giovedì 2 luglio 2009

‘E PAPARELLE

‘E PAPARELLE

Nel parlato napoletano, ma pure nei reperti letterarii c’ è e ci fu un congruo numero di termini usati per indicare il danaro; qualcuno si è preso la briga di contarli e ne à trovato circa sessanta; n’esamino qui qualcuno a cominciare in ordine alfabetico da quel sonante
abbrunzo(etimologicamente da un basso latino ad+bruntius contratto di brun(i)tius= brunizzo,brunito che richiama ovviamente la lega metallica (bronzo) con cui s’usava tempo addietro batter moneta, per passare poi al termine agresta (etim. dal basso latino agresta femm. di agrestem= selvatico, aspro, rustico)che in primis indica l’uva primaticcia, quasi acerba, quella stessa che era effigiata in una cornucopia sul verso di un’antica moneta spagnola in uso nella seconda metà del 1500 e che còlta di straforo dai vendemmiatori veniva venduta in danno del padrone della vigna dando vita all’espressione fare la cresta (profittar truffaldinamente di beni altrui) ;rammento ancora l’ironica
acquavite che è bevanda notoriamente tonica ed è fuor di dubbio che il danaro dia tonicità a chi ne possieda;
ricorderò ora il termine
agniento che di per sé indica l’unguento, il balsamo, e va da sé che il danaro è un balsamo che può lenire parecchi mali, oltre che l’unguento che a mo’ di grasso s’usa per ungere chi di dovere per assicurarsi un beneficio;
sempre con riferimento alle capacità curative ricordo il termine
aruta l’erba aromatica che il popolo ritiene apportatrice di tanti benefici effetti: aruta ogne male stuta al pari del danaro che si ritiene possa risolver ogni problema sia fisico che morale;
lasciando da parte ora i riferimenti curativi o lenitivi rammenterò il termine
argiamma patente corruzione del francese argent in riferimento, come il pregresso abbrunzo, al metallo usato per batter moneta.
E continuiamo con una rapida elencazione in ordine alfabetico dei termini piú comunemente usati per indicare il danaro; abbiamo:
bisante o besante dal bizantino:buzantion (moneta d’oro);
boragna forse dal greco bora (nutrimento);
chiuove probabilmente per la somiglianza delle monete con le grosse teste di taluni chiodi;
cianfrone dallo spagnolo chanflon moneta argentea che al tempo di Carlo V (1530 ca) valeva 1 ducato e sotto Filippo III (1598 ca) causa l’inflazione solo ½ ducato;
ciaraffe dall’arabo giarif (moneta sonante)
cicere (ceci) il povero legume usato un tempo come merce di baratto;
crespielle dal francese crêpe frittella increspata e dorata richiamante l’oro della moneta e la rugosità del conio;
crie monete cosí chiamate perché portavano effigiata la spiga dell’orzo (in greco kri),
cuocciole dal greco còclos (conchiglia) un tempo le conchiglie furono usate come moneta negli scambi commerciali;
dummineche dal nome di Giandomenico Tramontano abilissimo coniatore di stampi di moneta, attivo presso la zecca napoletana nella seconda metà del 1500;
fajenze dal nome della città di Faenza dove erano prodotte le costosissime stoviglie in terracotta pregiata; col nome della città di Faenza sostantivato in fajenza e nel suo plurale fajenze si finí per designare il danaro in generale atteso che ne occorreva impiegare moltissimo per acquistare le terracotte prodotte in quel di Faenza;
filusce o filusse o ancora felusse. Sull’origine del termine si è a lungo discusso chiamando in causa volta a volta, ma fantasiosamente il latino folliculus contenitore dei soldi e per estensione soldi medesimi o ancora piú fantasiosamente il nome dei sovrani spagnoli Filippo I o II o III da cui: Felippo, Felippusse ed infine Filusse. La faccenda è molto piú semplice e seria derivando, a mio avviso, il vocabolo de quo dall’arabo fulus plurale di fals (dal greco phóllis =obolo)nel significato appunto di moneta, danaro; la voce araba invase tutto il bacino mediterraneo al segno che in Calabria, con analogo significato, abbiamo filusu , in Sicilia: filussi, in Toscana: pilosso, in Spagna: felús ed in Portogallo: fuluz;
frisole (i fagioli spagnoli) e fasule usati, temporibus illis a mo’ di moneta o merce di scambio al pari dei ciceri summenzionati in precedenza;
furmelle il termine originariamente indicò i bottoni fatti con grossi dischetti di legno, di osso o di metallo, dischettisemplici o ricoperti di stoffa, successivamente con il detto termine si indicarono pure per la loro somigliante forma le grosse, sonanti monete coniate dalla zecca partenopea;
gigliati in riferimento al giglio d’oro impresso sulle monete d’epoca angioina;
gliuommero dal neutro plurale glomera del latino: glomus-eris; da glŏmer(a)→gliommero→gliuommero con dittongazione della ŏ e raddoppiamento espressivo della labiale; gliuommero è principalmente gomitolo e poi anche: rotolo di monete e da esso monete tout court;
grano d’ovvia valenza simile all’odierna grana, ma quanto piú espressivamente corretta attesa la sacertà del cereale richiamato;
manteca dall’omologo termine spagnolo: saporita crema di panna, burro, latte e zucchero che richiama l’idea del buono ed utile ungere proprii del danaro;
maglie dritto per dritto dal francese: maille=moneta, rammentado che chi è sprovvisto di danaro s’usa indicarlo come: sfasulato (con riferimento ai pregressi fasule) o – giustappunto: smagliato;
medaglie o cemmeraglie per l’ovvia somiglianza tra le battute monete e le coniate medaglie;
miglio sulla falsariga del precedente grano;
mignòle o mognèle termini però abbondandemente desueti;
numerosissimi i vocaboli sotto la lettera P , ricorderò:
patane
papagne
parpagnole
patacche
picciule;
sorvolo su tutti per soffermarmi sul termine paparelle con il quale oggi furbescamente si suole indicare il danaro;
è pur vero che con il termine paparelle in napoletano si indicano i piccoli dell’anitra, ma con tale accezione il danaro non c’entra nulla; come significante la moneta, a mio avviso, per detto termine occorre risalire al nome del facoltosissimo e munifico nobiluomo Aurelio Paparo fondatore con un tal Nardo di Palma di un Monte di Pietà in cui profuse parecchio danaro di suo per combattere la piaga della povertà ed usura.Su di un’analoga via di beneficenza si pose Luisa, figlia di Aurelio Paparo, che sovvenzionata dal genitore fondò un tempio o conservatorio di donne povere e neglette chiamate dal popolo: paparelle.Da detto nomignolo prese il nome una strada napoletana, quella dov’era ubicato il tempio;
e continuiamo ad elencare:
pennacchie dal nome di una vilissima moneta penna dal valore esiguo di 1 carlino, quella stessa moneta che per la facilità con cui veniva spesa diede vita al detto: miéttele nomme penna (chiamala penna) in riferimento ad ogni cosa che si potesse facilmente perdere o cedere senza lasciar tracce di remore o dispiaceri e ciò quantunque qualcuno sostenga a cuor leggere che miéttele nomme penna (chiamala penna) si riferisca al fatto che l’oggetto da chiamar penna possa facilmente esser perso e dileguarsi come piuma d’uccello ;rammenterò che la moneta detta penna s’ebbe questo nome giacché sulla moneta v’era effigiata l’Annunciazione dell’Angelo a Maria rappresentata sul dritto della moneta, mentre sul verso v’era incisa un’ala dispiegata (penna) dell’angelo annunciatore;
purchie ed il suo corrotto perucchie ambedue coniati sul termine porchia
nel significato di gemma, pollone, richiamante quel rigoglio della vita facilmente assimilabile alla rigogliosità che può dare il danaro;
e potrei ancora continuare in un’elencazione, ma correrei il rischio di segnalare termini non piú usati; preferisco perciò indicare solo un ultimo ed attuale, corrente e cioè:
sfardelle termine un po’ becero, ma ancora oggi in uso nel parlare popolare anche se di lontanissima provenienza in quanto corruzione della parola ferdinandelle o ferrantelle da cui ferradelle e poi fardelle ed infine sfardelle dal nome di una moneta battuta tra il 1460 ed il 1490 a Napoli sotto Ferdinando o Ferrante d’Aragona, figlio naturale seppure illegittimo e successore di Alfonso il Magnanimo.
A margine di tutte queste voci trovo interessante indicare le principali monete in uso nel reame di napoli tra il 1750 ed 1865;abbiamo:
GLIUOMMERO = rotolo di 100 DUCATI –
DUCATO = 100 GRANI/GRANA corrispondente a 4,36 lire italiane –
TARí = 20 GRANI –
PEZZA o SCUDO = 120 GRANI cioè 12 CARLINI –
CAVALLO O CALLO: Coniata in rame in piú valori (uno, due, tre, quattro, cinque, nove) dal 1472 al 1815 (quando fu sostituito dal tornese), era la dodicesima parte di un grano napoletano. Dal 1814 passò, invece, a rappresentare la decima parte di un grano napoletano.
PREVETINA = 13 GRANI
CARLINO = 10 GRANI –
TORNESE = 2 GRANI –
PENNA = 1/2 poi 1/20 GRANO.
E trovandomi in tema elenco qui di sèguito i principali pesi e misure di ardi e liquidi in uso nel reame di napoli tra il 1750 ed 1865 quantunque esulino dal discorso sulle monete; abbiamo:
TOMOLO/TUMOLO (misura per aridi) = litri 55,32 divisi in 24 MISURE –
MISURA (misura per aridi o liquidi) = litri 2,31 –
BARILE(misura per liquidi) = litri 43,62 diviso in 60 caraffe
CARAFFA(misura per liquidi) = litri 0,727
STAIO (misura per olio) = litri 10,081 pari a 96 misurelle
MISURELLA o MESURIELLO = litri 0,105
CANTÀRO(misura per aridi ) = kg. 89,1 pari a 100 rotoli
ROTOLO /RUOTOLO = 890 grammi (a Napoli e nel napoletano, mentre in Sicilia corrispondeva a 793 grammi) pari a 33,35 once a Napoli e 29,70 once in Sicilia -
ONCIA = 26,7 grammi pari a 30 trappesi
TRAPPESE = 0,89 grammi.



Raffaele Bracale

EPITETI

EPITETI
Qui di sèguito prendo in esame molte delle parole napoletane usate quali epiteti rivolti soprattutto verso le donne o in uso scambievolmente tra le donne del popolino.
Tenendo dietro a quanto ebbi a dire alibi circa la voce locena e dintorni e che qui, per rapidità di consultazione, riporto ( la locena pur essendo un taglio di carne gustosissimo, è un taglio che, ricavato dal quarto anteriore della bestia, il meno pregiato e meno costoso, è da ritenersi di mediocre qualità, quasi di scarto, e di tutti i vari nomi con cui è connotato in Italia, quello che piú si attaglia a simili minime qualità, è proprio il napoletano lòcena.
Etimologicamente infatti la parola lòcena nel suo precipuo significato di vile, scadente è forgiato come il toscano ocio/a ed i successivi locio/locia (dove è evidente l’agglutinazione dell’articolo) sul latino volgare avicus mediante una forma aucius che in toscano sta per: scadente, di scarto; da locio a locia e successiva locina con consueta epentesi di una consonante (qui la N) per facilitare la lettura, si è pervenuto a locina→locena.
Chiarito il concetto di partenza, passiamo al significato traslato: fu quasi normale in un’epoca: fine ‘500, principio ‘600 in cui la donna non era tenuta in gran conto (a quell’epoca risalgono, a ben pensare, quasi tutti i proverbi misogini della tradizionale cultura partenopea …), trasferire il termine lòcena da un taglio di carne di scarto, ad una donna… di scarto, quale poteva esser ritenuta una donna becera, villana, sciatta,sguaiata, volgare, sfrontata ed, a maggior ragione,una donna di malaffare o anche solo chi fosse una demi vierge o che volesse apparir tale..
Rammenterò che altrove, con linguaggio piú pungente se non piú crudo, tale tipo di donna è detto péreta, soprattutto quando quelle sue pessime qualità la donna le inalberi e le metta ostentatamente in mostra; le ragioni di questo nome sono facilmente intuibili laddove si ponga mente che il termine péreta è il femminile metafonetico di píreto (dal b. lat.:peditu(m)) cioè: peto, scorreggia che sono manifestazioni viscerali rumorose rispetto alla corrispondente loffa (probabilmente dal tedesco luft - loft= aria) fetida manifestazione viscerale silenziosa, ma olfattivamente tremenda.
Va da sé che una donna che strombazzi le sue pessimi qualità, si comporta alla medesima stregua di un peto, manifestando rumorosamente la sua presenza e ben si può meritare, con icastico, seppur crudo linguaggio, l’appellativo di péreta. a margine rammento che talvolta l’epiteto péreta è addizionato di un aggettivo stellïata= scintillante, luminosa quasi a voler indicare che la donna che strombazzi le sue pessimi qualità, si comporta alla medesima stregua di un peto, manifestando rumorosamente la sua presenza e lo faccia (a maggior disdoro) in maniera cosí chiara e palese come un astro brillante.
Per completezza dirò poi che simile donna becera e volgare, altrove, ma con medesima valenza è anche detta alternativamente lumèra o anche lume a ggiorno atteso che una donna becera e volgare abbia nel suo quotidiano costume l’accendersi iratamente per un nonnulla; tale prender fuoco facilmente richiama quello simile del lume a gas (lumèra) o di quello a petrolio ( lume a ggiorno) ambedue altresí maleolenti tali quale una péreta.
Ciò che vengo dicendo è tanto vero che addirittura questo tipo di donna è stato codificato nella Smorfia napoletana che al num. 43 recita: donna Pereta for’ ô balcone per indicare appunto una donna… di scarto che faccia di tutto per mettersi in mostra; ed addirittura nella smorfia il termine péreta da nome comune è divenuto quasi nome proprio.)
Tento ora qui di sèguito l’illustrazione degli epiteti che le popolane sogliono rivolgersi l’un l’altra , per offendersi talvolta pesantemente; preciso súbito che gli epiteti di cui dirò sono presenti oltre che sulle labbra di infime donnaccole, anche passim negli scritti di Basile, Sgruttendio, Cortese, Trinchera ed altri.
Ciò detto, principio, augurandomi di risultare il piú chiaro possibile ,anche se non esauriente, atteso che gli epiteti – soprattutto di viva voce - possono essere molti di piú, stante la vivacità d’inventiva del popolo napoletano e soprattutto quello plebeo;


-capèra = ad litteram: pettinatrice a domicilio ed estensivamente: pettegola, propalatrice di notizie raccolte in giro e riportate magari corredate di falsità aggiunte ad arte alle originarie notizie conosciute durante l’itinerante lavoro; etimologicamente è voce derivato da capo (testa) + il suffisso femm. di pertinenza era (al masch.èra diventa iere (es.: ‘a salum+èra, ‘o salum+iere));
caiotela/caiotula = donnicciuola pettegola adusa a andarsene in giro a raccogliere e propalare notizie,ma pure donna plebea, becera, sporca che emani cattivo odore e per ampliamento: donna lercia di facili costumi; semanticamente la seconda accezione si spiega con un supposto etimo da caiorda (che è ipotizzato dall’ebraico hajordah) = puzzola; ma piú che caiorda pare che la voce di partenza debba essere una sia pure non attestata *chiaiorda con riferimento a donna abitante la Riviera di Chiaia un tempo strada molto sporca, covo di gente malfamata; tuttavia mi pare molto difficile, morfologicamente parlando, pervenire a caiotela/caiotula sia che si parta da caiorda che da chiaiorda. Ecco perché penso che sia preferibile l’ipotesi etimologica che collega le voci caiotela/caiotula al basso latino catula= cagna. In questo caso sarebbero salve sia la morfologia (da catula con consueta doppia epentesi vocalica (epentesi tipica delle lingue meridionali) io facilmente si giunge a caiotula) sia la semantica ( è nell’indole della cagna priva di padrone, vagabondare latrando (cfr. spettegolando) e concedendosi ai randagi (cfr. donna di facili costumi).
banchèra= ad litteram: venditrice al minuto che lavora servendosi di un banco/bancone tenuto all’aperto sulla pubblica via, venditrice che essendo in contatto con molte persone può – come la precedente capèra - diventar pettegola, propalatrice di notizie; etimologicamente è voce derivata da banche plurale di banco (che è dal germ. *bank 'sedile di legno' ) + il suffisso femm. di pertinenza era o altrove iera ;
votacàntere = vuota-pitali quella donna (probabilmente lercia, sporca,o pensata tale), addetta agli infimi uffici quale quello di svuotare in mare( per solito durante la c.d. malora ‘e chiaia(vedi altrove)) i vasi di comodo in cui le famiglie depositavano i propri esiti fisiologici; etimologicamente la voce votacàntare risulta esser l’unione di una voce verbale vòta = vuota (3° pers. sing. ind. pres. dell’infinito votà= vuotare che è un denominale derivato dal lat. volg. *vocitu(m), variante di *vacitu(m), part. pass. di *vacíre 'essere vuoto', corradicale del lat. vacuus 'vuoto') + il sostantivo càntare plurale di càntaro= vaso di comodo, pitale etimologicamente dal lat. càntharu(m) forgiato sul greco kantharos, da non confondersi con il termine cantàro (che è dall’arabo quintâr) voce usata per indicare una unità di misura: cantàio= quintale ed è a tale misura che si riferisce il detto napoletano: Meglio ‘nu cantàro ‘ncapo ca n’onza ‘nculo ( e cioè: meglio sopportare il peso d’un quintale in testa che (il vilipendio) di un’oncia nel culo (e non occorre spiegare cosa sia l’oncia richiamata…)); molti napoletani sprovveduti e poco informati confondono la faccenda ed usano dire, erroneamente: Meglio ‘nu càntaro ‘ncapo…etc.(e cioè: meglio portare un pitale in testa che un’oncia nel culo!), ma ognuno vede che è incongruo porre in relazione un peso (oncia) con un vaso di comodo (càntaro) piuttosto che con un altro peso (cantàro);
vajassa = serva, fantesca ma intesa in senso dispregiativo ; dall’arabo: baassa attraverso il francese bajasse con la solita alternanza partenopea b/v, da cui in italiano: bagascia= meretrice.

funnachèra letteralmente abitante, frequentatrice di un fondaco, il fondaco(in napoletano fúnneco) fu, dalla seconda metà dell’ ‘800, ai primi del ‘900, un locale a pianterreno o seminterrato, usato come magazzino o come abitazione poverissima;ma anche estensivamente un cortilaccio o vicolo cieco circondato di abitazioni da povera gente, ed addirittura una zona poverissima ed insalubre della città ( a Napoli ne esistettero fino ai primi del 1900, a dir poco una settantina (tra i quali il famoso Funneco Verde cantato da Salvatore Di Giacomo) ubicati quasi tutti nella città vecchia segnatamente nelle zone del Porto e Pendino e spesso detti fondaci prendevano il loro nome da quello degli artieri che vi aprivono bottega: es: funneco verde =fondaco degli ortolani, funneco ‘a ramma fondaco dei ramai) con costruzioni fatiscenti e malsane; quindi la funnachèra quale abitante o frequentatrice di un fondaco, connota una donna di bassa condizione civile , intesa becera, volgare, triviale; etimologicamente voce denominale di fúnneco che è derivato dall'arabo funduq (attraverso lo spagnolo fúndago(con assimilazione progressiva nd→nn e variazione di tipo popolare della occlusiva velare sonora g con la piú aspra e dura occlusiva velare sorda c):altra ipotesi etimologica è che tale fondaco: 'alloggio, magazzino', possa derivare dal gr. pandokêion(pan=tutto, dokomai=accolgo)ed in tal caso fondoca varrebbe oltre che magazzino anche locanda, albergo pubblico; da fondaco e funneco '+ il solito suffisso femminile di pertinenza era scaturisce funnachera;
vasciajola letteralmente abitante di un basso locale a pianterreno o seminterrato, usato come magazzino o come abitazione poverissima, simile al fondaco; ) e quindi donna, di infima condizione civile , intesa becera, volgare, triviale, incline al pettegolezzo e alla chiassata; etimologicamente la voce vasciajola è un chiaro denominale di vascio (lat.: bassu(m))+ il suffisso lat. volg.: ariolus/la con un’ inattesa dissimilazione totale della r;
janara catarrosa letteralmente strega affetta da catarro e dunque sporca, lercia; di per sé la janara= strega, megera, donna plebea brutta e malefica, etimologicamente pare essere un derivato del nome della dea pagana Diana(m), non manca però chi pensa ad una derivazione da (r)janara forma metatetica di irana/iranara = granata coperta di peli di capra; catarrosa = agg.femm. sofferente di catarro: una vecchia catarrosa
o che rivela la presenza di catarro: tosse, voce catarrosa denominale di catarro che è dal tardo lat. catarrhu(m), che è dal gr. katárrous, deriv. di katarrêin 'scorrere giú;
janara cecagnòla o scazzata letteralmente strega, megera,quasi cieca o cisposa; cecagnòla = guercia nell’immaginario comune l’esser guercio o come il successivo, l’esser cisposo è di persona (specie se donna) volgare, laida, sporca, falsa ed inaffidabile, tendente alla cattiveria; l’etimo di cecagnola risulta un deverbale di cecà/cecare dal lat. caecare, mentre la voce scazzata = cisposa, da scaccolare è un aggettivo da un participio passato dell’infinito scazzà = scaccolare, liberar gli occhi dalle caccole che formano il cispo (in napoletano scazzimma da un lat.volgare caccita; non si può però escludere che il verbo scazzà derivi da un basso latino ex-cacare composto di cacare)
spernocchia =conocchia/canocchia o cicala di mare: piccolo crostaceo marino con duro carapace, commestibile, con corpo allungato e zampe anteriori ripiegate, atte alla presa; per traslato donna coriacea, repulsiva, scostante; letteralmente vale l’italiano sparnocchia; la voce napoletana è un adattamento popolare giocoso di spannocchia (dal lat. volg. *panucula(m), per il class. panicula(m), dim. di panus ' con protesi di una s intensiva) forse per la forma che ricorda quella di una pannocchia ben accartocciata nelle sue foglie;
trafechèra letteralmente vale l’italiano traffichina e dunque donna dedita a traffici poco onesti, imbrogliona, intrigante; etimologicamente è un deverbale del verbo trafechïà attraverso il sostantivo trafeca (travaso) + il consueto suffisso femm. èra; la voce trafechïà in primis vale (con derivazione dal catalano trafegar)travasare il vino (da un tardo latino: trans + faex-faecis= feccia )e quindi estensivamente: maneggiare, esercitar traffici illeciti;
muzzecútela vale l’italiano maldicente,malevola sparlatrice, mordace detto soprattutto di donna che in una discussione pretende d’aver sempre l’ultima parola; etimologicamente è un deverbale del verbo muzzecà (morsicare, mordere anche in senso figurato) che è forse da un basso latino *muccicare, se non dal tardo lat. morsicare, deriv. di morsus, part. pass. di mordíre 'mordere' con tipico passaggio rs>rz>zz.
trammèra vale l’italiano colei che tesse inganni, congiure, insidie, donna inaffidabile;va da sé che la voce a margine non à nulla a che spartire con il termine tram essendo etimologicamente un derivato della voce trama (dal lat. trama(m) ) = macchinazione, intrigo, con tipico raddoppiamento popolare della labiale m e l’aggiunta del suff. femm. èra;
cajòtela vale l’italiano donna di facili costumi probabilmente voce derivata da un lat. (foemina) *caveottula con riferimento al ristretto covo (cavea) in cui detta femmina prestava la sua opera mercenaria;
pernacchia da non confondere con l’omonima voce italiana con la quale si rende il napoletano pernacchio, cioè il suono volgare emesso con un forte soffio a labbra serrate, in segno di disprezzo o di scherno; (ricordo súbito che la voce pernacchio, anticamente fu vernacchio e con tale voce derivata dal tardo lat. vernaculu(m) si significò inizialmente la vera e propria scoreggia cioè il suono volgare emesso dai visceri per espellere gas intestinali e solo successivamente con la parola vernacchio/pernacchio si intese il suono che imitativamente a quello prodotto dai visceri veniva emesso dalle labbra serrate in sengno di dileggio e/o disprezzo.) questa a margine è offesa che si rivolge ad una donnaccola brutta, ripugnante e dai modi volgari che tuttavia, nel tentativo di farsi notare ed accettare usa agghindarsi in maniera ridondante ed appariscente attirandosi spesso il dileggio di coloro che la guardino, e che spesso usano nomarla pernacchia ‘mpernacchiata (donnaccola agghindata) l’etimo di pernacchia è dal lat. vernacula 'cose servili, scurrili'neutro plur (poi inteso femm.). di vernaculum deriv. di verna 'schiavo nato in casa'
pirchipétola/perchipetola vale l’italiano donna ciana, becera, donnaccola pettegola e volgare, linguacciuta, quando non donna di facili costumi con derivazione dell’addizione della voce perchia = perca: pesce acquatico di scarsissimo valore con bocca grossa e ventre ampio e floscio + petola/petula = pettegola, ciarliera; delle medesime infime qualità: bocca grossa (come che sottolineata dal pesante trucco), e ventre ampio e floscio, frutto del tipo di… lavoro comportante spesso gravidanze indesiderate è accreditata
la donna di facili costumi detta perchia spesso ciarliera e dunque pirchipétola/perchipétola;
chiazzèra donna plebea, ciana, volgare adusa ad urlare, vociare sguaiatamente soprattutto palam in piazza in maniera spesso scomposta, volgare, triviale, scurrile, sboccata, maleducata rozza, zotica; etimologicamente derivata dall’addizione di chiazza (=piazza dal lat. platea(m) 'via ampia', che è dal gr. platêia, f. sost. di platy/s 'ampio, largo)+ il solito suff. femm. èra
fuchèra donnaccola pettegola e volgare adusa ad accendere metaforici fuochi, seminando zizzania, con derivazione dall’addizione di fuoche (plurale di fuoco che è dal lat. focu(m)) + il consueto suff. femm. di pertinenza èra

‘mmicïata donna di facili costumi, viziosa ; voce quasi del tutto desueta che però si può ancora riscontrare – con intenzioni e valenza molto offensive - nel parlato plebeo di talune cittadine dell’area vesuviana; etimologicamente derivata dal basso latino *in vitiata da un in (illativo)+ vitium con stravolgimento dell’originario significato di vitium inteso non piú come errore, ma come la disposizione abituale al male; l'acquiescenza continua agli istinti piú bassi; per il passaggio di inv a ‘mm vedi alibi invece=’mmece, invidia=’mmidia;
scigna cacata letteralmente scimmia sporca d’escrementi e per traslato: donna lercia, laida,sporca quantunque tenti di apparire avvenente (tené ‘e bbellizze d’’a scigna = avere le grazie della scimmia pensato animale grazioso in quanto imitatore dell’essere umano)scigna deriva dal lat. simia→simja, con un consueto passaggio di s+ vocale a sci: (vedi altrove semum→scemo) e mj→gn (come in ca(m)mjare→cagnà) cacata = part. passato femm. aggettivato dell’infinito cacà/cacare = defecare dal latino cacare;
aucellona ‘nzevosa uccellone unto id est: donnaccola appariscente, ma sporca, lercia; aucellona è l’accrescitivo femm. (vedi il suff. ona) del sostantivo maschile auciello derivato da un tardo lat. aucellus doppio diminutivo di avis>avicula>avicellus>avuciello>auciello con tipica dittongazione cie della sillaba ce, sillaba implicata ossia seguita da due consonanti; ‘nzevosa= unta, untuosa e quindi sporca, lercia con etimo da un basso latino in(illativo) + sebosus = ingrassato, aggettivo forgiato su sebum= grasso, in+s sfocia sempre in ‘nz e tipica è l’alternanza partenopea b/v (vedi barca/varca, bocca/vocca etc.;
zandraglia perucchiosa zandraglia = donna volgare, sporca incline alle chiassate, ai litigi ed al pettegolezzo; perucchiosa = pidocchiosa, coperta di pidocchi,la voce zandraglia (etimologicamente dal francese les entrailles,)indicò dapprima le donne povere volgari e vocianti che si litigavano, alle porte delle cucine reali o del macello situato a Napoli presso il ponte Licciardo, le interiora e le ossa delle bestie macellate,(donde l’espressione partenopea: va’ fa ll’osse ô ponte= vai a raccattar le ossa al ponte, invito perentorio e malevolo rivolto a chi ci importunasse con richieste fastidiose, affinché ci liberi della sua sgradevole presenza, spostandosi altrove!) interiora ed ossa distribuite gratuitamente; poi, in altra epoca, con la medesima voce si indicarono le donne designate a ripulire dai resti umani i campi di battaglia e/o i luoghi di esecuzioni capitali (ed in tali occasioni queste donne malvissute si contendevano l’un l’altra le vesti e qualche effetto personale dei soldati o dei condannati); l’aggettivo perucchiosa femm. metafonetico di perucchiuso vale pidocchiosa, affetta dai pidocchi, dalle zecche, ma pure avara, taccagna forgiato sul sostantivo perocchio (con derivazione da un originario lat.pedis= pidocchio attraverso un diminutivo pediculus alterato in peduculus→ peduc’lus →perocchio con la tipica alternanza osco- mediterranea d/r) addizionato dei suffissi di appartenenza uso/osa;
zellósa aggettivo sostantivato femm. metafonetico di zelluso e vale tignosa, affetta da alopecia(in napoletano: zella) la voce a margine etimologicamente è formata dall’addizione di zella (da un lat. regionale (p)silla(m) dal greco psilòs =nudo, calvo; il raddoppiamento della liquida è d’origine popolare, (come alibi mellone da melon – ‘ntallià da in-taliare etc. ) con i soliti suffissi di appartenenza uso/osa;

fetósa aggettivo sostantivato femm. metafonetico di fetuso e vale fetida, poco raccomandabile, pericolosa, sporca, lercia, che puzza; la voce a marigine etimologicamente è formata dall’addizione di fieto (che è uno dei pochi lemmi derivati non da un accusativo latino, ma da un nom.: foetor= puzzo) con i soliti suffissi di appartenenza uso/osa;

mmerdósa di per sé pur’esso un aggettivo sostantivato femm., metafonetico di mmerduso e varrebbe in primis: sporco di escrementi, ma sta pure per persona abietta, spregevole, capace di qualsiasi slealtà; l’etimo risulta essere la consueta addizione di un sostantivo con i soliti suffissi di appartenenza uso/osa;il sostativo in questione è chiaramente mmerda (dritto per dritto dal lat. merda(m)=escrementi umani ed animali;


culo ‘e tiella letteralmente fondo di padella (che per essere costantemente a contatto con il fuoco, risulta bruciacchiato ed annerito, inteso dunque perennemente sporco; culo di per sé culo, sedere,deretano, ma nell’accezione a margine sta per fondo, etimologicamente dal basso latino culu(m) che è dal greco kolon=intestino;
tiella è la padella, teglia e segnatamente quella di ferro con etimo dal lat. volgare tegella(m) diminutivo di tegula (in origine i tegami furono di argilla cotta come le tegole); da tegella →tejella/teiella→tiella;
cacatrònele sostantivo che (intraducibile ad litteram in quanto sarebbe caca-tuoni), indica la donnaccola becera, sfrontata, scostumata che non si fa scrupolo di fare trombetta del proprio posteriore abbandonandosi palam al crepitío prolungato di rumorosi peti.
la voce a margine è formata dall’unione di caca (voce verbale 3° pers. sing. ind. pres. dell’infinito cacà/cacare =defecare, dal basso lat. cacare) + il sostantivo femm. plurale trònele = tuoni, percosse,peti (dal basso lat. tonitru(m)→*tronitu(m) con un suff. diminutivo atono femm. ole (lat.ulae);
cuopp’ ‘allesse cartoccio (conico) di castagne lesse, inteso tale cartoccio bagnato e macchiato (la buccia interna delle castagne lesse tinge di scuro la carta con cui si confeziona il cartoccio!) e quindi lercio, sporco e tali sono ritenute le donnaccole cui è riferito l’epiteto a margine; cuoppo = cartoccio (conico) quanto all’etimo è una forma masch. e dittongata del tardo lat. cuppa(m) per il class. cupa(m)= botte, per la comunanza funzionale, sebbene non di forma, del concetto di capienza e ricezione; allesse plur. di allessa= castagna privata della dura scorza esterna e bollita in acqua con aggiunta di foglie d’alloro e semi di finocchio derivata dal part. pass. femm. del tardo lat. elixare 'far cuocere nell'acqua, sebbene qualcuno proponga un tardo lat. *ad-lessa(m) ma non ne vedo la necessità;
furnacella sfunnata letteralmente piccolo forno sfondato; va da sé che quale epiteto rivolto ad una donnaccola con la voce fornacella non si indica certamente il fornetto in pietra o metallo, ma furbescamente la vulva di colei cui è diretto l’epiteto, vulva che risultando sfunnata (sfondata) accredita la donnaccola offesa d’esser donna di facili costumi, se non addirittura una meretrice abbondantemente conosciuta in senso biblico; furnacella= fornetto portatile alimentato a carbone; nell’espressione a margine vale però per traslato : vulva atteso che sia il fornetto sia la vulva son sede(l’uno di un reale fuoco, l’altra di uno figurato; rammenterò al proposito che nel parlato napoletano tra le piú comuni voci per indicare la vulva c’è quella che suona purchiacca/pucchiacca che con etimo dal greco pýr +k(o)leacca←*cljacca sta per fodero di fuoco; tornando a furnacella dirò che l’etimologia è dall’acc. lat. volgare furnacella(m) che è un diminutivo con cambio di suffisso per cui in luogo dell’atteso furnacula(m) dim. di furnum si è ottenuto la ns. furnacella(m); sfunnata= sfondata, rotta , consunta part. pass. femm. aggettivato dell’infinito sfunnà = sfondare; denominale del latino fundu(m) con protesi di una s questa volta distrattiva;
tozzola spugnata = cantuccio di pane raffermo ammollato in acqua, dunque donnaccola lercia, ciana, sporca,bagnata; la tozzola essendo un cantuccio di pane raffermo è cosa inutile, da buttar via, inservibile, tal quale la donnaccola volgare e spregevole cosí chiamata; tozzola= cantuccio di pane raffermo, tozzo; tozzola etimologicamente forse è un diminutivo femminilizzato del lat. tursum =gambo, da un *tursola→turzola e per assimilazione regressiva tuzzola→tozzola;
spugnata part. pass. femm. aggettivato dell’infinito spugnà= ammollare etimologicamente denominale di spogna= spugna che è dal lat. spongia(m);
vrenzola spurtusata letteralmente straccio bucato e dunque donna volgare, lercia , rabberciata, stracciona, raffazzonata ; di per sé la voce vrenzola nel suo significato primo di straccio e poi in quello estensivo di persona, donna mal fatta o mal ridotta pare che etimologicamente possa ricollegarsi ad una brenniciola→brenciola diminutivo di un’originaria brenna corrispondente (vedi il Du Cange) ad un basso lat. breisna= rozza, vile,senza valore ma non manca chi fa derivare brenna dall'ant. fr. braine (giumenta) sterile e quindi priva di valore; spurtusata part. pass. femm. aggettivato dell’infinito spertusà =bucare denominale della voce pertuso =buco (dal lat. *pertusium derivato di pertundere=bucare) con protesi di una s intensiva.
guallecchia vale di per sé ernia molliccia e dunque per traslato donna dappoco, volgare, fastidiosa tal quale un’ernia molliccia quella stessa che a Napoli è indicata oltre che con la voce a margine anche con l’espressione guallera cu ‘e filosce (ernia corredata di spugnose frittatine) ed infatti la voce a margine risulta essere una gustosa forma eufemistica della voce guallera (dall’arabo wadara =ernia) incrociata con la voce pellecchia=pelle aggrinzita, molle e cadente ma pure buccia sottile (ad es. di pomidoro) ( che deriva da un lat. volg. pellicla(m) per il class. pellicula(m) diminutivo di pellis-is = pelle, buccia); rammento pure che la voce filoscio di cui filosce/i è il plurale = frittata sottile e spugnosa (dal francese filoche da fil= filo sottile ;
squàcquara vale di per sé neonata, bambina piccola e come offesa rivolta ad una donna: flaccida, deforme,senza forze, rachitica; in effetti al di là di imprevisti malanni costituzionali, una neonata non può avere tutta la gagliardía fisica di un’adulta e spesso si mostra flaccida e senza forze; quanto all’etimo la voce a margine risulta un deverbale di squacquarà che riproduce in modo onomatopeico il verso della quaglia giovane ed infatti a Napoli, nel gergo giovanile, una ragazza giovane si disse quaglia (che è dall'ant. fr. quaille, voce derivata dal lat. volg. *coacula(m), di origine onomatopeica) e la piccola bambina quagliarella
chiarchiósa pesante offesa che rivolta ad una donna l’accredita d’esser sudicia, sporca, lordata quando non estensivamente laida meretrice; la voce a margine di suo è un aggettivo poi sostantivato (vedi il suff. femm. di pertinenza osa/oso unito al sostantivo di partenza che è chiarchio = lordura, sozzura, muco nasale (di probabile etimo onomatopeico);

‘nfranzesata letteralmente infranciosata, meretrice che à contratto il mal francese cioè la lue o sifilide e dunque donnaccia da trivio; rammenterò che un tempo la sifilide fu detta a Napoli mal francese in quanto ritenuta malattia infettiva trasmessa attraverso le prostitute dai soldati francesi di Carlo VIII re di Francia (1470-1498),che era figlio di Luigi XI e di Carlotta di Savoia.(c’è sempre un Savoia (mannaggia a loro!) sulla strada dei Napoletani!) , mentre in Francia fu chiamato mal napolitaine, in quanto pensato propagato tra i medesimi soldati dalle prostitute partenopee che già ne erano affette, e per dileggio si usò dire di chi fosse stato colpito dall’infezione: È stato in… Francia! Etimologicamente la voce a margine è un’adattamento dialettale di infranciosata che è il part. passato femm. dell’infinito infranciosare per il piú comune infrancesare (da un in illativo + francese).

RAFFAELE BRACALE - napoli

mercoledì 1 luglio 2009

GOBBA E DISTINZIONI

GOBBA E DISTINZIONI

Nel napoletano, per indicare la gobba abbiamo a dir poco, tre vocaboli; essi sono: baúglio, scartiello e contrapanzetta
Ma non son vocaboli da usarsi indifferentemente; infatti con il termine baúglio modellato sul latino: baulus si intende la gobba anteriore, quella che insiste sullo sterno e viene cosí chiamata perché con il termine baule si intendeva quel contenitore, piccolo o meno, per asporto, provvisto di maniglie laterali, contenitore che veniva sollevato e trasportato tenendolo poggiato sulla parte anteriore del corpo;
con il termine scartiello si intende invece la gobba posteriore, presente sulle spalle o tra le scapole; il termine scartiello proviene da un antico latino: cartellus (cesta/ gerla che erano portate, proprio come una gobba posteriore, sulle spalle.C'è infine il termine contrapanzetta che indica - anche se in maniera divertita - la medesima gobba posteriore prominenza ritenuta opposta (contra) alla normale prominenza della pancia (panzetta).

Raffaele Bracale

LA PARLATA NAPOLETANA etc.

LA PARLATA NAPOLETANA e la costruzione delle espressioni con dentro, sopra, sotto ed altri avverbi/ preposizioni improprie del toscano.
Premesso che le parole e le frasi da esse formate servono a riprodurre il pensiero, sia che si parli, sia che si scriva, un napoletano, nello scrivere in vernacolo, non potrà pensare in toscano e fare poi una sorta di traduzione:commetterebbe un gravissimo errore.Per esemplificare: un napoletano che dovesse scrivere: sono entrato dentro la casa, non potrebbe mai scrivere: so’ trasuto dint’ ‘a casa; ma dovrebbe scrivere: so’ trasuto dint’â (dove la â è la scrittura contratta della preposizione articolata alla) casa; che sarebbe l’esatta riproduzione del suo pensiero napoletano: sono entrato dentro alla casa. Allo stesso modo dovrà comportarsi usando sopra (‘ncopp’ a...) o sotto (sott’a....) in mezzo (‘mmiez’ a...) e così via, perché un napoletano articola mentalmente sopra al/alla/alle/ a gli... e non sopra il/la/le/gli... e parimenti pensa sotto al... etc. e non sotto il ... etc. D’ altro canto anche per la lingua italiana i piú moderni ed usati vocabolarî (TRECCANI) almeno per dentro non disdegnano le costruzioni: dentro al, dentro alla accanto alle piú classiche dentro il, dentro la.
RaffaeleBracale

MANNAGGIA Ô SURICILLO E PPEZZA ‘NFOSA.

MANNAGGIA Ô SURICILLO E PPEZZA ‘NFOSA.

Letteralmente: mannaggia al topolino ed (allo) straccio bagnato.
Il motto viene pronunciato a mo’ di imprecazione da chi voglia evitare di pronunciarne altra piú triviale.
Varie le interpretazioni della locuzione in ispecie nei confronti del topolino fatto oggetto di maledizione
Esamino qui di seguito le varie interpretazioni e per ultima segnalo la mia.
1 – (avv. Renato de Falco) L’illustre amico e scrittore di cose napoletane reputa che il suricillo in epigrafe altro non sia che il frustolo d’epitelio secco che si produceva in ispecie sulle braccia e sulle gambe allorché le si lavavano soffregandole non con una spugna, ma con uno straccetto bagnato. È vero, da ragazzi usavamo dare il nome di suricillo a quei frustoli d’epitelio e/o pàtina grassa sporca divelti con il soffregamento dello straccio madido d’acqua.Ma il dotto amico de Falco, per far passare per buona la sua idea è costretto a leggere la e dell’epigrafe non come congiunzione ma come aferesi di de e leggere ‘e pezza ‘nfosa pronunciando in maniera scempia la p di pezza, laddove il proverbio raccolto dalla viva voce della gente suona: mannaggia ‘o suricillo e ppezza ‘nfosa ed è chiara la geminazione iniziale della p di pezza e il significato di congiunzione della e.Per cui, a malgrado dell’amicizia e della stima che nutro per l’avvocato de Falco, non posso addivenire alla sua idea.
2 –(prof. Francesco D’Ascoli) Il defunto professore (parce sepulto!) nel suo per altro informato LA FILOSOFIA POPOLARE NAPOLETANA, sbrigò la faccenda, ravvisando nel suricillo i pezzetti di panno che si staccavano assumendo la forma del musculus, dallo straccio per lavare a terra;l’idea non è percorribile stante anche per D’Ascoli la medesima lettura impropria della locuzione che ne fa il de Falco leggendo la E come aferesi di de e non come congiunzione.
3 – (dr. Sergio Zazzera)L’ottimo dr. Zazzera si lava le mani e propone un improbabile sorcio alle prese con un orcio di olio dal quale sia saltato via uno stoppaccio non si comprende perché umido.
A questo punto reputo che potrebbe essere piú veritiera l’interpretazione che mi fu data temporibus illis da mia nonna che asserí che la locuzione conglobava una imprecazione rivolta ad un sorcetto introdottosi in una casa ed un suggerimento dato agli abitanti di detta casa quello cioè di introdurre sotto le fessure delle porte uno straccio bagnato per modo che al topo fossero precluse le vie di fuga e lo si potesse catturare.Volendo dire: È entrato il topino?Non c’è problema! Ce ne possiamo liberare:lo catturiamo, ma prima affinchè non ci sfugga, turiamo con uno straccio bagnato ogni fessura in modo da precludergli vie di fuga e procediamo alla cattura!
Ma poiché fino a che non ci si sente soddisfatti, è buona norma continuare ad investigare, continuando nell’investigazione, mi pare di poter affermare che la nonna aveva dato una casta spiegazione a dei vocaboli (e perciò a tutta l’espressione) per non inquietare la fantasia di un piccolo adolescente.
Infatti alla luce di ulteriori indagini ed al supporto di altre menti di appassionati studiosi di cose napoletane mi pare si possa accogliere la tesi del prof. Amedeo Messina che vede nel suricillo (marcato su di un xurikilla tardo latino usato in luogo del piú classico mentula) il membro maschile...
Peraltro l’amico prof. Carlo Iandolo illustre scrittore di cose partenopee in una sua dotta lettera mi fa notare che nella passata parlata napoletana le pezze piú note erano quelle che le donne portavano nel loro corredo, e che usavano per i loro bisogni fisiologici di ogni volger di luna; con il nome pezze si indicavano altres quelle che significavano il danaro ed in effetti tra il 1750 ed il 1865 con il termine pezza si indicò una grossa moneta d’argento del valore di 12 carlini, ossia 120 grana, moneta pari quindi ad oltre 1 ducato che contava 100 grana.
Ecco dunque che , messa da parte la casta spiegazione data dalla nonna si possa addivenire a ritenere che l’innocente imprecazione con la quale si è soliti commentare piccolissimi inconvenienti ai quali non occorra dare faticose soluzioni, sia sgorgata sulle labbra di una donna trovatasi davanti alla improcrastinabile richiesta di favori, da parte del suo uomo (...pronto alla tenzone...) e gli abbia dovuto opporre che non era… il tempo adatto, giacché sebbene ‘o suricillo fosse inastato, ‘a pezza ...era ‘nfosa e dunque l’accesso sconsigliato o vietato!
Raffaele Bracale.

MO

MO
Nel napoletano vuoi nei testi scritti, che nel comune parlare si trova o si sente spessissimo il vocabolo in epigrafe usato per significare: ora, adesso e, talvolta esso vocabolo trasmigra addirittura nell’italiano con il medesimo significato.Ciò che voglio trattare è innanzitutto il suono da assegnare alla vocale (o) che nel parlato cittadino è pronunciata e va pronunciata con timbro aperto (mò) mentre nella provincia scivola verso una pronuncia chiusa (mó), dando modo a chi ascolta di poter tranquillamente definire cittadino o provinciale colui che pronunci l’avverbio mo che se è pronunciato con la o aperta connota il cittadino e se è pronunciato con la o chiusa connota il provinciale.
--mo (è possibile trovarlo anche come mo' o ancóra mò) avv. - Ora, adesso; poco fa Concorrente di ora e adesso, mo à una lunga tradizione storica, ma non si è quasi mai affermato nell'uso scritto dell’italiano ; resta quindi limitato all'uso parlato di gran parte d'Italia, in partic. di quella centro-merid.
nel napoletano anche nella forma iterata mmo mmo con tipico raddoppiamento espressivo della consonante d’avvio nel significato di súbito, immediatamente, senza por tempo in mezzo
Detto ciò passiamo ad un altro problema; come si scrive la parola in epigrafe?
Il problema non è di facilissima soluzione posto che non v’è identità di vedute circa l’etimologia della parola, unica strada forse da percorrere per poter addivenire – con buona approssimazione – ad una corretta soluzione;
vi sono infatti parecchi scrittori e/o studiosi partenopei e non che fanno discendere il termine dall’ avv. latino modo che accanto a molti altri significati à pure quello di ora, adesso; ebbene, qualora si scegliesse questa strada sarebbe opportuno scrivere mo’ tenendo presente il fatto che allorché una parola viene apocopata di un’intera sillaba, tale fatto deve essere opportunamente indicato dall’apposizione di un segno diacritico (‘).
Se invece si fa derivare la parola mo dall’avverbio latino mox = ora, súbito, come io reputo che sia, ecco che la faccenda diviene piú semplice e basterà scrivere mo senza alcun segno diacritico.
È, infatti, quasi generalmente accettato il fatto che quando un termine, per motivi etimologici, perde una sola lettera (consonante)o piú consonanti in fin di parola e non per elisione (allorché – come noto – a cadere è una vocale), non è previsto che ciò si debba indicare graficamente come avverrebbe invece se a cadere fosse una intera sillaba ovviamente vocalica;
ecco dunque che ciò che accade per il mo derivante da mox ugualmente accade, in napoletano, per la parola cu (con) derivante dal latino cum e per pe (per) dove cadendo una semplice consonante ( m oppure r) e non una sillaba non è necessario usare il segno dell’apocope (‘) ed il farlo è inutile, pleonastico, in una parola errato! La stessa cosa accade per l’avverbio napoletano di luogo lla (in quel luogo, ivi) avverbio che in italiano è là; sia l’avv. napoletano che quello italiano sono ambedue derivati dal lat. (i)lla(c): in napoletano mancando un omofono ed omografo lla non è necessario accentare distintivamente l’avverbio, come è invece necesario nell’italiano là dove è presente l’omofono ed omografo la art. determ. f.mle,
Nel napoletano scritto c’è una sola parola nella quale cadendo una consonante finale è necessario fornire la parola residua di un segno d’apocope (‘): sto parlando della negazione nun= non che talvolta viene apocopata in nu da rendersi nu’ per evitarne la confusione con l’omofono ‘nu (un, uno) che conviene sempre fornire del segno (‘) d’aferesi e ciò in barba a troppi moderni addetti e non addetti ai lavori partenopei per i quali è improvvidamente invalso l’uso di rendere l’articolo indeterminativo maschile nu senza alcun segno diacritico alla medesima stregua dell’articolo indeterminativo femminile ‘na che è reso na senza alcun segno diacritico, quasi che il segnare in avvio di parola un piccolo segno (‘) comportasse gran dispendio di energie o appesantisse la pagina scritta e non fosse invece, quale a mio avviso è, segno di sciatteria, pressappochismo dello scrittore (si chiamassero pure Di Giacomo,F.Russo,
E. Nicolardi etc.e giú giú fino ad E.De Filippo.)
Qualcuno mi à fatto notare che il termine mo non potrebbe derivare da mox in quanto, pare, che una doppia consonante come cs cioè x non possa cadere senza lasciar tracce, laddove ciò è invece possibile che accada specie per una dentale intervocalica come la d di modo.
Ora,a parte il fatto che anche le piú ferree regole linguistiche posson comportare qualche eccezione (come avviene ad es. per la voce della lingua nazionale re che pur derivata dritto per dritto dal latino re(x),si scrive senza alcun segno diacritico traccia della x , anche ammettendo che il napoletano mo discenda da modo e non da mox non si capisce perché esso mo andrebbe apocopato (mo’) o addirittura accentato (mò) atteso che vige comunque la regola che i monosillabi vanno accentati solo quando,nell’àmbito di un medesimo sistema linguistico, esistano omologhi omofoni che potrebbero creare confusione.
Penso perciò che forse sarebbe opportuno nel toscano/italiano accentare il mò (ora, adesso) per distinguerlo dall’apocope di modo (mo’ dell’espressione a mo’ d’esempio), ma nel napoletano non esistendo il termine modo né la sua apocope è inutile e pleonastico aggiunger qualsiasi segno diacritico (accento o apostrofo) al termine mo (ora/adesso).
Raffaele Bracale

VERÓLA & VERULÀRO

VERÓLA & VERULÀRO
Questa volta intendo soffermarmi sui due sostantivi in epigrafe ( di cui il secondo è un evidente derivato del primo) nel tentativo, m’auguro non vano, di fornire un’ipotesi etimologica piú o meno convincente del primo e conseguenzialmente del secondo sostantivo atteso che all’attualità, circa l’etimo della voce veróla ,tra gli addetti ai lavori non ci sono idendità di vedute, né ch’io speri di poterle suscitare mettendo d’accordo piú teste: in primis perché non sono uno studioso patentato, né un addetto ai lavori, ma solo un appassionato cultore di linguistica, e poi perché uno dei paludati addetti che forní una prima ipotesi etimologica non è piú di questo mondo (F.sco D’Ascoli) e servirebbe a poco convincere il suo epigono Antonio Altamura o qualche altro che al D’Ascoli si rifà; d’altro canto l’altra corrente di pensiero etimologico (Carlo Iandolo) è un parto troppo recente perché mi possa permetter di convincere il suo fautore a darle immatura sepoltura!
Tanto premesso entriamo in medias res e diciamo che
veróla è un s.vo f.le sg. = caldarrosta, bruciata, castagna arrostita; è voce diffusa, specialmente al plurale veróle (cfr. sagra delle veróle(castagne arrostite) e delle valleni (castagne bollite)) sia nella Campania che nel Lazio che nelle Marche;
verúlaro è un s.vo m.le sg. = padellone bucherellato per arrostirvi le castagne;ma è voce quasi esclusivamente campana.
E veniamo alla questione che ci occupa: quella etimologica:
Secondo F.sco D’Ascoli ed i suoi epigoni alla base del sostantivo veróla ci sarebbe il sostantivo latino viria con il diminutivo viriŏla→veróla; l’opinione del D’Ascoli è assai poco convincente zoppicante com’è dal punto di vista fonetico ed ancór piú da quello semantico: in realtà, a parte che normalmente una breve (ŏ) dittonga (iò) o al meno apre (ò) e non chiude (ó), la voce latina viriŏla indicò in quella lingua un braccialetto e fu voce poi attestata nell’italiano come viròla indicando nell’ordine: 1. elemento «maschio» di una giunzione, di un collegamento meccanico, costituito da un corpo filettato: se ne ànno esempî nell’innesto a vite delle lampade elettriche, nel bocchettone di scarico idraulico (nel quale, costruita in rame, collega le diramazioni di scarico di piombo con le colonne di scarico di ghisa), ecc. 2. negli orologi meccanici a bilanciere, è
l’anello tagliato che collega l’estremità interna della molla a spirale all’asse del bilanciere. 3. ciascuno dei pezzi cilindrici di un serbatoio che, saldati insieme, costituiscono la parete laterale del serbatoio stesso. Mi chiedo: Quale salto mortale semantico ci chede di fare il D’Ascoli per ricondurre uno dei elementi summenzionati ad una caldarrosta,cosa ànno da spartire braccialetti, innesti a vite, bilancieri o pezzi di saldature con le gustose caldarroste? No, no, in questa occasione il defunto prof. D’Ascoli prese, a mio avviso, un fantasioso abbaglio!
D’altro canto neppure mi convice l’idea etimologica dell’amico prof. Carlo Iandolo che scrive testualmente:
A proposito di questo lemma dalla forma iniziale “beròla” attestata
dal vocabolario ottocentesco del solo D’Ambra e dal significato indicante
“castagna”, la spiegazione etimologica del D’Ascoli col richiamo al latino
“veru = spiedo” (??) è senz’altro non convincente sia per motivi fonetici
che semantici, per cui è forse meno azzardata la nostra congettura, che fa
appello al latino “badius” corrispondente al sabino “basus”, entrambi col
significato di “castagna marrone”.
Se supponiamo una forma diminutiva femminilizzata *badíola (sott.
“castanea”), poi divenuta *badiòla nel latino popolare sulla scia di “filia →
filíola → filiòla”, ma con iniziale vocale tonica chiusa com’è nei dittonghi
ascendenti del latino indigeno campano *badióla; se congetturiamo non
solo il normale passaggio “b → v” come attestano “bíbere → vèvere, barca →
varca, botte → vótte” ecc., ma anche l’alternanza quasi solita “d /r” come
comprovano “Madonna/ Maronna, il brodo → ’o bbroro, i pièdi →’e piére,
(lat. “gradus” >) ’e ggrare = le scale ecc., a questo punto già si delinea la
prima forma d’avvio *varióla, poi con cambio dell’accento fonico,
divenuto aperto: *variòla.
All’amico prof. Carlo contesto innanzitutto l’inesatta lettura dell’ipotesi del D’Ascoli (ipotesi che però in ogni caso anch’io ò bocciato) e gli contesto altresí il significato di castagna marrone attribuito al lemma badius che nel Badellino e Calonghi e nel dizionario latino on line è riportato non come castagna marrone, ma come baio ( uno dei mantelli del cavallo): cosa ànno da spartire i cavalli con le castagne (inutilmente indicate marrone atteso che non mi pare vi siano castagne di colore diverso dal marrone)?, a meno che il buon prof. Iandolo scrivendo castagna marrone non abbia zompato una virgola scrivendo castagna marrone e non castagna, marrone. Infine all’amico prof. Carlo contesto l’affermazione che in napoletano l’accento fonico sia aperto e si abbia veròla/ veròle; ciò è inesatto; i napoletani di Napoli e non dell’entroterra o della provincia son usi a pronunciare veróla/ veróle e non veròla/ veròle Del resto se il lemma di partenza fosse veròla con la ò aperta la voce derivata sarebbe verolàro e non verulàro come invece è e dove è leggibile l’ulteriore chiusura in u di un ó di partenza!(verularo ← veróla +il suffisso di pertinenza aro←arius). Esaurita cosí la parte destruens, veniamo a quella costruens; premesso che non è cosa semplicissima formulare una accettabile e comprovabile ipotesi etimologica della voce veróla, ò in animo di proporne due:
A)nel primo caso ipotizzo una partenza dal lat. vídua che già diede il napoletano vérola = vedova; si potrebbe pensare ad un adattamento di vérola in veróla con cambio d’accento per distinguere la vérola= vedova dalla veróla =castagna arrostita semanticamente vedova del suo consueto abito (riccio).
B) nel secondo caso ipotizzo che la voce veróla sia sia ricavata partendo dalla voce Berolasim riportata nel Du Cange pag. 600
apud Car. du Fresne in Epistola Iohannis VIII. cuius hic titulus; Omnibus Episcopis Caietam, Neapolim, Capuam, Berolasim, et Amalfim, Beneventum et Salernum incolentibus: locus est in veter Capua ad S. Stephanum, vulgari nuncupatione hodieque dictus li Vorlasci, Anonymo Casinensi Berealis, Heremperto Berelasis, Latine loquentibus Amphitheatrum. Neque mirum, si Episcopus in veter. Capua constitutus Suricorum vel Berelasis nuncupabatur, cum illis in vicis insigniores Ecclesiae essent. Vide eundem Iohannem Ep. 265. et Ughellum in Episcopis Capuanis. Si può ragionevolmente ipotizzare cioè che in quella località del capuano Berolasim si coltivassero e raccogliessero delle castagne identificate con una adattamento del nome del paese: Berolasim→ Berola(sim) →Veróla con consuenta alternanza partenopea di b→v“ cfr. bibere→vevere, barca→varca, botte→votte etc.
E qui faccio punto augurandomi che chi dovesse correggere il mio scritto non usasse troppi freghi blu!

P.S. Ò sottoposto lo scritto al prof. Iandolo che cosí testualmente mi à strapazzato: Carissimo don Raffaele, contesto tutto ciò che ha scritto, perché io ho cercato di dare una spiegazione fono-morfologica etica (i cui passaggi sono inappuntabili: scusi la vanità!) e semantica su base razionale, laddove quel che Lei proprone è completamente vacillante e campato in aria da una visuale linguistica. Non può assolutamente immaginarsi "vidua" che, dopo avér dato "vérola =vedova", avrebbe comportato l'estensione dell'abito scuro del lutto al colore similare delle castagne (!!), per giunta con fantasioso cambio d'accento per distinguere il lemma da quello collaterale ben diverso (veròle): far nascere cosí parole di diversa semantica e famiglia linguistica rientra nel regno d'una fantasia incontrollata e incontrollabile. E' egualmente assurdo che dal paese chiamato anticamente "Berosalim" sia venuto quello delle "verole" perché lí (solo lí, poi?) si producevano castagne, anche perché la conseguenza fono-morfologica probabilmente sarebbe stata *verosale (a meno che non s'immagina la caduta di "-sa-", che non sappiamo se tonica o atona, con un'indubbia fantascienza propriziatrice della propria tesi: ma cosí si può arrivare sulla Luna! 2) Ancóra: Lei si è fermato al Calonghi-Georges (semplice vocabolario scolastico), ma se avesse letto la "Lingua latina" del grande linguista inglese L. R. Palmer, nella traduzione italiana della Piccola Biblioteca Einaudi 1977, a piè di pag. 48 c'è la seguente affermazione documentaria, a sostegno del fatto che "il dialetto sabino fin dai tempi assai antichi era talmente influenzato dal latino che la sua stessa classificazione nel gruppo osco-umbro è dubitativa. Ma a rendere probabilmente corretta tale classificazione sono i nomi sabini come Pompilius (che mostra l'osco-umbro p- per la latina qu-) e Clausus (per Claudius, con l'assibilazione non latina della -di-, esemplificata anche nella parola basus = badius : castagna marrone" (senza virgole distintive: annotazione mia di rimando) 3) E' vero che il D'Ascoli proponeva un avvio da "viria - viríola", ma alla fine connetteva la voce con "veru = spiedo" 4) infine la mia supposizione *veróle (con accento fonico chiuso) parte dall'ovvia deduzione fonetica che i dittonghi ascendenti in napoletano hanno appunto suono eccezionalmente chiuso, e la diversa fonicità può non esser stata avvertita a suo tempo dal D'Ambra; ma, come poi Le è sfuggito, ho anche ipotizzato che –se il tipo d'accento fonico aperto di "veròla" documentato dal D'Ambra fosse esatto– può ipotizzarsi un livellamento del nesso "-rio"- sul tipo di "filíola > (lat. volg.) figliòla", che ha propiziato tale sviluppo fonico italiano. 5) Ciascuno difende –a suo modo, ma con lo stesso calore del Suo– le proprie criature, ma sul presupposto della razionalità e della scientificità innanzitutto fono-morfologica, poi semantica.
Avevo promesso al caro professore di lacerare il mio scritto, ma me ne è mancato il coraggio e proprio pe nun passà completamente pe ffesso debbo ulteriormente precisare:
1) io non ò mai ipotizzato (come invece il prof. Iandolo m’accusa d’aver fatto) un'estensione dell'abito scuro del lutto al colore similare delle castagne (!!),ma ò solo ipoteticamente messo fantasiosamente in relazione lo stato vedovile di chi è privata del marito, con un ipotetico stato vedovile della castagna che per esser arrostita deve esser privata del riccio, che normalmente l’accompagna! Tuttavia accetto di buon grado la critica che sia fantasioso il cambio d'accento per distinguere il lemma (vérola) da quello collaterale ben diverso (veròla); sí far nascere cosí parole di diversa semantica e famiglia linguistica rientra nel regno d'una fantasia incontrollata e incontrollabile e di ciò mi pento!
2) se è vero ch’io non ò consultato la "Lingua latina" del grande linguista inglese L. R. Palmer, è parimenti vero che al nostro fine m’appaia inconferente il fatto che "il dialetto sabino fin dai tempi assai antichi sia stato talmente influenzato dal latino che la sua stessa classificazione nel gruppo osco-umbro è dubitativa; come ancóra, m’appare appena conferente col nostro fine il fatto che una classificazione dei nomi sabini come Pompilius (che mostra l'osco-umbro p- per la latina qu-) e Clausus (per Claudius, con l'assibilazione non latina della -di-, esemplificata anche nella parola basus = badius : castagna marrone"; insomma che basus sia lo stesso che badius può esser probabile, ma non certo, come è invece certa la inutilità d’aggiungere marrone (ribadito aggettivo dal prof. Iandolo) alla voce castagna (che mai è attestata di colore diverso dal marrone!), né d’altro canto il carissimo prof. Iandolo m’indica una fonte certa dove riscontrare che la sua basus (= badius) sia attestata come castagna marrone e non come mantello baio.
3) l’altro punto dove invece mi sento di concordare completamente è che sia molto improbabile che dal nome del paese chiamato anticamente "Berosalim" sia venuto il nome delle "veróle" perché la conseguenza fono-morfologica probabilmente sarebbe stata *verosale ( poi che si potrebbe solo immaginare, ma non comprovare la caduta di "-sa-", che non sappiamo se tonica o atona).
A questo punto perciò temo che allo stato dei fatti, messe da parte tutte e sottolineo tutte le ipotesi fin qui esaminate bisognerà ancóra lavorare sulla voce veróla/verularo e chi sa se mai se ne verrà a capo d’una accettabile etimologia!
Ed a tale scopo, prima di mettere il punto ò un’ultimissima idea etimologica da proporre, idea che chiama in causa il francese brûler (bruciare, rostire) di cui veróla potrebbe essere un deverbale secondo il seguente percorso morfologico in cui leggere l’alternanza partenopea b/v, ed una epentesi vocalica della prima e: brûler→ vrûler→veruler→verola.
Satis est. E spero che il prof. Iandolo non m’accusi d’aver lavorato troppo di fantasia.
P.S. 2 Ò inoltrato questo scritto al prof. Iandolo che, nel rispondere, cosí à inteso metter fine alla questione scrivendomi testualmente: Carissimo don Raffaele, chiudiamo qui la questione (di modo che ciascuno rimane fermamente convinto della sua ipotesi), evitando d'evidenziare un'altra carrellata di abbagli miei e suoi, in rilievo reciproco nell'ultimo scritto.
Accolgo l’invito e non replico oltre restandomene fermamente convinto nella mia ultima idea!
Raffaele Bracale