sabato 28 giugno 2014

GUAINELLA, PETRÏATA & dintorni

GUAINELLA, PETRÏATA & dintorni L’idea della ricerca che svolgo in queste paginette prese le mosse dalla precisa richiesta fattami sere or sono dall’amico N.C. (i consueti problemi di riservatezza mi impongono l’indicazione delle sole iniziali di nome e cognome), uno dei miei piú assidui ed attenti fruitori delle cose che scrivo, amico che mi chiese per l’appunto notizie delle voci in epigrafe e segnatamente della prima che è voce antichissima e del tutto desueta. Entro súbito in medias res dicendo che il termine Guainella (s.vo f.le) in origine fu un grido di battaglia ( guainella, guainé, brié, ahó!) in uso quale voce d’incitamento tra gli scugnizzi impegnati in pericolosi e spesso cruenti scontri a colpi di pietra; in prosieguo di tempo il grido, o meglio la sola parola d’avvio: guainella (per metonimia) passò ad indicare la vera e propria tenzone.Successivamente poi, caduta in disuso, in luogo di guainella si adottò la voce petrïata (sassaiuola). Non di facile soluzione il problema etimologico di questa voce assente nella magna pars dei lessici dell’idioma napoletano o dei calepini etimologici del napoletano e d’altronde quei pochi che la prendono in considerazione ( D’Ambra, Altamura,Salzano, D’Ascoli, de Falco) o sorvolano sull’etimo o non ànno identità di vedute, pur convenendo sul fatto che la voce in primis indicasse un grido di incitamento allo scontro e successivamente la vera e propria tenzone; D’Ambra, Altamura,Salzano son fra quelli che non azzardano ipotesi etimologiche D’Ascoli e de Falco ànno idee diverse: il D’Ascoli, lasciandosi probabilmente fuorviare dall’idea sposata da due noti lessici etimologici (il D.E.I. di Battisti ed Alessio ed il D.E.D.D.I. di Cortelazzo/Marcato) fece un erroneo riferimento all’omonimo, omografo guainella (=carruba) del dialetto abruzzese, mentre l’amico de Falco dopo avere indicato, scartandole però, sia la strada del francese gain (guadagno) che quelle di alcune greche gualos (= pietra),guios (azzoppamento) dal verbo guioo ( storpiare, ledere), fa un ragionamento semantico singolare che potrebbe indurre in tentazione ma che poco mi convince per ciò che riguarda la morfologia alla medesima stregua che penso siano da escludere sia semanticamente che morfologicamente le voci francesi e/o greche indicate dall’amico de Falco che alla fine premettendo che la voce guainella vale per metonimia: tenzone, sfida reputa di poter approdare ad un’idea etimologica che chiami in causa la voce duello. Questa volta non mi sento di aderire all’idea dell’amico de Falco per due ordini di motivi: 1) il duello è voce dal lat. duellu(m), forma ant. di bellum 'guerra',ma poi accostata a duo 'due' e quindi interpretata e ripresa nel lat. mediev. come 'battaglia, scontro di due persone' e la guainella non è uno scontro a due individui, ma una tenzone fra piú persone sia pure schierate in due fazioni; 2) m’appare altresí azzardato affermare che in napoletano sia consueto il metaplasmo della dentale d nella g occlusiva velare sonora davanti ad u; talvolta può sí capitare:sedia→seggia, suddito→suggeco ma non è cosa consueta ed è troppo arrischiato e non comprovabile ipotizzare che duellu(m) diventi dapprima (in base a quale criterio?...) vuella e poi guainella. No caro amico Renato questa volta non m’avete convinto, come non mi può convincere l’accostamento della guainella (sassaiuola) napoletana con la guainella (carruba) presente qui e là come riportato sia nel D.E.I. ( diminutivo di guaina(lat. vagina) voce del XVIII sec.; denominazione volgare d’area it. sett. e centr. della carruba, introdotto, sembra, nella lingua italiana da Antonio Vallisnieri, medico, scienziato, naturalista e biologo italiano (Trassilico, 3 maggio 1661 –† Padova, 18 gennaio 1730)) che nel D.E.D.D.I. sotto la voce vaíne con un supposto diminutivo *vaginella donde l’umbro cajinelle, il romanesco guainella, l’abruzzese vainelle/fainelle/guainelle ed altre voci che valgon tutte carruba con l’eccezione del romanesco dove oltre che carruba guainella, vale pure spada, daga (forse per la forma schiacciata ed appuntita del baccello della pianta di carrubo. Non ci siamo proprio! Mi chiedo cosa mai semanticamente abbia a che spartire il frutto del carrubo con la tenzone a colpi di pietra che i napoletani nomano guainella! Non ci siamo proprio, nessuna delle idee semantico-etimologiche riferite puó soddifarmi! Ò un’altra opinione che è la seguente. Occorre rammentare che in origine la lotta, la tenzone, lo scontro tra due fazioni di scugnizzi, spesso rappresentanti di rioni limitrofi e rivali, non fu operata con il lancio di pietre, ma a colpi di elastici e flessibili bastoni e/o pertiche ricavati dai rami piú alti di piante quali i salici o piante consimili come il vetrice; orbene tali bastoni e/o pertiche prendevano il nome di ainella/e (dal greco agnos letto come hagnos = casto e puro; si trattava infatti di una pianta il cui succo delle foglie si riteneva conferisse castità e purezza. Ipotizzo dunque che in origine il grido di incitamento allo scontro, lanciato dai capifazione non fosse guainella, guainé, brié, ahó! bensí ainella, ainé, brié, ahó! e valesse: “suvvia, armatevi di bastoni, alle pertiche!” Successivamente l’originaria (‘a) ainella fu letta (‘a) uainella ed ancór piú sempre per motivi eufonici (‘a) guainella che fu dapprima un grido d’incitamento e poi identificò lo scontro una volta a colpi di bastoni e poi, dismessi quelli per mancanza di alberi da cui procurarseli, a colpi di sassi e pietre abbondanti in taluni luoghi della città bassa dove avvenivano gli scontri. Tutto ciò senza dimenticare poi che nel parlato popolare il frutto del carrubo non fu mai (se non in qualche opera letteraria, mai nel parlato comune) guainella ma sempre sciuscella.Questa voce femminile (plur. sciuscelle) traduce in napoletano ciò che in italiano è (con derivazione dall’arabo harruba ) carruba cioè il frutto del carrubo (albero sempreverde con fiori rossi in grappoli e foglie paripennate; i frutti, grosse silique bruno-nere, appuntite ricche di sostanze zuccherine, si usano come foraggio per cavalli e buoi (fam. Leguminose) ed un tempo vennero usati come passatempo goloso per bambini ; mentre come termine gergale la voce carruba vale carabiniere (per il colore nero della divisa, che richiama appunto quello bruno-nero della carruba). Il frutto del carrubo viene usato però non solo come foraggio per cavalli e buoi, o – un tempo - come passatempo dolcissimo per bambini, ma è usato altresí (per l’alto contenuto di sostanze zuccherine) nella preparazione di confetture e per l’estrazione di liquidi da usarsi in distelleria (rosolî) o quali bevande medicinali. Nell’idioma napoletano la voce femminile sciuscella conserva tutti i significati dell’italiano carruba, ma è usata anche per indicare qualsiasi oggetto che sia di poca consistenza e/o resistenza con riferimento semantico alla cedevolezza del frutto del carrubo, frutto che è privo di dura scorza, risultando morbido e facilmente masticabile da parte dei bambini sprovvisti di dentature aggressive; infatti ad esempio di un mobile che non sia di stagionato legno pregiato (noce, palissandro etc.), ma di cedevoli fogli di compensato assemblati a caldo con collanti chimici s’usa dire: È ‘na sciuscella! che vale: È inconsistente! Alla medesima maniera ci si esprime nei riguardi di ogni altro oggetto privo di consistenza e/o resistenza. Rammento, prima di affrontare la questione etimologica, che in lingua napoletana vi fu un tempo una voce maschile (o neutra) ora del tutto desueta che suonò sciusciello voce che ripeteva all’incirca il siculo ed il calabrese sciuscieddu, il salentino sciusciille ed addirittura il genovese giuscello, tutte voci che rendono, nelle rammentate lingue regionali, l’italiano brodetto, uova cotte in fricassea brodosa etc. E veniamo all’etimologia della voce a margine. Dico súbito che questa volta non posso addivenire,circa la voce sciuscella , a ciò che nel suo conciso, pur se curato, Dizionario Etimologico Napoletano dice l’amico prof. Carlo Jandolo che elimina del tutto la voce sciusciello ed accoglie solo sciuscella in ordine alla quale però sceglie pilatescamente di trincerarsi dietro un etimo sconosciuto.né – stranamente per il suo temperamento – azzarda ipotesi propositive! Mi pare invece che sia correttamente perseguibile l’idea sposata da Cortelazzo, D’Ascoli ed altri i quali per la voce sciusciello rimandano ad un lat. iuscellum = brodetto Partendo da tale iuscellum→sciusciello congetturo che per sciuscella si possa correttemente pensare ad un derivato neutro plur. iuscella→sciuscella=cose molli, cedevoli, lente come brodi, neutro poi inteso femminile. Semanticamente forse la faccenda si spiega (a mio avviso) con il fatto (come ò già accennato) che dalla carruba (sciuscella) si traggono liquidi e bevande medicinali che posson far forse pensare a dei brodini. Facciamo ora un passo indietro e torniamo alla seconda delle voci in epigrafe riportando un’ icastica maledizione che suona: - Puozz'avé mez'ora 'e petrïata dinto a 'nu viculo astritto e ca nun sponta, farmacíe nchiuse e mierece guallaruse! Imprecazione divertente, ma malevola, se non cattiva, rivolta contro un inveterato nemico cui, con spirito esacerbato, si augura di sottostare ad una mezz'ora di lapidazione subìta in un vicolo stretto e cieco, (che non offra cioè possibilità di fuga) e a maggior cordoglio gli si augura di non trovare farmacie aperte e di imbattersi in medici erniosi e pertanto lenti a prestar soccorso. puozz’ avé = possa avere id est: possa subire; puozze= possa voce verbale (2° pers. sing. cong. pres.) dell’infinito puté =potere, avere la forza, la facoltà, la capacità, la possibilità, la libertà di fare qualcosa, mancando ostacoli di ordine materiale o non materiale che lo impediscano; nell’espressione a margine puozze vale ti auguro; l’etimo di puté/potere è dal lat. volg. *potìre (accanto al lat. class. posse), formato su potens -entis; avé= avere e molti altri significati positivi come: conseguire, ottenere; ricevere; entrare in possesso o negativi come: subire; per l’etimo vedi sopra; petrïata/petrata sost.vi femm diversi l’uno dall’altro: letteralmente la voce petrata è la sassata,il tiro e il colpo di una singola pietra, mentre con la voce petrïata si intende una prolungata gragnuola di colpi di pietra, quasi una lapidazione; anticamente a far tempo dalla fine del ‘500, a Napoli soprattutto in talune zone della città quali Arenaccia, Arena alla Sanità, San Carlo Arena,san Giovanni a Carbonara ricche di detriti sassosi, residuali di piogge che trasportavano a valle terriccio e sassi provenienti dalle alture di Capodimonte, Fontanelle etc. o, nelle stagioni secche, residui di fiumiciattoli (es. Sebéto) in secca si svolgevano, tra opposte bande di scugnizzi e/o bassa plebaglia, delle autentiche battaglie(petrïate o guainelle) un tempo a colpi di bastoni, poi a colpi di pietre e sassi con feriti spesso gravi; ai primi del ‘600 tali battaglie divennero cosí cruente che i viceré dell’epoca furono costretti ad emanar prammatiche, nel (peraltro) vano tentativo di limitare il fenomeno… Si ricorda una divertente espressione in uso tra i contendenti di tali petrïate: Menàte ‘e grosse, pecché ‘e piccerelle vanno dint’ a ll’uocchie! (Tirate le (pietre) grandi, giacché quelle piccole vanno negli occhi!). Etimologicamente sia petrata che petrïata sono un derivato metatetico di preta metatesi del lat. . petra(m), che è dal gr. pétra; nella voce petrïata generata dopo petrata si è avuta l’anaptissi (inserzione di una vocale in un gruppo consonantico o tra una consonante ed una vocale; epentesi vocalica) di una i durativa allo scopo di espander nel tempo il senso della parola d’origine;l’anaptissi di questa i atona non à influito sull’accento tonico della parola e si è avuto petrïata→petriàta in luogo di petríata; dinto (a) = dentro (ad) avverbio e prep. impropria dal basso lat. de intus; da notare che in napoletano, come prep. impropria, dinto debba sempre essere accompagnata dalla prep. semplice a o dalle sue articolate â = a + ‘a (alla ) ô= a + lo ( al/allo) ê= a + i/a + le (ai/alle) per modo che si abbia ad es. dint’ ô treno (dentro al treno ) di contro il corrispondente italiano dentro il treno. La medesima cosa càpita come alibi dissi per ‘ncoppa (sopra) ,sotto (sotto), ‘mmiezo (in mezzo) fora (fuori) ed ogni altro avverbio e/o preposizione impropria; viculo = vicolo, vico via molto stretta e di secondaria importanza, in un centro urbano ; l’etimo è dal lat. viculu(m), dim. di vicus; astritto o astrinto agg. qual. masch. stretto, poco sviluppato nel senso della larghezza; non largo, non ampio; angusto; l’etimo è dal lat. *a(d)strictus part. pass. di un *a(d)stringere, rafforzativo di stringere; ca nun sponta letteralmente: che non sfocia in altra strada cioè: vicolo (stretto e) cieco; sponta =sfocia voce verbale (3° pers. sing. ind. pres.) dell’infinito spuntà= sbottonare, spuntare, comparire all’improvviso,sfociare; in primis spuntare con etimo dal latino *ex-punctare vale toglier la punta, metter fuori la punta ed il senso di spuntare, comparire all’improvviso,sfociare deriva dal fatto che chi spunta (appare), compare all’improvviso o sfocia in qualche luogo proveniente da un altro, non lo fa di colpo, ma paulatim et gradatim quasi mettendo fuori innanzi tutto la propria punta e poi il resto del corpo; ugualmente il senso di sbottonare è dato dal fatto che il bottone vien fuori dall’asola prima per la parte limitrofa(punta.) poi tutt’intero; farmacíe sost. femm. plurale di farmacía che in napoletano, piú restrettivamente del corrispondente italiano,( dove con derivazione dal greco pharmakéia 'medicina, rimedio', da phármakon 'farmaco'si intende l'insieme degli studi e delle pratiche che ànno per oggetto le proprietà, l'uso terapeutico e la preparazione dei medicinali) si intende, derivato dal francese pharmacie esclusivamente il locale destinato alla vendita e, soprattutto nel passato, anche alla preparazione dei medicinali; nchiuse agg. plur. femm. = chiuse, serrate, strette etimologicamente trattasi del part. pass. aggettivato femm. del verbo nchiurere= chiudere, ostruire, sbarrare, impedire un accesso; bloccare un passaggio con etimo dal basso latino cludere, per il class. claudere; faccio notare come nel verbo napoletano nchiurere si è avuta la consueta trasformazione di cl→chi come altrove ad es.: chiesia←(ec)clesia, chiuovo←clavus etc, la tipica rotacizzazione mediterranea d→r e la protesi di una n eufonica che non va marcata con alcun segno diacritico (‘n) in quanto essa n non è l’aferesi di in, ma solo una consonante eufonica come nel caso di nc’è= c’è, ragion per cui erra chi dovesse scrivere la voce a margine ‘nchiuse da un inesatto ‘nchiurere atteso che , come ò detto, nchiurere deriva da n(eufonica)+ cludere non da in(illativo)→’n+cludere; mierece sost. masch. plurale di miedeco/miereco= medico, chi professa la medicina avendo conseguito il titolo accademico e l'abilitazione all'esercizio della professione; l’etimo è dal lat.medicu(m), deriv. di medìri 'curare, soccorrere'con dittongazione nella sillaba d’avvio intesa breve ie←e, e rotacizzazione mediterranea d/r; guallaruse agg. masch. plur. di guallaruso= affetto da ernia probabilmente inguinale tale da limitare il movimento deambulatorio; la voce a margine (che è maschile, come dal suff. use plurale di uso, il femminile avrebbe avuto il metafonetico suff. ose pl. di osa) è un derivato del sostantivo guallera(= ernia) che è dall’arabo wadara. E cosí penso d’avere accontentato l’amico N.C. e qualche altro dei miei 24 lettori e penso di poter porre un punto fermo. Satis est. Raffaele Bracale

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