giovedì 25 giugno 2009

LE PAROLE NAPOLETANE IN IMMA/IMMO

LE PAROLE NAPOLETANE IN IMMA/IMMO
Tutte le parole napoletane che qui di seguito esaminerò ànno la particolarità che accanto ad un termine di avvio portano un suffisso (immo/a) spesso di chiaro sapore dispregiativo o riduttivo ma talora anche intensivo , suffisso probabilmente coniato su di un latino: ime(n) con successivo raddopiamento rafforzativo della emme fino a giungere ad immo o imma. Analizzo le parole:
Calimma: letteralmente: calore, tepore, specialmente quello delle coperte d’un letto, insomma quella piacevole sensazione di calduccio, che una volta che si sia conseguito, concilia il sonno e che, se invece non si riesce a raggiungere impedisce un soddisfacente riposo; termine coniato sulla radice del verbo latino calēre (esser caldo) più il suffisso imma qui di sapore riduttivo; nel napoletano il vocabolo è pervenuto attraverso lo spagnolo calima di medesima etimologia ed iniziale significato.
Canimma: letteralmente: canea, canizza ed estensivamente puzzo di cani, ma anche muta di persone spregevoli e vocianti; derivato da cane più imma (dispregiativo).
Cazzimma: soprattutto nell’espressione tené ‘a cazzimma;
cazzimma s.vo fle astratto = malevola furbizia prevaricante di colui o coloro che vessa/no i meno dotati fisicamente e/o moralmente al fine di sopravanzarli e godere dei frutti conquistati marmaldeggiando.
Parola costruita addizionando il termine cazzo che – come noto - è da un greco marinaresco: (a)kation=albero della nave ( qui inteso quale…strumento di proditoria offesa) con il suff. imma (dispregiativo)..
‘ngattimma: nell’espressione jí ‘ngattimma
Letteralmente: andare in calore come i gatti; id est: adontarsi, eccitarsi, comportandosi di conseguenza con foga eccessiva.
Parola costruita addizionando il termine gatto (colto nel periodo in cui va in calore ) con il solito suffisso imma.
Perimma: essenzialmente la muffa che attacca principalmente alimenti malamente essiccati, tenuti in ambienti umidi che favoriscono appunto l’insorgere di muffe.
Etimologicamente è un deverbale di perì (perire) che è dal latino perire = andare a male addizionato del solito suffisso imma qui dispregiativo.
Sfaccimmo: parola dalla doppia valenza; in senso negativo: farabutto, mascalzone; in senso positivo: furbo, intraprendente, determinato (specie di una persona giovane.). È parola formata dal sost.: faccia con l’avvio di una s detrattiva ed il suffisso dispregiativo immo nell’ovvia idea di significar: persona priva di faccia (senza vergogna).
Sfaccimma: Attenzione! Questa parola non è il femminile della parola precedente ed à ben altro significato ed etimologia,indica il prodotto dell’eiaculazione maschile; etimologicamente prende l’avvio da una voce di tipo onomatopeico sfacc che indica la violenza dell’emissione, addizionato del solito suffisso imma qui però con funzione intensiva, non dispregiativa.
Rammenterò per amor di completezza che quando si volesse usare il termine precedente: sfaccimmo riferito ad una donna, non si userà sfaccimma che come visto indica un’altra cosa, ma una sorta di diminutivo, vezzeggiativo: sfaccemmusella che indica alternativamente o la mascalzoncella o la furbetta intraprendente.
Zuzzimma: letteralmente tutto ciò che è lercio, sporco, sozzo ed estensivamente anche ogni cattiva azione perpetrata ai danni dei deboli, degli indifesi; etimologicamente è parola derivata dall’addizione del termine sozzo (dal provenzale sotz) con il suffisso dispregiativo imma.
Raffaele Bracale 14/1/07
P.S. Se a qualcuno venissero in mente altre voci partenopee in immo/a da me qui non considerate, me ne informi ché provvederò a parlarne.
R. B.

SCIÚSCIA ED ALTRE VOCI

SCIÚSCIA ED ALTRE VOCI
Premesso il noto adagio: omnia munda, mundis dirò che un impertinente frequentatore (di cui, nel timore di incorrere in un reato contro la riservatezza, indico solo le iniziali: A.G.) del sito messo su dall’amico prof. R. Andria, sito cui indegnamente collaboro per informazioni circa la parlata napoletana,mi chiede proditoriamente (pensando di pormi in difficoltà) ch’io gli illustri e gli indichi oltre che il significato, un probabile, o certo etimo della voce in epigrafe. Non è mio costume farmi mettere in difficoltà con argomenti intesi scabrosi ed esimermi dal trattarli , per cui, attrezzatomi alla bisogna, raccolgo la sfida/provocazione ed entro súbito in medias res e comincerò col dire che il termine sciúscia, voce domestica,epperò intesa quasi volgare (ma - come vedremo – non penso lo sia ) è uno dei numerosi, icastici sinonimi (tra i piú usati!, dei quali rammento:fessa, fresella, purchiacca/pucchiacca,quatturana, carcioffola,mulignana, patana,pummarola, vòngola, còzzeca, scarola, ‘ntacca, bbuatta, cestúnia,senga, sesca, pesecchia/pesocchia, pettenessa, furnacella, tabbacchera etc. e che qui di sèguito illustrerò uno alla volta) con i quali, con linguaggio piú o meno colorito e volta a volta mutuato da riferimenti storici o da osservazioni visivo-gastronomiche, si è soliti indicare la vulva della donna, l’organo femminile esterno della riproduzione.
Procediamo ordunque:
fessa= fessura, apertura con etimo dal lat. fessa: part. pass. femm. del verbo lat. findere=fendere, aprire ;la voce a margine, semanticamente ripete il significato di porta, apertura che è anche del corrispondente vulva dell’italiano;
fresella di per sé, letteralmente la fresella è un tipico biscotto (pane biscottato) usato in un po’ tutto il meridione, variamente condito con diversi ingredienti(in massima parte vegetali) per un gustoso asciolvere; la voce fresella è un deverbale del lat. frindere= spezzettare in quanto,esso biscotto/pan biscottato à bisogno, per esser consumato, d’esser frantumato in piú pezzi.Va da sé che il significato traslato di fresella usata per indicare la vulva non nasce dal fatto che quest’ultima sia edibile tal quale la fresella-biscotto, né dal fatto che come la fresella, la vulva debba esser frantumata; la via semantica è un’altra ed attiene alla forma; infatti la fresella-biscotto può avere la forma di una fettina rettangolare di pane cotto e poi biscottato, ma piú spesso la fresella-biscotto a Napoli à la forma di corona circolare ed il pane biscottato si sviluppa intorno ad un congruo buco centrale, cosa che – ad un dipresso accade per la vulva;
purchiacca o pucchiacca = letteralmente, fodero di fuoco, faretra infuocata e genericamente vulva, vagina;
premesso che la voce originaria fu purchiacca trasformato poi nel lessico popolare in pucchiacca con tipica assimilazione regressiva rc→cc dirò che l’etimo non è tranquillissimo ed infatti io stesso penso di poterne proporre per lo meno un paio dei quali opterei comunque per il primo;
1 -la prima ipotesi è che la voce a margine potrebbe risultar derivata dal greco pyr(fuoco) + koilos(faretra, vagina)+ il suff. dispreg. acca,secondo un percorso morfologico che da koilos, attraverso un *koleaca porta a cljaca→chiaca e dunque: pyr+cliaca+acca= purcliacca→ puccliacca→pucchiacca con tipica assimilazione regressiva rc→cc, tutto ciò in luogo di quanto proposto da altri quali l’Altamura, il D’Ascoli, e tutti coloro che vi attingono, che ipotizzano un latino portulaca(m) = porcacchia→poccacchia→ pucchiacca (erba porcellana); l’idea non m’appare perseguibile in quanto, in effetti in pretto, corretto napoletano la voce usata per indicare l’ erba commestibile porcacchia,che giunge sulle tavole partenopee sempre in unione con un’altra erba/insalata detta arucola (rughetta), la voce dicevo è purchiacchiello (diminutivo masch. ricostruito del femm. purchiacca = porchiacca con tipica chiusura della ō→u; la porcacchia/porcellana è pianta erbacea commestibile, con fusto ramoso e piccoli fiori gialli della fam. Portulacacee; tale erba non si vede però, a mio avviso, neppure per traslato o estensione (come invece avviene – e lo vedremo súbito – con altri nomi mutuati dagli ortaggi e/o da prodotti ittici), cosa possa avere in comune con l’ organo femminile esterno della riproduzione;
2 - l’altra mia ipotesi circa l’etimo di pucchiacca fa riferimento ad una iniziale porcacchia, ma questa non è l’erba porcacchia /porcellana; nel caso da me ipotizzato occorre infatti partire da una radice porc ( del latino porca=maiale/scrofa; tale voce (sostituendo il classico sus, nel latino parlato fu usata per indicare esattamente oltre che la scrofa, anche la sua vulva ) radice addizionata del suffisso diminutivo- spregiativo (cfr. Rohlfs) acchia: da porcacchia→purcacchia e pucchiacca con il medesimo significato di porca=vulva della scrofa ed estensivamente vulva in genere;
- quatturana letteralmente quattro grani; il grano fu vilissima moneta in uso nel Napoletano (Regno delle Due Sicilie) sin dall’epoca degli Aragonesi ed Angioini (fine 13° sec.). Al proposito rammenterò, per incidens, che l'unità del Regno delle due Sicilie si era spezzata sin dalla ribellione dei Vespri Siciliani del 1282.
La Sicilia era divisa fra Aragonesi e Angioini fino al trattato di Caltabellotta quando fu sancita l'esistenza di due regni di Sicilia, quello di Trinacria che comprendeva solo l'isola e quello di Sicilia, che anacronisticamente si riferiva alla parte continentale, meglio conosciuta come Regno di Napoli, cioè le terre oltre il faro dello stretto fino al fiume Garigliano ed il Tronto.
Il regno di Trinacria era governato da Pietro d'Aragona che aveva sposato Costanza di Svevia, figlia di Manfredi.
Il regno di Napoli era governato, con l'appoggio del papa, suo signore feudale, dal conte di Provenza Carlo d'Angiò.
Anche questo trattato, però non riportò pace fra Angioini e Aragonesi, che si accanirono sempre piú a combattersi.
Dopo vari tentativi da parte degli Angioini e degli Aragonesi di imparentarsi fra loro per riunificare il regno.
Nel 1420 la regina Giovanna II d'Angiò, rimasta senza eredi, per difendersi dal pontefice e da Luigi d'Angiò, chiese aiuto agli Aragonesi proponendo l'adozione di Alfonso V , figlio di Ferrante re d'Aragona, offrendogli il titolo di duca di Calabria e la qualifica di erede al trono.
Torniamo al grano che, dicevo,fu vilissima moneta corrispondente all’incirca al valore di 60 centesimi dell’attuale euro per cui 4 grani corrispondevano all’incirca a 2,40 euro, cioè a quasi 5000 delle vecchie lire. e questa somma, secondo una teoria, era quanto si facevano pagare, per ogni rapporto, le meretrici di infimo ordine che prestavano la loro opera lungo la c.d. ‘mbricciata ‘e san Francisco (imbrecciata (di cui dissi alibi) di san Francesco)malfamata strada ubicata a Napoli poco fuori le mura di porta Capuana, nei pressi dell’attuale Pretura ; secondo altra teoria, che reputo piú esatta, la somma di quattro grani fu quanto sotto Alfonso V d’Aragona, si pretese dalle meretrici a mo’ di tassa sulle singole prestazioni; ora sia che fosse una tassa, sia che si trattasse del prezzo da pagare alla meretrice, la voce quatturana (quattro grani)finí per indicare lo strumento di lavoro della prostituta, e con estensione volgare, l’organo riproduttivo esterno di ogni altra donna soprattutto di basso ceto;
- ‘ntacca = fessura, apertura, scanalatura, contrassegno con probabile etimo deverbale da ‘ntaccà=intaccare derivato dal germ. *taikka 'segno';
- bbuatta= letteralmente la parola a margine vale barattolo, contenitore cilindrico in banda stagnata usato per commercializzare generi alimentari dalla frutta sciroppata ai pomidoro, alle melanzane, ai peperoni, al caffè; il traslato semantico è di facile comprensione; l’etimo è dal francese boite;
- senga propriamente si tratta di una fessura, una screpolatura una contenuta lesione, tutte cose riscontrabili su oggetti in legno (porte, antine di mobili) o in muratura e per giocoso traslato la voce a margine si riferisce all’organo femminile esterno della riproduzione cui semanticamente è avvicinata per la tipica forma della lesione (contenuta fenditura verticale) che ripete quasi quella dell’organo suddetto; l’etimo di senga si fa concordemente risalire al lat. signum quale lettura metatetica poi femminilizzata; da signum→singum→singo e da questo il femminile metafonetico senga;
- sesca propriamente si tratta di una ferita,il piú delle volte da taglio, una contenuta lesione prodotta da un’arma bianca sulla viva carne del corpo umano, e come per la voce precedente, per giocoso traslato la voce a margine si riferisce all’organo femminile esterno della riproduzione cui semanticamente è avvicinata per la tipica forma della lesione (contenuta apertura verticale) che ripete quasi quella dell’organo suddetto; non di tranquilla lettura l’etimo di sesca che di per sé è la femminilizzazione metafonetica del maschile sisco= fischio che è un deverbale del latino fistulare→fisclare→fischiare→fischio.
Ora rammento che anche in lingua italiana, per furbesco traslato, con la voce fischio si intende il membro maschile,cosí anche in napoletano con la corrispondente voce di fischio e cioè sisco si intende il membro maschile; e dunque non meraviglia se per analogia con il femm. di sisco e cioè con sesca si è finito per indicare il corrispondente organo femminile e quest’ultimo semanticamente è stato avvicinato ad un piccolo taglio, una contenuta lesione prodotta da un’arma bianca sulla viva carne del corpo umano per la tipica forma della lesione (contenuta apertura verticale) che ripete quasi quella dell’organo suddetto, per cui la voce sesca indica sia la vulva che una ferita da taglio.
- pesecchia/pesocchia propriamente fessurina, piccola apertura
atteso che con le voci a margine si indicano alternativamente la vulva di bambine molto piccole o un po’ piú cresciute; l’etimo è da una voce onomatopeica ps→pes (dello zampillo) addizionata di suffissi ecchia (diminutivo) o occhia (accrescitivo).
- cestunia letteralmente è tartaruga che, nell’inteso comune partenopeo, è uno degli animali domestici piú longevi, che però mostrano tutti i segni del tempo trascorso sulla pelle raggrinzita e rugosa che copre capo, collo e zampe di questo piccolo rettile acquatico e/o terrestre, appartenente all'ordine dei Cheloni; esso rettile à corpo racchiuso in un robusto scudo corneo dal quale sporgono capo, zampe e coda; proprio dette rugosità e grinzosità della pelle, à fatto assegnare dai napoletani il nome di cestunia, alla raggrinzita e non piú rigogliosa vulva di una donna che passata ‘e cuttura e/o ‘e coveta cioè ormai anziana (quasi troppo cotta o raccolta tardi), sia ancóra illibata ed intonsa; l’etimo della voce cestunia si fa concordamente risalire ad un latino parlato testunia per il class. testudo; la voce napoletana à comportato la dissimilazione t-t→c-t;
E passiamo ora a tutte le voci mutuate dall’ambito orticolo o ittico; abbiamo:
- carcioffola = carciofo con riferimento all’organo stretto e serrato di una giovane donna tal quale il carciofo che se fresco e giovane à le brattee ben chiuse e serrate; ciò è tanto piú vero se si pensa che di una donna che non sia piú giovane e che per tanto si pensa abbia già avuto piú o meno numerosi rapporti coniugali, s’usa dire ironicamente che tene‘a carcioffola sfrunnata=à il carciofo sfrondato id est:la vulva deflorata; l’etimo della voce carcioffola risulta derivato dall’arabo harsûf addizionato del suff. diminutivo lat. ola (femm. di olus); sfrunnata=sfrondata p. p. femm. dell’infinito sfrunnà= sfrondare che è un denominale di fronda con prostesi di una s distrattiva; normale nella voce napoletana l’assimilazione progressiva nd→nn;
- patana,= patata; il noto tubero edule è preso semanticamente a riferimento poiché come esso vive nascosto e protetto sottoterra, alla stessa stregua s’usa tener nascosta e protetta la vulva femminile, che di suo è già posta anatomicamente in posizione riservata; l’etimo della voce a margine è per adattamento dallo sp. patata, sorto dall'incrocio di papa (di orig. quechua) con batata (di orig. haitiana);
- pummarola = pomodoro il frutto rosso e carnoso della solanacea è preso a riferimento, cosí come l’altrove usato fica, non perché la vulva sia edula come il pomodoro o il frutto del fico, ma perché, come questi ultimi à il suo interno rosso ; l’etimo di pummarola è, come per la voce della lingua nazionale pomodoro da pomo d’oro con il passaggio in sillaba d’avvio di ō ad u (cfr. notte→nuttata), raddoppiamento espressivo popolare della labiale m (cfr. comme←q(u)omo(do), alternanza osco mediterranea d/r, onde pomodoro→pummororo, dissimilazione r-r→r-l e cambio di genere per cui pummororo→pummarola;
- vongola,= noto mollusco bivalve gustosissimo il cui nome anche in italiano, ripete quello a margine, voce di origine napoletana trasmigrata come molte altre (guaglione, camorra, scugnizzo, sfogliatella e derivati e molti altri ) nel lessico nazione; la voce vongola, come la successiva còzzeca è presa a modello per indicar la vulva, in quanto il bivalve aperto ricorda quasi la forma dell’organo femminile, l’etimo di vongola (voce che indica oltre che il mollusco e la vulva,estensivamente anche una sciocchezza, una panzana che, del resto altrove è detta anche fesseria con evidente riferimento alla prima voce di questa elencazione) l’etimo dicevo di vongola è da un acc.vo lat. concula(m)/*goncula(m)→gongula(m) da cui vongula→vongola con normale passaggio di g→v (vedi gulío/vulío – golpe/volpe etc.);
- cozzeca,= cozza, mitilo bivalve che aperto, come la precedente vongola ricorda quasi la forma dell’organo femminile; in piú la cozza, per essere di colore nero e provvista di bisso, ben si presta a rappresentare il fronzuto organo femminile di una donna giovane; l’etimo di cozzeca è, quasi certamente, da una forma ampliata di un lat. volg. *cocja→*cocjala→cozzala→cozzaca→cozzeca;
e veniamo ai riferimenti orticoli cominciando da
- scarola = scarola letteralmente scariola, varietà di indivia; anche, in alcune regioni, varietà di lattuga o cicoria; la scarola e segnatamente la specialità detta riccia per essere in cespo arricciato, ben si presta a significare il fronzuto ricciuto organo femminile di una donna giovane; l’etimo di scarola è dal lat. volg. *escariola(m), deriv. del lat. escarius 'che serve per mangiare', da ìsca 'cibo, esca;
- mulignana letteralmente melanzana; siamo sempre nell’ambito orticolo ed essendo la mulignana = melanzana una pianta erbacea largamente coltivata per i frutti commestibili di forma oblunga o ovoidale, con buccia violacea lucente e polpa amarognola (fam. Solanacee), proprio per questa sua buccia liscia e lucente, viola scuro, quasi nera si presta a rappresentare icasticamente la scura e fronzuta, ma liscia vulva d’una giovane donna ; l’etimo della voce a margine è dall'ar. badingian, di orig. persiana, riaccostato, secondo alcuni al lat. mala(mela)+insana in quanto in origine si pensò che la melanzana fosse frutto che inducesse alla pazzia.
- pettenessa ultima(anni ‘950) voce entrata nel lessico popolare partenopeo per indicar la vulva, ed è voce traslata e giocosa; di per sé ‘a pettenessa indica un tipico pettine, in forma di conchiglia, d’osso o tartaruga, a denti lunghi e sottili, disadorno o ornato di piccoli orpelli spesso semipreziosi, grosso pettine usato dalle donne per sorreggere la crocchia dei capelli; atteso che in lingua napoletana, per indicare il pube ( in ispecie)femminile si à la voce pettenale (derivato da un acc.vo lat. pectinale(m) da pecten= pettine), come del resto in lingua nazionale si à, per indicare la medesima cosa, la voce pettignone (derivato da un acc.vo lat. volg. *pectinione(m), dim. del class. pecten -tinis 'pettine'con riferimento (sia per l’italiano che per il napoletano) alla lunghezza dei peli del pube che ricordano i denti dei pettini,sia la forma a m’ di conchiglia di ambedue: del pube e del grosso pettine, ecco che in senso traslato la voce pettenessa= grosso pettine (dal class. lat. pecten con suff. femminilizzante essa secondo il criterio che una voce femminile è usata per indicar qualcosa di piú grande del corrispondente maschile (cfr. pennellessa piú grande di penniello, tammorra piú grande di tammurro, cucchiara piú grande di cucchiaro, tina piú grande di tino carretta piú grande di carretto, etc., ma per eccezione caccavo piú grande di caccavella e tiano piú grande di tiana,,)) ben si prestò ad indicar la vulva ubicata all’estremità del pube i cui peli richiamano l’idea del pettine.
- tabbacchera s.vo f.le letteralmente tabacchiera,contenitore metallico, spesso finemente cesellato, provvisto di coperchio incernierato e chiusura a scatto; contenitore da asporto(solitamente celato in tasca) per tabacco da fiuto;
per traslato furbesco sesso femminile; il traslato semantico è dovuto probabilmente al fatto che come la tabacchiera, se tenuta ben chiusa, serve a conservare il tabacco da fiuto con tutto il suo aroma, cosí il sesso femminile se tenuto serrato serve a difendere e conservare la virtú femminile.
La voce etimologicamente è un derivato di tabacco (dallo spagnolo tabaco) + il suff. di pertinenza iera→era; normale nel napoletano il raddoppiamento espressivo della labiale esplosiva onde tabacchiera→tabbacchera. Relativamente al significato trasòato furbesco rammento il détto: Redimmo e pazziammo, ma nun tuccammo ‘a tabbacchera che letteralmente vale: Ridiamo e giochiamo, ma non tocchiamo la tabacchiera e fa riferimento ai comportamenti che si auspica tengano tra di loro gli innamorati ai quali si consiglia di contenersi e cioè di ridere e giocare,evitando di oltrepassare taluni limiti che coinvolgerebbero pesantemente il sesso.

- furnacella soprattutto addizionato dell’aggettivo sfunnata furnacella sfunnata letteralmente piccolo forno sfondato; va da sé che tale accoppiata è usata quale epiteto rivolto ad una donnaccola; nella fattispecie con la voce fornacella non si indica certamente il fornetto in pietra o metallo, ma furbescamente la vulva di colei cui è diretto l’epiteto, vulva che risultando sfunnata (sfondata) accredita la donnaccola offesa d’esser donna di facili costumi, se non addirittura una meretrice abbondantemente conosciuta in senso biblico; furnacella= fornetto portatile alimentato a carbone; nell’espressione a margine vale però per traslato : vulva atteso che sia il fornetto sia la vulva son sede(l’uno di un reale fuoco, l’altra di uno figurato; rammenterò al proposito che nel parlato napoletano, come ò già riferito, tra le piú comuni voci per indicare la vulva c’è quella che suona purchiacca/pucchiacca che con etimo dal greco pýr +k(o)leacca>*cljacca sta per fodero di fuoco; tornando a furnacella dirò che l’etimologia è dall’acc. lat. volgare furnacella(m) che è un diminutivo con cambio di suffisso per cui in luogo dell’atteso furnacula(m) dim. di furnum si è ottenuto la ns. furnacella(m); sfunnata= sfondata, rotta , consunta part. pass. femm. aggettivato dell’infinito sfunnà = sfondare; denominale del latino fundu(m) con protesi di una s questa volta distrattiva; in coda alle tante voci con cui viene reso il sesso femminile, rammenterò che in taluni paesi dell’entroterra napoletano (cfr. Visciano) talora la vulva viene resa con la voce sguessa/sguessera, ma non è in alcun modo chiaro quale sia il traslato semantico che conduca a parlare della vulva come di una sguessa/sguessera; in effetti nelle parlate meridionali il mento pronunciato,quando non addirittura scentrato, deviato (cfr. il famosissimo mento del principe della risata Antonio de Curtis, in arte Totò), la bazza sono resi con la voce sguessa o anche sguéssera; ambedue queste due ultime voci (di cui la seconda: sguéssera, è solo un’estensione espressiva popolare dell’originaria sguessa) risultano essere, quanto all’etimo, un adattamento della voce sghessa che (derivata da un ant. alto tedesco geicz (voracità), con tipica pròstesi di una s intensiva) indica una fame smodata, eccessiva quella che,talvolta, impegnando in un lavoro abnorme bocca e mandibola, può determinare lo sviamento ed il pronunciamento del mento; da sghessa→sguessa con caduta dell’ acca e successiva palatalizzazione della e che intesa breve viene dittongata in ue; da sguessa→sguessera.
Rammenterò infine che la voce sghessa nell’identico significato di fame smodata, si ritrova con varî adattamenti in molti dialetti: emiliano (idem sghessa), lombardo(sgheiza, sgüssa) piemontese(gheisi) sardo(sghinzu) e persino nell’italiano sghescia; epperò in nessun modo si riesce a spiegare o ad ipotizzare il perché del passaggio semantico da fame smodata o mento pronunciato,quando non addirittura scentrato, deviato a vulva femminile; posso solo sospettare un iniziale errato riferimento protrattosi nell’uso popolare.



Esaurita la spiegazione delle voci elencate a monte, veniamo finalmente a trattare la voce proditoriamente propostami dal sig. A.G. Parliamo cioè della sciuscia.

- sciuscia Come ò già detto è voce generica che vale vulva, vagina, organo riproduttivo esterno della donna il tutto senza particolari specificazioni concernenti l’età o la destinazione d’uso, ed è voce colloquiale privata in uso tra contraenti (sposi, amanti, fidanzati etc.) dei due sessi di qualsiasi ceto sociale.
Per la verità dico súbito che solo tre vocabolarî della lingua napoletana ( l’antico D’Ambra,ed i piú vicini Altamura e D’Ascoli che vi attingono spudoratamente) dei numerosi in mio possesso e che ò potuto consultare, prendono in considerazione la voce a margine, e però a malgrado che tali vocabolaristi àbbiano il merito di considerare la voce, per ciò che riguarda l’etimo non ànno merito alcuno, in quanto copiandosi l’un l’altro optano,ma a mio avviso, maldestramente, per un inconferente generico idiotismo (.s. m. (ling.) locuzione, voce o costrutto caratteristici di una lingua o di un dialetto) fatto scaturire con un arzigogolo fastidioso ed inattendibile da far risalire a cíccia→ciàccia→sciàscia→sciúscia … che pasticcio!
Personalmente penso di poter proporre altri due etimi di cui il primo, pur essendo perseguibile quanto alla morfologia, convengo che zoppichi e non poco quanto alla semantica; a mio avviso si potrebbe morfologicamente pensare al solito latino ad un part. pass. femm. fluxa dell’infinito fluere atteso che il gruppo latino fl evolve sempre nel napoletano sci (vedi alibi flumen→sciummo, flos→sciore etc.) e ugualmente x=ss seguito da vocale diventa sci e dunque fluxa=flussa potrebbe aver dato morfologicamente sciuscia; ma, come ò io stesso notato, vi si oppone la semantica: una cosa scorsa, fluita poco o nulla à che spartir con una vulva… Occorre tenere altra via! È ciò che faccio e prendendo per buona un’idea dell’amico prof. Carlo Jandolo, la faccio mia e dico che partendo dalla considerazione che la voce sciuscia termina con il suff. latino/greco di appartenenza ia e che d’altro canto la voce classica latina sus indicò indifferentemente il maiale, la scrofa e la vulva, e tenendo presente che la sibilante s anche scempia seguíta da vocale evolve, come la precedente doppia ss in napoletano nel gruppo palatale sci, ecco che da un origianario sus addizionato del suffisso d’appartenenza ia si è potuto avere súsia→sciúscia e non susía→sciuscía ponendo bene attenzione che il suffisso latino ia comporta la ritrazione dell’accento tonico sulla sillaba radicale, mentre è il corrispondente ía greco che sposta l’accento sul suffisso come si ricava osservando la voce filosofia che in lat. è philosòphia(m), mentre in greco è philosophía; e posta l’ipotesi in questi termini, possiamo dire che anche la semantica (ramo della linguistica e, piú in generale, della teoria dei linguaggi (anche artificiali e simbolici), che studia il significato dei simboli e dei loro raggruppamenti; nel caso delle lingue, studia il significato delle parole, delle frasi, dei singoli enunciati) possa esser contentata cosí come m’auguro sia soddisfatto il provocatorio sig. A.G.
Satis est.
Raffaele Bracale

VECCHIE VOCI NAPOLETANE

VECCHIE VOCI NAPOLETANE

Questa volta il compitino me lo à assegnato l’amico carissimo il prof. Carlo Iandolo che mi à inviato un elenco di voci partenopee,quasi del tutto desuete, esortandomi ad illustrarle ed a fornirne, ove possibile, una eventuale ipotesi etimologica.
Non mi sottrarrò all’invito, sperando di non dire troppe asinerie.
Ecco qui di sèguito l’elenco delle voci:
ammagliecà (ammagliechïà),ammallà, arresedià, azzancà, jestariello, cataròzzola, chiuchiàro, cianculià (cianculïà), cernetura desfazzio, fecozza, felatiello, fesina, fúrgulo, mingria/mincria, ‘mpechera, ‘mperrarse, muniglia.

Forza e coraggio e diamoci da fare, Rafè!
Ma devo cominciare con il dire che non si tratterà di una passeggiata: ad un primo rapido esame a volo d’uccello m’accorgo che mi troverò a competere con voci per la maggior parte desuete e non piú riscontrabili nel linguaggio comune della gente, voci che ormai son solo nelle opere degli antichi scrittori (Cortese, Basile, Stigliola ed altri) e non si trovano neppure in tutti i calepini della lingua napoletana, ma solo in quelli d’antan; solo di due o tre delle voci elencate ò diretta memoria essendo voci che cinquant’anni or sono – quando fui ragazzo – erano ancóra in uso nel parlato familiare e/o popolare; tutte le altre le ò conosciute solo per averle incontrate in talune antiche opere napoletane e mai piú usate o ritrovate nel linguaggio comune della gente, cioè nel parlato familiare e/o popolare.
Ciò precisato veniamo al dunque entrando in medias res.
1) ammagliecà (voce desueta) attestata pure come ammagliechïà (che à coniugazione diversa nella quale per fare un es. all’ind. presente in luogo di ammaglieco- ammaglieche- ammaglieca etc che è l’ind. pres. di ammagliecà, dà ammagliechejo – ammagliechije – ammalgliecheja etc. cosí come impone l’infinito in chïà) voce che valse: ruminare,gramolare, masticare lentamente alla meglio e per traslato biascicare (come chi muova la bocca nell’atto di masticar lentamente). Ora atteso che la ruminazione non è altro che una rimasticazione con l’intento di assottigliare il piú possibile il cibo, come il gramolare è il far passare lino o canapa in una macchina allo scopo di separare le fibre tessili della canapa e del lino dalle fibre legnose, insomma di renderle il piú sottili possibile, il masticare lentamente allo scopo di assottigliare sia pure alla meglio il cibo è un’operazione che comporta il far sottostare il cibo ai ripetuti lenti colpi dei denti che assumono quasi la funzione di piccoli martelli/ magli e perciò per il verbo a margine reputo si possa tranquillamente pensare ad un denominale del latino malleus che nella bassa latinità fu mallius che poté dare magliecare/magliecà= mangiucchiare che rafforzato da una protesi ad diede ad-magliecà→ammagliecà e poi ammagliechïare/ ammagliechïà.
1) ammallà = ammollire (come càpita sui banchetti dei mercatini ortofrutticoli, per la frutta improvvidamente passata per le mani di avventori scostumati) , ammaccare, mantrugiare, sgualcire e (con significati però desueti) percuotere,bastonare, uccidere. anche per questo verbo etimologicamente reputo che si possa far riferimento ad un ad+malleus→ ammallare/ammallà quantunque da qualcuno ci si attenderebbe un ammalliare/ammallià sempre che il qualcuno non stesse pensando al pregresso mallius.
2) arresedià (voce abbondantemente desueta) che un tempo valse rassettare, mettere in ordine; oggi il verbo è sostituito da arricettà ( da un ad+ receptum)= dar sistemazione, raccogliere e riporre (arricettà ‘a casa, ‘a stanza= rassettare la casa, la stanza mentre arricettà ‘e fierre sta per raccogliere i ferri usati per lavorare, riporli nella borsa dando loro ricetto= pace,ricovero, calma, tranquillità. Torniamo al verbo a margine: arresedià che come ò detto valse rassettare, mettere in ordine, sistemare; non tranquilla la lettura etimologica del verbo; qualcuno si trincera dietro un pilatesco etimo ignoto o incerto qualche altro (ad es. il fu D’Ascoli) opta per un lat. asseditare donde l’italiano assettare= mettere in assetto, ordinare, sistemare convenientemente e con cura; chi si trincera dietro l’etimo ignoto o incerto mi dà l’orticara, ma D’Ascoli non mi convince: se semanticamente asseditare potrebbe accontentarmi, non lo può morfologicamente: v’è, a mio avviso, troppa differenza tra asseditare ed arresediare. Direi anzi con il molisano on. Di Pietro: “Nun ce azzecca niente asseditare con arresediare. A mio sommesso, ma deciso avviso, anche con riferimento ai concetti di dar sistemazione, raccogliere e riporre dando ricetto ossia ricovero, calma, pace, tranquillità espressi dal verbo arricettà che nel parlato comune à sostituito il verbo a margine conservandone il significato, quanto all’etimo di arresedià dico che si possa con somma tranquillità farlo risalire ad un lat. ad + resedare= calmare (composto da un re (part. intensiva) + sedare).
3) azzancà o pure azzangà anche per questo verbo voce antica attestata nello Stigliola, nel P.P. Volpe ed altri si deve parlare di voce abbondantemente desueta che un tempo valse, soprattutto nella forma riflessiva azzancarse/azzangarse, infangare/rsi, inzaccherare/rsi, lordare/rsi di fango, camminar nel fango; anche in questo caso occorre dire che è non tranquilla la lettura etimologica del verbo; qualcuno si trincera dietro il solito pilatesco etimo ignoto o incerto (cosa che come ò detto mi dà l’orticaria; qualche altro piú coraggiosamente (e sto parlando del fu D’Ascoli) opta, ma non mi pare lo faccia correttamente, per un longobardo zahhar= lacrima nell’idea semantica che a procurar la lordatura di chi si inzacchera siano gli schizzi (lacrime) di fango; siamo alle solite! Fatta salva la gran fantasia del defunto professore, mi pare proprio arduo se non impercorribile il passaggio morfologico che porti da zahhar a zanco/go che à prodotto poi azzancà ←ad + zanco/go. Sommessamente azzardo che il napoletano zanco/go/zanca/ga= fanghiglia che à dato il verbo a margine e che non à nulla a che spartire con l’omofono, omografo zanco del veneto e veneto-giuliano e triestino e dove da s(t)anco→zanco vale sinistro – mancino,azzardo - dicevo - che la voce napoletana possa esserci pervenuta forse attraverso una voce araba marcata forse sul sanscrito panka= lota, polvere intrisa d’acqua;tuttavia consultando, con l’aiuto d’un esperto (io, ahimé, ignoro la lingua araba) un ponderoso dizionario arabo, non ò trovato occorrenze di sorta e quindi mi rifugio in un’altra ipotesi che a mio avviso à un qualche sostrato di possibilità; secondo tale idea la napoletana zanco/go/zanca/ga= fanghiglia è una derivazione dalla voce turca tzaga(tha)di medesimo significato; non trovo infatti perseguibile un’ulteriore idea che farebbe derivare il vocabolo che ci occupa da un non attestato greco *scanga.
4) jestariello vocabolo ignoto sia nella forma a margine che in quella semplificata di iestariello, a tutti i calepini della lingua napoletana, che ò potuto consultare, da quelli piú antichi: R. D’Ambra, P.P. Volpe, Andreoli a quelli piú vicini D’Ascoli, Altamura etc. Penso che con ogni probabilità debba trattarsi di voce del passato, abbondantemente desueta e neppure originaria; la morfologia del termine con quel suffisso diminutivo di sapore spregiativo: riello mi induce a pensare che debba trattarsi di una voce coniata ad usum delphini da un qualche antico scrittore:Basile(?), Cortese(?), Stigliola(?), Sgruttendio (?) etc ricavandola come diminutivo maschilizzato sulla voce jesta che ò trovato attestata nel D’AMBRA nel significato di sfilza di fichi secchi, per cui il jestariello sarebbe o potrebbe essere un sostantivo o aggettivo da riferirsi ad un uomo piccolo, minuto e rinsecchito tal quale una sfilza di fichi secchi; quanto all’etimo di jesta che penso abbia suggerito jestariello reputo che si possa collegarlo al portoghese aresta→(ar)esta→
jesta con la voce arèsta trasformazione neolatina del lat. àrista
5) catarozzola anche per questa voce antica attestata nello Stigliola, nel P.P. Volpe ed in pochi altri si deve parlare di voce abbondantemente desueta e resistente nel parlato comune solo nel significato estensivo giocoso di testa, cranio con riferimento soprattutto a quello sventanto dei/delle ragazzi/e; originariamente il vocabolo a margine indicò un cantuccio (estremità del filone) di pane raffermo, un grumolo, la parte piú interna del cavolo cappuccio, il suo torsolo e solo estensivamente o per traslato il cranio, la testa quei soli significati che oggi si attagliano (come ò detto) alla voce a margine. Di non tranquilla lettura l’etimo della parola. Oltre numerosi etimo ignoto o incerto trovo solo un’ipotesi dell’Altamura, fatta propria – peraltro – anche dal D’Ascoli, ipotesi che fa riferimento ad un ebraico chatharoth= cranio. Trovo ben strano che un significato secondario o traslato abbia potuto suggerire e produrre una parola i cui significati primi sono altri:(tozzo, gromolo, torsolo). No, questo ebraico chatharoth non mi convince affatto. Penso di dover e poter seguire altra strada.Cominciamo col dire che nei significati primi qui detti(tozzo, gromolo, torsolo), il napoletano odierno registra tozzola quantunque segnatamente con riferimento ad un cantuccio di pane raffermo; questa tozzola un tempo fu pure catozzola nella quale è riconoscibile una protesi intensiva ca che per alcuni però può corrispondere alla part. greca kata=sopra e probabilmente potrebbe indicare cosa che sta al di sopra, cosa rotonda, sporgente: orbene il napoletano catozzolo/a corrisponde ed è chiaramente marcato su un catorzolo/a derivato dal lat. torsus p.p. di torqueo secondo un percorso morfologico che può essere stato torsus + suff. diminutivo olus/ola + protesi intensiva ca = catorsolo/a→catorzolo/a→ catozzolo/a da cui con epentesi di una sillaba rafforzativa ar si giunge a catarozzolo/a nei significati di tozzo, gromolo, torsolo e solo estensivamente di capo, cranio (cosa rotonda, sporgente che sta al di sopra.
Il tutto con buona pace di Altamura e D’Ascoli e del loro ebraico chatharoth.
7) cernetura voce desueta, venuta meno con il venir meno di una tipica abitudine partenopea (quella di approntare nei mesi invernali il cosiddetto braciere(scaldino di fortuna) ormai sostituito in tutte le case napoletane da stufe e stufette elettriche, ad olio, a gas, talvolta a legna, quando non da eleganti camini alimentati con combustibili industriali o addirittura dai radiatori di un riscaldamento spesso centralizzato che massificando i bisogni toglie il gusto della autonoma indipendenza personale. Torniamo alla voce a margine che letteralmente fu un tipo di carbonella piuttosto spessa e consistente usata insieme alla cosiddetta muniglia ( vedi porro) per accendere quello scaldino di fortuna che con il nome di rasiere (braciere) occupò, nei mesi invernali un angolo della cucina (la stanza dove si preparavano i pasti, spesso sormontato dall’asciuttapanne (una cupola di listelli lignei intrecciati ad hoc) su cui era appoggiata la biancheria lavata, ma non ancora asciugata del tutto, nella speranza che succhiando il calore emanato dal braciere acceso i panni cedessero la loro umidità in eccesso.
Ma sto divagando dilungandomi e perdendo di vista l’assunto. Torniamoci. Ordunque cernetura = tipo di carbonella piuttosto spessa e consistente usata per accendere il braciere; carbonella ricavata artigianalmente dalla combustione protratta fino a carbonizzazione dei tralci di vite potati negli ultimi mesi autunnali; questi tralci carbonizzati erano frantumati grossolanamente e posti, per essere con forza e velocemente agitati, in ampi stacci o crivi con tramatura di ferro piuttosto stretta; i pezzi di carbonella che restavano negli stacci al termine dell’operazione costituivano la cernetura i pezzetti di carbonella piú minuti, quasi polverosi che passavano i buchi della tramatura costituivano la muniglia. Va da sé che la voce cernetura è un deverbale di cernere dal lat. cernere 'vagliare, separare' mentre per la voce muniglia di cui avrei dovuto dire porro,ma che preferisco trattare ora trovandomi in argomento, chiarito che è voce pur’essa ormai desueta che un tempo serví per indicare un tipo carbonella piuttosto sottile e quasi inconsistente usata per accendere il braciere, trattandosi semanticamente quasi di una sorta di mondatura operata sui pezzi di tralci carbonizzati, si può ragionevolmente ipotizzare un *mundilia→mun(d)iglia (cfr. l’italiano mondiglia)deverbale del lat. mundare, deriv. dell'agg. mundus 'mondo, pulito'.
8)chiúchiaro ma meglio chiuchiàro (da non confondere comunque con chiòchiaro che è tutt’altra cosa e che con derivazione da chiòchia variante di ciocia vale zotico, villano (aduso a calzar le cioce) e per traslato sciocco, babbeo) è la voce usata per indicare un semplicissimo strumento a fiato d’uso pastorale, una sorta di zufolo bitonale il cui suono all’incirca riproduce il verso d’un uccello detto appunto chiú o assiuolo (cfr. Pascoli Il chiú in Nuovi Poemetti ). Ed è questa – a mio avviso – la strada piú agevole e sicura per trovare l’etimo della voce a margine: si tratta abbastanza chiaramente, a mio modo di vedere, di una voce di tipo onomatopeico; ai due fonemi chiú e chià riproducenti il bitono dello strumentino si è aggiunto un consueto suffisso di attinenza di tipo tonico (che à costretto al mutamento d’accento) aro←areus ottenendo chiuchiàro in luogo di un chiúchiaro (forse d’origine).
9)cianculià attestata pure come cianculïà (con conseguente diversità di coniugazione come per il precedente ammagliecà che è pure ammagliechïà ), voce verbale ormai desueta che valse: divorare, strippare, mangiare avidamente, ingurgitare, trangugiare voracemente,avidamente quasi con la medesima furia devastatrice delle bestie feroci che assalgono le loro prede con ripetuti violenti colpi delle loro artigliate zanche (cianche), colpi tesi prima ad abbattere e poi a smembrare le vittime per farle infine finire tra le fauci.Ed è proprio questa la strada semantica da seguire per pervenire (a mio avviso) ad un attendibile etimo del verbo a margine che, letto cosí come ò fatto, risulta un denominale di cianca alternativo di zanca (= gamba, zampa) che è da un longobardo zanka=tenaglia.

10)desfazzio eccoci innanzi all’ennesima voce abbondantemente desueta e già poco usata nel passato: l’ò trovata attestata solo nel Basile e riportata nel dizionario di R.D’Ambra come locuzione avv.le: a desfazio (sic! con la zeta scempia) nel significato di benché, a malgrado, quantunque; nel P.P.Volpe la voce a margine non è riportata, ma vi ò trovato le voci Desfazjone Desfazejo, Sfazejo nei significati i primi due di dispetto – vendetta – mentre il terzo privato del negativo des=dis vale piena soddisfazione; orbene anche in lingua italiana è attestata la voce disfazione derivato da dis privativo + un composto di fare che vale disfacimento, rovina; ora tutto sta a convincersi che il malgrado della locuzione a malgrado può comodamente sostituirsi con le voci dispetto o rovina e dire benché, a dispetto,a rovina, quantunque; avremmo trovato la quadratura del cerchio relativa alla voce a margine che etimologicamente risulterebbe una sorta di apocope di desfazione→desfazio(ne) derivata come l’italiano disfazione = rovina da des o dis privativo + un composto di fare. Ma la voce a margine è voce brutta ch’io non userei neppure sotto minaccia di arma bianca, preferendo il piú tranquillo ed ovvio “cu tutto ca” del napoletano corrente.

11)felatiello questa è una voce chi temo mi darà certamente filo da torcere: troppo antica, desueta e scarsamente attestata ed i vecchi e nuovi calepini che la pigliano in considerazione ne danno troppi significati non sempre congruenti tra di loro; nel calepino di F. Galiani trovo registrata la voce a margine sotto l’espressione far felatiello con la seguente accezione: metter paura,mentre pigliare a felatiello sta per far dispettucci; idem dicasi per il P.P.Volpi che si accoda al Galiani, ma aggiunge come significato primo del vocabolo un fantasioso filatello che nnon so cosa sia, ignoto com’è ai maggiori dizionarii della lingua italiana; ancóra tra i vecchi lessicografi, R. Andreoli non se ne dà per inteso e non lo piglia in considerazione né come felatiello, né come filatiello. I moderni vocabolaristi si copiano l’un l’altro per modo che per tutti (Altamura, D’Ascoli etc.) felatiello vale paura, trepidazione, timore, ma anche raggiro, minaccia, intrigo che semanticamente non so proprio come collegare a paura, trepidazione, timore. Dopo d’aver vagato in tale mare magnum impercorribile, mi son deciso a far ricorso all’antico vocabolario firmato dal prof. Raffaele D’Ambra, vocabolario per il quale appassionati e studiosi non finiranno mai abbastanza di ringraziare l’editore Forni di Bologna che ce ne à fornito un’accuratissima ristampa anastatica, per modo che anche noialtri di questo secolo informatico possiamo avidamente libare a quella fonte cartacea di sapere linguistico.
Ed infatti un’attenta indagine sul D’Ambra mi à permesso, forse, di venir fuori dai sargassi del Galiani,del P.P.Volpe ed ovviamente degli Altamura e D’Ascoli. È stato l’uovo di Colombo.
Il buon D’Ambra è vero non tratta felatiello come voce autonoma, ma ne lascia intendere il corretto significato e con esso una probabilissima esatta etimologia; egli infatti allude a questo felatiello che ci occupa sotto la voce felato= filato,tramato assegnandogli in quanto diminutivo di tale felato=filato,tramato, ordito il significato traslato di piccolo raggiro, contenuta macchinazione, facendo giustizia sommaria di ipotizzati inesatti significati come paura,dispetto,timore e mantenendo quelli esatti di raggiri,ed intrighi che son delle macchinazioni.Va da sé che cosí inquadrato il felatiello diminutivo di felato etimologicamente deriva dal verbo filare dal tardo lat. filare, deriv. di filum 'filo' ovviamente non nel significato maldestramente ipotizzato dal D’Ascoli di scappar via, telare, ma in quello di predisporre, ordinare che può dar luogo alle macchinazioni. Ovunque voi siate, grazie prof. D’Ambra!
12)fesina ecco un’altra parola antica e desueta che non tutti gli antichi calepini riportano (ad es. il Galiani ne registra solo un diminutivo fesinella sia pure negli stessi significati che qui di sèguito dirò); parola che non è in uso neppure nelle piú remote province dove ancóra si pratica l’agricoltura e/o la pastorizia.Ò parlato di agricoltura e/o pastorizia in quanto la voce a margine indicò un otre, un vaso di creta panciuto e dal collo stretto in cui si conservava vino, olio,aceto, sugna ed altro tutti prodotti di tipica competenza di contadini, allevatori etc. Quanto all’etimologia si brancola bellamente nel buio. E dirò che non mette neppure conto riferire l’idea di non so chi (ma riportata dal D’Ascoli) idea che per la voce a margine postula un greco phûsa= borsa forse perché i primi otri furono di pelle (come le borse...);a mio avviso non ci siamo! Sia semanticamente che morfologicamente... Come non mi piace l’idea originaria del D’Ascoli che si inventò un lat. regionale fesina= vaso ma non ci disse donde lo avesse tratto fuori ed - a maggior disdoro - ipotizzò che tale fesina fosse stato incrociato (a che scopo poi?) con fiscina= cesto. In alternativa il defunto prof. propose un lat. med. fessina= “instrumentum vimineum ad piscadum(sic!)”una sorta di nassa cioè. Che pretese! Conservare vino, olio aceto in un cesto o in una nassa di vimini ! Non ci siamo! Abbandoniamo borse, cesti e nasse e tentiamo altre vie. Mio avviso è che, ragionevolmente questa fesina a margine possa essere derivato dal greco phûskon→phûs(k)on = panciuto come panciuto è il vaso detto fesina.

13) fúrgolo questa è una parola che come la precedente cernetura non mi toccherà di andare a reperire in antichi testi e/o calepini in quanto è parola che era in uso in famiglia e fra il popolo al tempo della mia fanciullezza sia pure nella forma di fruvolo che come facilmente si può intendere è una lettura metatetica della voce al margine con il solo mutamento della g→v o alibi di v→g come capita ad es. con golpe al posto volpe, voccia per goccia vulio per gulio etc.Rammento ancóra l’espressione usata da una zia che redarguendo noi ragazzi un po’ troppo vivaci retoricamente e sarcasticamente ci chiedeva: Ma tenissive ‘e frúvole ‘int’ ô mazzo!? (Avete per caso dei razzi, dei fuochi artificiali allocati nel sedere!?)Espressione senza dubbio ironica, ma quanto icasticamente esatta... Letteralmente l’espressione: tené ‘e fruvole int’ ô mazzo va letta: avere i fulmini, i razzi nel sedere. Divertente espressione con la quale si accreditano i ragazzi un po' troppo vivaci ed irrequieti di essere titolari addirittura di fuochi artificiali allocati nel sedere, fuochi che con il loro scoppiettio costringono i ragazzi a non stare fermi, anzi a muoversi continuamente per assecondare gli scoppiettii. La locuzione viene riferita soprattutto ai ragazzi, ma anche a tutti coloro che non stanno quieti un momento. Letteralmente la voce a margine furgolo attestata nel parlato come fruvolo ed usata soprattutto al plurale furgole- fruvole vale fulmine/i, folgore/i e fuochi artificiali. Quanto all’etimo reputo che tranquillamente si possa pensare al lat. fulgor che con doppia dissimilazione abbia generato furgolo/i donde poi fruvolo/e cosí come nel parlato familiar-popolare degli anni ’50 del 20° sec.
14)mingria o mincria e qui si torna ad una voce antica ed abbondantemente desueta che, pure se accolta da calepini antichi e moderni, si dura fatica a comprendere nell’esatto significato atteso che ogni vocabolario ne dà piú di un significato e non sempre congruenti; la voce a margine è attestata nelle due forme mingria e mincria ed i significati spaziano impunemente da estro a fantasia da capriccio a grillo per la testa e non si riesce a capire se questa mingria o mincria (che qualcuno, ma inesattamente, come vedremo, vorrebbe pronunciare mingría e mincría) non si comprende – dicevo – se tale vocabolo abbia una valenza positiva ( estro – fantasia) o una negativa ( capriccio - grillo per la testa ).
Anche questa volta occorre rifarsi al D’Ambra che citando il seguente anonimo distico : Ca ‘ncapo a Giove po’ zompà la mingria/de zeffonnà ‘o monte... ci permette di evincere due cose:1° che la pronunzia esatta è míngria e non mingría giacché in questo secondo caso salterebbe l’endecasillabo ca ‘ncapo a Giove po’ zompà la mingria; 2° che la valenza del vocabolo è negativa, essendo chiaramente quello di Giove un capriccio, non un estro magari artistico.
Chiarito il significato essenzialmente negativo della voce a margine, affrontiamo – se possibile – il problema etimologico. La gran parte degli addetti ai lavori è costetta ad optare per un pilatesco etimo ignoto o incerto; il solo D’Ascoli propone e forse non a torto – partendo dalla considerazione semantica che il capriccio, l’alzata di mente è un moto del cervello – che è alla testa e ad un suo pulsare che ci si debba riferire nel tentativo di pescar nel mazzo l’asso etimologico; nella fattispecie si può tentar la via segnata da un tardo lat. hemicrania(m), dal gr. hímikranía secondo il seguente percorso morfologico: hemicrania(m)→(he)miNcrIa con due epentesi (eufoniche?), la prima consonantica (N) la seconda vocalica (I) Ciò naturalmente sempre che si voglia assolutamente trovare un etimo; ma si vive benissimo ugualmente senza trovarlo. Altro, all’attualità proprio non saprei dire!
15)‘mpechera anche questa, per mia fortuna è una parola che come le precedenti cernetura e furgolo non mi toccherà di andare a reperire in antichi testi e/o calepini in quanto è parola che era in uso in famiglia e fra il popolo al tempo della mia fanciullezza ed ancóra oggi mi capita di ascoltare talvolta sulla bocca di amici o meglio di amiche riferita ad una donna intrigante, inframmettente, pettegola, che non disdegni – a maggior cordoglio – il raggiro, l’imbroglio nel tentativo di impicciarsi dei fatti altrui, impegolandovisi. La ricerca dell’etimo della voce a margine non mi appare complicatissiva; vi leggo molto chiaramente un deverbale del greco empleko=intratesso, intreccio addizionato dal solito suffisso di competenza era; la caduta della e iniziale di empleko giustifica il segno d’aferesi con cui preferisco scrivere ‘mpechera al posto del semplificato mpechera dove la m d’avvio priva d’aferisi potrebbe indurre qualcuno a ritenerla non etimologica, ma mera aggiunta eufonica come càpita per la n di nc’è per c’è.
16)‘mperrarseanche questa, per mia fortuna è una verbo che come le precedenti parole cernetura, furgolo, ‘mpechera non mi toccherà di andare a reperire in antichi testi e/o calepini in quanto è parola che era in uso in famiglia e fra il popolo al tempo della mia fanciullezza ed ancóra oggi talvolta mi capita di ascoltare riferito a persona che nei rapporti interpersonali usi tenere un comportamento incontrollato,incollerendosi, montando in bestia, accanendosi, adirandosi, ostinandosi, puntando i piedi anche pretestuosamente, intestardendosi.Vale altresí, sia pure non nella forma riflessiva,ma transitiva aizzare È, questo a margine, un verbo presente anche in altra lingua regionale come il siciliano dove è mpirrari/’mperrare. Quanto all’etimo tranquillamente si può pensare ad un denominale dell’ iberico perro= cane con prostesi di un in illativo che à dato imperrarse donde ‘mperrarse ed anche ‘mperrare/’mperrà.
17 muniglia ne ò già parlato (cfr. antea infra cernetura). Qui mi piace ricordar solo che la lettura di questa parola mi rimanda indietro di cinquant’anni al tempo ch’io fui ragazzo e mi madre mi spediva dal carbonaio ad acquistare muniglia e cernetura (ma piú muniglia che cernetura (la muniglia costava meno!) per approntare il braciere e mi raccomandava di non dimenticare di chiedere al carbonaio l’aggiunta gratuita d’un pezzo di carbone che immesso al centro del braciere tra muniglia e cernetura, opportunamente acceso avrebbe mantenuto vivo il fuoco per piú tempo.
18) fecozza.Eccoci alla fine ed incontriamo una parola che dovette essere antica (attestata com’è in tutti i calepini d’antan), ma perdurava anche negli anni ’50-’60 del 1900 presente nei dizionarî che videro la luce negli anni ’70 ed ’80. È parola tuttavia che è poi inopinatamente sparita soprattutto nell’espressione Stanno facenno a fecozze cioè Stanno facendo a botte, a pugni (..per entrare - per ottenere e/o fare alcunché)...Stanno facendo ressa. L’espressione, dicevo, non si sente piú e non perché oggi talvolta per istrada non si faccia a pugni e/o botte o non vi siano resse, ma solo perché anche il nostro popolo si è dovuto ahimé adeguare ai linguaggi mediatici e della globalizzazione e non usa piú il nostro majateco linguaggio fatto di parole dotte o musicali e di icastiche voci o immagini come quella richiamata dalla voce a margine che di per sé vale percossa, o meglio pugno assestato di punta con le nocche di indice, medio ed anulare esposte a cuneo e con il pollice ripiegato all’interno delle tre dita a far da sostegno alle nocche protese, ma richiama alla mente un fico fiorone in quanto un deciso pugno portato con la mano chiusa cosí come ò descritto, e diretto a parti molli (ad es. il volto) può lasciare una ferita centrale, che può anche sanguinare, procurata dalla nocca del dito medio e tutt’intorno una tumefazione che tende a mano a mano ad illividirsi ripetendo ad un dipresso il vestito del fico fiorone, mentre la piccola ferita centrale, in ispecie se sanguinante ripete la boccuccia del fico. Dilungandomi nella descrizione ò anticipato la via semantica seguita per pervenire all’etimo della voce a margine; secondo tale via l’effetto (tumefazione simile ad un fico polputo) prodotto dal pugno (fecozza/ficozza= fico polputo) dicevo l’effetto à ceduto il nome alla causa (il pugno) ed il pugno è diventato fecozza/ficozza= fico polputo inteso però, sulle orme del Rohlfs, in senso spregiativo come si ricava dal suffisso ozza. E questo con buona pace di chi vorrebbe la voce a margine un deverbale (ma per quale strada morfologica?) del latino figere= colpire e con ancóra maggior buona pace di chi fantasiosamente postula un lat. figicare.
E faccio punto qui, raccolgo le cartuscelle e le giro all’amico prof. C. Iandolo ed a voi augurandomi che nel leggerle, il professore non vi tiri sopra troppi freghi blu, né che lo facciate voi!
Raffaele Bracale

ESSERE ‘O SI’ NISCIUNO

ESSERE ‘O SI’ NISCIUNO
Ad litteram: essere il signor nessuno. Detto di chi sia ritenuto un’autentica nullità, un essere di nessuna valenza e/o importanza un autentico signor nessuno.Rammento che spesso anche tra napoletani di vecchio conio la locuzione in epigrafe suona come: essere ‘o zi’ nisciuno sostituendo la sibilante S con una piú dura, ma inesatta Z e persino il grandissimo don Peppino Marotta,si lasciò confondere ed incolse nell’errore di tradurre l’espressione in maniera errata: essere lo zio nessuno , laddove la parola esatta da usarsi nella locuzione è: si’. In effetti usando lo scorretto zi’ nisciuno ci troveremmo ad avere a che fare con la parola zi’ forma apocopata della voce zio(zio) che è dal lat. thiu(m) e l’espressione in un certo senso si snaturerebbe del suo significato giacché usando zi’ nisciuno (zio nessuno) non si raggiungerebbe l’icastica espressività che è contenuta nell’esatta locuzione che prevede l’uso di si’ nisciuno (signor nessuno) dove si’ è la forma apocopata della parola si(gnore).
A margine rammento che anche in altra locuzione con nomi al femminile in luogo di usare il corretto sié (signora) s’usa uno scorretto zi’(zia); cfr. il sié apocope ricostruita di signora dalla voce francese femminilizzata e metatetica di seigneur → sie-gneuse nell’espressione dicette ‘o si’ prevete â sié badessa:”Senza denare nun se cantano messe”!
Ad litteram: Il signor prete disse alla signora abadessa: Senza denari, non si celebrano messe cantate! Espressione che viene talora malamente riportata come dicette ‘o zi’ prevete â zi’ badessa:”Senza denare nun se cantano messe”! dove i due zi’ sono forme apocopate delle voci zio(zio) e zia che sono dal lat. thiu(m) e thia(m),ma che rendono malamente l’icasticità propria delle voci signore e signora.
brak

mercoledì 24 giugno 2009

SIGARRETTE CU ‘O SFIZZIO

SIGARRETTE CU ‘O SFIZZIO
Ad litteram: sigarette con lo sfizio; cominciamo col dire che con il termine sfizio (voce che si ritiene pervenuta nel lessico italiano dalla voce meridionale sfizzio) si indica un capriccio, una voglia, fino ad un gusto, un grillo, un ghiribizzo, ma anche una intensa voglia di un desiderio a lungo covato e finalmente raggiunto, ecco che l’espressione in epigrafe parrebbe quasi sostanziare una tautologia essendo già di suo la sigaretta uno sfizio… Come chiarirò di qui a poco non è ovviamente cosí, volendosi indicare con il termine sfizzio dell’epigrafe, un capriccio, una voglia di natura diversa da quella della sigaretta in sé. Prima di chiarire la portata di questo sfizzio dell’epigrafe, completo la spiegazione della voce sfizzio col dire, come già ò fatto alibi, che il termine sfizzio (correttamente scritto in napoletano con due zeta)partendo dalla lingua napoletana, è, come ò già accennato, approdato in quella nazionale seppure scritto con la z scempia: sfizio, mantenendo però il medesimo significato di: capriccio, voglia: togliersi uno sfizio; levarsi lo sfizio di fare qualcosa ; per sfizio, per puro capriccio, per divertimento portandosi dietro molte voci derivate, come:il sostantivo sfiziosità (cosa sfiziosa; in partic., ricercatezza alimentare), l’aggettivo sfizioso (che soddisfa una voglia, un capriccio; che piace, attrae, perché originale)
nonché l’avverbio:sfiziosamente:per sfizio. Di non facile lettura l’etimologia di sfizzio; la maggioranza dei dizionarî in uso, si trincera dietro il solito pilatesco: etimo incerto; qualcuno, un po’ forse fantasiosamente, propende per una culla latina da un (sati)s -facio di cui lo sfizzio conserverebbe il sostrato di soddisfazione per raggiunger la quale occorre fare abbastanza. Qualche altro, ancor piú fantasiosamente (e mi duole che fra costoro ci sia Carlo Jandolo) pensa ad un latino ex+ vitium nella pretesa che lo sfizzio configuri una sorta di stravizio
Non manca infine fortunatamente chi propende (e forse non a torto!), piú correttamente, per un’etimologia greca da un fuxis(evasione) con tipica prostesi della S intensiva partenopea, atteso che lo sfizzio (sfizio) è qualcosa che, eccedendo il normale, si connota come un’evasione dalla quotidianeità.
Esaurito cosí il lato filologico delle voci sfizzio e sfizio, vediamo in che cosa si sostanzia o si sostanziava quello richiamato in epigrafe
Vediamo in che cosa si sostanzia o si sostanziava quello richiamato in epigrafe.
Occorre sapere che con la voce sigarrette (che in napoletano piú che derivato del francese cigarette (donde l’italiano sigaretta) pare derivato, come diminutivo femminile dallo spagnolo cigarro (di cui conserva la doppia liquida r) a sua volta derivato da una voce maya (Mexico) jigar) non si intendono esclusivamente i pacchetti di rotolini cilindrici di tabacco trinciato che si fuma avvolto in un foglietto di carta sottile a lenta combustione, pacchetti venduti assieme a prodotti per la combustione: cerini, fiammiferi, accenditori, candele, etc. e valori bollati ed altra merce varia, in quelle rivendite autorizzate dallo stato, all’insegna SALE TABACCHI E VALORI BOLLATI quanto i medesimi pacchetti (soprattutto però di tabacchi esteri) venduti, fino a pochissimi anni orsono, di contrabbando, in barba alla Finanza, quasi ad ogni angolo di strada dei piú popolari quartieri, ed in particolare nella famosissima via Forcella regno incontrastato di contrabbandieri che vi commerciavano ed ancóra vi commerciano oltre che i tabacchi importati clandestinamente, la piú svariata merce immessa sul mercato eludendo tasse e balzelli.
Alla luce di ciò possiamo finalmente comprendere la portata dell’espressione in epigrafe con lo sfizzio enunciato; l’espressione nacque a Napoli sul finire dell’ ‘800 ed il principio del ‘900 quando le donne (e tra di esse le contrabbandiere) solevano indossare ampie sottane con grossi grembiuli provvisti di tasche ed ampî corpetti abbottonati o allacciati sul davanti del busto; tali contrabbandiere, al fine di ingannare i finanzieri (che però conoscevano la manfrina e spesso profittavano dell’occasione…), celavano i pacchetti di sigarette nelle tasche del grembiule e piú spesso tra i seni, nel corpetto o infine infilati nelle calze sorrette da elastici o giarrettiere, consentendo agli avventori – contro un piccolo aumento di prezzo – di prelevare con le proprie mani la merce cercandola nei corpetti slacciati all’uopo, nelle tasche, che insistevano sul basso ventre, del grembiule o – tirate su le gonne (cosa a cui palam provvedevano le medesime contrabbandiere) – frugando nelle calze; in tal modo gli avventori compravano sigarette prendendosi il gusto aggiunto ‘e pigliarse ‘nu passaggio (si toglievano cioè il gusto aggiunto , un ulteriore sfizio consistente nel palpeggiare piú o meno furtivamente i seni, il ventre o le cosce delle consensienti contrabbandiere.
pigliarse ‘nu passaggio= palpeggiare una donna;
pigliarse= prender per se;
piglià = prendere, pigliare dal latino volg. *piliare, prob. dal class. pilare 'rubare, saccheggiare';
passaggio = di per sé con etimo dal fr. ant. passage, deriv. di passer 'passare, attraversare', come per l’italiano è il passare attraverso un luogo, o da un luogo a un altro, il variare stato, condizione; il trasferire qualcosa ad altri; mutamento, trasferimento, ma in unione al verbo pigliarse vale il palpeggiare piú o meno furtivamente una donna con riferimento al reiterato soffregamento operato con le mani che passano e ripassano sulle rotondità o intimità femminili.
Da piú di mezzo secolo però ormai è venuta meno quella divertente abitudine; il contrabbando si esercita ancóra (sia pure piú parsimoniosamente) ma non esistono piú contrabbandiere di tabacco disposte a farsi palpeggiare e cosí son sparite ‘e sigarrette cu ‘o sfizzio: un altro pezzetto delle tradizioni partenopee s’è perduto e avimmo cassato n’atu rigo ‘a sott’ ô sunetto! (abbiamo ulteriormente ridotto il sonetto (composizione poetica molto breve: 14 versi)
avimmo cassato = abbiamo cancellato voce verbale (2° pers. plur. passato prossimo) dell’infinito cassà= cancellare, annullare con etimo dal lat. cassare 'annullare', deriv. di cassus 'vuoto, vano';
n’atu = un altro, atu= altro, diverso, restante, rimanente aggettivo indefinito con etimo dal lat. alteru(m), deriv. di alius 'diverso'; in napoletano alteru(m), diede dapprima auto e poi per sincope ato;
a margine rammenterò poi che in napoletano esiste un solo articolo indeterminativo maschile che è ‘nu forma aferetica di unu/uno e manca una forma tronca per cui ‘nu viene usato sia davanti a nomi comincianti per vocali che per consonanti: davanti a quelli che iniziano per vocali, (contrariamente a ciò che accade per l’italiano che usa apostrofare solo il femminile una e mai il maschile uno per il quale prevede una forma tronca un ) si apostrofa sempre per cui avremo ‘nu scemo, ma n’ommo con il nu apostrofato (n’) privato però dell’originario segno d’ aferesi per evitare un’ inutile sovrabbondanza di segni diacritici;
rigo= rigo, riga, nel significato di linea segnata o impressa su un foglio; anche,ed è il nostro caso, linea di scrittura o di stampa e, per estens., il suo contenuto:...etimo: forse dal latino rega da regula=regola, linea dritta;
sott’ ô = sotto il ; da notare che il napoletano prevede che a sotto avv. e prep. impropria = sotto con etimo dal lat. subtus, avv. deriv. di sub 'sotto'faccia sempre seguito non il semplice articolo determinativo o indeterminativo ma i medesimi articoli introdotti da una a per cui in napoletano non avremo un sott’ ‘o = sotto il, ma un sott’ ô = sotto al dove ô = a+’o, né sotto ‘nu= sotto un, ma sotto a ‘nu = sotto ad un; alla medesima stregua occorre per altri avverbi e/o prep. improprie quali come, sopra, dentro, fuori etc.
sunetto = sonetto: componimento poetico costituito da quattordici versi endecasillabi variamente rimati e divisi in due quartine e due terzine; l’etimo è dal provenz. sonet 'testo con melodia', dim. di son 'melodia, poema'; tipico il raddoppiamento della consonante finale etimologica, con paragoge di una vocale semimuta (qui o altrove e piú spesso e) in parole provenienti da lingue straniere (vedi alibi tramme←tram, autobbusso←autobus,barre←bar, bisse←bis).
tabbacco = tabacco s.vo m.le dallo spagnolo tobaco→tabaco→tabbacco con assimilazione regressiva della a e raddoppiamento espressivo della esplosiva labialeb e della gutturale c.
Raffaele Bracale

VARIE 292

1.Puozz'avé mez'ora 'e petriata dinto a 'nu vicolo astritto e ca nun sponta, farmacie 'nchiuse e miedece guallaruse!
Imprecazione malevola rivolta contro un inveterato nemico cui si augura di sottostare ad una mezz'ora di lapidazione subíta in un vicolo stretto e cieco, che non offra cioè possibilità di fuga e a maggior cordoglio gli si augura di non trovare farmacie aperte ed imbattersi in medici erniosi e pertanto lenti al soccorso.
2.Aje voglia 'e mettere rumma, 'nu strunzo nun addiventa maje babbà.
Letteralmente: Puoi anche irrorarlo con parecchio rum,tuttavia uno stronzo non diventerà mai un babà. Id est: un cretino, uno sciocco per quanto si cerchi di truccarlo, edulcorare o esteriormente migliorare, non potrà mai essere una cosa diversa da ciò che è...
3.Si 'a morte tenesse crianza, abbiasse a chi sta 'nnanze.
Letteralmente: Se la morte avesse educazione porterebbe via per primi chi è piú innanzi, ossia è piú vecchio... Ma, come altre volte si dice, la morte non à educazione, per cui non è possibile tenere conti sulla priorità dei decessi.
4.Pure 'e cuffiate vanno 'mparaviso.
Anche i corbellati vanno in Paradiso. Cosí vengono consolati o si autoconsolano i dileggiati prefigurando loro o auto prefigurandosi il premio eterno per ciò che son costretti a sopportare in vita. Il cuffiato è chiaramente il corbellato cioè il portatore di corbello (in arabo: quffa)
5.'O purpo se coce cu ll'acqua soja.
Letteralmente: il polpo si cuoce con la propria acqua, non à bisogno di aggiunta di liquidi. Id est: Con le persone di dura cervice o cocciute è inutile sprecare tempo e parole, occorre pazientare e attendere che si convincano da se medesime.
6.'A gatta, pe gghí 'e pressa, facette 'e figlie cecate.
La gatta, per andar di fretta, partorí figli ciechi. La fretta è una cattiva consigliera. Bisogna sempre dar tempo al tempo, se si vuol portare a termine qualcosa in maniera esatta e confacente.
7.Fà 'e ccose a capa 'e 'mbrello.
Agire a testa (manico) di ombrello. Il manico di ombrello è usato eufemisticamente in luogo di ben altre teste. La locuzione significa che si agisce con deplorevole pressappochismo, disordinatamente, grossolanamente, alla carlona.
8.Chi nun sente a mmamma e ppate, va a murí addò nun è nato...
Letteralmente: chi non ascolta i genitori, finisce per morire esule. Id est: bisogna ascoltare e mettere in pratica i consigli ricevuti dai genitori e dalle persone che ti vogliono bene, per non incorrere in disavventure senza rimedio.
9.E' gghiuta 'a mosca dint' a 'o Viscuvato...
Letteralmente: E' finita la mosca nella Cattedrale. E' l'icastico commento profferito da chi si lamenta d' un risibile asciolvere somministratogli, che non gli à tolto la fameIn effetti un boccone nello stomaco, si sperde, quasi come una mosca entrata in una Cattedrale... Per traslato la locuzione è usata ogni volta che ciò che si riceve è parva res, rispetto alle attese...
10.Cu 'nu sí te 'mpicce e cu 'nu no te spicce.
Letteralmente: dicendo di sí ti impicci, dicendo no ti sbrighi. La locuzione contiene il consiglio, desunto dalla esperienza, di non acconsentire sempre, perché chi acconsente, spesso poi si trova nei pasticci... molto meglio, dunque, è il rifiutare, che può evitare fastidi prossimi o remoti.

11.Lasseme stà ca stongo'nquartato!
Lasciami perdere perché sono irritato, scontroso, adirato. Per cui non rispondo delle mie reazioni... La locuzione prende il via dal linguaggio degli schermidori: stare inquartato, ossia in quarta posizione che è posizione di difesa, ma anche di prevedibile prossimo attacco il che presuppone uno stato di tensione massima da cui possono scaturire le piú varie reazioni.
12.Se fruscia Pintauro, d''e sfugliatelle jute 'acito.
Si vanta PINTAURO delle sfogliatelle inacidite. Occorre sapere che Pintauro era un antico pasticciere napoletano che, normalmente, produceva delle ottime sfogliatelle dolce tipico inventato peraltro dalle suore del convento partenopeo detto Croce di Lucca. La locuzione è usata nei confronti di chi continua a pavoneggiarsi vantandosi di propri supposti meriti, anche quando invece i risultati delle sue azioni sono piuttosto deprecabili come sarebbero quelli di sfogliatelle inacidite dunque non edibili.
13.Carcere, malatia e necissità, se scanaglia 'o core 'e ll'amice.
Carcere, malattia e necessità fanno conoscere la vera indole, il vero animo, degli amici.
14.Murí cu 'e guarnemiente 'ncuollo.
Letteralmente: morire con i finimenti addosso. La locuzione di per sé fa riferimento a quei cavalli che temporibus illis, quando c'erano i carretti e non i camioncini tiravano le cuoia per istrada, ammazzati dalla fatica, con ancora i finimenti addosso.Per traslato l'espressione viene riferita, o meglio veniva riferita a quegli inguaribili lavoratori che oberati di lavoro, stramazzavano, ma non recedevano dal compiere il proprio dovere.... Altri tempi! Oggi vallo a trovare, non dico uno stakanovista, ma un lavoratore che faccia per intero il suo dovere...
15.Nisciuno te dice: Lavate 'a faccia ca pare cchiú bbello 'e me.
Nessuno ti dice: Lavati il volto cosí sarai piú bello di me. Ossia:non aspettarti consigli atti a migliorarti, in ispecie da quelli con cui devi confrontarti.
brak

VARIE 291

1.Quann' uno s'à dda 'mbriancà, è mmeglio ca 'o ffa cu 'o vino bbuono.
Quando uno decide d'ubriacarsi è meglio che lo faccia con vino buono. Id est: Se c'è da perdere la testa è piú opportuno farlo per chi o per qualcosa per cui valga la pena.
2.Sciorta e cauce 'nculo, viato a cchi 'e ttène!
Beato chi à fortuna e spintarelle ovvero raccomandazioni
3.Ancappa pe primmo, fossero pure mazzate!
Letteralmente: Acchiappa per primo, anche se fossero botte! L'atavica paura della miseria spinge la filosofia popolare a suggerire iperbolicamente di metter le mani su qualsiasi cosa, anche percosse, per non trovarsi - in caso contrario - nella necessità di dolersi di non aver niente!
4.A ppavà e a murí, quanno cchiú ttarde se po’.
A pagare e morire, quando piú tardi sia possibile! È la comoda filosofia e strategia del rimandare sine die due operazioni molto dolorose, nella speranza che un qualche accadimento intervenuto ce le faccia eludere.
5.'Na vota è prena, 'na vota allatta, nun 'a pozzo maje vatte'
Letteralmente:una volta è incinta, una volta dà latte, non la posso mai picchiare...Come si intuisce la locuzione era in origine usata nei confronti della donna. Oggi la si usa per significare la situazione di chi in generale non riesce mai a sfogare il proprio rancore e o rabbia a causa di continui e forse ingiustificati scrupoli di coscienza.
6.Lèvate 'a miezo, famme fà 'o spezziale.
Letteralmente: togliti di torno, lasciami fare lo speziale...Id est:lasciami lavorare in pace - Lo speziale era il farmacista, l'erborista, non il venditore di spezie. Sia l'erborista che il farmacista erano soliti approntare specialità galeniche nella cui preparazione era richiesta la massima attenzione poiché la minima disattenzione o distrazione generata da chi si intrattenesse a perder tempo nel negozio o laboratorio dello speziale avrebbe potuto procurar seri danni: con le dosi in farmacopea non si scherza! Oggi la locuzione è usata estensivamente nei confronti di chiunque intralci l'altrui lavoro in ispecie la si usa nei confronti di quelli (soprattutto incompetenti) che si affannano a dare consigli non richiesti sulla miglior maniera di portare avanti un'operazione qualsivoglia!
7.Articolo quinto:chi tène 'mmano à vinto!
La locuzione traduce quasi in forma di brocardo scherzoso il principio civilistico per cui il possesso vale titoloInfatti chi tène 'mmano, possiede e non è tenuto a dimostrare il fondamento del titolo di proprietà.In nessuna pandetta giuridica esiste un siffatto articolo quinto, ma il popolo à trovato nel termine quinto una perfetta rima al participio vinto.


8.Chi fraveca e sfraveca, nun perde maje tiempo.
Chi fa e disfa, non perde mai tempo. La locuzione da intendersi in senso antifrastico, si usa a commento delle inutili opere di taluni, che non portano mai a compimento le cose che cominciano, di talché il loro comportamento si traduce in una perdita di tempo non finalizzata a nulla.
9.'A sciorta d' 'o piecoro: nascette curnuto e murette scannato...
Letteralmente: la cattiva fortuna del becco: nacque con le corna e morí squartato. La locuzione è usata quando si voglia sottolineare l'estrema malasorte di qualcuno che viene paragonato al maschio della pecora che oltre ad esser destinato alla fine tragica della sgozzatura deve portare anche il peso fisico e/o morale delle corna.

10.È mmuorto 'alifante!
Letteralmente: È morto l'elefante! Id est: Scendi dal tuo cavallo bianco, è venuto meno il motivo del tuo sussiego, della tua importanza, non conti piú nulla. La locuzione, usata nei confronti di chi continua a darsi arie ed importanza pur essendo venute meno le ragioni di un suo inutile atteggiamento di comando e/o sussiego , si ricollega ad un fatto accaduto sotto il Re Carlo di Borbone al quale, nel 1742, il Sultano della Turchia regalò un elefante che venne esposto nei giardini reali e gli venne dato come guardiano un vecchio caporale che annetté al compito una grande importanza mantenendo un atteggiamento spocchioso per questo suo semplice compito. Morto l'elefante, il caporale continuò nel suo spocchioso atteggiamento e venne beffato dal popolo che, con il grido in epigrafe, gli voleva rammentare che non era piú tempo di darsi arie...essendo venuto meno il fondamento su cui poggiava ladi lui altezzosità.
11.Chi se fa puntone, 'o cane 'o piscia 'ncuollo...
Letteralmente: chi si fa spigolo di muro,cantonata di via, il cane gli minge addosso. È l'icastica e piú viva trasposizione dell'italiano: "Chi si fa pecora, il lupo se la mangia" e la locuzione è usata per sottolineare i troppo arrendevoli comportamenti di coloro che o per codardia o per ingenuità, non riescono a farsi valere.
brak