mercoledì 2 marzo 2011

BAGATTELLA, CIANFRUSAGLIA, CHINCAGLIERIA, MINUTAGLIA, CARABATTOLA, CIARPAME, PACCOTTIGLIA & dintorni

BAGATTELLA, CIANFRUSAGLIA, CHINCAGLIERIA, MINUTAGLIA, CARABATTOLA, CIARPAME, PACCOTTIGLIA & dintorni

L’idea di vergare queste paginette nacque all’indomani d’un mio incontro con l’amico P. G. (i consueti problemi di riservatezza mi costringono ad indicare solo le iniziali di nome e cognome) al quale contestai il fatto che nella lingua italiana le voci in epigrafe sono spessissimo usate quali sinonimi, essendo ormai invalso l’uso (anche per colpevole neghittosità (per evitar di parlare di ignoranza…) della classe docente) di non far distinzioni e di non insegnare ai discenti che esistono sottili differenze tra i significati dei termini suddetti, differenze che invece esistono e sono sostanziali attesa la graduazione e/o intensità della sensazione che accompagna or l’uno or l’altro termine o il differente campo d’applicazione in cui i termini andrebbero usati; uguale se non maggiori la graduazione e/o intensità del sentimento o sensazione che connotano le voci napoletane che ripetono quelle dell’epigrafe. Cercherò con le pagine che seguono di convincere del mio assunto l’amico P. G. e qualche altro dei miei ventiquattro lettori. Cominciamo con le voci dell’italiano:
bagattella, s.vo f.le1 in primis (ant.) gioco di bussolotti | gioco simile al biliardo.2 poi per traslato cosa da nulla, inezia, bazzecola
3 (mus.) componimento musicale da camera di struttura semplice e di breve durata: le bagattelle di Beethoven
etimologicamente dal lat. mediev. bagadellus 'di Bagdad'dove pare fosse stato ideato il giuoco;
bazzecola, s.vo f.le 1 cosa da nulla, di poco conto; inezia: costa una bazzecola!. 2 poi per traslato, ma impreciso ciarpame, paccottiglia,etc. etimologicamente da raccostarsi al persiano bazzem = cose futili e di nessun pregio;
cianfrusaglia, s.vo f.le coll. Cosa minuta e senza valore; nel plur., e anche nel sing. collettivo, insieme disparato di oggetti minuti e di nessun valore: un armadio, un cassetto, un negozio pieno di cianfrusaglie. etimologicamente dall’agglutinazione di cian(cia)voce onomatopeica e frusaglia per fruscolo voce dal lat. tardo frustulu(m) 'pezzetto'
chincaglieria, s.vo f.le
1 spec. pl. piccolo oggetto ornamentale; ninnolo grazioso, ma non prezioso;
voce usata impropriamente quale sinonimo di cianfrusaglia
2 negozio in cui si vendono tali oggetti ornamentali.
etimologicamente dal fr. quincaillerie;

carabattola, s.vo f.le
1 spec. pl. oggetto, masserizia di poco pregio; scarabattola: le povere carabattole avevano enfiato le valigie (GADDA)
2 (fig.,ma impropriamente) bagattella, bazzecola, cianfrusaglia.
etimologicamente dal lat. grabatu(m) 'lettuccio', termine contenuto nel racconto evangelico della guarigione del paralitico (tolle grabatum tuum et ambula 'prendi il tuo lettuccio e cammina', MARCO II, 9)

ciarpame, s.vo m.lecoll.vo
1insieme di roba inservibile o di poco pregio | 2 (fig.ma impropriamente) Cosa minuta e senza valore;
3 (fig. lett.) parole, sentimenti frusti, bolsi, di cattivo gusto: il ciarpame floscio della viltà (D'ANNUNZIO).
etimologicamente, per epitesi espressiva (me) dal fr. echarpe→(e)charpe+me→ciarpame;
minutaglia, s.vo f.le coll.
1 insieme di cose minute
2 cose di scarso valore (pretestuosamente anche fig.): un baule pieno di minutaglie; sprecar tempo in minutaglie
3 assortimento di piccoli pesci per frittura.
etimologicamente dal dal Lat. tardo minutalia, neutro pl. sost. dell'agg. minutalis 'piccolo, meschino', deriv. di minutus 'minuto1';

paccottiglia s.vo f.le vedi ultra sub paccuttiglia.



Come mi pare d’aver chiarito v’è una graduazione tra i varî termini esaminati e diverso il loro campo d’applicazione e perciò andrebbero usati scegliendo opportunamente secondo l’intensità delle sensazioni provatesenza fare di ogni erba un fascio o per dirla piú icasticamente senza mischiare lana con seta o carne con pesce...
Ma queste sono pedanterie o sottigliezze che erano insegnate dai docenti di mezzo secolo fa; quelli di oggi o non le sanno (per non averle colpevolmente apprese) o se ne sono al corrente, se ne impipano ed evitano trasmetterle ai discenti,che d’altra parte non ànno gran voglia o bisogno di apprendere atteso che usano per comunicare non piú l’italiano, ma spesso lingue straniere, linguaggi da iniziati, gerghi, slang o argot e forse il mio dire risulta essere un inutile parlare al vento. Ma, vada come vada, completerò l’argomentare!
Andiamo oltre e passiamo alle voci del napoletano che ordinerò in ordine di graduazione:
cerenfruscolo s.vo m.le quisquilia, cosuccia, cosa da nulla; voce desueta, ma registrata da tutti i calepini d’antan nel significato primo di bagattella, minuzia, sciocchezza e per estensione ed ampliamento semantico, in quello di bizzarría, stranezza bizzosa, stravaganza. Quanto all’etimo si sospetta un incrocio tra i lat. caere(folium) e frustulum = bruscolo di cerfoglio; il cerfoglio in nap. cerefuoglio e cicerefuoglio indica oltre che la pianta delle ombrellifere anche gli sgorbi fatti a caso con penne e/o matite sui fogli di carta ed ancóra i vezzi, le moine, le sdolcinature, tutte cose che semanticamente posson ricondursi alle bizzarríe,alle stranezze bizzose nonché alle minuzie e/o sciocchezze;

frascaría s.vo f.le in primis frottola, menzogna, panzana, balla, palla; per traslato (semanticamente spiegato con il fatto che ad una frottola, menzogna, panzana, balla, palla non si deve prestar fede) bagattella, minuzia, sciocchezza,, nonnulla, quisquilia cui non dar alcun peso; etimologicamente la voce è da collegarsi al significato traslato di frasca che quale fronda, foglia agitata dal vento nel verbo derivato frascheggiare prende il significato sia di rumoreggiare, che di raccontar frottole, sciocchezze.A sua volta la voce frasca è da un basso lat. frasca
‘gnòtula/’gnotularía, s.vo f.le bagattella, minuzia, nonnulla, quisquilia. cosa di poco conto ed ancóra estensivamente sciocchezza, stupidaggine, azione non chiara ed inutile etc. voce dalla doppia morfologia, ma dall’identico significato; etimologicamente nella prima forma ‘gnòtula è dal lat. ignotus→(i)gnot(us)→’gnotula con influenza del lat. inutilis addizionato del suffisso diminutivo neutro plurale, poi inteso femminile ula; nella seconda forma all’iniziale ‘gnòtula è stato aggiunto il suffisso tonico aría suffisso tonico corrispondente al lat. –aríus/aría, che forma aggettivi e sostantivi, derivati dal latino o formati direttamente in italiano e/o napoletano , che stabiliscono una relazione;
bavattella s.vo f.le 1 cosa da nulla, di nessuna importanza; sciocchezza, bazzecola; 2cosa di poco conto, inezia ma fastidiosa seccante, noiosa, irritante; etimologicamente è voce dal fr. bagatelle; normale nel napoletano il metaplasmo g→v cfr. gallo→vallo, gallina→vallina, volpe→golpe, gonnella→vunnella etc.
míngule s.vo m.le pl. di míngulo 1 in primis fronzolo, sciocchezzuola da donne ; per traslato sciocchezza, bazzecola, moina da innamorati etimologicamente voce dal lat. mica con suffisso diminutivo ulo/ule che continua il lat. olu(m) edepentesi eufonica della consonante nasale dentale (n);
‘ntingúle s.vo m.lepl. di ‘ntingúlo di per sé sugo, salsa, condimento, ma per traslatosinonimo della voce precedente cui semanticamente si accosta per il fatto che fronzoli, bazzecole,moine da donne e/o innamorati sono untuosi, grassi melliflui; etimologicamente è voce deverbale di intingere ( Dal lat. intingere, comp. di in- e tingere 'tingere, bagnare'), ma la morfologia del vocabolo è stata marcata per bisticcio ed allitterazione sulla voce precedente in unione della quale è quasi affatto usato (míngule e ‘ntingule = moine, bazzecole); gnaste/’nchiaste = s.vi m.li pl. di gnasto/’nchiasto = in primis empiastro; poi anche sciocchezza nonnulla, ma fastidiosa seccante, noiosa, irritante, ed anche persona petulante; per il vero si tratta d’un unico sostantivo rappresentato in doppia morfologia di cui la seconda ‘nchiasto fu quella originaria e di partenza, mentre l’altra gnasto ne fu e ne è solo un adattamento del parlato con
1)metatesi accompagnato dal passaggio metaplasmatico dalla affricata palatale sorda (c) alla corrispondente sonora (g) (‘nc→’ng→gn),
2)sincope della consonante diacritica (h) resa inutile dalla metatesi,
3)semplificazione del dittongo (ia→a);
etimologicamente la voce ‘nchiasto (poi gnasto) è una derivazione dal lat. emplastru(m) (marcato sul greco émplastrom)con il seguente percorso morfologico:emplastrum→(e)mplast(r)u(m)→mplastu(m)→’nchiasto (con consueto passaggio del gruppo pl a chi + vocale (cfr. cfr. platea→chiazza – plus→cchiú – plangere/planctum→chiagnere/chianto – plenam→chiena etc.) e valse in primis empiastro,fastidio ed a seguire per traslato piccola enfiagione,minuscola lividura ed ancóra sempre per traslato soprattutto come diminutivo ‘nchiastillo/gnastillo riferito ad oggetto valse cosa da nulla, sciocchezzuola, mentre riferito a persona di genere maschile bassa di statura valse omuncolo,omino, nanerottolo; declinato al femminile ‘nchiastella/gnastella valse donna petulante e fastidiosa; infine sempre nella forma m.le ‘nchiastillo/gnastillo identificò i nei posticci che le donne e/o i bellimbusti del ‘700 si dipingevano o applicavano sul viso.
‘nchiastaría s.vo f.le sinonimo della voce precedente, ma letteralmente l’essenza della sciocchezzuola dell’ inezia, l’essere fastidioso, noioso, petulante etimologicamente dalla radice ‘nchiast(o) dal lat. emplastru(m) addizionata del suffisso tonico di pertinenza dei nomi astratti aría;
‘mbròglie s.vo f.le solo pl. 1 insieme di tutto ciò che crei confusione, disordine;
2 merci scadenti e di alcun valore;
etimologicamente deverbale di imbrogliare che è con assoluta probabilità da un imbogliare (con successiva epentesi di una erre eufonica) che, a sua volta è da un in illativo + bollire nel senso di confondere (ciò che bolle si mescola talmente che si fonde con e cioè confonde.
perecoglie s.vo f.le solo pl. minuzie, minuterie,cianfrusaglie etimologicamente adattamento dello spagnolo perifollos = monili, fronzoli.
paccuttiglia s.vo f.le
1 un tempo, piccola quantità di merce che ogni membro dell'equipaggio di una nave era autorizzato a trasportare ed eventualmente a commerciare in proprio: diritto, contratto di paccottiglia
2 (estens.) insieme di cose di poco valore e di cattivo gusto; merce scadente, fondo di magazzino.
etimologicamente dal fr. pacotille, che è dallo sp. pacotilla, a sua volta dall'ol. pak; trattasi in ogni caso di voce d’origine napoletana trasmigrata poi nell’italiano come paccottiglia nei medesimi significati.

vrennaría s.vo f.le sciocchezza, bagatella, cosa insignificante, quasi residuale di fatti piú serî tal quale la crusca (vrenna) che residua dopo d’aver abburattato la farina. etimologicamente è voce costruita sul s.vo vrenna (crusca) con il suffisso tonico aría suffisso corrispondente al lat. –arius/aria, che forma aggettivi e sostantivi, derivati dal latino o formati direttamente in italiano e/o napoletano , che stabiliscono una relazione ; vrenna è da un lat. med. brinna, mentre la voce italiana crusca è dal germanico *kruska.
scartapella s.vo f.le in primis carabattola, masserizia di nussun conto, vecchia, sciupata e mal messa tale da poter esser tranquillamente messa da parte; per estensione piccolezza, bazzecola, bagattella,cosa inutile di cui liberarsi
etimologicamente dallo spagnolo cartapel = carta, scritto inutile
• zavanella s.vo f.le in primis nastrino, fiocco, legaccio logoro, frusto, sdrucito, vecchio tale da non poter esser piú utilizzato; per estensione inezia, piccolezza, bazzecola, bagattella,cosa di poco o nessun pregio, inutile di cui non curarsi. etimologicamente voce collaterale nel parlato di zagarella/zaganella dall’arabo zahar con tipico adattamento morfologico g→v.
E con questo penso proprio d’avere esaurito l’argomento e d’avere convinto e forse contentato l’amico P.G., ed interessato qualcuno dei miei ventiquattro lettori per cui faccio punto fermo con il consueto satis est.
Raffaele Bracale

È FFERNUTA A VVRENNA E SCIUSCELLE

È FFERNUTA A VVRENNA E SCIUSCELLE

Anche questa volta raccolgo un invito del mio caro amico N.C.(i consueti problemi di riservatezza mi costringono ad indicare solo le iniziali di nome e cognome) che mi à sollecitato a parlare dell’espressione in epigrafe còlta sulle labbra d’un tifodo napoletano d’antan all’indomani di una sonora sconfitta rimediata dalla squara di calcio del Napoli nello stadio Meazza di Milano.
L’espressione che ad litteram è :(la faccenda) è terminata a crusca e carrube è usata come dolente commento di ogni situazione che si sperava evolvesse positivamente ed invece si sia risolta nel modo peggiore. Si tratta di icastica espressione che in origine registrò ciò che accadeva in talune povere rimesse o stalle dove ogni vetturino da nolo spesso a corto di mezzi,per risparmiare a fine giornata di lavoro dava in pasto al suo unico ronzino un sacchetto di economica crusca e qualche carruba in luogo del costoso e piú salutare fieno di talché il cavallo avrebbe potuto commentare dolendosene :”(la giornata) è terminata a crusca e carrube!”
è ffernuta = è terminata voce verbale (3ª pers. sg. pass. prossimo) dell’infinito ferní= finire, terminare,evolvere, risolvere etimologicamente dal lat. finire→firnire→ferní con epentesi espressiva della consonante liquida vibrante erre.
vrenna s.vo f.le rende in napoletano quello che in italiano è il termine crusca cioè il residuo della macinazione dei cereali costituito dagli involucri dei semi; usato soprattutto come alimento per il bestiame; vrenna è da un lat. med. brinna, mentre la voce italiana crusca è dal germanico *kruska. A margine di questa voce rammento l’espressione carrecà a vvrenna (caricare con crusca) nel senso di operare alcunché facendo solo le viste di voler essere minacciosi o pericolosi, ma non essere attrezzati alla bisogna. L’espressione richiama ciò che accadeva al tempo dei Borbone allorché le truppe, durante le esercitazioni, erano fornite di armi da fuoco con munizioni che in luogo del piombo erano appunto caricate con crusca per evitare accidentali ferimenti o uccisioni fra i soldati.
sciuscelle s.vo f.le pl. di sciuscella = carruba La voce femminile sciuscella (plur. sciuscelle) traduce in napoletano ciò che in italiano è (con derivazione dall’arabo harruba ) carruba cioè il frutto del carrubo (albero sempreverde con fiori rossi in grappoli e foglie paripennate; i frutti, grosse silique bruno-nere ricche di sostanze zuccherine, si usano come foraggio per cavalli e buoi (fam. Leguminose) ed un tempo vennero usati come passatempo goloso per bambini ; mentre come termine gergale la voce carruba vale carabiniere (per il colore nero della divisa, che richiama appunto quello bruno-nero della carruba). Il frutto del carrubo viene usato però non solo come foraggio per cavalli e buoi, o – un tempo - come passatempo dolcissimo per bambini, ma è usato altresí (per l’alto contenuto di sostanze zuccherine) nella preparazione di confetture e per l’estrazione di liquidi da usarsi in distelleria (rosolî) o quali bevande medicinali.
Nell’idioma napoletano la voce femminile sciuscella conserva tutti i significati dell’italiano carruba, ma è usata anche per indicare qualsiasi oggetto che sia di poca consistenza e/o resistenza con riferimento semantico alla cedevolezza del frutto del carrubo, frutto che è privo di dura scorza, risultando morbido e facilmente masticabile da parte dei bambini sprovvisti di dentature aggressive; infatti ad esempio di un mobile che non sia di stagionato legno pregiato (noce, palissandro etc.), ma di cedevoli fogli di compensato assemblati a caldo con collanti chimici s’usa dire: È ‘na sciuscella! che vale: È inconsistente! Alla medesima maniera ci si esprime nei riguardi di ogni altro oggetto privo di consistenza e/o resistenza.
Rammento, prima di affrontare la questione etimologica, che in lingua napoletana vi fu un tempo una voce maschile (o neutra) ora del tutto desueta che suonò sciusciello voce che ripeteva all’incirca il siculo ed il calabrese sciuscieddu, il salentino sciusciille ed addirittura il genovese giuscello, tutte voci che rendono, nelle rammentate lingue regionali, l’italiano brodetto, uova cotte in fricassea brodosa etc.
E veniamo all’etimologia della voce in epigrafe.
Dico súbito che questa volta non posso addivenire,circa la voce sciuscella , a ciò che nel suo conciso, pur se curato, Dizionario Etimologico Napoletano dice l’amico prof. Carlo Jandolo che elimina del tutto la voce sciusciello ed accoglie solo sciuscella in ordine alla quale però sceglie pilatescamente di trincerarsi dietro un etimo sconosciuto.né – stranamente per il suo temperamento – azzarda ipotesi propositive!
Mi pare invece che sia correttamente perseguibile l’idea sposata da Cortelazzo, D’Ascoli ed altri i quali per la voce sciusciello rimandano ad un lat. iuscellum = brodetto Partendo da tale iuscellum→sciusciello congetturo che per sciuscella si possa correttemente pensare ad un derivato neutro plur. iuscella→sciuscella=cose molli, cedevoli, lente come brodi, neutro poi inteso femminile.
Semanticamente forse la faccenda si spiega (a mio avviso) con il fatto (come ò già accennato) che dalla carruba (sciuscella) si traggono liquidi e bevande medicinali che posson far forse pensare a dei brodini.
E cosí penso proprio d’avere contentato l’amico N.C. ed interessato anche qualcun altro dei miei ventiquattro lettorie di poter concludere con il consueto
satis est.
R.Bracale

martedì 1 marzo 2011

VERRIZZO

VERRIZZO
Con l’antica voce(peraltro nota ormai quasi solamente ai napoletani piú anziani, essendosi irrimediabilmente depauperato il lessico d’antan) verrizzo, che al plurale fa verrizze, nella parlata napoletana vengono indicati le bizze, i capricci stizzosi,le stravaganze, le voglie irrazionali ed estensivamente anche quelle lussuriose, libidinose; chi ne va soggetto è detto verruto/a, ma pure verrezzuso/osa.
Annoto innanzi tutto che ‘e verrizze son quasi sempre riferiti nel loro significato primo di bizze, capricci,stranezze, voglie irrazionali o ai bambini o alle donne, nella presunzione che un uomo fatto, difficilmente possa lasciarsi prendere da bizze o capricci, di talché i termini verruto o verrezzuso, riferiti ad un uomo fatto, starebberorestrittivamente ad indicare un soggetto proclive alla lussuria o libidine, cosí come dal significato estensivo di verrizzo.
Quanto all’etimologia del termine in epigrafe, la questione non è di poco conto; la maggior parte dei compilatori di dizionari, che accolgono il termine se la sbrigano con un’annotazione pilatesca: etimo incerto.
Qualche altro, lasciandosi però chiaramente trasportare dal significato estensivo della parola, propone una timida paretimologia, legando la parola verrizzo, al termine verro che è il porco non castrato atto alla riproduzione, nella pretesa idea che il verro sia portato, almeno nell’immaginario comune, a pratiche libidinose, ma la proposta paretimologia poco mi convince.
A mio sommesso parere, penso che la parola in epigrafe possa tranquillamente derivare dall’unione del verbo latino velle rotacizzato in verre con il sostantivo izza agganciandosi semanticamente ad un comportamento originariamente iracondo, stizzoso e poi capriccioso, stravagante,strano; la voce izza è piú nota nella forma varia ed intensiva bizza (ma sia izza che bizza provengono dall’antico sassone hittja = ardore).
Partendo da vell(e)+izza si può pervenire a vellizzo e di qui a verrizzo con tipica alternanza della liquida L→R, successivo affievolimento della piena e tonica mutatasi nella evanescente e e maschilizzazione del termine passato da verrizza a verrizzo adattamento resosi necessario atteso che – pur trattandosi di un difetto (che comunque comportava una manifestazione d’ardore,non ipotizzabile di pertinenza del sesso femminile) era piú consono (in epoca di maschilismo) ritenerlo di genere maschile (suff. in o) piuttosto che femminile (suff. in a).
Infine, a margine di tutto ciò che ò detto su verrizzo,voglio rammentare che esiste un altro antico vocabolo partenopeo, fortunatamente ancóra usato con cui si indica il capriccio, la bizza, le testarde impuntature, il reiterato insistere in richieste sciocche e pretestuose, quasi esclusivamente da parte dei bambini; il vocabolo è ‘nziria che estensivamente indica anche il prolungato, lamentoso pianto, apparentemente non supportato da cause facilmente riscontrabili o riconoscibili; tale lamentoso piagnucolare è, ovviamente, costume dei bambini e segnatamente degli infanti, ai quali – impossibilitati a rispondere – sarebbe vano o sciocco chieder ragione del loro pianto; spesso di tali piccoli bambini che, all’approssimarsi dell’ora del riposo notturno, comincino a piagnucolare lamentosamente se ne suole commentare l’atteggiamento con l’espressione:Lassa ‘o stà… è ‘nziria ‘e suonno… (lascialo stare, è bizza dovuta al sonno… per cui bisogna aver pazienza!).
Rommento ancòra che un tempo accanto alla forma ‘nziria, vi furono anche, con medesimo significato:zírria, zirra ;per quanto riguarda l’etimologia del vocabolo ‘nziria (da cui gli aggettivi ‘nzeriuso/’nzeriosa che connotano i bambini/e che si abbandonano ai capricci ed alle bizze) scartata l’ipotesi che provenga da un in + ira: troppo distanti sono infatti l’idea di ira e di bizza, capriccio, non mi sento neppure di aderire a ciò che fu proposto dall’amico avv.to Renato De Falco nel suo Alfabeto napolitano e cioè che la parola ‘nziria potesse discender dal greco sun-eris = con dissidio stante quasi il contrasto che si viene a creare tra il bambino in preda alla ‘nziria e l’adulto che dovrebbe dar corso alle richieste, in quanto reputo l’eventuale contrasto solo un effetto della ‘nziria, non il suo sostrato; penso che sia molto piú probabile una discendenza dal latino insidiǽ a sua volta da un in + sideo = sto sopra, mi fermo su, che semanticamente ben mi pare possa rappresentare l’impuntatura che è tipica di chi si abbandona alla ‘nziria.

Raffaele Bracale

OSTINATO & dintorni

OSTINATO & dintorni
Questa volta per contentar l’amico Umberto Z. ( peraltro dettosi molto soddisfatto di quanto, su suo invito, ò spesso scritto) per contentar, dicevo, l’amico Umberto che me ne à richiesto,autorizzandomi a fare il suo nome,ma non il cognome!, cercherò di illustrare la voce in epigrafe, i suoi sinonimi e quelle corrispondenti dell’ idioma napoletano; cominciamo dunque con ostinato per proseguire con i suoi sinonimi prima di considerare le voci corrispondenti del napoletano:
ostinato/a agg.vo m.le o f.le– 1. a. Di persona, che persiste con caparbia tenacia in un atteggiamento, in un proposito, nelle sue idee o opinioni, spesso nonostante l’evidenza contraria, sia come caratteristica abituale sia come atteggiamento legato a casi e situazioni particolari: un uomo o., una ragazza o.; chi nell’acqua sta fin alla gola, Ben è o. se mercé non grida (Ariosto); è o. come un mulo; essere o. nelle proprie idee, nel non voler riconoscere le ragioni degli altri; è o. avversario di ogni novità. Anche, tenace, costante, sia in senso positivo: un ricercatore, un lavoratore, uno studioso o.; Te o. amator de la tua Musa (Parini); sia in senso limitativo, con sign. analogo ad accanito, impenitente e sim.: peccatore, bevitore, giocatore ostinato. b. estens. di cosa in cui si persiste in modo inflessibile, irremovibile: chiudersi in un o. silenzio, in un mutismo o.; uno studio o.; un’o. difesa; opporre un’o. resistenza. 2. fig. a. Di cosa molesta che dura piú dell’ordinario, che sembra non voler cessare, o di male che resiste a ogni rimedio: una pioggia, una nebbia o.; febbriciattole o.; tosse o.; ò un o. dolore alla spalla destra. b. In musica (anche come s. m.), di figura melodica che si ripete incessantemente, invariata e alla stessa altezza, per tutta una composizione o una parte di essa; appare di solito nel basso, che prende in tal caso il nome di basso o. (v. basso2). Piú genericamente, per indicare la persistenza di un ritmo o di un effetto strumentale (per es., il pizzicato o. nella Sinfonia n. 4 di Čajkovskij);
etimologicamente dal lat. o(b)stinatu(m) part. pass. del verbo obstinare= ostinarsi.
Passiamo ai sinonimi:
Accanito/a agg.vo m.le o f.le1 furioso, violento: odio accanito
2 (fig.) ostinato, tenace: lavoratore, fumatore, giocatore accanito
etimo: p.p. di accanire = Far irritare come un cane: i consigli supplichevoli accaniscono i caparbi (Botta). 2. intr. pron. Imbestialirsi furiosamente, com’è proprio del cane verbo che è denominale di canis.
Caparbio/a agg.vo m.le o f.le che pensa e agisce seguendo le proprie idee, senza tener conto dei consigli altrui, delle difficoltà ecc.; ostinato, testardo; quanto all’etimo poco convince una proposta derivazione(Treccani & altri) dal s.vo capo che lascerebbe inevaso mezzo lemma nella parte di arbio; né appare credibile il D.E.I. che ipotizza fantasiosamente uno sconosciuto né attestato *capardo forse accostato a testardo incrociato con superbio (per superbo?) per cui pare piú accettabile l’idea di chi (Pianigiani) vi vide un incrocio tra capra (animale cocciuto) e barbio (dal lat. barbulus= barbuto) : nome dato a piú specie di pesci d’acqua dolce del genere Barbus, famiglia ciprinidi, che presentano generalmente un paio di barbigli simili ad una barbetta di capra, dalle abitudini tenaci se non aggressive che ne rendono complicata la pesca; in Italia vivono due specie, il b. comune (Barbus barbus, con la sottospecie plebejus) e il b. meridionale (Barbus meridionalis), che costituiscono un cibo apprezzato. Il barbo/barbio è figura frequente negli scudi araldici, posto in palo, curvato e di profilo.
Cocciuto/a agg.vo e s.vo m.le o f.le testardo, ostinato, pervicace, tignoso; quanto all’etimo è un denominale di coccia= guscio di crostaceo, conchiglia e per estensione scorza, buccia e regionalmente testa (dal lat. cochlea(m) 'lumaca, chiocciola', dal gr. kochlías)
pervicace agg.vo m.le ef.le ostinato, caparbio, accanito (per lo piú nel male); protervo: carattere pervicace; opposizione pervicace etimologicamente è dal lat. pervicace(m), deriv. di pervincere 'vincere completamente, spuntarla', comp. di per, con valore perfettivo (si dice dell'aspetto del verbo che esprime la compiutezza o il compimento di un'azione o di uno stato (p. e. fumò una sigaretta rispetto a fumava una sigaretta, che considera l'azione nel suo svolgimento); , e vincere 'vincere';
protervo/a agg.vo m.le o f.le 1 superbo e arrogante: un individuo, un atteggiamento protervo
2 (ant.) ardito, altero: regalmente ne l'atto ancor proterva (DANTE Purg. XXX, 70, descrivendo Beatrice);
quanto all’etimo è dal lat. protervu(m) composto da pro (avanti) e tero (trito, batto,calpesto);
puntiglioso/agg.vo e s.vo m.le o f.le =che agisce per ostinazione caparbia; che è incline a sostenere un'idea o a compiere un'azione piú per orgoglio che per vera convinzione: una persona puntigliosa; avere un carattere puntiglioso; un ragazzo puntiglioso nello studio; come s. m. [f. -a] persona puntigliosa: fare il puntiglioso
quanto all’etimo è aggettivo/sostantivo formato aggiungendo il suffisso di pertinenza osus/osa→oso/a al sostantivo puntiglio che è dallo sp. puntillo, dim. di punto (de honor) 'punto (d'onore)';
tenace agg.vo m.le e f.le1 che tiene bene, che fa presa: là dove bolle la tenace pece (DANTE Inf. XXXIII, 143)
2 detto di materiale metallico, che resiste alla deformazione | (estens.) detto di altro materiale, che non si rompe facilmente: filo tenace
3 (fig.) forte, resistente; saldo nei propositi; costante, puntiglioso,: memoria, volontà tenace; un ragazzo tenace; un affetto tenace, che dura molto a lungo
4 (lett.) parco, avaro (ma è poco usato in tale accezione)
L’etimo è dal lat. tenace(m), deriv. di teníre 'tenere'
tignoso/a agg.vo m.le o f.le
1 affetto da tigna
2 (fig. region.) avaro
3 (fig. region.) testardo, ostinato.
L’etimo è dal lat. tine-osu(m), deriv. di tinea 'tigna'.
E veniamo finalmente al napoletano dove abbiamo numerosi aggettivi che rendono quello dell’epigrafe ed i suoi sinonimi; li considero qui di sèguito:
Capaglione/a agg.vo o s.vo m.le o f.le corrispondente all’incirca ai significati dell’italiano tignoso/a;
L’etimo è da un lat.regionale *capalione(m) da capale (Du Cange pg. 861);
Capa tosta /capetuosto agg.vo o s.vo m.le o f.le corrispondente all’incirca ai significati dell’italiano testardo;
ambedue i termini sono etimologicamente formati o dall’accostamento o addirittura dell’agglutinazione di capa/cape =testa, capo (dal lat. volg. capa(m) per il classico caput) con l’aggettivo tosta/tuosto = duro, sodo (dal lat. tosta→tosta/tostu(m)→tuosto, part. pass. di torríre 'disseccare, tostare, render duro';
Capoteco/a agg.vo m.le o f.le che pensa e agisce seguendo le proprie idee, senza tener conto dei consigli altrui, delle difficoltà ecc e cioè corrisponde ad un dipresso all’italiano caparbio; quanto all’etimo è voce formata partendo da capa→capo =testa, capo (dal lat. volg. capa(m) per il classico caput) piú il suffisso durativo òteco/a←òticu(m)/òtica(m) (cfr. (id)òticus;
cervecone/a agg.vo m.le o f.le = vale tal quale il precedente capaglione di cui è una sorta di accrescitivo (cfr. il suff. one/a); in origine però non fu aggettivo, ma un sostantivo indicante la nuca,la cervice, la collottola del capo e fu poi usato quale aggettivo indicante chi è ostinato o testardo; tale passaggio è semanticamente spiegato con il fatto che nell’inteso comune la cervice (da cui etimologicamente la voce trae) è spesso détta dura, quantunque morfologicamente la collottola o nuca, posta alla base del cranio sia piuttosto molle e non dura; la voce come détto è da un tardo lat. *cervicone(m) modellato su cervix= cervice e risolve comodamente in un unico termine il giro di parole (di dura cervice) dell’italiano;
Criccuso/a agg.vo m.le o f.le corrispondente all’incirca ai significati dell’italiano puntiglioso e cioè: che/chi è incline a sostenere un'idea o a compiere un'azione piú per orgoglio che per vera convinzione con l’aggiunta peggiorativa d’essere dispettoso e/o capriccioso; quanto all’etimo è aggettivo formato aggiungendo il suffisso di pertinenza osus/osa→oso/a o al sostantivo cricchio (voce onomatopeica che vale ticchio, ghiribizzo) o piú probabilmente al sostantivo cricco (dal fr. cric martinetto, quello con cui si solleva un autoveicolo quando si deve sostituire una ruota); semanticamente, oltre che morfologicamente trovo piú vicino a criccuso la voce cricco piuttosto che la voce cricchio= ghiribizzo; infatti criccuso mi pare che ripeta, semanticamente, la forza puntigliosa(quasi dispettosa) esercitata con il cricco per raggiungere lo scopo del sollevamento d’un autoveicolo, laddove non mi par di poter trovare attinenze semantiche tra un’idea improvvisa e stravagante quale quella del ghiribizzo e l’applicazione costante e finalizzata del criccuso/puntiglioso; ugualmente morfologicamente trovo molto piú vicino a criccuso la voce cricco piuttosto che la voce cricchio(= ghiribizzo) voce che probabilmente avrebbe potuto evolversi in cricchiuso (mai però attestato) e non in criccuso;
‘mbizzuso/a agg.vo m.le o f.le di per sé in primis capriccioso/a, lunatico/a; scontroso/a e quindi per estensione testardo, ostinato, forte, resistente, costante, puntiglioso, saldo nei proprî propositi stravaganti e/o bizzarri; quanto all’etimo è aggettivo formato premettendo un in→’m rafforzativo ed aggiungendo il suffisso di pertinenza osus/osa→uso/osa al sostantivo bizza (
1.breve stizza, capriccio stizzoso, ma di breve durata, senza serio motivo, anche fig.: il bimbo fa le bizze; il motore fa le bizze.
2.(per ampliamento semantico)impuntatura, ira, collera; etimologicamente molti dizionari registrano la voce come d’etimo incerto, il D.E.I. e precisamente Carlo Battisti o Giovanni Alessio che si presero la responsabilità delle voci sotto la lettera B ipotizzarono (ma a mio avviso poco convincentemente) una derivazione dal lat. vitiosus per il tramite dell’aggettivo bizz(i)oso; semanticamente non trovo molta corrispondenza tra il vizio(che in latino vale errore, mancanza) ed il capriccio o l’impuntatura che son proprî della bizza; migliore m’appare la proposta di Ottorino Pianigiani che legge bizza come forma varia ed intensiva di izza battezzando ambedue come provenienti dall’antico sassone hittja→hizza = ardore): trovo l’ardore semanticamente molto piú vicino del vizio all’impuntatura,alla ira o anche solo ad una breve stizza!);

ncucciuso – ncucciosa agg.vo m.le o f.le ripete all’incirca le valenze del precedente cervecone/a nei significati di persona dalla testa dura ,persistentemente caparbia, testarda, puntigliosa, testona, cocciuta; quanto a l’etimo è termine formato da una n eufonica (per la quale non necessita alcun segno diacritico di aferesi che non c’è stata, (segno che necessiterebbe nel caso che la n fosse aferesi di un (i)n→’n illativo), n eufonica premessa alle voci cucciuso cucciosa nate addizionando la voce cuccia per coccia ← coccia (guscio di crostaceo, conchiglia e per estensione scorza, buccia e regionalmente testa (dal lat. cochlea(m) 'lumaca, chiocciola', dal gr. kochlías) con il suffisso lat. di pertinenza osus/osa→uso/osa (suffisso di aggettivi derivati dal latino o tratti da nomi, che indica presenza, caratteristica, qualità ecc. (, curaggiuso/curaggiosa,perecchiuso/perucchiosa= pidocchioso/a, schifuso/schifosa).
;
ncucciuto/a agg.vo m.le o f.le è il medesimo aggettivo precedente con una morfologia un po’ diversa; in questo a margine il suffisso non è quello lat. di pertinenza osus/osa→uso/osa, ma quello verbale uto/a del part. passato, usato spesso per la formazione di aggettivi; la cosa da notare è che se l’agg.vo a margine fosse etimologicamente un reale p.p. dell’infinito ncuccià =ostinarsi, colpire, prendere etc., avrebbe dovuto essere ncucciato e non ncucciuto che potrebbe essere p.p. d’un inesistente ncuccí ;
ncanuso/osa agg.vo m.le o f.le vale in primis: stizzoso, sdegnoso e per ampiamento semantico testardo, fermo nelle proprie idee, da non lasciar spazio alle altrui idee o azioni, quasi come un cane da guardia. Etimologicamente è voce costruita con una n eufonica ( che non è residuo di un in→’n illativo e dunque non necessita(come ò già détto antea) del segno diacritico d’aferesi la cui apposizione, (come pure m’è occorso di trovare in taluni importanti (sic!) scrittori, sedicenti esperti dell’esatta grafia dell’idioma partenopeo) sarebbe inutile e pleonastica, n eufonica anteposta al sostantivo cane (lat. cane(m)) seguito dal suffisso di pertinenza osus/osa→uso/osa;
‘ncanato/a agg.vo m.le o f.le voce analoga alla precedente nel significato di ostinato, cocciuto, testardo, caparbio, pertinace, puntiglioso, che agisce alla maniera d’un cane da guardia; etimologicamente la voce a margine pure essendo costruita, come la precedente sul s.vo cane (lat. cane(m), à una morfologia affatto diversa: in questa a margine infatti la ‘n d’avvio non è una consonante eufonica, ma è un residuo di un in→’n illativo e dunque necessita del segno diacritico d’aferesi; il suffisso adottato poi è quello (ato/a) delle desinenze verbali (part. passato) tanto da far sospettare una diretta derivazione dall’infinito riflessivo ‘ncanarse (comportarsi come un cane);
‘ncapunito/a agg.vo m.le o f.le intestardito, testardo, caparbio, come chi abbia una testa tanto grossa da farlo definire testone,testardo, pervicace, tignoso, persona ostinata ma poco intelligente; etimologicamente la voce a margine pure essendo costruita, sul s.vo capone = grosso capo cui è anteposta un in→’n illativo che dunque necessita del segno diacritico, adotta come suffisso quello (ito/a) delle desinenze verbali di terza coniugazione (part. passato) tanto da far sospettare una diretta derivazione dall’infinito riflessivo ‘ncapunirse (intestardirsi, incaparbirsi, fissarsi, impuntarsi);

ncrapicciuso/osa agg.vo m.le o f.le vale in primis: estroso, bizzarro, originale, stravagante, insolito, strambo; civettuolo, e per ampiamento semantico testardo, fermo nelle proprie pretese balzane, bizzose,eccentriche, strampalate, assurde; ; etimologicamente la voce a margine è costruita sul s.vo crapiccio = voglia improvvisa e stravagante, desiderio bizzarro, ghiribizzo, sostantivo per il cui etimo si sospetta (D.E.I.- GARZANTI) una derivazione con lettura metatetica di cap(o)riccio = capo con i capelli rizzati per la paura, quindi manifestazione stravagante; trovo però migliore un’adattamento del fr. caprice sempre con lettura metatetica; al s.vo crapiccio è anteposta una n eufonica che dunquenon necessita del segno diacritico, e gli fa seguito il suffisso di pertinenza osus/osa→uso/osa;
‘ncurnato/a agg.vo m.le o f.le ad litteram varrebbe incornato/a cioè colpito/a da una cornata, ma è inteso nei significati traslati di testardo, sfrontato, insolente, cocciuto, che fa di testa propria incurante di moniti o suggerimenti,accezioni tutte semanticamente spiegate con il fatto che esistono delle bestie (ovini – bovini) dal comportamento cocciuto ed il cui capo è spesso provvisto di corna s.vo su cui è modellato l’aggettivo a margine secondo il seguente iter: al s.vo cu(o)rn(a)←corna è anteposta un in→’n illativo che in quanto tale necessita del segno diacritico, ed al s.vo fa seguito il suffisso ato/a) delle desinenze verbali di 1° cng. (part. passato) tanto da far sospettare una diretta derivazione dall’infinito riflessivo ‘ncurnarse (comportarsi cocciutamente come una bestia provvista di corna);
di pertinenza osus/osa→uso/osa;


‘nzallannòmmene agg.vo e s.vo m.le e solo m.le: non è attestato come f.le= in primis zuccone, sciocco, stolto, scimunito; (fam.) tonto; poi per estensione semantica protervo, spocchioso, sprezzante, tracotante; arrogante, sfacciato, sfrontato, insolente e da ultimo testardo, ostinato, disorientatore,chi frastorna, turba, confonde, frastorna, sconcerta, scombussola con atti o discorsi ostinati, tenaci, perseveranti, caparbi, testardi, puntigliosi; è voce deseutissima che rappresenta quasi la voce attiva rispetto alla voce passiva ‘nzallanuto/a che connota colui o colei che subiscono l’azione del disorientamento, frastornamento, turbamento, confusione, , sconcertamento, scombussolamento con atti o parole ad opera di un ‘nzallannòmmene (ad litteram: frastorna-uomini).
Etimologicamente sia ‘nzallannòmmene che ‘nzallanuto/a sono deverbali di ‘nzallaní di cui ‘nzallanuto/a è il participio passato, mentre ‘nzallannòmmene è formato agglutinando la radice ‘nzallan di ‘nzallaní (con raddoppiamento espressivo della nasale dentale n: ‘nzallaní →‘nzallanní) con il so.vo òmmene per uòmmene(dal lat. (h)omine(s) con radd. espressivo della nasale bilabiale m) pl. di ommo = uomo (dal lat. (h)omo con radd. espressivo della nasale bilabiale m); occorre solo chiarire ora significato ed etimo del verbo ‘nzallaní; dirò perciò che accanto alla voce ‘nzallaní, nel napoletano è in uso anche ‘nzallanirsi e questa seconda voce rappresenta la forma riflessiva della prima, e son verbi che entrarono ed ancóra entrano nel comune parlato partenopeo soprattutto nella forma di participio passato aggettivato ‘nzallanuto/a e spessissimo in unione con i sostantivi viecchio e vecchia: viecchio ‘nzallanuto, vecchia ‘nzallanuta nei significati di confondere/ confondersi, stordire/stordirsi, intontire/intontirsi e dunque confuso/a, stordito/a, intontito/a, che spesso icasticamente riproducono l’atteggiamento ed il comportamento di persone avanti negli anni, persone che si mostrano, in quasi tutte le occasioni distratti ed addirittura talora rimbambiti. I verbi in esame in senso transitivo, come si evince, si riferiscono alle malevole azioni di coloro che con il loro fastidioso agire intralciano l’altrui vivere inducendo gli altri in confusione, in istordimento, in intontimento e/o distrazione tali da indurre in errore (cfr. Statte zitto ca me staje ‘nzallanenno!= Taci ché mi stai frastornando!), mentre usati in senso riflessivo raccontano la confusione, lo stordimento l’intontimento in cui incorrono spontaneamente soprattutto le persone anziane che usano mostrarsi anche coscientemente e per cattiva volontà, distratti, disattenti, frastornati quasi gloriandosi di questo loro status che ritengono ineludibile e di pertinenza della loro età avanzata.
Ma spesso si tratta di un atteggiamento di comodo!
Ciò detto veniamo a trattare della questione etimologica dei verbi in esame.
La faccenda non è delle piú tranquille; una prima scuola di pensiero (cui peraltro aderisce accanto ad Antonio Altamura, anche l’amico prof. Carlo Iandolo) mette in relazione i verbi ‘nzallaní – ‘nzallanirse con il verbo latino insanire (impazzire – perdere i lumi) che avrebbe generato (attraverso l’inserimento di una non spiegata o chiarita sillaba lu) *insalunire donde per metatesi sillabica, aferesi iniziale, cambio ‘ns→’nz e raddoppiamento espressivo della l→ll ‘nzallanire. Ipotesi interessante ma, tutto sommato, morfologicamente molto articolata e tortuosa. Trovo forse piú perseguibile l’etimo proposto dall’altro amico l’ avv.to Renato de Falco che alla medesima stregua del fu (parce sepulto!) prof. Francesco D’ Ascoli pensano di collegare i verbi in epigrafe con il greco selenizomai= esser lunatico e dunque stordito, confuso ed inebetito , oppure al verbo zalaino di significato simile al precedente;l’amico de Falco fa anche di piú e collega al greco zalaino anche l’aggettivo sostantivato partenopeo zallo che è lo sciocco,l’inesperto, il credulone in ispecie se anche innamorato di una donna di piccola virtú.
Per ciò che riguarda i verbi esaminati mi pare di potere accettare l’ipotesi di de Falco e di D’Ascoli; ma per quanto riguarda la voce zallo sono di diverso parere e cioè che il vocabolo zallo, sia o possa essere un adattamento corruttivo di tallo (che è dal lat. thallus, forgiato sul greco tallòs); di per sé il tallo è il germoglio, la talea, la giovane foglia tenera , il virgulto che semanticamente ben potrebbe, per traslato, indicare con la sua tenera inconsistenza, la accondiscendenza credula dell’inesperto zallo; normale infatti il passaggio del gruppo th a z (cfr. thiu(m)→zio);
tuttavia per la voce zallo mi sento di poter formulare anche un’altra ipotesi, ipotesi che espongo qui di sèguito.
Atteso che con il termine zallo (aggettivo sostantivato) nella parlata napoletana si intese ed ancóra si intende il babbeo, l’allocco, lo stupido credulone, occorre rammentare che le medesime accezioni le à la voce zanno che ripete in napoletano il termine italiano zanni equivalente di Giovanni famoso personaggio della commedia cinquecentesca bergamasca dove lo zanni/Giovanni era il servo sciocco e credulone; di talché non è azzardato ipotizzare una rilettura popolare di zanno diventato zallo con sostituzione (magari a dispetto di qualche norma che presiede la linguistica!) delle nasali dentali nn con le piú comode consonanti laterali alveolari ll.
Ultimissima ipotesi è poi che zallo (=babbeo, allocco, stupido credulone) usato spessissimo in riferimento (cfr. R. Viviani) ad un graduato tutore della legge, ad uno sbirro intesi sempre sciocchi, stupidi e creduloni (ibidem: ‘o zallo s’ammocca= lo sciocco sbirro prende per buona… una fandonia ), possa essere corruzione di comodo di un originario zaffio o zaffo che con derivazione dall’iberico zafio vale uomo violento, sbirro, ma non è da escludere un collegamento ad un lat. med. zaffo= servitore all’ordine d’un magistrato (sbirro).
Da zaffo a zallo il passo non è lungo, come ugualmente non lungo potrebbe esserlo (con buona pace dei linguisti) quello da zanno a zallo!; epperò penso che la prima ipotesi quella cioè che ritiene zallo adattamento corruttivo di tallo (che è dal lat. thallus, forgiato sul greco tallòs) sia la migliore e quella piú perseguibile;
proffediosa agg.vo e s.vo f.le e solo f.le: non è attestato come m.le= in primis zuccona, sciocca, stolta, scimunita; tonta; poi per estensione semantica proterva, perfida,malvagia, spocchiosa, sprezzante, tracotante; arrogante, sfacciata, sfrontata, insolente e da ultimo testarda, ostinata,subdola, tenace, perseverante in atteggiamenti (tipici delle donne) malvagi e spesso crudeli; è voce purtroppo deseutissima etimologicamente formata sul s.vo perfidia (dal lat. perfidia(m), deriv. di perfidus) letto metateticamente prefidia→preffidia→proffidia con raddoppiamento espressivo della consonante fricativa labiodentale sorda e cambio della e (intesa lunga) in o e aggiunta del suffisso di pertinenza osa←osus/osa
scurzone/a - scurzato/a – scurzuso/osa tre agg.vi m.li o f.li morfologicamente poco diversi (cambiano i suffissi)che valgono tutti in primis spilorcio/a, avaro/a e poi per ampiamento semantico tutti ostinato/a, fermo/a nei proprî propositi come chi sia di dura scorza (corteccia) e non si lasci intaccare da nulla; etimologicamente tutti sono costruiti sul s.vo scorza (dal lat. scortea(m) 'veste di pelle', f. sost. dell'agg. scorteus, deriv. di scortum 'pelle') 1-rivestimento del fusto e delle radici degli alberi; 2 – ( estens.) pelle di alcuni animali, spec. di pesci e serpenti 3 ed è il caso che ci occupa: pelle dell'uomo (spec. in alcune loc. dell'uso fam.): avere la scorza dura, (fig.) aspetto esteriore, apparenza; dicevo che tutti I tre aggettivi sono costruiti sul s.vo scorza; al primo è aggiunto il suffisso accrescitivo one/ona ,al terzo quello lat. di pertinenza osus/osa→uso/osa, mentre al secondoquello verbale ato/a del part. Passato dei verbi di 1° cngz, usato spesso per la formazione di aggettivi, tanto da poter far sospettare che scurzato/a sia il p.p. dell’infinito scurzà =privare della buccia o scorza da intendersi però in senso antifrastico come chi non si lascia intaccare la propria buccia;
e veniamo all’ultimo termine che rende in napoletano quello italiano dell’epigrafe:
vinciuto/a agg.vo m.le o f.le in primis prepotente, viziato,petulante, fastidioso,, arrogante, ostinato nelle pretese,diseducato,abituato ad averle tutte vinte: è ‘nu criaturo/’na criatura vinciuto/a (è un bambino/una bambina viziato/a); etimologicamente ci troviamo in presenza di una forma verbale (part. pass. aggettivato ) dell’infinito véncere (dal lat. vincere) vincere,sconfiggere, superare, sbaragliare, schiacciare, annientare; conquistare, espugnare etc.,
ma ci troviamo ad aver che fare, a mio avviso, con un uso improprio di un participio passato che solitamente viene usato per indicare un’azione non solo passata, ma pure subíta: in italiano vinto (part. passato di vincere) indica il sopraffatto, lo sconfitto, il perdente, colui che à perso, mentre è il part. presente vincente ad indicare colui che stia vincendo, sopraffacendo, sconfiggendo qualcuno; alla medesima stregua in napoletano vinciuto (part. passato di vencere) dovrebbe indicare il sopraffatto, lo sconfitto, il perdente, colui che à perso, e non (come invece avviene)colui che stia vincendo, sopraffacendo, sconfiggendo qualcuno, anzi colui che le à sempre vinte tutte!, ma è d’uso ormai sia nel parlato che nello scritto napoletano considerare vinciuto sinonimo di vittorioso, vincente, forse sottintendendo un che à→ c’à in posizione protetica a vinciuto: ad es.: è ‘nu criaturo vinciuto cioè è ‘nu criaturo(c’ à) vinciuto; ma non saranno le mie parole a rimettere ordine in codesto groviglio semantico.

Satis est.
Raffaele Bracale

ALCUNE TIPICHE ESPRESSIONI NAPOLETANE.

ALCUNE TIPICHE ESPRESSIONI NAPOLETANE.
Cominciamo con
CACCHIO, CACCHIO (nell’espressione venirsene cacchio cacchio);Cacchio, cacchio ad litteram sta per: strano, strano (nell’espressione : avvicinarsi strano, strano)Espressione usata per significare l’atteggiamento di chi, facendo finta di nulla, mogio mogio, con indifferenza ed ostentata tranquillità, si prepara invece ad agire proditoriamente in danno di terzi, quasi che si accostasse al luogo dove agirà, con studiata noncuranza.
Da rammentare che l’espressione a margine era usata da Totò, il principe del sorriso, sommandola con la pleonastica espressione
- TOMO TOMO espressione inutile in quanto di di uguale portata e/o significato, ma di minor presa; ò detto pleonastica perché, mi pare che non ci fosse stato il bisogno di chiarire o aumentare la portata del cacchio cacchio napoletano, espressione - al contrario - molto piú corposa e pregnante, per il vocabolo usato, dell’algido tomo tomo, espressione che pur napoletana è costruita con un vocabolo italiano presente altresí in quella dell’italiano essere un bel tomo nel senso di essere un tipo strano, bizzarro di grande improntitudine . L’espressione venirsene cacchio cacchio non va confusa con quella che recita
- Venirsene oppureJirsene TINCO - TINCO
Espressione che ad litteram significa : accostarsi oppure allontanarsi sollecitamente (come un tincone); id est:avvicinarsi oppure sparire da un luogo rapidamente e con una buona dose di faccia tosta, quasi dando ad intendendere che l’avvenimento cui si vuol partecipare o a cui si è partecipato e da cui ci si allontani non ci riguardi o abbia riguardato, né chiami o abbia chiamato in causa.Né altresí l’espressione è da confondersi con quella che recita
Venirsene RUGLIO RUGLIO (id est: venirsene mogio mogio, piano piano,ovvero accostarsi lentamente, quasi contando i passi, come chi sia pieno, zeppo, stipato di cibo e dunque sia costretto a muoversi lentamente, mogio mogio. Altra tipica espressione è quella che impone:
FA’/VA’ CUONCIO CUONCIO- CUONCE CUONCE
(Fai/Vai piano piano!)L’espressione napoletana cuoncio cuoncio oppure cuonce cuonce è un’espressione avverbiale che vale: piano, piano – senza fretta – accortamente – con cautela,precisione e circospezione – lentamente; l’espressione si sostanzia nell’iterazione del sostantivo cuonce (plurale di cuoncio), ma nel caso in epigrafe l’iterazione non mira a formare un superlativo come nel napoletano avviene normalmente alibi sia con sostantivi, ma soprattutto con aggettivi (cfr. sicco sicco (=magrissimo), chiatto chiatto (=grassissimo), luongo luongo (=altissimo o lunghissimo) tinco tinco (=rapidissimo come una tinca)etc. Nel caso in esame ci si ricollega al sostantivo cuonce (plurale di cuoncio) per richiamarne, con l’iterazione, la cautela lenta e circospetta usata nel portare a compimento un’opera muraria (quella che gli antichi romani dissero opus quadratum o opus reticulatum antica tecnica di costruzione muraria romana consistente nel sovrapporre, facendo combaciare le facce laterali e tenendo la base rivolta verso l'esterno, ed il vertice verso l'interno, piccole piramidi di tufo o altra pietra, per modo che chi guardasse il muro, cosí costruito, avesse l'impressione di vedere una serie di quadratini orizzontati diagonalmente.
Vale la pena di ricordare che tutte le l’espressioni: ruglio ruglio, tinco tinco, tomo tomo,cuonce cuonce cacchio cacchio,nella loro reiterazione dell’aggettivo di grado positivo o del sostantivo usato in funzione aggettivale, ne sostanziano, come ò accennato, il superlativo che, al solito, in napoletano non à la forma del suffisso in issimo/errimo, ma usa reiterare l’aggettivo di grado positivo come avviene p. es. con chiatto chiatto(s.vo ed agg.vo= grasso dal lat. plattu(m)) o luongo luongo o ancora curto curto che rispettivamente stanno per grassissimo,altissimo (o lunghissimo), bassissimo e dunque ruglio ruglio sta per pienissimo, tinco tinco (tincone) vale sveltissimo, cacchio cacchio vale cacchio al massimo grado e sta per stranissimo, tomo tomo sta per bizzarrissimo; cuonce cuonce sta per pianissimo;
Esaminiamo le singole voci:
cacchio s.m. voce eufemistica usata quale addolcimento di cazzos.m. = pene, organo maschile della riproduzione (derivato dal greco (a)kation=albero della nave, voce gergale d’ambito marinaro) ma qui usato in funzione aggettivale nel significato di sciocco, strano;
tomo s. m. [dal lat. tardo tomus, gr. tómos, propriam. "sezione, taglio, fetta"]; in primis ognuna delle parti (spec. dei volumi) in cui è divisa un'opera a stampa: un'enciclopedia divisa in dieci tomi; poi(fig., iron.) (ed è caso che ci occupa): persona singolare, bizzarra; tipo strano; non chiarissimo il percorso semantico seguíto per passare dal primo significato al significato ironico; ma forse, a mio avviso il collegamento è da cercarsi nel fatto che come una sezione, un taglio, una fetta di qualcosa non può rendere compiutamente l’idea della cosa di cui si è estratto una sezione, un taglio, una fetta, cosí la persona singolare, bizzarra, il tipo strano certamente non rende l’idea di un individuo integro e normale, ma ne rappresenta quasi una piccola parte dunque incompleta e manchevole;
tinco a. m. al femm. agg.vo e sost. tenca = rapido/a, sollecito/a, svelto/a;
etimologicamente l’aggettivo è stato mutuato dal sost. tinca= s. f. (dal tardo lat. tinca(m))
1 pesce d'acqua dolce di media grandezza, dal corpo tozzo di color verde-oliva dal movimento veloce ; è comune nelle acque dolci a fondo melmoso e si alleva nelle risaie dove distrugge le larve delle zanzare (ord. Cipriniformi). 2 nel gergo teatrale, parte impegnativa, che non offre però soddisfazioni all'attore; l’aggettivo tinco/tenca conserva semanticamente e richiama il comportamento e l’andatura rapida, sollecita, svelta del pesce tinca.
ruglio agg.vo m= pieno, colmo, zeppo, rimpinzato, lento, mogio; è un aggettivo molto antico che trova i suoi omologhi,assonanti in siciliano ed in calabrese (trugghiu- rugghiu) nell’identico significato di partenza di: pieno, colmo, zeppo con riferimento agli oggetti(brocche, casse etc.) pieni o colmati, ma anche alle persone rimpinzate di cibo ; se ne deduce che chi sia ruglio cioè pieno, colmo, zeppo, rimpinzato abbia un andamento lento e mogio; in Irpinia la parola è la medesima:ruglio. Etimologicamente l’aggettivo a margine è un chiaro deverbale forgiato sul verbo latino: turgulare frequentativo di turgere: inturgidire;
E, a mo’ di completamento rammenterò che sia in calabrese che in napoletano d’antan esiste il verbo ‘ntrugliare = ingrossare forgiato ugualmente sui verbi latini di cui sopra.
bizzarroagg.vo 1 che à qualcosa di singolare, di originale, di stravagante: una persona bizzarra; un modo bizzarro di vestire
2 focoso, che s'adombra o imbizzarrisce facilmente (detto di un cavallo) | (ant.) iracondo, bizzoso (detto di persona); etimologicamente denominale di bizza probabile forma intensiva di izza (dal longobardo hizza (bollore).
Cuonce : in napoletano il sostantivo cuoncio (di cui cuonce è il plurale), con etimo quale deverbale da conciare (che è dal lat. volg. *comptiare, deriv. di comptus 'ornato, adorno', da comere 'mettere insieme'), à molti significati: concime, letame (per concimare), belletto, condimento (cfr. ‘o cuoncio acconcia= il belletto, il condimento rende migliore la persona o il cibo), ma indica pure (concio) ognuna di quelle piccole piramidi di tufo o altra pietra di cui sopra; per cui con la locuzione avverbiale cuonce cuonce si intende richiamare la lentezza, la cautela, la precisione maniacale e circospetta da usarsi (procedendo un concio per volta) nel porre in essere l’ opus quadratum o opus reticulatum; allo stesso modo con medesima studiata lentezza, cautela, e precisione deve comportarsi nel suo agire chi sia invitato ad operare cuonce cuonce.
Cacchio s.vo m.le forma eufemistica ed attenuata di cazzo (che per l’etimo è voce m.le di stampo gergale, volgare e furbesco d’origine in uso tra i marinai greci derivato da (a)kation = albero della barca); nell’iterazione cacchio cacchio vale strano,bizzarro, insolente, sfacciato, sfrontato, impudente, scortese anzi stranissimo, bizzarrissimo insolentissimo, sfacciatissimo, sfrontatissimo, impudentissimo, scortesissimo.

Raffaele Bracale

NNACCHENNELLO & NNACCHERO

NNACCHENNELLO & NNACCHERO

I vocaboli in epigrafe sono oggi fra i napoletani piú giovani quasi sconosciuti, mentre persistono (almeno il primo) nella memoria e nell’uso di quelli piú avanti negli anni. Con tale vocabolo si indica il lezioso, lo svenevole, lo eccessivamente complimentoso, il vagheggino, il manierato cicisbeo; è chiaro che in un’epoca come la nostra che à statuito la parità dei sessi sarebbe impensabile un uomo che si comportasse verso il gentil sesso in maniera tale da esser paragonato a quei settecenteschi cavalier serventi che solevano portare lunghe capigliature spartite sulle fronte e tirate sul volto a coprire un occhio, mentre con l’altro, attraverso un occhialetto,spesso colorato, sogguardavano le dame ; tale postura faceva pensare che i suddetti cavalieri non avessero che un occhio;in francese la cosa suonava: il n’à q’un oeil che letto rapidamente diveniva il n’à che n’el da cui i napoletani trassero nnacchennello voce che i giovanotti degli anni intorno al 1960 accorciarono quasi gergalmente in nnacchero, mantenendo il significato di vagheggino, manierato cicisbeo,bellimbusto, stravagante.
Difficilissimo trovare riscontri etimologici nei vocabolarî dei maggiori linguisti partenopei: quasi tutti non registrano i due vocaboli in epigrafe o se lo fanno evitano di azzardare un’idea etimologica trincerandosi dietro un pilatesco etimo incerto o sconosciuto; fa eccezione l’amico avv. Renato de Falco che registra nnacchennello, ma non nnaccaro, e propone la medesima strada etimologica che ò percorso poc’ anzi; ugualmente fa eccezione il defunto prof. Francesco D’Ascoli che ugualmente registrò nnacchennello, ma non nnaccaro, e propose però una strada etimologica che reputo impercorribile atteso che egli intese far derivare il napoletano nnacchennello da un italiano naccherino s. m. ( voce ant.) 1 dim. di nacchera
2 sonatore di nacchere
3 (tosc.) bambino vispo e grazioso.
Ora a parte il fatto che aborro l’idea che il napoletano possa essere tributario dell’italiano (sia pure per un qualche singolo, sperduto vocabolo, nella fattispecie ognuno vede che se pure con un grosso sforzo mentale, semanticamente si può tentare di mettere in collegamento un bambino vispo e grazioso,con manierato, giovane bellimbusto, ben difficilmente (se si eccettuano le due sillabe iniziali) si può trovare un legame morfologico tra naccherino e nnacchennello.
Di naccaro poi nessuno dei vocabolaristi partenopei parla ed io comunque li giustifico tutti trattandosi, come ò detto, di una voce quasi gergale coniata ( per dileggio nei confronti di qualche giovanotto un po’ troppo educato e gentile sino ad apparire effeminato) nella seconda metà del 1900 in àmbito giovanile, adattando per accorciamento la preesistente, nota voce nnacchennello.
Faccio notare che partendo dal francese n’à q’un oeil che letto rapidamente diveniva il n’à che n’el i napoletani trassero nnacchennello con geminazioni espressive della nasale iniziale e della liquida finale e consueta paragoge di una semimuta finale (qui o) atteso che i napoletani non amano le parole che terminano per consonante (cfr. alibi tramme←tram, bisse←bis, barre←bar,gasse←gas, autobbusso←autobus etc. ); unica eccezione la negazione nun .
Ricordo infine, per tornare a nnaccaro, che in napoletano esiste la voce nacca che con etimo dal greco volg. nàkion vale gambo di pianta, germoglio e anche gamba umana, anca e si potrebbe esser colti dalla tentazione di pensare, per l’etimo di nnaccaro, ad una avvenuta agglutinazione tra nacca ed un suffisso di pertinenza aro/aio, ma non vedo come si possa mettere in collegamento un gambo di pianta,un germoglio o anche una gamba umana,un’anca con il solito manierato, giovane bellimbusto; non ci resta quindi che arrenderci alle ragioni del linguaggio gergale, prender per buona l’idea che naccaro non è che un accorciamento espressivo e di comodo di nnacchennello e fare punto qui.

Raffaele Bracale

BIZZARRO – STRAMBO - STRANO – STRAVAGANTE

BIZZARRO – STRAMBO - STRANO – STRAVAGANTE
Anche questa volta – a costo di ripetermi - devo rammentare che prendo spunto da una richiesta fattami da una cara amica, facente parte della Ass.ne Ex Alunni del Liceo classico G.Garibaldi di Napoli, amica di cui, per questioni di privatezza, mi limiterò ad indacare le sole iniziali di nome e cognome: M.P. e mi soffermo parlare delle voci italiane in epigrafe e delle corrispondenti voci del napoletano. Cominciamo dicendo che in italiano per indicare un soggetto insolito, singolare; che desta perplessità, stupore abbiamo una delle seguenti voci:
- bislacco a.vo m.o f. stravagante, strambo, bizzarro: uomo, cervello bislacco voce per l’etimo derivata quasi certamente dallo sloveno bezjak 'pazzo', soprannome dato ai veneti del Friuli ed agli slavi dell'Istria; qualcuno ipotizza un latino bis +lacco= debole, floscio oppure bis + laxus
- bizzarro/a a.vo m.o f. 1 che à qualcosa di singolare, di originale, di stravagante: una persona bizzarra; un modo bizzarro di vestire
2 focoso, che s'adombra o imbizzarrisce facilmente (detto di un cavallo) | (ant.) iracondo, bizzoso (detto di persona); quanto all’etimo è voce derivata da bizza (s. f. breve stizza, capriccio; forma intensiva di izza che è dall’antico sass. hitze/hizza = collera).
- Strambo/a a.vo m.o f.
1 strano, stravagante, bizzarro: un uomo strambo; discorso, comportamento strambo
2 (rar.) storto, sbilenco: gambe strambe; occhi strambi, strabici
3 (ant.) intrecciato ma non ritorto: corda stramba
quanto all’etimo è voce derivata dal lat. tardo strambu(m), alterazione del class. strabus 'strabico'.
- strano a.vo m.o f. talvolta anche s.vo solo maschile
1 insolito, singolare; che desta perplessità, stupore: un uomo strano; vestire in modo strano; parlare una strana lingua; un fatto, un caso strano; uno strano comportamento | è strano, sembra strano che, stupisce che: è strano che non sia ancora tornato
2 (ant. , lett.) estraneo; straniero: quasi romito, e strano / al mio loco natio (LEOPARDI Il passero solitario 24-25);
come s. m.
1 (ant.) straniero, estraneo: Se noi abbiamo adunque onorati gli strani, come aremmo noi ingiuriati i parenti? (MACHIAVELLI)
2 [solo sing.] ciò che si allontana dal normale, dal consueto: lo strano è questo;
quanto all’etimo è voce derivata dal lat. extraneu(m)
- stravagante a.vo m.o f.talora anche s. m. e f.
1 che esce dai limiti prefissati o consueti | rime stravaganti, rimaste fuori dalla raccolta curata dall'autore
2 (estens.) fuori del comune, strano, bizzarro: uomo, discorso stravagante; idee stravaganti | tempo stravagante, instabile, capriccioso;
come s. m. e f. persona stravagante: fare lo stravagante
In napoletano per rendere quelli italiani in epigrafe si usa uno o piú dei seguenti aggettivi;
quanto all’etimo è voce derivata dal lat. extravagante(m).

E veniamo alle voci del napoletano dove troviamo:
-curiuso/ curiosa a.vo m.o f
1 desideroso di sapere, di conoscere (per amore di conoscenza o anche senza un interesse autentico, per capriccio): ‘nu guaglione curiuso ‘e sapé ‘e nuvità | (spreg.) che à voglia di sapere, di conoscere i fatti altrui; indiscreto, ficcanaso: ‘na figliola curiosa ‘e sapé tutt’’e fatte d’’o palazzo.
2 (ed è l’accezione che ci occupa)chi o che desta curiosità, che attira l'attenzione per essere o apparire singolare, strano, bizzarro: ‘nu vestito,’nu cappiello curiuso; tiene mente comm’è curiosa chella (guarda quella donna come si presenta in maniera strana!) in tale accezione la voce è pervenuta anche nella lingua nazionale come significato della voce curioso; per l’etimo è voce derivata dal lat. curiosu(m), deriv. di cura 'sollecitudine'; propr. 'che si cura di qualcosa (nel bene e nel male)';
-faluoteco/faloteca a.vo m.o f in primis stravagante, cervellotico/a, bislacco/a, strano/a e per estensione eccentrico/a, assurdo/a, ridicolo/a ma piú ancóra lo si dice di soggetto proclive ad essere non in linea con i tempi, assertore di idee antiquate obsolete, arretrate, inattuali; voce marcata sul francese falot con il suff. otico→oteco/oteca risalente al lat. idiòticus;

- Pazzuoteco/pazzoteca a.vo m.o f in primis bizzarro/a, cervellotico/a, bislacco/a, strano/a e per estensione disiordinato, abborracciato, raffazzonato, sciatto, approssimativo, per l’etimo è voce derivata dal sost. pazzo con il suff. otico→oteco/oteca; pazzo a sua volta è riconducibile al greco pàthos=infermità dell’animo o del corpo, senza dimenticare che il s.vo greco patheía (da leggere pathîa) porta dritto per dritto a pazzía.
- recenale a.vo m.e f voce desueta; letteralmente vale originale che di per sé à molte accezioni: 1 dell'origine; che esiste dall'origine | peccato recenale, nella teologia cristiana, lo stato di colpa conseguente al peccato di Adamo, trasmesso a tutti gli uomini fin dal momento del loro concepimento, e cancellato dal Battesimo;
2 che rappresenta la prima realizzazione di qualcosa che è riproducibile, ripetibile, copiabile: ‘nu documento recenale; 3 si dice di prodotto tipico che proviene dal luogo della sua origine, che risale all'epoca sua propria, o che è fabbricato dalla stessa casa che per prima lo ha immesso sul mercato col suo marchio: pezzi di ricambio di una macchina, di un dispositivo ecc., che sono fabbricati dalla stessa casa che produce la macchina, il dispositivo
4 (estens.) interamente nuovo, che non ripete modelli precedenti: lavoro, opera recenale
ma in tutte queste accezione fu pochissimo usato mentre molto si usò la voce a margine nel senso figurato di
5 strano, bizzarro, stravagante: ‘na perzona recenale; ‘nu custume (un abbigliamento) overo recenale (davvero originale). L’etimo è dal lat. tardo originale(m), deriv. di origo -inis 'origine' con aferesi della vocale d’attacco e passaggio espressivo dell’ l'affricata palatale sonora (g) all’affricata palatale sorda (c) ottenendosi da originale→(o)recenale per cui, a mio parere, non sarebbe disdicevole lo scrivere ‘recenale con il segno d’aferesi che ricordasse la caduta della o etimologica, pittosto che il semplice recenale che non rammenta le proprie origini; trattandosi però – come ò ricordato – di voce desueta, è meglio evitare proposte provocatorie ed originali ed accettare lo status quo tenendosi l’aggettivo recenale.cosí com’è!
- Sbertecellato/a a.vo m.e f di per sé in primis dissennato/a, privo/a di cervello, insensato, irragionevole e poi per estensione semantica cervellotico/a, bislacco/a, strano/a; etimologicamente è p.p. del verbo sbertecellà= guastare, sviare, disarticolare (fisicamente e mentalmente) denominale del lat.s(distrattiva)+ verticula= giuntura, articolazione.
- sbèteco a.vo m.e f di per sé in primis capriccioso/a, bizzoso/a, lunatico/a; scontroso/a e quindi bislacco/a, strano/a, strambo/a; etimologicamente dal gr. (amph)isbítikós 'litigioso', deriv. di amphisbítêin 'essere in disaccordo',andare per conto proprio, distaccarsi, e chi è bislacco/a, strano/a, strambo/a si distacca dalla massa, se ne distingue, andando per proprio conto.
- Schirchiato/a a.vo m.e f di per sé in primis privato/a dei cerchi contentivi con riferimento alla sconnessione delle botti che vengon disfatte privandole innanzi tutto dei cerchi di ferro che stringono le doghe;con riferimento alle persone chi fosse privo di ipotetici cerchi contentivi della testa, farebbe follie dimostrandosi quanto meno bizzarro, capriccioso/a, bizzoso/a, lunatico/a;e quindi bislacco/a, strano/a, strambo/a se non addirittura folle; etimologicamente p.p. del verbo schirchià/schierchià = privar dei cerchi derivato da s(distrattiva) + lat. tardo circulare deriv. di circulus, dim. di circus 'cerchio'; questa la strada morfologica:
circulare→ circlare→circhiare con il tipico passaggio di cl a chi come ad es. clausu(m)→chiuso, clavu(m)→chiuovo.Nel verbo napoletano si è avuta poi l’assimilazione regressiva che à uniformato il ci della prima sillaba al seguente chi fino ad ottenere da circhiare chirchiare e poi schirchiare.
Rammento che partendo da schirchiato in napoletano si registra anche
- schirchio agg.vo e sost.vo usato dal Nicola Vottiero (seconda metà del 1700) ed altri nel significato di matto, folle, pazzo.
-Strammo/a a.vo m.e f strano/a, stravagante, bizzarro/a; voce poco usata, ma registrata in parecchi calepini antichi e moderni, epperò voce che disdegno e sconsiglio d’usare ed addirittura di prendere in considerazione in quanto, quantunque derivata dal lat. tardo strambu(m), alterazione del class. strabus 'strabico' con la tipica assimilazione progressiva mb→mm che da strambu(m) porta a strammo, m’appare un palese, inutile adattamento dell’italiano strambo, adattamento inutile poi che il napoletano à tante voci sinonime di strambo che non vedo proprio la necessità di coniarne un’altra prendendola in prestito o, a maggior disdoro,mutuandola dall’italiano!
-strèuzo/a - strèvuzo/strèveza a.vo m.le o f.le strano/a, stravagante, non comune, curioso a vedersi, inusitato, riferito a persona o cosa con evidente valore negativo o ironico se non sarcastico; come è palese si tratta di un’unica voce presentata con due morfologie leggermente diverse di cui la prima strèuzo/a è quella d’origine ricavata dal tardo lat. extrausu(m)→streuso→streuzo mentre la seconda strèvuzo/strèveza è ottenuta dalla prima mediante l’epentesi della consonante fricativa labiodentale sonora v con funzione eufonica; tipico e normale il passaggio della chiusa (u) di strèvuzo che nel femm.le strèveza si apre in(e) per influsso dell’aperta vocale finale (a), passaggio che è dovuto al fenomeno della metafonesi e cioè al cambiamento di timbro di una vocale piú spesso tonica, ma pure, come in questo caso, postonica per influenza di un'altra vocale appartenente alla sillaba finale della parola (è comune, p. e., nel tedesco); si tratta di un fenomeno diffusissimo nei dialetti e negli idiomi regionali italiani, ma sconosciuto al toscano e dunque alla lingua italiana.
Ed eccoci infine, dulcis in fundo, a parlare di
- Strambalato/a o anche con normale alternanza b/p
-strampalato/a a.vo m.e f strano/a, stravagante, sconclusionato/a, bislacco/a: ‘nu tipo strambalato; idea, pruposta strampalata; discorzo, raggiunamento strambalato
Etimologicamente, quantunque l’italiano registri la voce strampalato con uguali significati e si potrebbe esser tentati di ritenere la voce napoletana strambalato adattamento dell’italiano strampalato, ritengo che se non si tratti di voci affatto diverse, si possa ragionevolmente ritenere che, contrariamente a quanto ipotizzato, (cfr. Gherardini) l’italiano strampalato sia stato raccolto da originali voci dell’idioma partenopeo: strampalato/strambalato a loro volta costruite su di un lat. tardo strambu(m) addizionato del suffisso vebale aggettivale ato con l’epentesi consonantica eufonica e di raccordo della consonante laterale alveolare l.
Messa cosí la faccenda verrebbe altresí a cadere la fantasiosa idea che strampalato sarebbe un derivato di trampali, variante dial. di trampoli, col pref.distrattivo s-; propr. 'che si regge malamente sui trampoli'
Quante capriole son disposti a fare taluni linguisti!
E qui penso di poter mettere il fatidico satis est, avendo illustrato molte voci.
Raffaele Bracale