sabato 25 aprile 2020

ANTICHE ESPRESSIONI NAPOLETANE 2


ANTICHE ESPRESSIONI NAPOLETANE 2
11.LL’ACCIO SENZ’ACQUA SE SECCA
Letteralmente : il sedano privato dell’acqua si secca. Espressione da intendersi sia nel normale senso letterale, sia in un giocoso, furbesco senso traslato ; nel normale senso letterale è da intendersi  quale consiglio pratico per la coltura del sedano (dal greco selinon),  pianta erbacea con foglie aromatiche, dalle grosse costole commestibili bisognosa per la sua crescita rigogliosa di abbondante acqua; nel giocoso, furbesco senso traslato l’espressione, messa sulla bocca di un uomo, è usata quando costui intenda in maniera non esplicita, ma furbesca  chiedere ad una donna  prestazioni sessuali e comunque ben  si comprende cosa si nasconda dietro  il sedano titolare dell’espressione  e quale sia l’acqua richiesta.
accio s.vo neutro = sedano (ma – per traslato furbesco -  nell’espressione membro maschile) la voce accio etimologicamente è dal  tardo lat. apiu(m) con normale evoluzione fono-morfologica di sapio→saccio.
12.DICETTE ‘A VIPERA ‘NFACCI’ O VOJE : PURE SI M'ACCIRE SEMPE CURNUTO RUMMANE!
Ad litteram: disse la vipera al bue: anche se mi uccidi comunque rimani provvisto di corna. Id est: Tu bue potrai anche uccidermi, ma resterai comunque macchiato dal fatto d’esser cornuto, cioè tradito (da quella vacca della tua compagna!). Antica, desueta espressione a carattere proverbiale che in maniera icastica fotografa una deplorevole situazione nella quale si vedono messi l’un contro l’altro un soggetto piccolo, inferiore sia fisicamente che socialmente inutile e  pericoloso (rappresentato dalla vipera) opposto ad un soggetto piú grosso, piú valente, piú utile,  superiore sia fisicamente che socialmente (rappresentato dal bue), situazione nella quale il soggetto inferiore presso ad essere travolto da quello superiore se ne vendica rammentandogli che in ogni caso il fatto che esso sia piú grosso e  piú valente non lo salva dal fatto di esser provvisto di corna, ovverosia di essere stato tradito. Magra vendetta atteso che finire tra le zampe d’un bue ed esserne schiacciato è ben peggiore che l’essere tradito dalla propria compagna! Solo alla morte non v’è rimedio! 
vipera s. f. genere di rettili squamati ovovivipari diffusi nelle regioni temperate del Mediterraneo (tranne che in Sardegna), in Asia Minore e in India, con corpo cilindrico lungo da 30 fino a 140 cm, secondo le specie, testa triangolare, coda corta e sottile, lingua bifida e bocca armata di due denti; hanno morso velenosissimo, spesso mortale anche per l'uomo (fam. Viperidi): vipera del, dal corno, ammodite; vipera comune, aspide | essere una vipera, avere una lingua di vipera, (fig.ma non nel caso che ci occupa) si dice di persona maligna, perfida o, anche, irascibile e aggressiva; etimologicamente è voce dal lat. vipera(m),  forma aplologica (l’aplologia è la caduta di una sillaba all'interno di una parola che dovrebbe presentare, in base alla sua etimologia, due sillabe consecutive identiche o simili (p. e. mineralogia per mineralologia).di  *vivipara(m), comp. di vivus 'vivo' e un deriv. di parere 'partorire'; propr. 'che partorisce prole viva';
‘nfacci’ ô locuzione prepositiva  articolata: ad litteram in faccia ad il/lo    ma piú in breve  al. Al proposito rammento che  nel napoletano, cosí come nell’italiano, le locuzioni articolate formate con preposizioni improprie ànno tutte una forma scissa, mantenendo separati gli articoli dalle preposizioni e mentre nell’italiano s’usa far seguire alla preposizione impropria il solo articolo, nel napoletano occorre aggiungere alla  preposizione impropria non  il solo articolo, ma la preposizione articolata formata con la preposizione semplice a ( ad es. nell’italiano si à: sotto il tavolo, ma nel napoletano si esige sotto al tavolo  e ciò per riprodurre correttamente il pensiero di chi mentalmente articola in  napoletano e non in italiano). Tanto premesso annoto altresí che mentre in italiano la gran parte delle preposizioni articolate formate dall’unione degli articoli sg. e pl. con le preposizioni semplici, ànno una forma agglutinata, nel napoletano ciò non avviene che per una o due preposizioni semplici, tutte le altre si rendono con la forma scissa mantenendo cioè separati gli articoli dalle preposizioni.
Passiamo ad elencare dunque le preposizioni articolate cosí come rese in italiano e poi in napoletano:
con la preposizione a  in italiano si ànno al = a+il, allo/a= a+lo/la alle = a+ le agli = a+ gli (ma è bruttissimo e personalmente non l’uso mai preferendogli la forma scissa a gli!) in napoletano si ànno le medesime preposizioni articolate formate dall’unione degli articoli ‘o (lo/il), ‘a (la) ‘e (i/gli/le) con la preposizione a, unione che produce una preposizione articolata di tipo  agglutinata resa graficamente  con particolari  forme contratte: â = a+ ‘a (a+ la), ô = a + ‘o (a+ il/lo), ê = a + ‘e (a + i/gli oppure a+ le);
con la preposizione di  in italiano si ànno del = di+il, dello/a= di+lo/la delle = di+ le, degli = di+ gli; in napoletano le analoghe preposizioni formate dagli articoli ‘o (lo/il), ‘a (la) ‘e (i/gli/le) con la preposizione de (=di),  produce una preposizione articolata di forma rigorosamente scissa o tutt’al piú apostrofata: de ‘o→d’’o, de ‘a→d’’a, de ‘e→d’’e; con la preposizione da  in italiano si ànno dal = da+il, dallo/a= da+lo/la dalle = da+ le, dagli = di+ gli; in napoletano le analoghe preposizioni formate dagli articoli ‘o (lo/il), ‘a (la) ‘e (i/gli/le) con la preposizione da talora anche ‘a (=da),  produce una preposizione articolata di forma normalmente  scissa e spessa apostrofata: da ‘o→d’’o, da ‘a→d’’a, da ‘e→d’’e ma come ognuno vede la forma apostrofata (quantunque usatissima) presta il fianco alla confusione con le preposizioni articolate formate con la preposizione  de (=di),  e d’acchito è impossibile distinguere tra de ‘o→d’’o, de ‘a→d’’a, de ‘e→d’’e e da ‘o→d’’o, da ‘a→d’’a, da ‘e→d’’e e bisogna far ricorso al contesto per chiarirsi le idee; ò dunque proposto d’usare una forma affatto diversa per le preposizione napoletane da + ‘o→dô = dal, da+ ‘a→dâ = dalla, da+ ‘e→dê = dagli/dalle, forma che eliminando l’apostrofo e facendo ricorso alla medesima contrazione usata  per le preposizioni articolate formate con la preposizione a consente di  evitare la deprecabile  confusione   cui accennavo precedentemente. . Rammento che nel napoletano è usata spessissimo una locuzione articolata che con riferimento il moto a luogo rende i dal/dallo – dalla – dalle – dagli dell’italiano ; essa è (la trascrivo cosí come s’usa generalmente fare,ma a mio avviso erroneamente in quanto non ricostruibile nei suoi elementi costitutivi) essa è add’’o/add’’a/add’ ‘e  es.: è gghiuto add’ ‘o zio(è andato dallo zio) è gghiuta add’ ‘a nonna, add’ ‘e pariente (è andata dalla nonna, dai parenti);; francamente non si capisce da cosa sia generato quel add’  né si comprenderebbe  il motivo dell’agglutinazione della preposizione a con la successiva da→dd’; a mio avviso è piú corretta e qui la propugno: a ddô/ a ddâ/ a ddê per cui sempre ad es. avremo: è gghiuto a ddô zio(è andato dallo zio) è gghiuta a ddâ nonna, a ddê  pariente (è andata dalla nonna, dai parenti);;  rammento tuttavia di non confondere
a ddô  con l’omofono addó←addo(ve) = dove, laddove che è un avverbio e  cong. subord.  che introduce proposizioni avversative, relative, interrogative dirette ed indirette.
Nel nostro caso la locuzione prepositiva è formata da un sostativo (faccia) con protesi agglutinata di un in→’n (illativo) sino ad ottenere un ‘nfaccia che unito alle  crasi   â = a+ ‘a (a+ la), ô = a + ‘o (a+ il/lo), ê = a + ‘e (a + i/gli oppure a+ le) dà volta a volta ‘nfacci’ ô, ‘nfacci’ â‘nfacci’ ê   e cioè in faccia al/allo oppure soltanto asl/allo, oppure in faccia alla oppure soltanto alla, oppure in faccia alle/ a gli.
vojo  s.vo m.le = bue
1 il maschio adulto castrato dei bovini domestici | bue muschiato, grosso mammifero ruminante delle regioni artiche, con corna larghe, pelo lungo e scuro, folta criniera (ord. Artiodattili) | bue grugnente, yak | lavorare, faticare come un bue, (fig.) molto, senza tregua, duramente | chiudere la stalla quando sono fuggiti i buoi, (fig.) provvedere tardivamente | mettere il carro davanti ai buoi, (fig.) parlare o agire in modo prematuro, dando per scontato un risultato ancora non conseguito
2 (fig.) uomo ottuso, ignorante, grossolano;
3 (per traslato volg.) si dice di persona tradita dal proprio coniuge,  persona cornuta.
accire voce verbale (2ª, ma alibi anche 3ª pers. sg.) dell’ind. pres. dell’infinito accidere (dal lat. volg. *accidere,per il cl. occidere comp. di ob-→oc 'contro' e caedere 'tagliare, abbattere'; da notare nella coniugazione la rotacizzazione osco-mediterranea della d  di accidere che s’alterna con la r ottenendo accirere;
curnuto agg.vo m.le
1 provvisto di corna: animale curnuto ' facenna curnuta(argomento cornuto), (fig.) il dilemma in quanto consiste di due proposizioni contrapposte, dette corni

2 (volg.) si dice di persona tradita dal proprio coniuge || Usato anche come s. m.le [f. -a] (volg.) persona cornuta;
quanto all’etimo è dal lat. cornutu(m), deriv. di cornu 'corno'
A proposito del s.vo corna annoto che
ccorna = corna, sost. femm. plur. del maschile  sg. cuorno
 prominenza cornea o ossea, di varia forma ma per lo piú approssimativamente cilindro-conica ed incurvata, presente generalmente in numero pari sul capo di molti mammiferi ungulati; anche, ognuna delle due analoghe protuberanze sulla fronte di esseri mitologici o, nell'immaginazione popolare, del diavolo con etimo dal lat. cornu(m) con tipica dittongazione della ŏ (o intesa tale)ŏ→uo nella sillaba d’avvio della voce singolare, dittongazione che viene meno, per far ritorno alla sola vocale etimologica o, nel plurale reso femminile (‘e ccorne) laddove nel plurale  maschile è mantenuta (‘e cuorne) ; rammenterò che in napoletano il plurale femm. ‘e ccorne  è usato per indicare le protuberanze cornee reali della testa degli animali, o quelle figurate  dell’uomo o della donna traditi rispettivamente  dalla propria compagna,  o dal proprio compagno, mentre con il plurale maschile ‘e cuorne si indicano alcuni tipici strumenti musicali a fiato o  i piccoli o grossi  amuleti di corallo rosso o altro materiale (piú spesso corneo)  usati come portafortuna;ugualmente infatti come gli amuleti di corallo rosso, con valore di portafortuna vengono usati i corni dei bovini  macellati, corni che vengon staccati dalla testa, messi a seccare, opportunamete vuotati, opportunamente tinti di rosso   tali cuorne, non piú ccorna devono rispondere – nella tradizione partenopea -  a precisi requisiti, dovendo necessariamente il corno  essere russo, tuosto, stuorto e (se non di corallo) vacante pena la sua inutilità come  porte-bonheur.
russo= rosso  (da non confondere con ruosso  che è grosso), cioè di colore rosso  derivato del latino volgare russu(m) per il class. ruber;
tuosto= duro, sodo, tosto derivato  del lat. tŏstu(m), part. pass. di torríre 'disseccare, tostare'con la tipica dittongazione  partenopea  della ŏ→uo;
stuorto = storto, ritorto,non dritto, scentrato  derivato  del lat. tŏrtu(m), part. pass. del lat. volg. *torquere, per il class. torquíre con prostesi di una  s intensiva e  tipica dittongazione partenopea  della ŏ→uo;
vacante= cavo, vuoto  ed altrove insulso, insipiente  part. pres. aggettivato del lat. volg. vacare = esser vuoto, mancante, libero di; a margine rammenterò che esiste un altro tipico cuorno  quello de ‘o carnacuttaro (il girovago venditore di trippe bovine che  nettate, lavate e lessate vengon vendute al minuto opportunamente ridotte in piccoli pezzi serviti su minuscoli fogli di carta oleata, irrorate di succo di limone e cosparse di sale contenuto in un corno bovino, seccato, vuotato, forato in punta, per consentire la fuoriuscita del sale con cui viene riempito, e tappato alla base con un grosso turacciolo di sughero; tale cuorno  viene portato pendulo sul davanti del corpo, legato in vita con un lungo spago, in modo che nel suo pendere insista su di una bene identificata  zona anatomica maschile; ciò è rammentato nell’espressione: Mo t’’o ppiglio ‘a faccia ô cuorno d’’a carnacotta! (Adesso te lo procuro, prendendolo dal corno della trippa) nella quale ‘o cuorno è usato eufemisticamente in luogo d’altro termine becero, facilmente intuibile se si tiene presente la zona  anatomica maschile su cui insiste il pendulo corno del sale… l’espressione è usata con una sorta di risentimento da chi venga richiesto di azioni o cose che sia impossibilitato a portare a compimento o a procurare, non essendo le une o le altre nelle sue capacità e/o possibilità.
rummane voce verbale (2ª, ma alibi anche 3ª pers. sg.) dell’ind. pres. dell’infinito rummané = restare, rimanere, trattenersi, stare; soffermarsi, sostare (dal lat. L remaníre→remmaníre→rummanire→rummané, comp. di re-, che indica continuità, e maníre 'stare' con raddoppiamento espressivo della consonante nasale bilabiale  (m).In coda a tutto quanto detto circa il s.vo cuorno, rammento che nel napoletano da esso si sono ricavati due  verbi denominali : scurnà (donde il part. pass. aggettivato scurnato = 1 con le corna rotte 2 (fig.) beffato, svergognato) e scurnacchià(donde l’icastico  part. pass. aggettivato scurnacchiato =1  ampiamente tradito dal coniuge 2 (fig.) diffamato pubblicamente ;  mentre il verbo scurnà è un derivato del s.vo cuorno addizionato in posizione protetica di una S distrattiva,  il verbo scurnacchià  è  anche esso un derivato del s.vo cuorno, ma addizionato in posizione protetica di una S intensiva e di un suffisso peggiorativo acchio (suffisso alterativo peggiorativo di sostantivi ed aggettivi corrispondente al lat. –aculu-m→aclu-m→ acchio; di per sé poco diffuso, ma espressivo).
13.MUNZÚ,MUNZÚ È GGHIUTA ‘A ZOCCOLA ‘INT’Ô RRAÚ Letteralmente: signor cuoco, signor cuoco è finito il ratto nel ragú! Antica, ma ancóra usata espressione sarcastica usata per prendersi giuoco delle persone meno esperte che incorrono, per imperizia, incapacità, disattenzione  colpevole in errori macroscopici nel tentativo di portare avanti le faccende che intraprendono, come un inesperto, disattento incapace cuoco che consentisse ad un ratto di finire nella pentola dove avesse in cottura il ragú da anmmannire ai clienti. L’espressione  canzonatoria nacque sfruttando la rima tra i s.vi rraú= ragú ed il s.vo munzú.
Con il s.vo munzú (etimologicamente corruzione del francese monsieur) in origine si indicarono i  cuochi francesi   chiamati nel Reame, in occasione delle proprie nozze(1768) dalla regina Maria Carolina,figlia di Maria Teresa Lorena-Asburgo  moglie di Ferdinando I Borbone, sorella di Maria Antonietta regina di Francia, quella che il giorno prima che fosse ghigliottinata, per lo spavento incanutí d’un colpo. L’intento di Maria Carolina sarebbe stato  quello di voler elevare, mediante il supporto dei raffinati cuochi francesi, la troppo semplice cucina partenopea e da quel momento non ci fu cuoco napoletano che non ambisse ad ottenere dalla propria clientela il titolo onorifico di munzú. Rammento che l’invasione dei cuochi d’oltralpe forní il destro per la nascita d’un’altra icastica voce napoletana: zoza. Con il sostantivo in epigrafe in napoletano si indicano varie cose:  il sudiciume in genere,un brodo sciapito o preparato senza il rituale mazzetto di erbe aromatiche, ma pure il fango o la fanghiglia, i rimasugli o pure gli intrugli edibili che, pur presentati come autentiche leccornie,non incontrando il favore del gusto delle persone cui siano ammanniti,  vengon da costoro rifiutati e  definiti tout court zòza  ed infine  qualsiasi roba che sia ributtante, nauseante, una generica robaccia, una porcheria od anche una minestra eccessivamente brodosa e cattiva, una brodaglia insomma o ancora una pozione medicamentosa,dal disgustoso sapore tale che proprio non la si riesca a deglutire(e mi tornano in mente i maleolenti olio di ricino e olio di fegato di merluzzo della  fanciullezza o talune preparazioni galeniche, dal nausebondo sapore, approntate - contro tossi e febbri - da volenterosi semplicisti : farmacisti/ erboristi cosí chiamati in quanto venditori di preparati per i quali venivano usate erbe medicinali dette appunto simplex) ed infine estensivamente ogni cosa che sia stata fatta male, in maniera raffazzonata  di talché il risultato risulti essere scadente, riprovevole  e non confacente; fino a giungere all’offensivo: sî ‘na zòza totalizzante offesa rivolta all’indirizzo di chi si voglia concisamente , ma duramente indicare come persona fisicamente sporca, laida, ma soprattutto moralmente disgustosa e ributtante.
Tutte le medesime cose,con l’eccezione della totalizzante offesa, in toscano sono indicate con il termine zózza che nel suo significato primo  stette ad indicare una miscela di liquori scadenti e successivamente tutto il surriportato e che  etimologicamente risulta essere un’alterazione popolare della parola suzzacchera (forgiata sul greco:oxy-sakcharòn=zucchero acido) con eliminazione della parte  finale: cchera ritenuta, ma  erroneamente, terminazione diminutiva.
Detto ciò, seguitiamo col dire, quanto all’etimologia della parola in epigrafe, che bisogna lasciar perdere innanzitutto  la  tentazione  che zòza sia semplicemente un adeguamento dialettale (mediante l’eliminazione di una  Z e cambio di accento della o tonica, chiusa nel toscano e aperta in napoletano) della zózza toscana; alla medesima stregua, a mio avviso non bisogna lasciarsi suggestionare dalla base latina suc  da cui sucus= succo, unto - sucidus  donde per metatesi sudicius  per il tramite di una forma sostantivata neutra, poi sentita femminile sucia =cose sporche, sudice.
In realtà la parola napoletana è molto piú recente rispetto al basso latino sucia o alla voce toscana  zózza, e risale alla seconda metà del ‘700, quando vi fu a Napoli una sorta d’invasione dei cuochi francesi – che súbito, i napoletani, corrompendo il termine monsieur dissero munzú -  chiamati nel Reame, in occasione delle proprie nozze(1768) dalla regina Maria Carolina,figlia di Maria Teresa Lorena-Asburgo  moglie di Ferdinando I Borbone, sorella di Maria Antonietta regina di Francia, quella che il giorno prima che fosse ghigliottinata, per lo spavento incanutí d’un colpo. L’intento di Maria Carolina sarebbe stato  quello di voler elevare, mediante il supporto dei raffinati cuochi francesi, la troppo semplice cucina partenopea; il risultato però non fu quello sperato: i munzú  d’oltralpe  e le loro raffinate preparazioni culinarie mal si sposarono (con la sola eccezione del sartú (dal francese surtout ) tronfio e saporito timballo di riso, che entrò a vele spiegate nella cucina napoletana dapprima di corte e della nobiltà, poi della borghesia ed infine del popolo minuto) mal si sposarono, dicevo  con i gusti dei partenopei; essi – è noto – amano ed amavano preparazioni semplici e veloci ed i sughi a base di pomodoro, per cui non compresero, né apprezzarono le sauces francesi a base di burro, latte, farina e talvolta uova e rifiutarono le salse galliche storpiandone il nome che da sauce (lèggi: sós(e)) divenne zòza con tutte le estensioni summenzionate, e trattandosi di un sostantivo fu e viene usato nel napoletano quale apposizione di molti altri sostantivi.Ciò non pertanto,  il titolo di monzú  come ò anticipato,attecchí fino a diventare la denominazione che spettava solo ai grandi cuochi.Divenne e mi ripeto  quasi  come un titolo onorifico, tanto ambíto che - cosí come riportato da  Salvatore di Giacomo - un celebre cuoco lo preferí ad una lauta ricompensa che Ferdinando II di Borbone pure gli aveva offerto, per i servigi resi nelle cucine di palazzo. 
zoccola  s.vo f.le  1  in primiscome nel caso che ci occupa  indica il grosso topo di fogna ;
2 estensivamente e per traslato indica la prostituta che come quel topo  frequenta nottetempo i marciapiedi;
etimologicamente zoccola  è da sorcula  diminutivo latino femm. di sorex-ricis;
 ‘int’ô  oppure dint’ô  locuzione prepositiva articolata che vale nel/nella; per illustrarla rammento che  con la preposizione in  in italiano si ànno nel = in+il, nello/a= in+lo/la nelle = in+ le, negli = in+ gli; in napoletano per formare  analoghe preposizioni, si fa ricorso alla preposizione impropria dinto (dentro – in dal lat. dí intro→dint(r)o→dinto 'da dentro'); come ò già détto e qui ripeto: le locuzioni articolate formate con preposizioni improprie ànno nel napoletano  tutte una forma scissa, mantenendo separati gli articoli dalle preposizioni e mentre nell’italiano s’usa far seguire alla preposizione impropria il solo articolo, nel napoletano occorre indefettibilmente  aggiungere alla  preposizione impropria non  il solo articolo, ma la preposizione articolata formata con la preposizione semplice a ( ad es. nell’italiano si à: dentro la stanza, ma nel napoletano si esige dentro alla stanza  e ciò per riprodurre correttamente il pensiero di chi mentalmente articola in  napoletano e non in italiano) per cui le locuzioni articolate  formate da dinto a   e dagli articoli ‘o (lo/il), ‘a (la) ‘e (i/gli/le) saranno rispettivamente dint’ô dint’â, dint’ê  che rendono rispettivamente nel/néllo,nélla,negli/nelle.
rraú s.vo neutro = ragú,tipico condimento della cucina napoletana  per paste asciutte, risotti e sim. che si ottiene facendo cuocere a fuoco lento in olio e strutto  uno o piú pezzi di carne o alibi (ragú alla bolognese) della carne tritata con aggiunta di cipolla, erbe aromatiche ed altri ingredienti,  quanto all’ etimo  risulta essere un adattamento  del fr. ragoût, deriv. di ragoûter 'stuzzicare l'appetito' (da goût 'gusto');tra i principali  altri ingredienti nel ragú partenopeo ed in quello alla bolognese vi è il pomodoro, vi è però  un altro ragú partenopeo privo di pomodoro, ma ricchissimo di cipolla che prende il nome di (ragú alla) genovese o tout court genovese (cfr. alibi).
14.T' AGGI’ ‘A VEDé 'NCOPP’ ê GGRARE 'E 'NA CCHIESIA CU 'A MANA SCHIJATA
Letteralmente: Devo vederti sui gradini d’una chiesa con la mano aperta. Id est: devo avere la soddisfazione di vederti ridotto in miseria, tanto da esser costretto ad elemosinare innanzi ad una chiesa. Maliziosa, cattiva, malevola, malvagia, velenosa, acida, perfida espressione ancóra in uso  che si suole rivolgere molto poco caritatevolmente  a persona verso la quale si nutra tanto astio, acrimonia, avversione, odio, ostilità, inimicizia, malevolenza, livore, rancore da desiderarne ed  augurargli tutto il male possibile e cioé quello di esser ridotto alla estrema povertà, cosa che dopo la perdita della salute è quanto di peggio possa capitare ad un essere vivente!
T' aggi’ ‘a espressione verbale che letteralmente è Ti ò da etc. ed è il modo napoletano di rendere il verbo dovere; in effetti con  aggi’ ‘a seguíto da un verbo all’infinito si raffigura l’espressione italiana devo da o anche semplicemente devo; nell’espressione in esame ad es. T' aggi’ ‘a vedé  va tradotta Ò da vederti  ossia  Devo da  vederti oppure piú semplicemente  Devo   vederti; altrove con l’espressione aggi’ ‘a (=ò da) si rende in napoletano l’idea di        un’ azione futura; ad es.: Dimane aggi’ ‘a jí a pavà ‘e ttasse (Domani andrò a pagare le tasse) e ciò perché  nel napoletano il verbo dovere manca ed è supplito dalla costruzione con il verbo avere seguito dalla preposizione ‘a (da) e dall’infinito connotante l’azione dovuta: ad es. aggio ‘a purtà ‘sta lettera (devo portare questa lettera), hê ‘a cammenà cchiú chiano! (devi camminare piú lentamente!); la medesima costruzione è usata pure, come ò anticipato  in funzione di futuro che benché sia un tempo esistente  nelle coniugazioni dei verbi napoletani è pochissimo usato, per cui ad es. la frase dell’italiano:  domani andrò dal barbiere  è resa in napoletano con dimane aggi’’a jí a d’’o barbiere piuttosto che con dimane jarraggio a d’’o barbiere  e talvolta altrove con il presente in funzione di futuro dimane vaco a d’’o barbiere.
'ncopp’ ê  locuzione prepositiva articolata = sulle  Rammento qui che con la preposizione su  in italiano si ànno sul = su+il, sullo/a= su+lo/la sulle = su+ le, sugli = su+ gli; in napoletano per formare  analoghe preposizioni, si fa ricorso alla preposizione impropria ‘ncoppa (sopra – su, dal lat. in + cuppa(m)); come ò già détto alibi  e qui ripeto: le locuzioni articolate formate con preposizioni improprie ànno tutte una forma scissa, mantenendo separati gli articoli dalle preposizioni e mentre nell’italiano s’usa far seguire alla preposizione impropria il solo articolo, nel napoletano occorre aggiungere alla  preposizione impropria non  il solo articolo, ma la preposizione articolata formata con la preposizione semplice a ( ad es. nell’italiano si à: sulla tavola  o sopra la tavola , ma nel napoletano si esige sulla o sopra alla tavola  e ciò per riprodurre correttamente il pensiero di chi mentalmente articola in  napoletano e non in italiano) per cui le locuzioni articolate  formate da ‘ncoppa  a   e dagli articoli ‘o (lo/il), ‘a (la) ‘e (i/gli/le) saranno rispettivamente ‘ncopp’ô ‘ncopp’â, ‘ncopp’ê  che rendono rispettivamente sul/sullo,sulla,sugli/sulle.
grare  s.vo f.le pl.del sg. m.le graro = gradoni,brevi, ma ampi  ripiani costruiti o scavati per superare un dislivello; rammento che nel napoletano il s.vo m.le sg. graro→(g)raro  indica il gradino cioè un breve e contenuto ripiano atto a far superare un dislivello; l’esistenza di due plurali grari ( che però non si usa e ci si serve del solo  sg graro= gradino semplice) e grare( di cui non esiste il sg. f.le ed è usato al pl. per indicare un complesso di gradoni)   uno maschile ed uno femminile per indicare quasi la medesima cosa si spiega con il fatto che in napoletano  un oggetto (o una cosa quale che sia) è inteso se maschile piú piccolo o contenuto del corrispondente femminile; abbiamo ad . es. ‘a tavula (piú grande rispetto a ‘o tavulo piú piccolo ),‘a tammorra (piú grande rispetto a ‘o tammurro piú piccolo ), ‘a cucchiara(piú grande rispetto a ‘o cucchiaro piú piccolo), ‘a carretta (piú grande rispetto a ‘o carretto piú piccolo ); ),‘a canesta (piú grande rispetto a ‘o canisto piú piccolo ), fanno eccezione ‘o tiano che è piú grande de ‘a tiana e ‘o caccavo piú grande de ‘a caccavella ; va da sé che nella fattispecie la voce femminile ‘e ggrare (i gradoni)  indichi un tipo di scalino piú ampio da quello rappresentato  dalla  corrispondente voce maschile ‘e rare (i gradini) ;
 etimologicamente ambedue le voci graro→(g)raro e grare  derivano dal lat. gradu(m) con tipica rotacizzazione osco-mediterranea d→r 'passo, gradino, grado', dalla stessa radice di gradi 'muovere il passo, camminare';
chiesia s.vo f.le = chiesa, basilica, luogo di culto la chiesa intesa cioè non come comunità di fedeli che professano una delle confessioni cristiane: chiesa cattolica, ortodossa, anglicana, luterana, calvinista ma piú semplicemente come   l’edificio sacro in cui si svolgono pubblicamente gli atti di culto delle religioni cristiane, quell’edificio detto casa del Signore accostato di solito da un campanile  dal quale squillanti campane chiamano a raccolta i fedeli, quell’edificio intorno al quale, soprattutto nei giorni festivi, gravitano una pletora di poverelli che a mano aperta e tesa son soliti chiedere l’elemosina a fedeli impietositi  che si recano ad assistere alle funzioni religiose.  . Etimologicamente la parola chiesia/chiesa è dal  lat. ecclesia(m)→(ec)clesia(m)→chiesia/chiesa,che è  dal gr. ekklísía 'assemblea', deriv. di ekkalêin 'chiamare'; tipica l’evoluzione del nesso cl in chi (cfr. clausu(m)→chiuso, clavu(m)→chiuovo etc.).
schijata = aperta, tesa, allargata  part. pass. f.le agg.vato dell’infinito schijare = aprire, tendere, allargare, distendere, allungare; etimologicamente  dal lat. explicare;  tipica l’evoluzione del nesso pl in chi (cfr.plica(m)→chieja, platea(m)→chiazza etc.).




15.T'AGGI' 'A Fà CACà oppure PISCIà DINT' A 'N 'AGLIARO
Letteramente: Ti devo far defecare oppure mingere nel bricco dell’olio. Id est Ti devo costringere all’impossibile (vessandoti o facendoti violenza). Questa  iperbolica icastica espressione desueta,   un tempo fu  in uso nel linguaggio del popolo basso soprattutto sulla bocca di mamme a mo’ di minaccia per ridurli all’obbedienza  verso i proprî figlioli irrequieti, figlioli esuberantemente capricciosi o monelli, disobbedienti,  chiassosi etc. figliuoli che per ridurre alla ragione occorreva  minacciare di cosí tante e violente percosse tali da levigare ed affinare il fondoschiena ed altre parti del corpo  al segno che il figliolo destinatario della minaccia in epigrafe non avesse piú necessità, per le sue funzioni defecatorie,o alternativamente  per la minzione di servirsi di unalto e vasto càntaro, ma gli bastasse, iperbolicamente,  il bricco dell’olio (agliaro) contenuto vaso di rame stagnato in forma di tronco di cono, con un’unica ansa arcuata,  con base circolare oppure ovale ampia, collo stretto e  bocca appena appena svasata atta a far defluire l’olio; va da sé che nella realtà, nessuno (per quanto fisicamente minuto o ... levigato dalle percosse) potrebbe usare un   bricco dell’olio  per espletare le proprie funzioni fisiologiche, ma si sa e non fa  meraviglia  che l’iperbole la fa da padrona nell’eloquio popolare partenopeo ed i ragazzi minacciati cosí come in epigrafe, prendendo per vere le parole usate, spesso recedevano dal loro comportamento irrequieto.
 cacà/cacare = defecare dritto per dritto dal lat. cacare
pisciare = míngere, orinare; quanto all’etimo dal t. lat. pi(ti)ssare→pisciare;
càntaro = alto vaso cilindrico di comodo, pitale  derivato dal lat. cantharu(m)  che è dal greco kantharos; da non confondere con la voce
cantàro  voce derivata dall’arabo qintar= quintale
agliàro s.m. = contenuto vaso di rame stagnato in forma di tronco di cono, con un’unica ansa arcuata,  con base circolare o ovale ampia, collo stretto e  bocca (con coperchietto incernierato) appena appena svasata atta a far defluire l’olio; ne esiste anche un tipo con coperchio ad incastro  e cannello erogatore; tale tipo però  non è d’uso  domestico, ma viene usato per solito dai pizzaiuoli che devono stare attenti a non eccedere nel consumo d’olio ed il cannello a beccuccio si presta meglio della bocca svasata a contenere l’erogazione dell’olio; l’etimo della voce a margine è dal lat. oleariu(m)→*uogliaro→ogliaro→agliaro.

16.T'AGGI' 'A Fà ABBALLà 'NCOPP’ô CERASIELLO Letteralmente: Devo farti ballare su di una (pianta di) peperoncino. 
Id est: devo costringerti all’impossibile, e ciò perché la pianta del peperoncino è bassa,di poca o nulla  consistenza  e flessibile al segno di non   consentire che qualcuno vi possa montarvi sopra e ballarci sostenuto dai rami della pianta di montarvici su per potervi ballare. L’espressione antica, ma ancóra in uso à all’incirca la medesima valenza della precedente utilizzata come è sulla bocca di genitrici di figlioli irrequieti, figlioli esuberantemente capricciosi o monelli, disobbedienti,  chiassosi etc.  a mo’ di iperbolica  minaccia repressiva, minaccia consistente nella costrizione a suon di percosse, a fare qualcosa di palesemente impossibile.
L’espressione viene usata, sempre a mo’ di iperbolica, ma divertita  minaccia pure nei confronti di chiunque, anche adulto, si mostri restio a fare il proprio dovere.
T'aggi' 'a cfr. antea sub 15.
fà = fare
Comincerò con il precisare che  nel napoletano l’infinito dell’italiano  fare è fà/ffà  infinito che io, contrariamente a tutti gli altri cultori dell’idioma napoletano (che usano  la grafia apocopata fa’), preferisco rendere con la à accentata (fà/ffà  ) per alcuni ben precisi motivi: 1)uniformità di scrittura degli infiniti che in napoletano (nelle forme troncate)  siano essi monosillabi o plurisillabi son tutti accentati sull’ultima sillaba (cfr. ad es.da(re)→dà – magna(re)→magnà – cammena(re)→cammenà –cade(re)→cadé -  murire→murí etc.), 2) la grafia apocopata fa’ si presta, a mio avviso,fuor del contesto  ad esser confusa con la 2° p.sg. dell’imperativo: fa’= fai, come si presterebbe alla medesima confusione l’infinito apocopato da’ di dare che potrebbe essere inteso, prescindendo dal contesto, come2° p.sg. dell’imperativo: da’= dai,   A proposito di infiniti rammento che durante le mie numerose  letture sulla parlata napoletana ed in genere sui dialetti centro meridionali, mi è capitato spesso, di imbattermi in taluni  autori che, ritenendo di fare cosa esatta, usano il segno diacritico dell' apocope (') in luogo dell' accento tonico e non si rendono conto che solo l'accento tonico può appunto dare un tono alla parola,e può (solo!)  indicarne  graficamente l'esatta pronuncia; mi è capitato peraltro di imbattermi in altri maldestri autori ed addirittura compilatori di dizionari, che per tema di errore, abbondano in segni diacritici e sbagliano parimenti . In effetti nella parlata  napoletana è un errore di ortografia accentare l'ultima vocale di certi infiniti ed aggiungervi anche un pleonastico apostrofo per indicare l'avvenuta apocope dell' ultima sillaba:
l'accento, inglobando in sé la doppia funzione,  è piú che sufficiente; il segno dell'apostrofo in fin di parola si deve porre quando si voglia tagliare un termine  mantenendone però il primitivo accento tonico.
 Per esempio il verbo èssere può essere apocopato in èsse' che non andrà letto essè, ma èsse, come ancóra ad es. il verbo tégnere, può per particolari esigenze espressive o metriche essere apocopato in tégne’, mantenendo però il suo accento tonico e non diventando alla lettura: tegnè, mentre – sempre a mo’ d’esempio – l’infinito del verbo cadere  va reso con la grafia cadé  e non  cade’ che si dovrebbe leggere càde’ e non cadé!
Parimenti la medesima cosa accade nel dialetto romanesco dove quasi tutti gli infiniti  risultano apocopati e senza spostamento d’accento tonico per cui graficamente sono resi con il segno (‘) come ad es. càpita con il verbo vedere  che in napoletano è reso con vedé  ed in romanesco vede’ (che va letto: vede  e non vedé.)È pur vero che, in  napoletano, alcuni infiniti di verbi che, apocopati, risultano divenuti monosillabici, potrebbero esser scritti con il segno dell’apocope (‘) piuttosto che con l’accento in quanto che nei monosillabi l’accento tonico cade su quell’unica sillaba e non può cadere su altre (che non esistono) e perciò potremmo avere ad es.: per il verbo stare l’ apocopato:  sta’  in luogo di stà e per l’infinito di fare l’ apocopato: fa’ invece di fà, ma personalmente reputo piú comodo come ò détto  per mantenere una sorta di analogia di scrittura con gli infiniti di altri verbi mono o plurisillabici, accentare tutti gli infiniti apocopati ed usare stà  e fà in luogo dei pur corretti sta’  e fa’  che valgono stare e fare, tenendo conto altresí che almeno nel caso di fa’  esso potrebbe essere inteso, ripeto,  come voce dell’imperativo (fai→fa’), piuttosto che dell’infinito fare, cosa che invece non può capitare con il verbo stare  il cui imperativo nel napoletano  non è sta’, ma statte.
abballà =ballare,per estensione semantica dimenarsi, per traslato vacillare ;
etimologicamente dal tardo lat. ad +ballare→abballare ;
'ncopp ô = sul/sullo  vedi antea sub 14.
cerasiello s.vo neutro  (pianta e frutto del) peperoncino piccante dalla tipica forma sferica  simile a quella di una ciliegia (in nap. cerasa); etimologicamente voce dal  tardo lat. cerasia, neutro pl. di cerasium 'ciliegia' con suffisso diminutivo  maschile iello.

17.TANTO LAMPEJA NFI’ CA TRONA; TANTO TRONA NFI’ CA CHIOVE; TANTO CHIOVE NFI’ CA  SCHIOVE  Letteralmente: Tanto lampeggia finché tuona; tanto tuona finché piove, tanto piove finché spiove. Antica ma desueta espressione di tipo didascalico che vuole evidenziare l’esistenza in ogni cosa di un rapporto di causa ed effetto e per ammonire i discenti che natura non facit saltum e cioè che partendo  da una medesima  premessa non si può non  perviene sempre ad una medesima conclusione; nella fattispecie il baleno è sempre un prodromo del tuono a sua volta  indizio certo di pioggia che per quanto intensa e durevole sia finirà per scemare ed arrestarsi del tutto.
lampeja  voce verbale (3ª pers. sg. ind. pres.) dell’infinito lampijà = (in primis come nel caso che ci occupa) lampeggiare,scoccar baleni; (poi per estensione semantica anche) sfolgorare, sfavillare, brillare, risplendere;etimologicamente lampijà è un denominale di lampo  che è un deverbale lat. tardo lampare, dal gr. lámpein 'splendere';
nfi’/nfino ca = sino a che (cfr. antea sub 6.);
trona  voce verbale (3ª pers. sg. ind. pres.) dell’infinito trunà = tuonare etimologicamente trunà è un denominale metatetico del lat. tonitru(m)→tronitu(m);
chiove  voce verbale (3ª pers. sg. ind. pres.) dell’infinito chiòvere  = piovere etimologicamente chiòvere è dal lat. pluere con normale evoluzione del nesso pl in chi (cfr. antea sub 14.);
schiove  voce verbale (3ª pers. sg. ind. pres.) dell’infinito schiòvere  = spiovere, cessar di piovere;  etimologicamente schiòvere è dal lat. pluere  con protesi di una s  distrattiva con normale evoluzione del nesso pl in chi.

18.TE PUOZZE SAZZIà 'E TURRENO 'E CAMPUSANTO! Letteralmente: possa saziarti di terreno da camposanto.   Icastica,iperbolica  antica ancorché desueta   maledizione lanciata con acredine nei confronti di chi si voglia veder deceduto e seppellito sotto una spessa coltre di terreno; si tratta di un’espressione un tempo in uso tra il popolino della città bassa che sostanzia  una maledizione cosí tanto maligna , cattiva, malevola, malvagia,velenosa da lasciare addirittura inorriditi poi che ci si augura che il deceduto o creduto tale venga seppellito addirittura da vivo per modo che possa iperbolicamente mangiare tanto di quel terreno da camposanto da addirittura saziarsene!
puozze = possa voce verbale servile (2ª pers. sg. cong. pres.ottativo in quanto esprime desiderio o possibilità) dell’infinito puté= potere; etimologicamente puté è da un lat. volg.pōtere per il class. posse:
pōtere →putere/puté;
sazzià = saziare,
1 soddisfare l'appetito, la fame di qualcuno; rendere sazio (anche assol.): sazzià a cchi tène famma (saziare gli affamati);’a pasta sazzia( la pasta sazia);
2 (fig.) appagare, soddisfare pienamente (desideri, aspirazioni, inclinazioni): sazzià ll’allanca, ll’autanza( (saziare l'ambizione, l'orgoglio);
3 (fig.) annoiare (anche assol.): sazzià ‘a ggente cu predeche esaggerate(saziare la gente  con lunghe prediche); ‘nu tipo ‘e museca ca à sazziato(un tipo di musica che à saziato) ||| sazziarsi v. rifl.
1 sfamarsi completamente, mangiare a sazietà: tène sempe famma, nun se sazzia maje; sazziarse ‘e sfugliatelle, ‘e maccarune(è sempre affamato, non si sazia mai; saziarsi disfogliate, di maccheroni);
2 (fig.) appagarsi, soddisfarsi; stancarsi: nun se sazziava maje d’ ‘a guardà ( non si saziava mai di guardarla). Etimologicamente sazzià  è da un lat. satiare, deriv. di satis 'abbastanza'; normale l’evoluzione del nesso ti intervocalico  in zzi;
 turreno s.vo neutro = terreno,  porzione di terra piú o meno estesa, coltivata o coltivabile o destinata ad altri usi come nel caso che ci occupa. Etimologicamente  dal lat. terrínu(m), neutro sost. dell’agg.vo  terrínus;
campusanto s.vo m.le = terreno consacrato, cinto da mura, dove si seppelliscono i morti; cimitero.  Etimologicamente agglutinazione del s.vo lat. campu(m) 'luogo aperto, campagna', poi 'campo di battaglia' con l’agg.vo lat. sanctu(m), propr. part. pass. di sancire 'sancire'.
19.TENé 'NA MANA A FFà ZEPPOLE, E N’ATA A FFà PEZZELLE Letteralmente Avere una mano (impiegata) a confezionare zeppole ed un’altra a confezionare frittelle. Antica,ma non desueta ironica espressione usata, soprattuto nei confronti di una donna  per bollarla di avidità,di  avarizia ma pure poltronaggine  atteso che la si giudica persona che tende ad ottenere il massimo risultato con il minimo sforzo e piú precisamente  un doppio favorevole risultato positivo con il risicato  impegno della metà dei mezzi predisposti dalla natura!
tené voce verbale infinito  tenére, possedere, afferrare etc.  sinonimo di avere ma non come ausiliare; etimologicamente  dal verbo lat. teníre  corradicale di tendere ;
zeppole s.vo neutro pl. di zeppola. Sulla voce zeppola è necessario ch’io mi dilunghi alquanto; La  voce zeppola, che in italiano, (con ogni probabilità con   derivazione dal napoletano) indica esclusivamente  quale sost. femm.  (spec. pl.) una ciambella o frittella dolce tipica di alcune regioni dell'Italia meridionale, è presente nel lessico della parlata  napoletana dove indica oltre che una tipica ciambella o frittella dolce (zeppola di san Giuseppe), anche una frittella rustica (‘a zeppulella) ed estensivamente un particolare difetto di pronuncia, una sorta di balbuzie che impedisce di esprimersi correttamente e chiaramente (tené ‘a zeppula ‘mmocca= avere la zeppola in bocca, come chi parlasse masticando un pezzo di quella frittella(zeppola) dolce.
Chiarito però che con l’originaria voce zeppola  deve intendersi la ciambella dolce, e che, a mio sommesso, ma deciso avviso,  l’uso di zeppola per la frittella rustica è un semplice adattamento di comodo, e che  per tale frittella rustica sarebbe piú esatto (come si vedrà  alibi trattando della preparazione di tale frittella) parlare di pasta cresciuta  o pastacrisciuta   come mi sembra piú acconcio scrivere agglutinando sostantivo ed aggettivo, dirò che quanto all’etimologia di zeppola (ciambella dolce) una non confermata  scuola di pensiero fa riferimento ad un tardo latino *zipula(m)  peraltro(si noti l’asterisco) non attestato, laddove io reputo invece che zeppula (letteralmente zeppola) sia voce che abbia una derivazione dal latino serpula  e debba indicare  innanzi tutto e quasi esclusivamente  un caratteristico dolce partenopeo, in uso per la festività di san Giuseppe(19 marzo) , di pasta bigné disposta, con un sac a poche,  a mo’ di ciambella, poi fritta due volte: la prima in olio bollente e profondo, la seconda nello strutto   o  (meno spesso)  cotta al forno, spolverizzata di zucchero  e variamente guarnita con crema pasticciera  ed amarene candite; il dolce à origini antichissime  quando   intorno al 500 a.C. si celebravano a Roma le Liberalia, che erano le feste delle divinità dispensatrici del 'vino e del grano nel giorno del 17 marzo. In onore di Sileno, compagno di bagordi e precettore di Bacco, si bevevano fiumi di vino addizionato di miele e spezie  e si friggevano profumate frittelle di frumento; le origini del dolce dicevo furon dunque  antichissime  , anche se pare che la ricetta attuale delle napoletane zeppole di san Giuseppe (peraltro già riportata in un suo famoso manuale di cucina da Ippolito Cavalcanti, duca di Buonvicino(2 settembre 1787 † 5 marzo 1859))   sia opera di quel tal P. Pintauro(1815 ca)  che fu anche,  come vedemmo alibi, l’ideatore della sfogliatella, il quale rivisitando le antichissime frittelle romane di semplice  fior di frumento,ed ispirandosi ai consigli del Cavalcanti  diede vita alle attuali zeppole  arricchendo l’impasto di uova, burro ed aromi varî e  procedendo poi ad una doppia frittura prima in olio profondo e poi nello strutto; la tipica  forma a ciambella della zeppola rammenta – ò detto -  la forma di un serpentello (serpula) quando si attorciglia su se stesso da ciò è quasi certo che  sia derivato il nome di zeppola ( morfologicamente è normale il passaggio di s a z e l’assimilazione regressiva rp→pp).Nell’espressione in esame le zeppole richiamate non sono i dolci ideati da Pasquale Pintauro, ma le frittelle rustiche (quelle che come ò chiarito sarebbe piú opportuno chiamare pastecrisciute) e tanto si evince dal fatto che le zeppole di san Giuseppe sono un prodotto di pasticceria, mentre sia zeppole/pastecrisciute che le successive pezzelle sono un prodotto di friggitoria/rosticceria e si prestano ad una confezione contemporanea.
pezzelle s.vo f.le pl.di pezzella =pizzetta, frittella rustica di pasta di pane  spesso farcita di ricotta ovina, salumi, uova ed aromi; la voce pizza di cui pezzella è il diminutivo (cfr. il suff. dim. f.le élla) piú che dal  longob. bizzo 'morso, focaccia', penso  sia un deverbale del latino pinsere= pestare, schiacciare: il part. pass. pinsa à dato pinza  donde pizza.
20.TENE ‘NA MEZA LENGUA  Ad litteram : Avere una mezza lingua Id est : non parlar correttamente  o chiaramente come chi non fosse provvisto di un’intera lingua ma solo della metà ; antica espressione ancóra utilizzata in primis per celiare bonariamente ed affettuosamente  gli infanti che tardino a parlare e lo facciano stentatamente ; espressione usata altresí per dileggiare gli adulti che balbuzienti non riescono a parlar correttamente  o chiaramente risultando ridicoli, comici, buffi.
meza   agg.vo f.le = mezza,metà di qualcosa,  poco meno di, quasi; etimologicamente voce dal lat. media(m)
 lengua s.vo f.le = lingua, organo mobile della bocca, che compie i movimenti necessari alla masticazione, alla deglutizione e (come nel caso che ci occupa) all'articolazione della voce; etimologicamente voce dal lat. língua(m)→lengua.
Brak(SEGUE).

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