venerdì 12 febbraio 2016

LA MADRE ED IL PADRE DEI SANTI


LA MADRE ED IL PADRE DEI SANTI

Premesso il noto adagio: omnia munda, mundis  dirò che un impertinente frequentatore (di cui, nel timore di incorrere in un reato contro la riservatezza, indico solo le iniziali: A.G.)  del sito messo su  dall’amico prof. R.  Andria, sito cui indegnamente collaborai nel passato   per informazioni circa la parlata napoletana,mi chiede proditoriamente  (pensando di pormi in difficoltà) ch’io gli illustri e gli indichi oltre che il significato, un probabile, o certo etimo della voce sciúscia e piú in generale gli elenchi esaminandole analiticamente le voci napoletane in uso per indicare quella che il Belli chiamò la madre de li santi e, per completare l’argomento,elenchi ed esamini le voci usate per indicare il  padre de li santi . Non è mio costume farmi  mettere in difficoltà con  argomenti  intesi scabrosi, nè son solito  esimermi dal trattarli  , per cui, attrezzatomi alla bisogna, raccolgo la sfida/provocazione ed entro súbito in medias res e comincerò col dire che il termine sciúscia, voce domestica,epperò intesa quasi volgare (ma  - come vedremo – non penso lo sia ) è uno dei numerosi, icastici  sinonimi con i quali, con linguaggio piú o meno colorito e volta a  volta mutuato da riferimenti storici o da osservazioni visivo-gastronomiche,  si è soliti indicare la vulva della donna, l’organo femminile esterno della riproduzione.  

 Tra i  piú usati  di détti sinonimi, rammento:                                            fessa,fibbia, fresella,  purchiacca/pucchiacca,quatturana,brioscia,sfugliatella, carcioffola,carusella,  ficusecca, mulignana, patana,pummarola,  vòngola, còzzeca, scarola, ‘ntacca, bbuatta,caccavella cestúnia,cardogna,ciaccara/ciaccarella,senga, sesca,sarcenella/sarchiella, pesecchia/pesocchia, pettenessa, furnacella, tabbacchera etc.  e   qui di sèguito  li illustrerò  uno alla volta.  Procediamo ordunque ordinatamente:

féssa= fessura, apertura con etimo dal lat.  fissa→féssa:  part. pass. femm. del verbo lat. findere=fendere, aprire ;la voce a margine, semanticamente ripete il significato di porta, apertura che è anche del corrispondente vulva(dal lat. vulva(m), variante di volva(m)=porta, accesso) dell’italiano;

fibbia s.vo f.le [dal lat. fībŭla, affine a figĕre «attaccare, appendere»]. in primis di per sé, letteralmente la fibbia  è un tipico fermaglio d’osso, di metallo, di legno, di materiale plastico, ecc., di forma varia, provvisto di una traversa (staffa) in cui sono fissate una o più punte o un gancio per chiudere cinture, mantelli, scarpe, ecc. la fibbia si distingueva e distingue per la varietà delle forme (quadrate, a medaglione, a losanga, a quadrifoglio, ecc.) e per il pregio artistico, specialmente quelle gote e longobarde, adorne di smalti, filigrane, cammei, e quelle che, anche in seguito, furono adoperate per paramenti sacri e da cerimonia, ornate di smalti e di oreficerie; nei sec. 17°-18° ebbero gran voga le fibbie per scarpe, spesso di materiale prezioso (oro, argento), e talvolta tempestate di gemme; per traslato come nel caso che ci occupa  vulva femminile; semanticamente la fibbia si collega alla vulva per il fatto di essere l’una e l’altra ornamento prezioso, la prima di abiti o calzature, la seconda del corpo femminile. Tuttavia in una tipica locuzione popolare valse cosa senza importanza, sciocchezza di cui non tener conto e ciò forse perché come da fessa si ricavò fessaria cioé fesseria, bazzecola, inezia, nonnulla, nullaggine, quisquilia, scemenza, sciocchezza, stupidaggine, cosí nell’espressione E salutace â fibbia, disse don Fabbio![Porgi i (nostri)saluti alla fibbia, disse don Fabio] la fibbia/vulva valse, senza alcun adattamento minchiata, scemenza, scempiaggine; rammento infatti che la locuzione testé presa in considerazione è usata a divertito commento quando si sia perso qualcosa di pochissima importanza di cui si possa non dolersi   o ci si trovi in presenza di notizie/situazioni buone o cattive  cosí poco interessanti da cui si possa tranquillamente chiamar fuori  o disinteressarsi come di faccende di alcuna rilevanza.Rammento infine che  con il don Fabbio della locuzione  non ci si riferisce ad alcun personaggio reale o inventato, atteso che il nome Fabbio fu usato solo per la gradevole assonanza che à con fibbia.

 

fresella  di per sé, letteralmente la fresella  è un tipico biscotto (pane biscottato) usato in un po’ tutto il meridione,  variamente condito con diversi  ingredienti(in massima parte vegetali)  per un gustoso asciolvere; la voce fresella  è un deverbale del lat. frindere= spezzettare in quanto,esso biscotto/pan biscottato à bisogno, per esser consumato, d’esser frantumato in piú pezzi.Va da sé che il significato traslato di fresella usata per indicare la vulva non nasce dal fatto che quest’ultima sia edibile tal quale la fresella-biscotto, né dal fatto che come la fresella, la vulva debba esser frantumata; la via semantica è un’altra ed attiene alla forma; infatti la fresella-biscotto può avere la forma di una fettina rettangolare di pane cotto e  poi biscottato, ma piú spesso la fresella-biscotto a Napoli o nelle Puglie à la forma di corona circolare ed il pane biscottato si sviluppa intorno ad un congruo buco centrale, cosa che – ad un dipresso accade per la vulva;

 purchiacca o pucchiacca = letteralmente,  fodero di fuoco, faretra infuocata e genericamente vulva, vagina;

premesso che la voce originaria fu purchiacca trasformato poi nel lessico popolare in pucchiacca con tipica assimilazione regressiva rc→cc dirò che l’etimo non è tranquillissimo ed infatti  io stesso  penso di poterne proporre per lo meno un paio dei quali opterei comunque per il primo;

1 -la prima ipotesi è che la voce a margine  potrebbe risultar  derivata  dal greco pyr(fuoco) + koilos(faretra, vagina)+ il  suff. dispreg. acca (femminilizzazione del maschile acco/accio suffisso che continua il lat. -aceu(m), usato per formare sostantivi e aggettivi alterati con valore peggiorativo . ),secondo un percorso morfologico che da koilos, attraverso un *koleaca  porta a cljaca→chiaca e dunque: pyr+cliaca+acca= purcliacca→ puccliacca→pucchiacca con tipica assimilazione regressiva rc→cc, tutto ciò in luogo di quanto  proposto da altri quali l’Altamura, il  D’Ascoli, e tutti coloro che vi attingono,  che ipotizzano un latino portulaca(m) = porcacchia→poccacchia→ pucchiacca  (erba porcellana); l’idea non m’appare perseguibile in quanto, in effetti in pretto, corretto  napoletano la voce usata per indicare  l’ erba commestibile porcacchia,che giunge sulle tavole partenopee  sempre in unione  con un’altra erba/insalata  detta arucola (rughetta), la voce dicevo  è  purchiacchiello (diminutivo masch. ricostruito del femm. purchiacca = porchiacca con tipica chiusura della ō→u; la porcacchia/porcellana  è  pianta erbacea commestibile, con fusto ramoso e piccoli fiori gialli della fam. Portulacacee; tale erba non si vede però, a mio avviso, neppure per traslato o estensione (come invece avviene – e lo vedremo súbito – con altri nomi mutuati dagli ortaggi e/o da  prodotti ittici),   cosa possa avere  in comune  con l’ organo femminile esterno della riproduzione;

2 -  l’altra mia ipotesi circa l’etimo di pucchiacca  fa riferimento ad   una iniziale porcacchia, ma questa non è l’erba porcacchia /porcellana; nel caso da me ipotizzato occorre infatti  partire  da una radice porc ( del latino porca=maiale/scrofa; tale voce (sostituendo il classico sus, nel latino parlato fu usata per indicare esattamente oltre che la scrofa, anche  la sua vulva ) radice addizionata del suffisso diminutivo- spregiativo (cfr. Rohlfs)   acchia: da porcacchia→purcacchia e pucchiacca  con il medesimo significato di porca=vulva della scrofa ed estensivamente vulva in genere;

- quatturana  letteralmente quattro grani; il grano fu  vilissima moneta in uso nel Napoletano (Regno delle Due Sicilie) sin dall’epoca degli Aragonesi ed Angioini (fine 13° sec.). Al proposito rammenterò, per incidens,  che  l'unità del Regno delle due Sicilie si era spezzata sin dalla ribellione dei Vespri Siciliani del 1282.
La Sicilia era divisa fra Aragonesi ed Angioini fino al trattato di Caltabellotta quando fu sancita l'esistenza di due regni di Sicilia, quello di Trinacria che comprendeva solo l'isola e quello di Sicilia, che anacronisticamente si riferiva alla parte continentale, meglio conosciuta come Regno di Napoli, cioè le terre oltre il faro dello stretto fino al fiume Garigliano ed il Tronto.
Il regno di Trinacria era governato da Pietro d'Aragona che aveva sposato Costanza di Svevia, figlia di Manfredi.
Il regno di Napoli era governato, con l'appoggio del papa, suo signore feudale, dal conte di Provenza Carlo d'Angiò.
Anche questo trattato, però non riportò pace fra Angioini e Aragonesi, che si accanirono sempre piú a combattersi.
Dopo vari tentativi da parte degli Angioini e degli Aragonesi di imparentarsi fra loro per riunificare il regno.
Nel 1420 la regina Giovanna II d'Angiò, rimasta senza eredi,  per difendersi dal pontefice e da Luigi d'Angiò, chiese aiuto agli Aragonesi proponendo l'adozione di Alfonso V , figlio di Ferrante re d'Aragona, offrendogli il titolo di duca di Calabria e la qualifica di erede al trono.

Torniamo al grano  che, dicevo,fu vilissima moneta  corrispondente all’incirca al valore di 60 centesimi dell’attuale euro per cui 4 grani corrispondevano all’incirca a  2,40 euro, cioè a quasi  5000 delle vecchie lire. e questa somma, secondo una teoria, era quanto si facevano pagare, per ogni rapporto,  le meretrici di infimo ordine che prestavano la loro opera lungo la c.d. ‘mbricciata ‘e san Francisco (imbrecciata (di cui dissi alibi) di san Francesco)malfamata strada ubicata a Napoli poco fuori le mura di porta Capuana, nei pressi di quell’edificio che fu in origine il monastero dei cosiddetti monaci di sant’Anna (in quanto ebbero come loro cappella la chiesa di sant’Anna posta all’imboccatura del Borgo sant’Antonio abate), poi sede delle Carceri san Francesco  ed infine sino ad or non è guari sede degli uffici della  Pretura ; secondo altra teoria, che reputo piú esatta, la somma di quattro grani fu quanto sotto Alfonso V d’Aragona, si pretese dalle meretrici a mo’ di tassa sulle singole prestazioni; ora sia che fosse una tassa, sia che si trattasse del prezzo da pagare alla meretrice, la voce quatturana (quattro grani)finí per indicare lo strumento di lavoro della prostituta, e con estensione volgare, l’organo riproduttivo esterno di ogni altra donna soprattutto di basso ceto;

- ‘ntacca = fessura, apertura, scanalatura, contrassegno  con probabile etimo deverbale da ‘ntaccà=intaccare derivato dal germ. *taikka 'segno';

- bbuatta s.vo f.le= letteralmente la parola a margine vale barattolo, contenitore cilindrico in  banda stagnata usato per commercializzare generi alimentari dalla frutta sciroppata ai pomidoro, alle melanzane, ai peperoni, al caffè; il traslato semantico è di facile comprensione; l’etimo è dal francese boite;

-caccavella s.vo f.le= letteralmente la parola a margine vale pentolina ,piccolo paiolo di creta o talora di rame usato per la cottura di alimenti; per traslato e figuratamente valse anche grosso cappello da donna;  sempre per traslato come la precedente buatta indicò l’organo femminile esterno della riproduzione cui semanticamente è avvicinata per esser come quello un contenitore;partendo da tale accostamento con la voce a margine si indicò anche per metonimia la prostituta, soprattutto se non particolarmente avvenente e  di forme sgraziate, che quel contenitore usasse; infine con la voce a margine (etimologicamente dal lat. tardo caccabella femminilizzazione  di  caccabulus diminutivo di  caccabus = paiolo,pentolone, dal greco  kàkabos) per traslato sarcastico si indicò una donna che fosse grossa,grassa e bassa; piú precisamente tale donna fu détta caccavella ‘e Sessa: Sessa Aurunca (comune della provincia di Caserta, noto con il solo nome di Sessa,in origine Suessa, città appartenete alla Pentapoli Aurunca; il nome di Sessa  derivò dalla felice posizione (sessio = sedile - dolce collina dal clima mite)fu una località dove  veniva prodotto  vasellame in terracotta, d’uso quotidiano;

-chitarra (dall'ar. qîtâra, che è dal gr. kithára. che normalmente indica un noto strumento musicale a corde,provvisto di cassa armonica formata da due tavole (di cui la superiore con foro centrale, détto rosa) unite da una fascia,di un manico provvisto di divisioni per cercar le note e  di paletta con meccanica per tender le corde)  è usata per indicare furbescamente la vulva femminile, semanticamente richiamata  dalla rosa/foro centrale, ed inteso quale strumento di piacere ;

in tale medesima accezione la voce chitarra  la si ritrova  nella smorfia napoletana che al numero  67 fa corrispondere l’espressione ‘o totaro dint’ â chitarra letteralmente: il totano nella chitarra, e ci si trova  davanti ad una figurazione dal sapore marcatamente gioioso e furbesco, intendendosi con questa figura riferirsi all’immagine del coito ( che è  dal lat. coitu(m), deriv. di coire 'andare insieme') in effetti è molto semplice rendersi conto di cosa sia adombrato sotto la figura del totaro e cosa adombri la chitarra  con il foro della rosa; quanto all’etimologia abbiamo: totaro deriv.  del gr. teuthís o têutòs con lo stesso significato di mollusco simile al calamaro; la voce pur partendo dal greco è giunta nel napoletano attraverso un basso latino tutanu(m) con metaplasmo e cambio di suffisso nu→ro.

- senga propriamente si tratta di una fessura, una screpolatura una contenuta lesione, tutte cose riscontrabili su oggetti in legno (porte, antine di mobili) o in muratura e per giocoso traslato la voce a margine si riferisce all’organo femminile esterno della riproduzione cui semanticamente è avvicinata per la tipica forma della lesione (contenuta fenditura verticale) che ripete quasi quella dell’organo suddetto; l’etimo di senga si fa concordemente risalire al lat. signum  quale lettura metatetica poi  femminilizzata; da signum→singum→singo e da questo il femminile metafonetico senga;

- sesca  propriamente si tratta di una ferita,il piú delle volte da taglio,  una contenuta lesione  prodotta da un’arma bianca sulla viva carne del corpo umano, e come per la voce precedente, per giocoso traslato la voce a margine si riferisce all’organo femminile esterno della riproduzione cui semanticamente è avvicinata per la tipica forma della lesione (contenuta apertura  verticale) che ripete quasi quella dell’organo suddetto; non di tranquilla lettura l’etimo di sesca che di per sé è la femminilizzazione metafonetica del maschile sisco= fischio che è un deverbale del latino fistulare→fisclare→fischiare→fischio.

Ora rammento  che anche in lingua italiana, per furbesco traslato,  con la voce fischio si intende il membro maschile,cosí anche in napoletano con la corrispondente voce di fischio e cioè  sisco     soprattutto nel linguaggio colloquiale,  si intende il membro maschile; e dunque non meraviglia se per analogia con il femm. di sisco  e cioè con  sesca si è  finito per indicare il corrispondente organo femminile e quest’ultimo semanticamente è stato avvicinato ad un piccolo taglio, una contenuta lesione  prodotta da un’arma bianca sulla viva carne del corpo umano  per la tipica forma della lesione (contenuta apertura  verticale) che ripete quasi quella dell’organo suddetto, per cui la voce sesca indica sia la vulva che una ferita da taglio.

sarcenella/sarchiella  s.vi f.li di carattere marcatamente furbesco atteso che con il termine sarcenella, ma anche con sarchiella(quantunque quest’ultima voce non trova riscontro alcuno, se non declinato al plurale ‘e ddoje sarchielle a commento del numero 66 del giuoco della tombola,  e sia solo una patente corruzione della precedente sarcenella), si intende riferirsi all’organo sessuale femminile, e segnatamente a  quello di una donna che per essere ancora nubile, sebbene abbastanza anziana l’abbia ispido  e ben serrato a guisa di una piccola fascina (...buona solo per essere arsa!); il termine sàrcena ed il diminutivo sarcenèlla, nonché la corruzione sarchiella valse appunto  in primis fascina, fardello di sterpi  e poi – come  ò spiegato - ebbe il significato traslato è voce  derivata dal lat. sarcina(m), propr. 'bagaglio avvolto in una tela cucita', deriv. di sarcire 'cucire';

 - pesecchia/pesocchia  propriamente fessurina, piccola apertura

atteso che con le voci a margine si indicano alternativamente la vulva di bambine molto piccole o un po’ piú cresciute; l’etimo è da una voce onomatopeica ps→pes (dello zampillo) addizionata di  suffissi ecchia (diminutivo) o occhia (accrescitivo).

cestunia  s.vo f.le= in primis tartaruga; per traslato come nel caso che ci occupa, vulva vecchia e rattrappita di una donna ben matura. Etimologicamente voce adattamento fono-morfologico per incrocio greco-latino di khelòne e testudine-m.

 

Prima di illustrare le voci mutuate dall’àmbito orticolo o ittico, rammento le due voci ricavate dall’àmbito dolciario; e sono brioscia e sfogliatella;     

brioscia s.vo f.le

1 in primis piccolo dolce, soffice, leggero e saporito, a base di farina, burro, latte, zucchero  e lievito di birra (la cosiddetta pasta brioche),d’uso segnatamente francese che viene cotto in forno in varie forme, di cui la piú tradizionale è quella di una mezza sfera sormontata da una mezza sfera più piccola, mentre in Italia è piú comune quella a mezzaluna, chiamata anche cornetto, spesso farcito di crema e/o marmellata.

2 per traslato d’uso volgare  nel senso che ci occupa  sesso femminile, vulva; il collegamento semantico si coglie tenendo presente che nell’inteso popolare non v’à nulla di più dolce del sesso femminile e dell’atto sessuale ch’essa permette di compiere.  Voce adattamento del francese brioche; rammento che il termine in esame, nel significato sub 2, è presente in una icastica anche se becera espressione popolaresca nata nella città bassa ed improntata al piú sfrenato edonismo ed al materialismo  pessimistico,espressione  nella quale si afferma, giocando con numerose assonanze:’A vita, bbella mia, è ‘na brioscia, n’araputa ‘e cosce,’na ‘nfilata ‘e pesce, ‘na chiusura ‘e cascia e ttutto fernesce!  Non mette conto tradurla atteso che è di facilissimo intendimento. Mette invece conto rammentare  il nome di  un altro gustosissimo dolce napoletano fatto di pasta sfoglia (sfogliatella riccia) che viene usato per traslato furbesco per indicare appunto la vulva, il sesso femminile   

 sfugliatella = sfogliatella s.vo f.le

1piccolo, gustosissimo dolce napoletano fatto di pasta sfoglia (sfogliatella riccia) o frolla (sfogliatella frolla) avvolta su sé stessa e farcita con crema di semola, uova e ricotta, canditi e spezie varie; etimologicamente è un derivato di sfoglia→sfogliata→sfogliatella.

2 per traslato, ma non  d’uso volgare, quanto affettuoso  nel senso che ci occupa  sesso femminile, vulva;  la sfogliatella riccia  appunto per   la sua forma triangolare, a conchiglia, (vagamente rococò) oltre che per la sua dolcezza ben superiore a quella della brioche→brioscia è semanticamente accostata alla vulva femminile.

E passiamo ora  a tutte le voci mutuate dall’àmbito  orticolo o ittico; abbiamo:

- carcioffola s.vo f.le = carciofo con riferimento all’organo stretto e serrato di una giovane donna tal quale il carciofo che se fresco e giovane à le brattee ben chiuse e serrate; ciò è tanto piú vero se si pensa che di una donna che  non sia piú  giovane e che per tanto si pensa   abbia  già avuto piú o meno numerosi  rapporti coniugali, s’usa dire  ironicamente che   tene ‘a carcioffola sfrunnata=à il carciofo sfrondato id est:la vulva deflorata; l’etimo della voce carcioffola  risulta derivato dall’arabo  harsûf addizionato del suff. diminutivo lat. ola (femm. di olus); sfrunnata=sfrondata p. p. femm. dell’infinito sfrunnà= sfrondare che è un denominale di fronda con prostesi di una s distrattiva; normale nella voce napoletana l’assimilazione progressiva nd→nn;

 - carusella s.vo f.le =1(in primis e di per sé) finocchiella, varietà selvatica di finocchio; 2(per traslato giocoso) organo femminile di donna matura, glabro e/o  canuto come ad un dipresso il finocchio selvatico; nell’accezione sub 2 la voce a margine è d’uso provinciale e d’àmbito rurale, adoperato quale contraltare di rafaniello = ravanello,  voce che nel medesimo àmbito indica l’organo maschile della riproduzione, cui è semanticamente accostato per la forma oblunga.Etimologicamente trattasi di voce deverbale di carusà (tosare)  che è da una rad. greca *kar- [cfr. karēnai inf. aor.pass. di keìrō di analogo significato].

- cardogna s.vo f.le = s.vo f.le = cardo pianta erbacea con foglie lunghe, carnose, di colore biancastro, commestibili affine al carciofo con riferimento all’ irsuto organo stretto e serrato  di una donna matura, ma ancóra illibata;  voce derivata dal lat.volg. cardunĭa marcato sul greco kardonía.La voce a margine è usata in una icastica espressione esclamativa che suona s’è ‘nfucata ‘a cardogna! (si è accalorato il cardo spinoso!), con riferimento all’innalzarsi della temperatura atmosferica durante il periodo dell’anno (primavera/estate)quando la pianta è piú rigogliosa; ma usata anche furbescamente per commentare gli improvvisi bollori d’una donna non sposata e non piú giovane, cui repentinamente si risveglino i sensi. 

- ciaccara s.vo f.le ed il suo  diminutivo ciaccarella  voci domestiche, mai  intese  volgari (anzi il diminutivo è pensato ipocoristico e quasi  affettuoso) è uno dei numerosi, icastici  sinonimi con i quali, con linguaggio piú o meno colorito e volta a  volta mutuato da riferimenti storici o da osservazioni che investono i piú vari  campi  dalla gastronomia,alla botanica, alla fauna ittica etc.    si è soliti indicare la vulva della donna adulta , l’organo femminile esterno della riproduzione, mentre con il diminutivo ci si riferisce alla vulva di una bambina; per quanto riguarda la semantica e l’etimologia della voce in esame,a mio avviso non penso si debba sbrigativamente parlare di voce onomatopeica (cosa mai dovrebbe fare ciacc ?)cosí come invece, pur senza chiarire,  ipotizzò  F.sco D’Ascoli    e l’ Altamura che lo saccheggiò...Penso invece che la voce ciaccara  sia stata costruita partendo dal s.vo ciacco (suino, maiale voce adattamento del greco sýbax-sýbakos→siacco→ciacco) addizionato del suffisso di competenza ara f.le di aro che continua il lat. arius; semanticamente come vedremo affrontando l’etimo di sciuscia ci troviamo a ragionare di parola (ciacco) che usata al maschile indicò il maiale,mentre usata al femminile(ciacca)  sia pure solo nel parlato della città bassa indicò  la scrofa e per metonimia  la sua  vulva; nulla osta poi che per traslato giocoso la voce passasse ad indicare anche la vulva della donna adulta e con il diminutivo poi quella di una bambina.

- ficusecca  s.vo f.le con derivazione, con passaggio al femminile dal masch.  lat. ficum(che corrisponde al greco sýcon con cambio metaplasmatico s/f)+ siccum da una radice sik = secco, sterile.

 usata in senso furbesco, in napoletano si identifica la vulva avvizzita d’una donna anziana e non piú appetita; al proposito preciso che anche in greco con la voce  sýcon  si indica sia il frutto del fico che furbescamente la vulva.

 

- patana, s.vo f.le= patata; il noto tubero edule è preso semanticamente  a riferimento poiché come esso vive  nascosto e protetto sottoterra, alla stessa stregua s’usa tener nascosta e protetta la vulva femminile,  che di suo è già posta  anatomicamente in posizione riservata; l’etimo della voce a margine è per adattamento  dallo sp. patata, sorto dall'incrocio di papa (di orig. quechua) con batata (di orig. haitiana);

- pummarola s.vo f.le = pomodoro il frutto rosso e carnoso della solanacea è preso a riferimento, cosí come l’altrove usato fica, non perché la vulva sia edula come il pomodoro o il frutto del fico, ma perché, come questi ultimi à il suo interno rosso  ; l’etimo di pummarola è, come  per la voce della lingua nazionale pomodoro da pomo d’oro  con il passaggio in sillaba d’avvio di ō ad u  (cfr. notte→nuttata), raddoppiamento espressivo  popolare della labiale m (cfr. comme←q(u)omo(do), alternanza osco mediterranea d/r, onde pomodoro→pummororo, dissimilazione r-r→r-l  e cambio di genere per cui pummororo→pummarola;

- vongola, s.vo f.le= noto mollusco bivalve gustosissimo il cui nome anche in italiano, ripete quello a margine,  voce di origine napoletana  trasmigrata come molte altre (guaglione, camorra, scugnizzo, sfogliatella e derivati e molti altri ) nel lessico nazione; la voce vongola, come la successiva còzzeca  è presa a modello per indicar la vulva, in quanto il bivalve aperto ricorda quasi la forma dell’organo femminile, l’etimo di vongola  (voce che indica oltre che il mollusco e la vulva,estensivamente anche una sciocchezza, una panzana che, del resto altrove è detta anche fesseria con  evidente riferimento alla prima voce di questa elencazione) l’etimo dicevo di  vongola  è da un acc.vo lat. concula(m)/*goncula(m)→gongula(m)  da cui vongula→vongola  con normale passaggio di g→v (vedi gulío/vulío – golpe/volpe etc.);

- cozzeca, s.vo f.le= cozza, mitilo bivalve  che aperto, come la precedente vongola  ricorda quasi la forma dell’organo femminile; in piú la cozza, per essere di colore nero e provvista di bisso,   ben si presta a rappresentare il fronzuto organo femminile  di una donna giovane; l’etimo di cozzeca  è, quasi certamente, da una forma ampliata di un lat. volg. *cocja→*cocjala→cozzala→cozzaca→cozzeca;

e veniamo ai riferimenti orticoli cominciando da

- scarola s.vo f.le = scarola letteralmente scariola,  varietà di indivia; anche, in alcune regioni, varietà di lattuga o cicoria; la scarola  e segnatamente la specialità detta riccia per essere in cespo arricciato, ben si presta a significare il fronzuto ricciuto organo femminile  di una donna giovane; l’etimo di scarola   è dal  lat. volg. *escariola(m), deriv. del lat. escarius 'che serve per mangiare', da ìsca 'cibo, esca;

- mulignana s.vo f.le letteralmente melanzana; siamo sempre nell’ambito orticolo ed essendo la mulignana = melanzana una  pianta erbacea largamente coltivata per i frutti commestibili di forma oblunga o ovoidale, con buccia violacea lucente e polpa amarognola (fam. Solanacee), proprio per questa sua buccia liscia e lucente,  viola scuro, quasi nera si presta a rappresentare icasticamente la scura e fronzuta, ma liscia vulva d’una giovane donna ; l’etimo della voce a margine è dall'ar. badingian, di orig. persiana, riaccostato, secondo alcuni al lat. mala(mela)+insana in quanto in origine si pensò che la melanzana fosse frutto  che inducesse alla pazzia.

- pettenessa s.vo f.le

ultima(anni ‘950)  voce entrata nel lessico popolare partenopeo per indicar la vulva, ed è voce traslata e giocosa; di per sé ‘a pettenessa indica un tipico pettine, in forma di conchiglia, d’osso o tartaruga,  a denti lunghi e sottili,   disadorno o ornato di piccoli orpelli spesso  semipreziosi, grosso  pettine usato dalle donne per sorreggere la crocchia dei capelli; atteso che in  napoletano, per indicare il pube ( in ispecie)femminile si à la voce pettenale (derivato da un acc.vo lat. pectinale(m)  da pecten= pettine), come del resto in lingua nazionale si à, per indicare la medesima cosa, la voce pettignone  (derivato da un acc.vo lat.  volg. *pectinione(m), dim. del class. pecten -tinis 'pettine'con riferimento (sia per l’italiano che per il napoletano) alla lunghezza dei peli del pube che ricordano i denti dei pettini,sia la forma a mo’ di conchiglia di ambedue: del pube e del grosso pettine,  ecco che in senso traslato la voce pettenessa= grosso pettine (dal class. lat. pecten con suff. femminilizzante essa secondo il criterio che una voce femminile è usata per indicar qualcosa di piú grande del corrispondente maschile (cfr. pennellessa piú grande di penniello,   tammorra piú grande di tammurro, cucchiara piú grande di cucchiaro,  tina piú grande di tino carretta piú grande di carretto, etc., ma per eccezione caccavo piú grande di caccavella e tiano piú grande di tiana,,)) ben  si prestò ad indicar la vulva ubicata all’estremità del pube i cui peli richiamano l’idea del pettine.

- tabbacchèra s.vo f.le  letteralmente tabacchiera,contenitore metallico, spesso finemente cesellato, provvisto di coperchio incernierato e chiusura a scatto; contenitore da asporto(solitamente celato in tasca) per tabacco da fiuto;

per traslato furbesco sesso femminile; il traslato semantico è dovuto probabilmente al fatto che come la tabacchiera, se tenuta ben chiusa,  serve a conservare il tabacco da fiuto con tutto il suo aroma, cosí il sesso femminile se tenuto serrato serve a difendere e conservare la virtú femminile.

La voce etimologicamente è un derivato di tabacco (dallo spagnolo tabaco) + il suff. di pertinenza iera→era; normale nel napoletano il raddoppiamento espressivo della labiale esplosiva onde tabacchiera→tabbacchera. Relativamente al significato trasòato furbesco rammento il détto: Redimmo e pazziammo, ma nun tuccammo ‘a tabbacchera  che letteralmente vale: Ridiamo e giochiamo, ma non tocchiamo la tabacchiera  e fa riferimento   ai comportamenti che si auspica tengano tra di loro gli innamorati ai quali si consiglia di contenersi e cioè di  ridere e giocare,evitando di   oltrepassare taluni limiti che coinvolgerebbero pesantemente il sesso.

 

- furnacella s.vo f.le soprattutto addizionato dell’aggettivo sfunnata furnacella sfunnata letteralmente piccolo forno sfondato; va da sé che tale accoppiata è usata  quale epiteto rivolto ad una donnaccola; nella fattispecie  con la voce fornacella non si indica certamente il fornetto in pietra o metallo, ma furbescamente la vulva  di colei cui è diretto l’epiteto, vulva che risultando sfunnata (sfondata) accredita la donnaccola offesa d’esser donna di facili costumi, se non addirittura una meretrice  abbondantemente conosciuta in senso biblico; furnacella= fornetto portatile alimentato a carbone; nell’espressione  a margine vale però per traslato : vulva atteso che sia il fornetto sia la vulva son sede(l’uno di un reale fuoco, l’altra di uno figurato; rammenterò al proposito che nel parlato napoletano, come ò già riferito,   tra le piú comuni voci per indicare la vulva c’è quella che suona purchiacca/pucchiacca  che con etimo dal greco pýr +k(o)leacca>*cljacca sta per fodero di fuoco;    tornando a furnacella dirò che  l’etimologia è dall’acc. lat. volgare furnacella(m) che è un diminutivo con cambio di suffisso per cui in luogo dell’atteso furnacula(m)  dim. di furnum si è ottenuto la ns. furnacella(m); sfunnata= sfondata, rotta , consunta part. pass. femm. aggettivato dell’infinito sfunnà = sfondare; denominale del latino fundu(m) con protesi di una s questa volta distrattiva; in coda alle tante voci con cui viene reso il sesso femminile, rammenterò che in taluni paesi dell’entroterra napoletano (cfr. Visciano) talora la vulva viene resa con la voce

sguessa/sguessera, s.vo f.le = mento pronunciato e sfuggente, ma non è in alcun modo chiaro quale possa essere il passaggio semantico che conduca a parlare della vulva come di una sguessa/sguessera; in effetti nelle parlate  meridionali  il mento pronunciato,quando non addirittura scentrato, deviato (cfr. il famosissimo mento del principe della risata Antonio de Curtis, in arte Totò (Napoli, 15 febbraio 1898 – † Roma, 15 aprile 1967),), la bazza  sono resi con la voce sguessa o anche  sguéssera; ambedue queste due ultime voci (di cui la seconda: sguéssera, è solo un’estensione espressiva  popolare dell’originaria sguessa) risultano essere, quanto all’etimo,  un adattamento della voce sghessa che (derivata da un ant. alto  tedesco geicz (voracità), con tipica pròstesi di una s intensiva) indica una fame smodata, eccessiva quella che,talvolta,   impegnando in un lavoro abnorme bocca e mandibola, può determinare gli apparenti  sviamento e pronunciamento del mento;  da sghessa→sguessa con caduta dell’ acca e successiva palatalizzazione della e che intesa breve viene dittongata in ue; infine da sguessa→sguessera.

Rammenterò infine che la voce sghessa nell’identico significato di fame smodata, si ritrova con varî adattamenti in molti  dialetti: emiliano (idem sghessa), lombardo(sgheiza, sgüssa) piemontese(gheisi) sardo(sghinzu) e persino nell’italiano sghescia; epperò in nessun modo si riesce a spiegare o ad ipotizzare il perché del passaggio semantico   da fame smodata o mento pronunciato,quando non addirittura scentrato, deviato a vulva femminile; posso solo sospettare un iniziale errato riferimento protrattosi nell’uso popolare.

Rammento ancóra che in taluni dialetti provinciali (Capri, Visciano etc.) la vulva viene indicata anche con il nome di   brasciola s.vo f.le( che, vedi alibi,  di per sé  indica un grosso involto di carne imbottito da cucinare in umido con olio, strutto, cipolla  ed in  quanto tale    è un s.f. derivato dal tardo latino brasa+ il suff.diminutivo ola femm. di olus; semanticamente la faccenda si spiega col fatto che originariamente la brasola  fu una fetta di carne da cuocere alla brace, e successivamente con la medesima voce adattata nel napoletano con normale passaggio della esse + vocale (so) al palatale scio che generò da brasola, brasciola si intese non piú una fetta di carne da cucinare alla brace, ma la medesima fetta divenuto grosso involto imbottito da cucinare in umido con olio, strutto, cipolla e molto frequentemente, ma non necessariamente sugo di pomidoro, involto che è d’uso consumare caldissimo.furbescamente, come ò détto, in talune province   con tale voce   viene indicata la vulva, con riferimento semantico alla focosità e carnalità del sesso femminile. A Napoli dove  sono in uso numerose voci per indicar la vulva, questa provinciale brasciola non viene di norma usata.

 

 

  

 

Esaurita la spiegazione delle voci  elencate a monte, veniamo finalmente a trattare la voce proditoriamente propostami dal sig. A.G. Parliamo cioè della sciuscia.

 

-  sciuscia s.vo f.le. Come ò già detto è voce generica che vale vulva, vagina, organo riproduttivo esterno della donna il tutto senza particolari specificazioni concernenti l’età o la destinazione  d’uso, ed è voce colloquiale privata in uso  tra contraenti (sposi, amanti, fidanzati etc.) dei due sessi di qualsiasi ceto sociale.

Per la verità dico súbito che  solo tre calepini della parlata napoletana ( l’antico  D’Ambra,ed i piú vicini  Altamura e D’Ascoli che vi attingono spudoratamente) dei numerosi in mio possesso e che ò potuto consultare, prendono in considerazione la voce a margine, e però a malgrado che tali  vocabolaristi  àbbiano il merito di considerare la voce, per ciò che riguarda l’etimo non ànno merito alcuno, in quanto copiandosi l’un l’altro optano,ma  a mio avviso, maldestramente,  per un inconferente generico  idiotismo (.s. m. (ling.) locuzione, voce  o costrutto caratteristici di una lingua o di un dialetto) fatto scaturire con un arzigogolo fastidioso ed inattendibile da far risalire a cíccia→ciàccia→sciàscia→sciúscia … che pasticcio!

Personalmente penso di poter proporre altri  due etimi di cui il primo,  pur essendo perseguibile quanto alla morfologia, convengo che zoppichi e non poco quanto alla semantica; a mio avviso si potrebbe morfologicamente  pensare al solito latino ad un part. pass. femm. fluxa  dell’infinito fluere atteso che il gruppo latino fl evolve sempre nel napoletano sci (vedi alibi flumen→sciummo, flore-m→sciore flamma→sciamma -  flaccare→sciaccà etc.) ed ugualmente x=ss seguito da vocale diventa sci e dunque fluxa=flussa potrebbe aver dato morfologicamente sciuscia; ma, come ò io stesso notato, vi si oppone la semantica: una cosa scorsa, fluita poco o nulla à che spartir con una vulva… Occorre tenere altra via! È ciò che faccio e prendendo per buona un’idea dell’amico prof. Carlo Jandolo, la faccio mia e dico che partendo dalla considerazione che la voce sciuscia  termina con il suff. latino/greco di appartenenza ia  e che d’altro canto la voce classica latina sus indicò indifferentemente il maiale, la scrofa e la vulva, e tenendo presente che la sibilante s anche scempia seguíta    da vocale evolve, come la precedente doppia ss in napoletano nel gruppo  palatale sci, ecco che da un origianario sus addizionato del suffisso d’appartenenza ia  si è potuto  avere súsia→sciúscia e non susía→sciuscía ponendo bene attenzione che  il suffisso latino ia comporta la ritrazione dell’accento tonico sulla sillaba radicale, mentre è  il corrispondente ía greco che  sposta l’accento sul suffisso come si ricava osservando la voce filosofia che in lat. è  philosòphia(m), mentre in  greco è  philosophía; e posta l’ipotesi in questi termini, possiamo dire che anche  la semantica (ramo della linguistica e, piú in generale, della teoria dei linguaggi (anche artificiali e simbolici), che studia il significato dei simboli e dei loro raggruppamenti e, nel caso delle lingue, studia il significato delle parole, delle frasi, dei singoli enunciati) possa esser contentata  cosí come m’auguro sia soddisfatto il provocatorio  sig. A.G. e chiunque altro fosse interessato all'argomento. Esaurita la trattazione circa la  madre de li santi  passiamo a quella concernente il  padre de li santi. precisando súbito che sono  numerosissime le voci usate in napoiletano  lasciando libero sfogo alla fantasia; lasciando da parte la voce cazzo che  non è segnatamente napoletana, ma è usata su tutto il territorio nazionale,ed ugualmente tenendo separate  un paio di espressioni che non son riconducibili a classificazioni e cioè: ‘o pate d’ ‘e ccriature e  ‘o dito ‘e san Paolo ca ‘ntorza ‘a panza

dirò che quelle che son voci d’uso strettamente  meridionale possono genericamente esser suddivise in tre gruppi; del primo fanno parte le voci mutuale dal mondo animale: pesce,cefalo,palàmmeto,  capitone senza recchie, piccione,suricillo; del secondo quelle attinte dal regno vegetale: fenucchio, cetriuolo, fava, fungio,  pipero, rafaniello   ed infine del terzo gruppo  fanno  parte quelle in prestito tra altri dolciumi o  alimenti: franfellicco, saciccio, bbabbà, panzarotto, pasticciotto   oppure tra  gli oggetti:chiuovo, junco,penniello,spruoccolo, martino.

E passo ad analizzare le voci cosí come elencate:

cazzo s.vo m.le1(in primis e come nel caso che ci occupa )  membro virile, pene 

2 (fig.) persona sciocca, minchiona; testa di cazzo, (fig.) imbecille, minchione
3 (fig.) nulla, niente:

voce del gergo marinaresco dal greco (a)kàtion = albero della nave); è ovvio l’accostamento semantico tra l’albero della nave ed il pene in erezione.

 

‘o pate d’ ‘e ccriature  ad litteram: il padre dei piccoli;  id est padre di bambini/e e cioè l’organo maschile della riproduzione, senza del quale si pensava fosse impossibile mettere al mondo dei nati, il péne; il giro di parole fu eufemisticamente usato per evitare di pronunciare parole piú disdicevoli; per vero tale circonlocuzione non è solo napoletana, ad un dipresso la si ritrova anche altrove; nel dialetto romanesco il poeta G.G.Belli trattando del medesimo organo riproduttivo intitolò un suo divertente sonetto addirittura Er padre de li santi e in riferimento all’organo femminile La madre de li santi.

Prendiamo in esame la voce ‘e ccriature; scritta con la geminata iniziale cc essa è il plurale di criatura/o  (che etimologicamente vengono dal latino creatura(m)) comprendente i due generi maschile e femminile: insomma ‘e ccriature  sono onnicomprensivamente i nati maschi e le nate  femmine e talvolta anche solo le nate femmine; mentre usando la c scempia: ‘e criature  si indica il plurale del maschile criaturo e dunque i soli nati maschi.

‘o dito ‘e san Paolo ca ‘ntorza ‘a panza ad litteram: il dito di san Paolo che gonfia la pancia; espressione eufemistica/furbesca nella quale al pene, per evitare di assegnargli  altro nome triviale è dato  il nome di dito di san Paolo nell’inteso che al miracoloso santo fósse sufficiente l’uso del solo  dito e di non altro  per riuscire  ad  ingravidare una donna. Non è dato  però sapere perché mai si parli di san Paolo e non di altro santo miracoloso a meno che con l’espressione non si faccia riferimento al fatto che san Paolo da  lussurioso gentile fu convertito in credente purificandosi  in età matura dopo d’aver abbondantemente esercitato svariate pratiche sessuali durante la sua gioventú.

‘ntorza = gonfia, indurisce voce verbale (3ª pers. sg. ind. pr. dell’infinito ‘nturzà= gonfiare, indurire, rendere incinta verbo denominale dal lat. in + tursu-m);

panza = s.vo f.le pancia, epa; nella fattispecie ventre ingravidato; voce dal basso latino panticem con metaplasmo e  sincope della sillaba ti donde pantice(m)→ *pan(ti)cja→*pancja→panza);

 

pesce s.vo m.le
1 animale vertebrato acquatico di varia grandezza, per lo piú fusiforme, rivestito di squame e provvisto di pinne per nuotare, con respirazione branchiale e scheletro osseo o cartilagineo: pesce ago, pesce marino dal corpo lungo e sottile, comune nel Mediterraneo; pesce corvo, ombrina dalla tinta bruna scura e con i fianchi a strisce dorate; pesce dorato (o rosso), originario della Cina, allevato per ornamento; pesce farfalla, dotato di una pinna dorsale la cui parte anteriore è simile a un'ala di farfalla; pesce vela, istioforo; pesce pappagallo, pesce marino, presente nel Mediterraneo, con livrea vivacemente colorata; pesce rondine (o volante), pesce di mare dal corpo allungato, grigio e roseo a macchie, con capo grosso e arrotondato; le ampie pinne pettorali gli permettono di compiere lunghi salti fuori dell'acqua | natà comme a ‘nu pesce nuotare come un pesce, (fig.) benissimo ' essere, sentirese ‘nu pesce fora d’acqua  essere, sentirsi un pesce fuor d'acqua, (fig.) sentirsi a disagio in un ambiente che non si conosce nun sapé che pisce piglià non sapere che pesci pigliare, (fig.) non sapere che decisione prendere 'menarse a ppesce  buttarsi a pesce (su qualcosa), (fig.) con entusiasmo; riferito a cibo, cominciare a mangiarlo con avidità | fà ‘o pesce ‘mbarile fare il pesce in barile, (fig.) fare l'indifferente, far finta di nulla | piglià a ppisce ‘nfaccia prendere (qualcuno) a pesci in faccia, (fig. popolarmente) trattarlo in malo modo | pesce ‘e cannuccia' pesce da canna' (fig.) essere credulone, abboccare facilmente | pesce gruosso, piccerillo ' pesce grosso, piccolo, (fig.) persona molto, poco potente | pesce d’abbrile  pesce d'aprile, burla che si fa tradizionalmente il primo di aprile ' prov. :’e pisce gruosse se magnano ê piccerille i pesci grossi mangiano quelli piccoli, i potenti ànno sempre la meglio.

2 (estens.) la carne del pesce come cibo; vivanda di pesce:  pesce scaurato, ‘mbianco,â pezzajuola, affummecato; pesce lesso, in bianco, in umido, affumicato; zuppa, fritto ‘e pesce  zuppa, fritto di pesce | pesce luvardo pesce azzurro, denominazione comune di  alici, sardine, acciughe e sgombri | tené ‘na faccia ‘e pesce scauratoavere una faccia da pesce lesso, (fig.) avere un viso inespressivo
3 pl. (zool.) la classe di vertebrati acquatici cui appartiene ogni pesce
4 (pl.) Pesci, (astr.) costellazione e segno dello zodiaco in cui il Sole transita dal 20 febbraio al 20 marzo
5 (estens.) persona nata sotto questo segno
6 (tip.) errore di stampa che consiste nel saltare una parola o una frase del testo originale.
7 ( popolarmente come nel caso che ci occupa) pene. Da notare che nel sud d’Italia, circondato dal mare,  popolarmente per pene s’usa, quale termine rappresentativo, un termine ittico (pesce), mentre nel centro-nord d’Italia, cioè in  zone lontane dal mare, popolarmente per pene s’usa, quale termine rappresentativo un termine venatorio (uccello); la voce a margine è dal lat. pisce-m.

totaro s.vo m.le .

1mollusco marino commestibile, con corpo allungato, pinne triangolari posteriori e dieci tentacoli provvisti di ventose; è noto anche col nome di totano

2 (fig. e popolarmente come nel caso che ci occupa) pene

 infatti nella smorfia napoletana  al numero  67  si fa corrispondere l’espressione ‘o totaro dint’ â chitarra letteralmente: il totano nella chitarra, e ci si trova  davanti ad una figurazione dal sapore marcatamente gioioso e furbesco, intendendosi con questa figurazione  riferirsi all’immagine del coito ( che è  dal lat. coitu(m), deriv. di coire 'andare insieme') in effetti è molto semplice rendersi conto di cosa sia adombrato sotto la figura del totaro e cosa adombri la chitarra  con il  suo foro della rosa; quanto all’etimologia totano/aro  è un deriv.  del gr. teuthís o têutòs con lo stesso significato di mollusco simile al calamaro; la voce pur partendo dal greco è giunta nel napoletano attraverso un basso latino tutanu(m) con metaplasmo e cambio di suffisso nu→ro.

piccione s.vo m.le
1 [f. -a] nome comune del colombo domestico, uccello di media grandezza, forte e veloce, con piumaggio grigio scuro e becco leggermente arcuato; è addomesticabile e viene allevato per le sue carni gustose (ord. Colombiformi) | tiro al piccione, gara sportiva nella quale i concorrenti cercano di abbattere con un colpo di fucile un piccione fatto uscire improvvisamente da una gabbia; piccione di gesso, di rame, bersagli di forma simile al piccione usati un tempo nelle gare di tiro al volo | piglià dduje picciune cu ‘na fava prendere due piccioni con una fava, (fig.) ottenere due risultati in una sola volta | fanno gluglú comme a dduje picciune tubano come due piccioni, (fig.) si dice di due innamorati che amoreggiano teneramente.
2 (fig. e popolarmente come nel caso che ci occupa) pene, persona sempliciotta, che si può raggirare con facilità (cfr. sub cazzo n°2)
3 in macelleria, taglio di carne di bue compreso fra la rosa e le costole. Piccolo taglio triangolare situato sopra la noce, particolarmente tenero e saporito, si utilizza farne arrosti, ben legato.la voce piccione è voce in uso nel nord dell’Italia da Bologna in su; nel sud e segnatamente nel  napoletano il termine piccione è sostituito con cularda/codarda(da non confondere con il  cucuizzo che  è la parte apicale e polposa della  tracchia di gola) mentre in  Calabria e Lucania è d’uso la voce tudisco.
piccione è
 voce dal lat. tardo pipione(m), deriv. di pipiare 'pigolare' cfr. piccià←pipiare;  rammento che nel napoletano l’accostamento del pene al piccione lo si ritrova nel commento al numero 29 della smorfia dove sotto l’espressione d’accompagnamento della sortita del numero:  “Piccione e ova” giocata sull’assonanza tra nove ed ova,  piccione è ovviamente il pene e le ove,sono   i testicoli!

 

cefalo s.vo m.le 1 (in primis) pesce di mare commestibile dal corpo quasi cilindrico,grossa testa e  dorso scuro a squame argentee (ord. Mugiliformi) 2( fig. e popolarmente come nel caso che ci occupa) pene. voce dal lat. tardo cephalu(m), che è dal gr. képhalos,  deriv. di kephalé 'testa'; l’accostamento semantico tra la voce cefalo ed il pene è da cercarsi  proprio  nella turgicità del glande in erezione  che nell’inteso popolare richiama la grossa testa del cefalo.

palàmmeto  s.vo m.le 1 (in primis) pesce di mare commestibile simile al tonnetto (ord. Perciformi)

2( fig. e popolarmente come nel caso che ci occupa) pene.voce dal gr. pílamís –ídos; come per la precedente voce l’accostamento semantico tra la voce palàmmeto  ed il pene nel furbesco inteso popolare è da cercarsi    nella voluminosità del pesce palamida con il  turgore  dell’asta  in erezione.La voce infatti è usata quando iperbolicamente e per vanteria si intenda millantare le dimensioni del proprio membro. 

 

capitone s.vo m.le 1 (in primis)  famosa anguilla femmina di grosse dimensioni, pregiata per le sue carni, che è cibo tradizionale delle feste di Natale;di essa si dice che sia provvista di orecchi: in effetti il capitone e cioè la grossa anguilla femmina, regina delle napoletane tavole di magro della vigilia di Natale, allorché viene ammannito arrostito alla brace, in carpione, in umido, all’agro o fritto à una morfologia particolare e la sua grossa testa appare fornita di due minuscole appendici laterali traslucide, volgarmente détte orecchie; 2 (per traslato furbesco e giocoso. e popolarmente come nel caso che ci occupa) pene; tuttavia in tale accezione si precisa che trattasi di un capitone privo di orecchie;  la voce capitone etimologicamente è dall’accusativo latino capitone(m) da capito/onis collaterale di caput/tis in quanto oltre il corpo à una testa molto pronunciata; rammenterò che nelle tombole familiari quando si estraesse il num. 32 chi lo estraeva annunciava trionfante: trentaroje ‘o capitone!,ma súbito chiosava: cu ‘e rrecchie volendo significare che si intendeva riferire proprio alla grossa anguilla provvista ai lati del capo di due piccole, trasparenti appendici ritenute orecchie, e non intendeva, col dire capitone, riferirsi ad altro furbesco richiamo non ittico, di appendice maschile spesso ricordata come ò détto con la voce: ‘o capitone senza recchie (il capitone privo d’orecchie).


suricillo s.vo m.le diminutivo  1 (in primis)  topino, piccolo topo; 2 (per traslato furbesco e giocoso. e popolarmente come nel caso che ci occupa) pene;nell’accezione sub 2 la voce a margine è rammentata in una famosa esclamazione/maledizione : mannaggia ô suricillo e ppezza ‘nfosa che ad litteram è : accidenti al topino ed (alla) pezza bagnata;Il motto viene pronunciato a mo’ di imprecazione   da chi voglia evitare di pronunciarne altra piú triviale specialmente davanti a situazioni  negative sí, ma poco importanti.

 di tale esclamazione/maledizione diffusamente dissi alibi e lí rimando chi volesse approfondire;  qui mi limito a rammentare l’etimo della parola che deriva da uno  xurikilla tardo latino usato in luogo del piú classico mentula per indicare il membro maschile.

Abbandoniamo ora il regno animale  e passiamo a quello vegetale,nel quale si pescano  alcuni nomi di ortaggi per assegnarli  al pene sempre con riferimento alla durezza o alla forma allungata dell’ortaglie; vi incontriamo:

 

fenucchios.vo m.le 1 (in primis)   pianta erbacea con foglie basali dal picciolo largo, bianco e carnoso che vengono consumate come ortaggio; i semi sono usati per aromatizzare i cibi (fam. Ombrellifere) | finocchio dolce, si coltiva negli orti per consumarne la testa carnosa ed  il fusto ingrossato; 2 (per traslato furbesco e giocoso. e popolarmente come nel caso che ci occupa) membro maschile; rammento che in questa seconda accezione si fa riferimento semantico  al finocchio dolce, quello dalla grossa testa carnosa e dal fusto ingrossato;  voce dal lat. tardo fenuculum→ fenuclum→fenucchio, per il class. feniculu(m), deriv. di fìnum 'fieno'.

cetriuolo  s.vo m.le 1 (in primis) pianta erbacea rampicante con foglie lobate e fiori gialli, coltivata per i frutti commestibili verdi, allungati e carnosi (fam. Cucurbitacee). 2 (fig.) uomo sciocco, goffo
3 (per traslato furbesco e giocoso. e popolarmente come nel caso che ci occupa) pene, membro virile; di tutto riposo l’accostamento semantico da cercarsi nella forma e nel  turgore dell’ortaggio;

voce dal lat. volg. *citriolum, deriv. di citrus 'cedro', per il colore verde

 

fava s.vo f.le 1 (in primis) pianta erbacea con foglie paripennate, fiori bianchi macchiati di nero e legume a baccello contenente semi commestibili, di color verde e della forma di un grosso fagiolo appiattito (fam. Leguminose) | (estens.) il seme commestibile della pianta: piglià dduje picciune cu ‘na fava - prendere due piccioni con una fava, (fig.) raggiungere due obiettivi in un colpo solo
2 (ant.) voto in un'assemblea che si esprimeva deponendo in un vaso fave bianche o nere
3 (per metafora  furbesca e giocosa  e popolarmente come nel caso che ci occupa)  glande;  e per estens., pene: voce dal lat. faba-m; anche in questo caso  l’accostamento semantico  è da cercarsi nella forma allungata dell’ortaglia; rammento che nell’accezione sub 3 il s.vo in esame è presente in una canzone di Raffaele Viviani [Castellammare di Stabia10/1/ 1888 – †Napoli22/3/1950]  La rumba degli scugnizzi lí dove il poeta mette sulla bocca di uno scugnizzo l’espressione, rivolta ad una procace contadinella:”Pacchianè, chi s’ ‘o ppenzava, tiene chistu campo ‘e fave!” con riferimento salace al fondoschiena della ragazza ritenuto terreno da poterci piantare metaforiche fave.

fungio s.vo m.le 1 (in primis) vegetale inferiore privo di clorofilla, e perciò obbligato a vita parassitaria o saprofitica, costituito da cellule disposte lungo filamenti detti ife | nell'uso comune, corpo fruttifero dei funghi piú grandi, di solito formato da un gambo sormontato da un cappello; può essere velenoso o commestibile: funghi freschi, secchi; funghi velenosi, mangerecci; risotto coi funghi; funghi trifolati, fritti | andare a, per funghi, a cercarli nei boschi | crescere, venir su come funghi, (fig.) rapidamente e in gran quantità | a fungo, a forma di fungo.
2 (estens.) qualsiasi oggetto a forma di fungo

3 (per traslato furbesco e giocoso. e popolarmente come nel caso che ci occupa) pene, membro virile; ancóra un accostamento semantico da cercarsi nella forma del vegetale con particolare attenzione al turgido e lungo gambo del fungo ed al cappello che lo sormonta; voce dal lat. fungu-m→fungio (dove il pl. funge giustifica anche la palatalizzazione del sg. fungio laddove in italiano fungo continua il suono gutturale latino mantenuto anche nel pl. attraverso l’acca diacritica: funghi;    rammento che nell’accezione sub 3  anche il s.vo in esame pure se addizionato dello specificativo cinese è presente in una gustosa, salace  canzonetta  di Renato Carosone [pseudonimo di Renato Carusone (Napoli , 3 gennaio 1920 – †Roma , 20 maggio 2001),] ‘Stu  fungo cinese nella quale il vegetale, con evidente metafora è accreditato della potenzialità di ingravidare una donna!

pípero s.vo m.le ( al plurale  pípere)1(in primis) nella parlata  napoletana si identifica   un tipo particolare di gustoso peperone,di vario colore (rosso, giallo, verde chiaro), non quadrilobato, ma di pizzuta forma conica allungata e di sapore piuttosto forte come dal nome che con derivazione dall’ acc.vo neutro tardo latino pipere(m) indica appunto un  peperone dal sapore intenso, quasi pepato); è una bacca di colore   verde chiaro , rosso o giallo di gustoso  sapore  piuttosto piccante, di media grandezza e di forma conica richiamante quella di un corno di toro ed in effetti nel resto d’Italia questo peperone è détto appunto  corno di toro; si presta ad essere consumato per intero o ridotto in piccole falde fritto o imbottito  e talvolta  è usato nella elaborazione di risotti o altri primi  piatti oppure nella preparazione di spezzatini di maiale (cfr. alibi); 2(per traslato furbesco e giocoso come nel caso che ci occupa ) la voce nel parlato vale pene, membro maschile con riferimento semantico  alla tipica forma di questo peperone.

rafaniello s.vo m.le 1(in primis)  ravanello, pianta erbacea che si coltiva per la radice commestibile di colore rosso o bianco, dal sapore forte (fam. Crocifere). 2(per traslato furbesco e giocoso come nel caso che ci occupa ) la voce nel parlato vale pene, membro maschile con riferimento semantico non solo  alla tipica forma allungata e puntuta  di questo ortaggio, ma anche alla sua piccantezza. voce diminutiva (cfr. suffissi i + ello del s.vo rafano che è  dal lat. raphanu(m),marcato sul  greco rháphanos.

 Abbandonato cosí il regno vegetale, passiamo ad altri alimenti dolci o rustici; troveremo:

franfellicco s.vo m.le 1(in primis)  duro, dolcissimo bastoncino  di zucchero filato, da succhiare,  a forma di J  che è l’iniziale del nome Jesus e nella tradizione popolare napoletana  il franfellicco  essendo un dolce, in origine natalizio,  destinato ai bambini fu ritenuto figurazione del Bambino Gesú, roccia su cui fonda la salvezza dell’uomo. 2(per traslato furbesco e giocoso come nel caso che ci occupa ) la voce nel parlato vale pene, membro maschile con riferimento semantico  alla forma ed alla  durezza del dolciume;

la voce franfellicco etimologicamente è un adattamento locale del fr. franfeluque.

 

bbabbà  s.vo m.le 1(in primis)   dolce soffice e cedevole monoporzione  di forma tronco-conica sormontata da un gonfio  cappello, dolce  principe,  accanto alla sfogliatella ed alla mitica  pastiera, della cucina partenopea.

Esso dolce pur essendo originario della Polonia pervenne a Napoli (divenendo uno dei dolci piú graditi della pasticceria partenopea) attraverso i cuochi francesi (i famosissimi monzú[voce corruttiva del fr. monsieur]) chiamati a Napoli dalla regina Maria Carolina d’Asburgo  (sorella della notissima Maria Antonietta, quella che finí i suoi giorni ghigliottinata con il consorte Luigi XVI al tempo (1793 rispettivamente 21/1 il re e 16/10 la regina) della rivoluzione francese) in occasione delle proprie nozze ( 7 aprile 1768) con Ferdinando IV Borbone – Napoli. Il dolce deve il suo nome alla morbidezza e cedevolezza dell’impasto atto alla malferma dentatura delle persone anziane;baba in lingua polacca vale:nonna,donna vecchia; quando poi il baba polacco, al seguito del re Stanislao Leszczinski, (che qualcuno vuole ne sia stato casualmente l’inventore)re di Polonia dal 1704 al 1735, giunse in Francia dapprima  a Luneville e di lí a Parigi alla pasticceria Sthorer, dove tutti lo conobbero ed apprezzarono, esso  vide il suo nome pronunciato alla francese con la a finale accentata babà  e tale fu anche  a Napoli (che anzi ne raddoppiò espressivamente la seconda esplosiva labiale e babà diventò babbà e preceduto dall’articolo addirittura ‘o bbabbà); nella città partenopea , come ò détto,  prese stabile dimora per il tramite dei monzú francesi (cuochi di corte); anzi a Napoli vide raddoppiata b intervocalica diventando babbà  e fu dolce tanto amato ed apprezzato da pervenire in talune locuzioni napoletane; Cito,ad es. : Sî ‘nu bbabbà!  (Sei un babà) détto di persona (uomo) d’indole buona e mansueta fino alla prona accondiscenza, mentre riferito ad una donna Sî ‘nu bbabbà  vale Sei tanto bella e buona (che meriteresti d’esser mangiata, come un babà!).

 Rammento altresí che soprattutto nell’ icastico  parlato della città bassa la voce bbabbà è usata 2quale traslato furbesco e giocoso come nel caso che ci occupa per indicare il pene, il membro virile con riferimento semantico alla forma del dolce monoporzione.

 

panzarotto s.vo m.le 1(in primis)    specialità della cucina napoletana; voce con cui si   indica una tipica frittella di forma cilindrica, frittella lunga 10, 12 cm.ricavata da un impasto di patate lesse e schiacciate, farina, rossi d’uova, sale, pepe, erbe aromatiche, farcita di pezzetti di salame e bastoncini di mozzarella o provola affumicata ,frittella  intinta nella chiara d’uovo, rollata nel pan grattato e fritta in olio bollente e profondo; allor che la parola napoletana  panzarotto emigrò nella lingua toscana ecco che, inopinatamente,forse per confusione con il panzerotto pugliese, perdette la seconda a (per altro etimologica e dunque sacrosanta) in favore della  chiusa E ritenuta piú elegante e consona alla lingua di Alighieri Dante,e si ridusse a    panzerotto voce con la quale, come ò detto,  non si indicò piú la frittella di pasta di patata, ma una sorta di piú o meno grosso raviolo di semplice pasta lievitata rustica o dolce adeguatamente imbottito di ingredienti salati (ricotta, formaggi etc.) o dolci (marmellate, uvetta etc.) e la frittella di patate divenne, nell’italiano,  crocchetta o crocchè, assegnandole scioccamente ed erroneamente (la frittella di patate non deve esser croccante, ma morbida e tenera!) un nome mutuato dal francese croquant = che crocca, nella fallace convinzione che una preparazione di origine popolare e rustica si ingentilisca e diventi di nobile prosapia se le si assegna un elegante nome francesizzante, come alibi già capitò con l’umile, ma gustosa frittata di sole uova, formaggio sale e pepe  frittata che,diventata omelette, non migliorò…, né d’altra parte lo poteva: era già buona di suo! Etimologicamente sia il panzerotto pugliese  che il panzarotto napoletano derivano quali diminutivi con riferimento al rigonfiamento sia del panzerotto   che del panzarotto.  dal s. panza (lat.pànticem→pan(ti)cem, donde per metaplasmo pan(ti)cia→ pan(ti)cja→panza.). Nella città bassa la voce panzarotto, con riferimento semantico alla sua forma, è usato anche per indicare 2quale traslato furbesco e salace  come nel caso che ci occupa  il membro maschile.

 pasticciotto s.vo m.le 1(in primis) dolce monoporzione, per solito di pasta choux farcito di crema     2quale traslato furbesco e salace  come nel caso che ci occupa  il membro maschile; questa voce però è usata   solo nell’espressione SFRUCULIÀ 'O PASTICCIOTTO

Ad litteram: sbreccare il dolcino. Id est:annoiare, infastire, molestare qualcuno; locuzione di valenza simile a quella  che recita  NUN SFRUCULIÀ 'A MAZZARELLA 'E SAN GIUSEPPE, usata anch'essa in tono imperativo preceduta da un  canonico NON. Qui, in luogo della mazzarella, l'oggetto fatto segno di figurate sbreccature  è un ipotetico pasticcino, chiaramente usato eufemisticamente al posto dell’ intuibilissimo sito anatomico maschile

Esaurite cosí anche le voci alimentari passiamo a vedere quali oggetti sono presi a prestito per indicare il membro virile. Troviamo:

chiuovo, chiuovo  s.vo m.le
(in primis)1 barretta metallica di varie forme e dimensioni, generalmente appuntita a un'estremità e con una testa piú o meno larga all'altra, che serve a unire fra loro parti di metallo, legno o altro materiale, o per appendere oggetti alle pareti: conficcare, piantare un chiodo con il martello; chiodi da tappezziere, da calzolaio, da carpentiere | elemento metallico da applicare a suole di scarpe, pneumatici ecc. per rinforzarli e migliorarne l'aderenza al suolo | in alpinismo, attrezzo che si conficca in parete per sostenere una corda: chiodo da roccia, da ghiaccio | essere sicco comme a ‘nu chiuovo -esseremagro come un chiodo, magrissimo | rrobba ‘a chiuove - roba da chiodi, (fam.) cosa incredibile o gravemente riprovevole, meritevole d’essere inchiodata al muro a mo’ di ricordo o ammonimento  | chiuovo leva chiuovo - chiodo scaccia chiodo, (fig.) una preoccupazione ne fa dimenticare un'altra | attaccà quaccosa ô chiuovo - attaccare qualcosa al chiodo, (fig.) cessare di usarla: attaccà  ‘e guantune, ‘a bicicletta ô chiuovo- attaccare i guantoni, la bicicletta al chiodo, ritirarsi dal pugilato, dal ciclismo | tené ‘nu chiuovo ‘nfronte, dint’ô scianco avere un chiodo in fronte, al fianco, (fig.) avere mal di testa, provare una fitta al fianco | tené ‘nu chiuovo ‘ncapa-avere un chiodo in testa, (fig.) un'idea fissa, una preoccupazione assillante;
2 (fig. fam.) debito: piantà e levà chiuove-piantare e  levar chiodi, fare, pagare debiti
3 (figuratamente e semanticamente collegato al sentimento d’amore, perché – come questo – punge e perfora (l’animo))i figli, la prole definiti chiuove ‘e dDio.) 

4 chiuovo ‘e carofano = chiodo di garofano, (bot.) gemma florale di un albero esotico delle mirtacee che, essiccata, si usa come spezie

  voce derivazione del lat. clavu(m);normale nel napoletano la risoluzione in chi del digramma cl (cfr. clausum→chiuso, ecclesia→chiesa, clave-m→chiave etc.)

 5(per traslato furbesco e salace, come nel caso che ci occupa ) la voce nel parlato della città bassa  vale pene, membro maschile con riferimento semantico  alla tipica forma di una grossa  barretta metallica appuntita  ed alla sua attitudine a penetrare qualcosa. Voce dal lat. volg. claudu-m→clauvu-m→chiuovo  con caduta della –d- intervocalica sostituita dal suono di transizione –v-.

 

junco s.vo m.le  [pl. -che] 1(in primis)  pianta erbacea monocotiledone dallo stelo flessibile, che cresce spontanea nei terreni umidi e paludosi, pianta le foglie forniscono materiale d'intreccio (fam. Giuncacee)

 2 (estens.) il fusto stesso della pianta, fusto che mondato delle foglie viene usato per produrre flessuosi bastoncini da passeggio;

3(per traslato furbesco e salace, come nel caso che ci occupa ) la voce nel parlato della città bassa  vale pene, membro maschile in erezione  con riferimento semantico alla rigidezza, elasticità e fllessuosità del fusto giuncaceo [cfr. Raffaele Viviani in ‘O guappo ‘nnammurato]; voce dal lat. iuncu-m  

 

penniello 1(in primis) attrezzo costituito da un mazzetto di peli naturali o di fibre sintetiche fissato all'estremità di un supporto di legno, per lo piú adoperato per dipingere, per verniciare o per spalmare sostanze liquide o semiliquide: pennello di setole di maiale, di tasso; pennello da imbianchino, da pittore | penniello p’ ‘a barba pennello per la (o da) barba, con cui ci si insapona il viso prima della rasatura ' pennello per labbra, per occhi, pennellino usato per il trucco ' pennello da spolvero, per la pulizia di mobili intagliati o di oggetti delicati 'll’arte d’ ‘o penniello l'arte del pennello, la pittura ' a pennello, alla perfezione: chillu vestito te sta a ppenniello -quel vestito ti sta a pennello;

2(per traslato furbesco e caustico, come nel caso che ci occupa ) la voce nel parlato della città bassa  vale pene, membro maschile con riferimento semantico non solo  alla tipica forma dell’attrezzo, ma salacemente con riferimento alla capacità del pennello e del pene di splamare sostanze liquide o semiliquide; voce dal lat. volg. *penĕllu(m), dim. di pínis 'coda, pene' con dittongazione della breve ĕ e raddoppiamento espressivo  della consonante nasale dentale (n)

spruoccolo s.vo m.le1(in primis)  stecco, pezzetto di legno 2o di ramo, bastoncello, zeppa   2(per traslato furbesco e salace, come nel caso che ci occupa ) la voce nel parlato della città bassa  vale pene, membro maschile con riferimento semantico non soltanto alla forma dell’aggeggio ma anche rammentandosi di una tipica espressione partenopea che associa lo stecco ad un buco.Questa la locuzione:'Nfila 'nu spruoccolo dinto a 'nu purtuso!
Letteralmente: Infila uno stecco in un buco! La locuzione indica una perentoria esortazione a compiere l'operazione indicata che deve servire a farci rammentare l'accadimento di qualcosa di positivo, ma talmente raro da doversi tenere a mente mediante un segno ben visibile come l'immissione di un bastoncello in un buco di casa, per modo che passandovi innanzi e vedendolo ci si possa rammentare del rarissimo fatto che si è verificato. Per intenderci, l'espressione viene usata, a sapido commento allorchè, per esempio, un uomo politico mantiene una promessa, una donna è puntuale ad un appuntamento et similia.L’espressione  rammenta una cerimonia in uso nell’antica Roma repubblicana allorché il Sommo sacerdote, a fini eponimi,  soleva ad inizio d’anno infiggere un chiodo in una delle pareti del tempio di Giano. Nel salace inteso della città bassa partenopea il purtuso/buco dell’espressione richiamò d’acchito quello anatomico femminile per cui lo spruoccolo finí per indicare  il membro maschile deputato a riempire quel purtuso (buco); etimologicamente spruoccolo è da un tardo lat. *(e)xperŏccolo→sp(e)roccolo→spruoccolo (da ex + pedunculu-m) con sincope, assimilazione regressiva nc→cc dittongazione della  ŏ diventata tonica e roticizazione  osco/mediterranea d→r;

pertuso/purtuso s.vo m.le = buco, foro, fessura, passaggio stretto voce   da un lat. tardo pertusiu(m), deriv. del class. pertusus, part. pass. di pertundere 'bucare, forare', comp. di per 'attraverso' e tundere 'battere.

 

 martino  s.vo m.le1(in primis) coltello , pugnale, generica arma bianca affilata ed appuntita;  2(per icastico  traslato furbesco e salace, come nel caso che ci occupa ) la voce in tale accezione desueta  nel parlato della città bassa  valse pene, membro maschile con riferimento semantico non soltanto alla forma dell’aggeggio ed alla sua attitudine a perforare e/o deflorare, ma soprattutto  rammentandosi di una tipica espressione partenopea dalla quale la voce fu mutuata.Questa la locuzione:Chiave ‘ncinta e martino dinto!
Letteralmente:Chiave nella cintola,e membro dentro! Antichissima locuzione risalente addirittura al tempo della ultima crociata [1271-1272] e che si riferí alla disavventura occorsa ad un geloso cavaliere che, partito portando seco la chiave della cintura di castità di cui aveva fornito la consorte,ritornando ebbe la sgradita sorpresa di imbattersi nel fabbro (costruttore della cintura)che, evidentemente in possesso di un duplicato della chiave, gli stava violando la moglie con il suo martino.  Etimologicamente la voce martino  è una voce furbesca – gergale ricavata sul nome , del soldato san Martino che perdura ancóra nell’agg.vo ammartenato : che è precisamente colui che incede con aria di gradasso, di spavaldo, di prepotente , come chi sia – in linea con la etimologia – provvisto di martino alternativamente la spada, lo stocco, il coltello, l’arma bianca insomma qualsiasi arma   che offra sicurezza, quando non sicumera a chi ne sia provvisto.

 

 

 Non mi pare ci sia altro da aggiungere per cui mi fermo qui, sperando d’avere accontentato il provocatorio lettore A.G. . ed interessato qualcun altro  dei miei ventiquattro lettori e  chi  forte dovesse imbattersi in queste paginette. Satis est.

Raffaele Bracale

 

 

 

 

     

 

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