesso piú simile ad una lingua francese malamente appresa però, della quale vengono colti essenzialmente molti fonemi intesi come sci (←ch); da tale suono è stato tratto l’onomatopeico sciommo che reiterato nella prima parte (sciò) à dato lo scio’-sciommo inteso sostantivo neutro. 5.PASSA 'A VACCA Ad litteram: passa la vacca In realtà l'espressione che di solito è usata assieme all'altra: fa acqua 'a pippa (vedi alibi) viene usata per indicare un chiaro, inequivocabile stato di indigenza, una incommensurabile inopia quando manchi tutto e non si abbiano mezzi per procurarsi alcunché.Come facilmente intuibile, i bovini non c'entrano nulla con la locuzione che è piú semplicemente corruzione di un latino medioevale: passant vacua/passat vacua espressione usata dai doganieri medioevali per segnalare quel/quei carro/i transitante/i vuoto/i di merci e dunque non soggetto/i al pagamento di balzelli. BRAK

VARIE 17/216

1.PARLÀ CU ‘O CHIUMMO E CU ‘O CUMPASSO Icastica espressione che ad litteram è: parlare con il(filo a) piombo ed il compasso id est: esprimersi ed agire in ogni occasione con estrema attenzione, cautela e prudenza,non disgiunte da accortezza, circospezione, avvedutezza, ponderazione, avvertenza, precauzione e precisione alla stregua del muratore che, se vuole portare a termine a regola d’arte le proprie opere, non può esimersi dal far ricorso al filo a piombo, compasso, livelle ed altri strumenti consimili. L’atteggiamento fotografato dall’espressione a margine è proprio del prudente, spesso pusillanime e di chi sia cauto, accorto, attento, avveduto, giudizioso, previdente, oculato, riflessivo, ponderato, misurato, controllato, vigile, circospetto, guardingo. chiummo s.vo neutro = piombo, ma qui filo a piombo la voce è dal lat. plumbeu(m) con il tipico passaggio del gruppo lat. pl al napoletano chi (cfr. plu(s)→chiú – plovere→chiovere – plaga→chiaja etc.); cumpasso s.vo m.le = compasso, strumento formato da due aste collegate a cerniera, usato per disegnare circonferenze o misurare distanze; la voce è un deverbale del lat. volg. *cumpassare, comp. di cum 'con' e un deriv. di passus 'passo' = mantenere il medesimo passo. 2.PARLÀ CU ‘O REVETTIELLO Ad litteram: parlare con la ribattitura id est: parlare con doppiezza, esprimersi con equivocità, finzione, slealtà. Azione tipica di coloro - in ispecie donne -che malevole e per vigliaccheria non aduse ad esprimere apertamente il proprio pensiero, le proprie opinioni, parlano in maniera ostile, sfavorevole, animosa, astiosa, avversa, esprimendosi mai chiaramente ma per traslati, per sottintesi, per allusioni con la doppiezza richiamante il revetto o revettiello s.vi m.li (il secondo è un diminutivo del primo): doppia cucitura rinforzata posta agli orli di gonne e sottogonne per impedirne il logoramento; l’etimo è dal fr. rivet dal verbo river= ribadire, rafforzare. 3.PARLÀ GIARGIANESE/GGIAGGIANESE L’espressione in esame si avvale di una vecchia parola (fine 19° sec) che quasi sparita nel corso del tempo, ricomparve d’improvviso, negli anni ’40 del 1900, sia pure leggermente modificata quanto alla morfologia , ma non nel significato; la parola in esame è giaggianese (che piú opportunamente in corretto napoletano andrebbe scritta con la geminazione iniziale: ggiaggianese), voce che poi divenne giargianese parola che nel significato estensivo di imbroglione ed in quello primo di straniero dal linguaggio incomprensibile si ritrovò e talvolta si ritrova ancóra nel salentino: giaggianese, nel pugliese: giargianaise e qui e lí in molti altri linguaggi centro-meridionali dove è: gjargianese, gjorgenese. L’originaria voce ggiaggianése fu coniata sul finire del 19° sec., modellata per corruzione sul termine viggianese e fu usata per indicare alternativamente o taluni caratteristici suonatori ambulanti, o déi piccoli commercianti lucani che arrivavano alle latitudini centro-meridionali per acquistare uve e/o mosto semilavorato; di tali piccoli commercianti e/o suonatori solo una piccola parte provenivano effettivamente da Viggiano centro in prov. di Potenza, ma poiché tutti i commercianti che non fossero campani, e soprattutto quelli provenienti dal nord, parlavano un idioma non molto comprensibile si finí per considerarli tutti viggianesi e dunque ggiaggianise plurale. metafonetico di ggiaggianese; fu cosí che con il termine ggiaggianese si indicarono tutti gli stranieri che non parlassero un linguaggio noto o comprensibile; va da sé che poiché, nell’inteso partenopeo, chi non parla in modo chiaro e comprensibile lo fa per voler imbrogliare, ecco che ggiaggianese estensivamente indicò l’imbroglione pericoloso ed in tali accezioni ( suonatore ambulante, commerciante, straniero incomprensibile, imbroglione) la voce fu usata a lungo nel parlato comune; a mano a mano poi quasi per naturale consunzione essa sparí dall’uso e non se ne ritrova memoria neppure nei calepini piú o meno noti od usati ( che ànno il torto d’essere compilati basandosi esclusivamente sugli scritti dei classici che mai presero in considerazione la voce di cui tratto). Come d’incanto la voce riapparve nell’uso del parlato comune intorno agli anni ’40 del 1900, quando in Campania, Puglia, Abruzzo etc. sciamarono le truppe alleate che parlavano un linguaggio incomprensibile, ad un dipresso un linguaggio tale (per non essere intellegibile facilmente) da potersi appaiare a quello tipico dei ggiaggianesi; fu in questo periodo che la voce ggiaggianese subí una sorta di ammodernamento, allorché (come nel 1961, con felice intuizione chiarí il grandissimo prof. Rohlfs ) accostando a ggiaggianese il nome proprio George usatissimo fra gli alleati si ottenne giargianese, nelle medesime accezioni surriportate. 4.PARLÀ MAZZECATO Ad litteram: parlare masticato, profferir parole masticate id est parlare con reticenza; esprimersi con riluttanza, con vaghezza ed ambiguità sottacendo fatti o situazioni anche importanti di cui per timore o per colpevole menefreghismo, sciatteria, indolenza, noncuranza non si voglia far verbo come si comporterebbe chi da scostumato parlasse tenenendo la bocca occupata da un boccone che stesse masticando, per cui sarebbe costretto a non esprimersi con chiarezza e lo facesse quasi triturando le parole che risulterebbe non intellegibili, quasi sbocconcellate. mazzecato = masticato, mordicchiato, triturato con i denti; etimologicamente è il p.p. aggettivato dell’infinito mazzicare/mazzecare/mazzecà = mordere, masticare dal lat. tardo masticare→mazzicare, che è dal gr. mastichân, deriv. di mástax -akos 'bocca'. 5.PARLÀ SPARO Letteralmente: parlar dispari, caffo che sta per parlare offensivamente oltraggiosamente ed addirittura minacciosamente; semanticamente la cosa si spiega con il fatto che nel giuoco del paro e sparo (pari e dispari/caffo)sorta di morra in cui si deve indovinare se il numero totale delle dita che i giocatori apriranno sarà pari o dispari, il giocatore che partecipasse al gioco con il massimo dei numeri dispari da lui giocabili cioè il cinque,apriva completamente distendendolo il palmo della mano (in arabo kaff donde l’italiano caffo=dispari ) per mostrare appunto le cinque dita assumendo cioè una posizione quasi aggressiva come se volesse minacciare l’avversario di percuoterlo a mano aperta;per cui chi parlasse offensivamente, minacciosamente oltraggiosamente si disse che parlasse sparo come colui che distendendo interamente la mano giocasse un numero ( il cinque) dispari/caffo = sparo. sparo agg.vo ed avverbio = dispari, in modo diverso, disuguale e per ampliamento semantico offensivo, oltraggioso, minaccioso etc. per l’etimo si deve risalire al lat. dis+pare(m)→(di)spare(m)→sparo, comp. di dis→s e par paris 'pari' cioè non pari . BRAK