- JÍ ‘E RENZA E GGHÍ ‘E SGUINCIO.
Le due locuzioni in epigrafe parrebbe, a prima vista, dicano la medesima cosa
riferendosi ambedue ad un modo strano, non corretto di camminare. Non è cosí.
C’è una differenza sostanziale tra le due locuzioni;infatti jí ‘e renza si riferisce effettivamente ad un modo di camminare identificandolo nel procedere in modo obliquo, quasi inclinati su di un lato; diverso il gghí ‘e sguincio che pure attenendo ad un modo di camminare e propriamente a quel modo che comporta un’andatura di sghimbescio, tortuosa,viene usata anche in maniera traslata; infatti mentre la prima locuzione è usata solo in riferimento ad un modo di camminare, la seconda è riferita non solo ad un modo di procedere, ma anche ad un modo comportamentale che sia scorretto, subdolo, non lineare, in una parola: sleale. Il termine sguincio viene dal francese guenchir(procedere di sbieco) cui è premessa una S rafforzativa, mentre il termine renza viene dal participio presente del verbo latino haerere= aderire; in napoletano infatti si dice pure tirarse ‘na renza cioè prendere un’abitudine, aderire ad un modo di fare.
Jí e gghí = andare si tratta di forme verbali collaterali derivate dal lat. ire; da notare che nella coniugazione del verbo jí in napoletano al tempo indicativo presente e nell’imperativo per alcune persone si alterna il tema verbale e si usano forme derivate dal b. lat. *vadicare ( cfr. ad es. vaco – vaje – va ma jammo – jate ed ancóra vanno etc.)
r.bracale
sabato 2 maggio 2009
‘A MALORA ‘E CHIAJA
‘A MALORA ‘E CHIAJA
Letteralmente: la cattiva ora di Chiaja.
Cosí a Napoli viene apostrofato chiunque sia ripugnante d'aspetto e di modi. Occorre sapere, per comprendere la locuzione che Chiaja è oggi uno dei quartieri piú eleganti e chic della città, ma un tempo era solo un borgo molto prossimo al mare ed era abitato da popolani e pescatori d'infimo ceto. Orbene, temporibus illis, era invalso l'uso che le popolane abitanti a Chiaja, sul tardo pomeriggio del giorno solevano recarsi nei pressi del mare a sversare nel medesimo i contenuti maleolenti dei grossi càntari (pitali) nei quali la famiglia lasciava i propri esiti fisiologici: quel lasso di tempo in cui si svolgevano gli sversamenti era detto 'a malora ‘e Chiaja riferito poi per traslato furbesco a chi sia ripugnante d’aspetto e/o modi, tal quale ripugnante è l’operazione dello sversamento dei càntari.
Càntaro o càntero alto e vasto cilindrico vaso dall’ampia bocca su cui ci si poteva comodamente sedere, atto a contenere le deiezioni solide; etimologicamente la voce càntaro o càntero è dal basso latino càntharu(m) a sua volta dal greco kàntharos; rammenterò ora di non confondere la voce a margine con un’altra voce partenopea e cioè di non confonderla con
cantàro (che è dall’arabo quintâr) diversa per accento tonico e significato: questa seconda infatti è voce usata per indicare una unità di misura: cantàio= quintale ed è a tale misura che si riferisce il detto napoletano: Meglio ‘nu cantàro ‘ncapo ca n’onza ‘nculo ( e cioè: meglio sopportare il peso d’un quintale in testa che (il vilipendio) di un’oncia nel culo (e non occorre spiegare cosa sia l’oncia richiamata…)); molti napoletani sprovveduti e poco informati confondono la faccenda ed usano dire, erroneamente: Meglio ‘nu càntaro ‘ncapo…etc.(e cioè: meglio portare un pitale in testa che un’oncia nel culo!), ma ognuno vede che è incongruo porre in relazione un peso (oncia) con un vaso di comodo (càntaro) piuttosto che con un altro peso (cantàro)!
r. bracale
Letteralmente: la cattiva ora di Chiaja.
Cosí a Napoli viene apostrofato chiunque sia ripugnante d'aspetto e di modi. Occorre sapere, per comprendere la locuzione che Chiaja è oggi uno dei quartieri piú eleganti e chic della città, ma un tempo era solo un borgo molto prossimo al mare ed era abitato da popolani e pescatori d'infimo ceto. Orbene, temporibus illis, era invalso l'uso che le popolane abitanti a Chiaja, sul tardo pomeriggio del giorno solevano recarsi nei pressi del mare a sversare nel medesimo i contenuti maleolenti dei grossi càntari (pitali) nei quali la famiglia lasciava i propri esiti fisiologici: quel lasso di tempo in cui si svolgevano gli sversamenti era detto 'a malora ‘e Chiaja riferito poi per traslato furbesco a chi sia ripugnante d’aspetto e/o modi, tal quale ripugnante è l’operazione dello sversamento dei càntari.
Càntaro o càntero alto e vasto cilindrico vaso dall’ampia bocca su cui ci si poteva comodamente sedere, atto a contenere le deiezioni solide; etimologicamente la voce càntaro o càntero è dal basso latino càntharu(m) a sua volta dal greco kàntharos; rammenterò ora di non confondere la voce a margine con un’altra voce partenopea e cioè di non confonderla con
cantàro (che è dall’arabo quintâr) diversa per accento tonico e significato: questa seconda infatti è voce usata per indicare una unità di misura: cantàio= quintale ed è a tale misura che si riferisce il detto napoletano: Meglio ‘nu cantàro ‘ncapo ca n’onza ‘nculo ( e cioè: meglio sopportare il peso d’un quintale in testa che (il vilipendio) di un’oncia nel culo (e non occorre spiegare cosa sia l’oncia richiamata…)); molti napoletani sprovveduti e poco informati confondono la faccenda ed usano dire, erroneamente: Meglio ‘nu càntaro ‘ncapo…etc.(e cioè: meglio portare un pitale in testa che un’oncia nel culo!), ma ognuno vede che è incongruo porre in relazione un peso (oncia) con un vaso di comodo (càntaro) piuttosto che con un altro peso (cantàro)!
r. bracale
venerdì 1 maggio 2009
ABBRUSCIÀ ‘O PAGLIONE
ABBRUSCIÀ ‘O PAGLIONE
Ad litteram: bruciare il pagliericcio id est: far terra bruciata attorno a qualcuno. Grave minaccia con la quale si comunica di voler procure a colui cui è rivolta un grave anche se non specificato danno; la locuzione rammenta ciò che erano soliti fare gli eserciti sconfitti , in ispecie quelli francesi che, nell’abbondonare l’accampamento fino a quel momento occupato, usavano bruciare tutto per modo che l’esercito sopravveniente non potesse averne neppure un sia pur piccolo tornaconto.Oggi la locuzione in epigrafe è usata per minacciar imprecisati ma totali danni; epperò in senso traslato e furbesco l’espressione è usata anche – contrariamente a quanto ò or oa détto – per minacciare un ben preciso, oltraggioso danno cioè quello di sodomizzare il minacciato: infatti in quest’ultimo senso il termine paglione in luogo di pagliericcio vale furbescamente: culo, sedere, fondoschiena.
abbruscià= ardere, bruciare, tendere al bruciore; etimologicamente da un tardo latino *ad-brusiare→abbrusiare→abbrusciare = bruciare, tendere al bruciore, con tipica palatalizzazione di si→sci come per simia→ scimmia;
paglione = pagliericcio, materasso della truppa, ma anche saccone contenente le c.d. sbreglie: scartocciatura delle pannocchie (la voce sbreglia è un derivato, per successivi adattamenti del prov. sbregar= frammentare, in quanto la scartocciatura delle pannocchie è una sorta di frammentazione delle foglie.);
la voce paglione deriva da paglia (lat. palea) in quanto quegli antichi materassi per la truppa erano riempiti non di lana ma di paglia; come ò precedentemente accennato la voce a margine oltre che nel senso di pagliericcio, materasso della truppa, saccone viene usata nel linguaggio gergale e furbesco per indicare il culo,il sedere, il fondoschiena che se sottoposto ad una oltraggiosa pratica sodomitica,finirebbe figuratamente per ardere, sottoposto ad una sensazione dolorosa causata da calore, scottatura, infiammazione, insomma da un bruciore tanto da giustificare l’espressione abbruscià ‘o paglione!
brak
Ad litteram: bruciare il pagliericcio id est: far terra bruciata attorno a qualcuno. Grave minaccia con la quale si comunica di voler procure a colui cui è rivolta un grave anche se non specificato danno; la locuzione rammenta ciò che erano soliti fare gli eserciti sconfitti , in ispecie quelli francesi che, nell’abbondonare l’accampamento fino a quel momento occupato, usavano bruciare tutto per modo che l’esercito sopravveniente non potesse averne neppure un sia pur piccolo tornaconto.Oggi la locuzione in epigrafe è usata per minacciar imprecisati ma totali danni; epperò in senso traslato e furbesco l’espressione è usata anche – contrariamente a quanto ò or oa détto – per minacciare un ben preciso, oltraggioso danno cioè quello di sodomizzare il minacciato: infatti in quest’ultimo senso il termine paglione in luogo di pagliericcio vale furbescamente: culo, sedere, fondoschiena.
abbruscià= ardere, bruciare, tendere al bruciore; etimologicamente da un tardo latino *ad-brusiare→abbrusiare→abbrusciare = bruciare, tendere al bruciore, con tipica palatalizzazione di si→sci come per simia→ scimmia;
paglione = pagliericcio, materasso della truppa, ma anche saccone contenente le c.d. sbreglie: scartocciatura delle pannocchie (la voce sbreglia è un derivato, per successivi adattamenti del prov. sbregar= frammentare, in quanto la scartocciatura delle pannocchie è una sorta di frammentazione delle foglie.);
la voce paglione deriva da paglia (lat. palea) in quanto quegli antichi materassi per la truppa erano riempiti non di lana ma di paglia; come ò precedentemente accennato la voce a margine oltre che nel senso di pagliericcio, materasso della truppa, saccone viene usata nel linguaggio gergale e furbesco per indicare il culo,il sedere, il fondoschiena che se sottoposto ad una oltraggiosa pratica sodomitica,finirebbe figuratamente per ardere, sottoposto ad una sensazione dolorosa causata da calore, scottatura, infiammazione, insomma da un bruciore tanto da giustificare l’espressione abbruscià ‘o paglione!
brak
ACCATTARSE ‘O CCASO.
ACCATTARSE ‘O CCASO.
Ad litteram: portarsi via il formaggio. Per la verità nel napoletano il verbo accattà significa innanzitutto: comprare, ma nella locuzione in epigrafe bisogna intenderlo nel suo primo significato etimologico di portar via dal latino: adcaptare iterativo di capere (prendere).
La locuzione non à legame alcuno con il fatto di acquistare in salumeria o altrove del formaggio; essa si riferisce piuttosto al fatto che i topi che vengono attirati nelle trappole da un minuscolo pezzo di formaggio, messo come esca, talvolta riescono a portar via l’esca senza restar catturati; in tal caso si usa dire ca ‘o sorice s’è accattato ‘o ccaso ossia che il topo à subodorato il pericolo ed è riuscito a portar via il pezzetto di formaggio, evitando però di esser catturato. Per traslato, ogni volta che uno fiuti un pericolo incombente o una metaforica esca approntatagli, ma se ne riesce a liberare, si dice che s’è accattato ‘o ccaso.
brak
Ad litteram: portarsi via il formaggio. Per la verità nel napoletano il verbo accattà significa innanzitutto: comprare, ma nella locuzione in epigrafe bisogna intenderlo nel suo primo significato etimologico di portar via dal latino: adcaptare iterativo di capere (prendere).
La locuzione non à legame alcuno con il fatto di acquistare in salumeria o altrove del formaggio; essa si riferisce piuttosto al fatto che i topi che vengono attirati nelle trappole da un minuscolo pezzo di formaggio, messo come esca, talvolta riescono a portar via l’esca senza restar catturati; in tal caso si usa dire ca ‘o sorice s’è accattato ‘o ccaso ossia che il topo à subodorato il pericolo ed è riuscito a portar via il pezzetto di formaggio, evitando però di esser catturato. Per traslato, ogni volta che uno fiuti un pericolo incombente o una metaforica esca approntatagli, ma se ne riesce a liberare, si dice che s’è accattato ‘o ccaso.
brak
T’ AGGI’’A FÀ CACÀ DINT’ A N’AGLIARO!
T’ AGGI’’A FÀ CACÀ DINT’ A N’AGLIARO!
Ad litteram: Devo farti cacare nel bricco dell’olio!
Iperbolica icastica espressione desueta, ma che un tempo fu in uso nel linguaggio del popolo basso soprattutto sulla bocca di mamme, genitrici di figlioli esuberantemente capricciosi o monelli, disobbedienti, chiassosi etc. che per ridurre alla ragione occorreva minacciare di cosí tante e violente percosse tali da levigare ed affinare il fondoschiena al segno che il figliolo destinatario della minaccia in epigrafe non avesse piú necessità, per le sue funzioni defecatorie, di servirsi dell’alto e vasto càntaro, ma gli bastasse, iperbolicamente, il bricco dell’olio (agliaro) contenuto vaso di rame stagnato in forma di tronco di cono, con un’unica ansa arcuata, con base circolare ampia, collo stretto e bocca appena appena svasata atta a far defluire l’olio; va da sé che nella realtà, nessuno (per quanto fisicamente minuto) potrebbe usare un bricco dell’olio per espletare le proprie funzioni defecatorie, ma si sa e non fa meraviglia che l’iperbole la fa da padrona nell’eloquio popolare partenopeo ed i ragazzi minacciati cosí come in epigrafe, prendevano per vere le parole usate e spesso recedevano dal loro comportamento irrequieto.
cacà/cacare = defecare dritto per dritto dal lat. cacare
càntaro = alto vaso cilindrico di comodo, pitale derivato dal lat. cantharu(m) che è dal greco kantharos; da non confondere con la voce
cantàro voce derivata dall’arabo qintar= quintale
agliaro s.m. = contenuto vaso di rame stagnato in forma di tronco di cono, con un’unica ansa arcuata, con base circolare o ovale ampia, collo stretto e bocca (con coperchietto incernierato) appena appena svasata atta a far defluire l’olio; ne esiste anche un tipo con coperchio ad incastro e cannello erogatore; tale tipo però non è d’uso domestico, ma viene usato per solito dai pizzaiuoli che devono stare attenti a non eccedere nel consumo d’olio ed il cannello a beccuccio si presta meglio della bocca svasata a contenere l’erogazione dell’olio; l’etimo della voce a margine è dal lat. oleariu(m)→*uogliaro→agliaro.
raffaele bracale
Ad litteram: Devo farti cacare nel bricco dell’olio!
Iperbolica icastica espressione desueta, ma che un tempo fu in uso nel linguaggio del popolo basso soprattutto sulla bocca di mamme, genitrici di figlioli esuberantemente capricciosi o monelli, disobbedienti, chiassosi etc. che per ridurre alla ragione occorreva minacciare di cosí tante e violente percosse tali da levigare ed affinare il fondoschiena al segno che il figliolo destinatario della minaccia in epigrafe non avesse piú necessità, per le sue funzioni defecatorie, di servirsi dell’alto e vasto càntaro, ma gli bastasse, iperbolicamente, il bricco dell’olio (agliaro) contenuto vaso di rame stagnato in forma di tronco di cono, con un’unica ansa arcuata, con base circolare ampia, collo stretto e bocca appena appena svasata atta a far defluire l’olio; va da sé che nella realtà, nessuno (per quanto fisicamente minuto) potrebbe usare un bricco dell’olio per espletare le proprie funzioni defecatorie, ma si sa e non fa meraviglia che l’iperbole la fa da padrona nell’eloquio popolare partenopeo ed i ragazzi minacciati cosí come in epigrafe, prendevano per vere le parole usate e spesso recedevano dal loro comportamento irrequieto.
cacà/cacare = defecare dritto per dritto dal lat. cacare
càntaro = alto vaso cilindrico di comodo, pitale derivato dal lat. cantharu(m) che è dal greco kantharos; da non confondere con la voce
cantàro voce derivata dall’arabo qintar= quintale
agliaro s.m. = contenuto vaso di rame stagnato in forma di tronco di cono, con un’unica ansa arcuata, con base circolare o ovale ampia, collo stretto e bocca (con coperchietto incernierato) appena appena svasata atta a far defluire l’olio; ne esiste anche un tipo con coperchio ad incastro e cannello erogatore; tale tipo però non è d’uso domestico, ma viene usato per solito dai pizzaiuoli che devono stare attenti a non eccedere nel consumo d’olio ed il cannello a beccuccio si presta meglio della bocca svasata a contenere l’erogazione dell’olio; l’etimo della voce a margine è dal lat. oleariu(m)→*uogliaro→agliaro.
raffaele bracale
AIZZARE SOBILLARE
AIZZARE SOBILLARE
Questa volta, anche per rispondere ad una precisa richiesta pervenutami, vorrei esaminare i verbi che traducono in lingua napoletana, quelli toscani in epigrafe.
E, come ò fatto altrove, comincerò con l’esaminare brevissimamente significato ed etimo dei vocaboli toscani; aizzare: incitare all'offesa o alla violenza; istigare, provocare, stimolare: chiaramente forgiato sul termine izza,variante di stizza che son dal longobardo hizza = bollore; sobillare: istigare, incitare nascostamente alla ribellione, a manifestazioni ostili, che etimologicamente è dal basso latino:subilare per il classico sibilare = fischiare (col fischio si incitavano le bestie da soma, perché camminassero).
Ciò detto veniamo ad elencare e spiegare i verbi napoletani che ad un dipresso traducono quelli toscani; essi sono:
- allessà/allissà che è esattamente lo stimolare, incitare, adizzare ed etimologicamente son forgiati sul medesimo longobardo hizza del toscano aizzare, se non denominale del latino rectus che à dato arrezzà/arrizzà da cui per dissimilazione erre> elle, allessà/allissà (in fondo l’eccitazione sessuale che in napoletano si rende con il verbo arrezzà = rendo ritto, è pur sempre frutto di una stimolazione, di un incitamento etc.
- assaià o pure ‘nzaià (da non confondere con ‘nzagnà che significa: salassar, cavar sangue ed è dallo spagnolo in + sangrar) sono l’incitare, l’istigare e segnatamente l’addestrare sia pure al male ed al peggio e discendono per li rami dello spagnolo ensayar =addestrare.
- Buttizzà : incitare, sobillare, pungere con le parole stimolando al male, è dal francese bouter = punzecchiare e simili.
- ‘mbuttunà: che di per sé sta per imbottire, farcire e per traslato incitare, istigare, quasi farcendo di cattiverie ed informazioni malevole chi si voglia sobillare o aizzare; etimologicamente o dallo spagnolo embotir che però à dato più che il partenopeo ‘mbuttunà, l’italiano imbottire= riempire come una botte,o per dissimilazione elle> enne da un tardo latino in + bottulare.
- ‘mmezzià: riferire dicerie e maldicenze o più esattamente:suggerire azioni e/o pensieri malevoli e quindi: istigare; etimologicamente da riferire ad un tardo latino invitiare deverbale d’un in illativo + vitium = spingere ad azioni malevoli; qualcun altro propenderebbe per un ipotetico e peraltro non accertato basso latino in+malitiare= spingere alla malizia; ma non si comprendono i motivi per lasciare una via certa e percorrerne una incerta nemmeno tanto agevole semanticamente parlando, non essendovi gran che di differente tra il vitium richiamato dalla prima e la supposta malitia della seconda.
- ‘mpuzà: incitare, sobillare, istigare, aizzare, sospingere con veemenza; etimologicamente da un tardo latino impulsare, iterativo del classico impellere= spingere.
- ‘nciucià: che è il diffondere ad arte, al fine di aizzare ed istigare, cattiverie e maldicenze, seminar discordie o più semplicemente spettegolare propalando chiacchiere per il tramite dei c.d. ‘nciuci (intrighi e pettegolezzi che creano attrito tra le persone); lo ‘nciucio da cui il verbo esaminato è chiaramente lemma onomatopeico riproducente le chiacchiere di chi spettegoli.Rammenterò che dal napol. 'nciucià, voce onomat., che significa anche 'parlottare segretamente', la lingua nazionale, sia pure nell’uso giornalistico à tratto la parola inciucio nel significato di accordo politico non lineare, frutto di un compromesso.
- ‘nzamà: letteralmente sta per sciamare o meglio l’irritara con il fumo le api affinché sciamino via dalle arnie e permettano la raccolta del miele; estensivamente è il verbo che connota ogni azione tesa ad istigare sobillar in qualunque modo qualcuno per indurlo ad un quid il più delle volte in danno di terzi. Etimologicamente ‘nzamà come il toscano sciamare è da un portoghese examear, cui non è estraneo il latino examen (sciame).
- ‘nzurfà: letteralmente starebbe per insolfare, coprire di zolfo, ma è il suo significato estensivo di seminar discordia che ci interessa atteso che etimologicamente il verbo più che derivato di zolfo, è da riallacciare al latino insufflare nel suo significato di soffiare su come fa chi semina discordia soffiando sul metaforico fuoco del contendere per farlo vieppù aumentare.
- ‘nteretà /‘nterrettà e la sua variante ‘nzerrettà che sono: irritare, aizzare,incitare, istigare, esasperare; le tre voci vengono dal basso latino irritare( propriamente il ringhiare del cane quando sia istigato) intensivo, frequentativo di irrire .
- Sciuscià: propriamente soffiare e dunque sobillare, istigare, quasi come il precedente ‘nzurfà e come questo da un composto del verbo sufflare, qui exsufflare e lì insufflare.
- Spunzunà: ad litteram sta per: pungolare con un punzone e quindi irritare,spingere, sobillare; il verbo, con tipica prostesi di una esse intensiva , viene da un latino: punctare frequentativo di pungere.
- Stezzì: ad litteram: stizzire ed estensivamente eccitare, aizzare, spingere all’ira o stizza; etimologicamente dal greco stìzein = pungere
E qui faccio punto, pensando di non aver dimenticato nessuno dei verbi napoletani che traducono quelli, italiani, dell’epigrafe. Se inopinatamente fosse accuduto, chiedo venia!
Raffaele Bracale
Questa volta, anche per rispondere ad una precisa richiesta pervenutami, vorrei esaminare i verbi che traducono in lingua napoletana, quelli toscani in epigrafe.
E, come ò fatto altrove, comincerò con l’esaminare brevissimamente significato ed etimo dei vocaboli toscani; aizzare: incitare all'offesa o alla violenza; istigare, provocare, stimolare: chiaramente forgiato sul termine izza,variante di stizza che son dal longobardo hizza = bollore; sobillare: istigare, incitare nascostamente alla ribellione, a manifestazioni ostili, che etimologicamente è dal basso latino:subilare per il classico sibilare = fischiare (col fischio si incitavano le bestie da soma, perché camminassero).
Ciò detto veniamo ad elencare e spiegare i verbi napoletani che ad un dipresso traducono quelli toscani; essi sono:
- allessà/allissà che è esattamente lo stimolare, incitare, adizzare ed etimologicamente son forgiati sul medesimo longobardo hizza del toscano aizzare, se non denominale del latino rectus che à dato arrezzà/arrizzà da cui per dissimilazione erre> elle, allessà/allissà (in fondo l’eccitazione sessuale che in napoletano si rende con il verbo arrezzà = rendo ritto, è pur sempre frutto di una stimolazione, di un incitamento etc.
- assaià o pure ‘nzaià (da non confondere con ‘nzagnà che significa: salassar, cavar sangue ed è dallo spagnolo in + sangrar) sono l’incitare, l’istigare e segnatamente l’addestrare sia pure al male ed al peggio e discendono per li rami dello spagnolo ensayar =addestrare.
- Buttizzà : incitare, sobillare, pungere con le parole stimolando al male, è dal francese bouter = punzecchiare e simili.
- ‘mbuttunà: che di per sé sta per imbottire, farcire e per traslato incitare, istigare, quasi farcendo di cattiverie ed informazioni malevole chi si voglia sobillare o aizzare; etimologicamente o dallo spagnolo embotir che però à dato più che il partenopeo ‘mbuttunà, l’italiano imbottire= riempire come una botte,o per dissimilazione elle> enne da un tardo latino in + bottulare.
- ‘mmezzià: riferire dicerie e maldicenze o più esattamente:suggerire azioni e/o pensieri malevoli e quindi: istigare; etimologicamente da riferire ad un tardo latino invitiare deverbale d’un in illativo + vitium = spingere ad azioni malevoli; qualcun altro propenderebbe per un ipotetico e peraltro non accertato basso latino in+malitiare= spingere alla malizia; ma non si comprendono i motivi per lasciare una via certa e percorrerne una incerta nemmeno tanto agevole semanticamente parlando, non essendovi gran che di differente tra il vitium richiamato dalla prima e la supposta malitia della seconda.
- ‘mpuzà: incitare, sobillare, istigare, aizzare, sospingere con veemenza; etimologicamente da un tardo latino impulsare, iterativo del classico impellere= spingere.
- ‘nciucià: che è il diffondere ad arte, al fine di aizzare ed istigare, cattiverie e maldicenze, seminar discordie o più semplicemente spettegolare propalando chiacchiere per il tramite dei c.d. ‘nciuci (intrighi e pettegolezzi che creano attrito tra le persone); lo ‘nciucio da cui il verbo esaminato è chiaramente lemma onomatopeico riproducente le chiacchiere di chi spettegoli.Rammenterò che dal napol. 'nciucià, voce onomat., che significa anche 'parlottare segretamente', la lingua nazionale, sia pure nell’uso giornalistico à tratto la parola inciucio nel significato di accordo politico non lineare, frutto di un compromesso.
- ‘nzamà: letteralmente sta per sciamare o meglio l’irritara con il fumo le api affinché sciamino via dalle arnie e permettano la raccolta del miele; estensivamente è il verbo che connota ogni azione tesa ad istigare sobillar in qualunque modo qualcuno per indurlo ad un quid il più delle volte in danno di terzi. Etimologicamente ‘nzamà come il toscano sciamare è da un portoghese examear, cui non è estraneo il latino examen (sciame).
- ‘nzurfà: letteralmente starebbe per insolfare, coprire di zolfo, ma è il suo significato estensivo di seminar discordia che ci interessa atteso che etimologicamente il verbo più che derivato di zolfo, è da riallacciare al latino insufflare nel suo significato di soffiare su come fa chi semina discordia soffiando sul metaforico fuoco del contendere per farlo vieppù aumentare.
- ‘nteretà /‘nterrettà e la sua variante ‘nzerrettà che sono: irritare, aizzare,incitare, istigare, esasperare; le tre voci vengono dal basso latino irritare( propriamente il ringhiare del cane quando sia istigato) intensivo, frequentativo di irrire .
- Sciuscià: propriamente soffiare e dunque sobillare, istigare, quasi come il precedente ‘nzurfà e come questo da un composto del verbo sufflare, qui exsufflare e lì insufflare.
- Spunzunà: ad litteram sta per: pungolare con un punzone e quindi irritare,spingere, sobillare; il verbo, con tipica prostesi di una esse intensiva , viene da un latino: punctare frequentativo di pungere.
- Stezzì: ad litteram: stizzire ed estensivamente eccitare, aizzare, spingere all’ira o stizza; etimologicamente dal greco stìzein = pungere
E qui faccio punto, pensando di non aver dimenticato nessuno dei verbi napoletani che traducono quelli, italiani, dell’epigrafe. Se inopinatamente fosse accuduto, chiedo venia!
Raffaele Bracale
ALLERTA, ALLERTA
ALLERTA, ALLERTA
Ad litteram: all’impiedi, all’impiedi id est: sbrigativamente e celermente; detto di cose portate a termine con grandissima rapidità, rinunciando ad ogni comodità - quale ad es. quella di sedere - pur di concludere l’intrapreso il piú presto possibile; va da sé che una cosa fatta allerta allerta può comportare il rischio che non venga fatta secondo i canoni previsti e dovuti, ma - al contrario - in modo rabberciato.La locuzione è usata spessissimo in riferimento ad un veloce, inatteso e disimpegnato rapporto sessuale evenienza che altrove è indicata con l'espressione: farse 'na basulella. (vedi oltre).
.Farse ‘na basulella.
Espressione intraducibile ad litteram con la quale si indica il portare a compimento un veloce, clandestino, disimpegnato e forse inatteso rapporto sessuale, condotto a termine alla meno peggio, magari per istrada, all’impiedi o piú precisamente allerta allerta.
la voce basulella nata come linguaggio gergale è certamente derivata dal sost. base con riferimento alla clandestinità dell’inatteso rapporto sessuale, quella medesima clandestinità presente nell’operato del cosiddetto basista ( ecco che ritorna la voce base!) che fu il delinquente che approntava il lavoro dei ladri tracciando il piano (la base...) del furto da perpetrarsi; ma oltre al sostantivo base come fonte di basulella si può tranquillamente ipotizzare un incrocio di base col sostantivo vasulo = basolo, pietra di selce o basalto, pietra squadrata in forma di parallelepipedo ed usata per lastricare le strade; quanto all’etimo la voce napoletana ripete(sia pure con la tipica alternanza b→v quella italiana e come quella è forgiata su base che è dal lat. base(m), dal gr. básis, deriv. di báinein 'essere istallato, fondato. Nel caso di vasulo/basolo come cofonte con base della nostra basulella, non ci si riferirebbe alla clandestinità dell’inatteso rapporto sessuale, bensí ci si riferisce all’ inatteso rapporto sessuale, condotto a termine alla meno peggio, magari per istrada, all’impiedi o piú precisamente allerta allerta, poggiando i piedi sui vasoli.
brak
Ad litteram: all’impiedi, all’impiedi id est: sbrigativamente e celermente; detto di cose portate a termine con grandissima rapidità, rinunciando ad ogni comodità - quale ad es. quella di sedere - pur di concludere l’intrapreso il piú presto possibile; va da sé che una cosa fatta allerta allerta può comportare il rischio che non venga fatta secondo i canoni previsti e dovuti, ma - al contrario - in modo rabberciato.La locuzione è usata spessissimo in riferimento ad un veloce, inatteso e disimpegnato rapporto sessuale evenienza che altrove è indicata con l'espressione: farse 'na basulella. (vedi oltre).
.Farse ‘na basulella.
Espressione intraducibile ad litteram con la quale si indica il portare a compimento un veloce, clandestino, disimpegnato e forse inatteso rapporto sessuale, condotto a termine alla meno peggio, magari per istrada, all’impiedi o piú precisamente allerta allerta.
la voce basulella nata come linguaggio gergale è certamente derivata dal sost. base con riferimento alla clandestinità dell’inatteso rapporto sessuale, quella medesima clandestinità presente nell’operato del cosiddetto basista ( ecco che ritorna la voce base!) che fu il delinquente che approntava il lavoro dei ladri tracciando il piano (la base...) del furto da perpetrarsi; ma oltre al sostantivo base come fonte di basulella si può tranquillamente ipotizzare un incrocio di base col sostantivo vasulo = basolo, pietra di selce o basalto, pietra squadrata in forma di parallelepipedo ed usata per lastricare le strade; quanto all’etimo la voce napoletana ripete(sia pure con la tipica alternanza b→v quella italiana e come quella è forgiata su base che è dal lat. base(m), dal gr. básis, deriv. di báinein 'essere istallato, fondato. Nel caso di vasulo/basolo come cofonte con base della nostra basulella, non ci si riferirebbe alla clandestinità dell’inatteso rapporto sessuale, bensí ci si riferisce all’ inatteso rapporto sessuale, condotto a termine alla meno peggio, magari per istrada, all’impiedi o piú precisamente allerta allerta, poggiando i piedi sui vasoli.
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