giovedì 16 aprile 2020

LA SCAZZETTA ETC.


 LA SCAZZETTA ETC..
Anche questa volta faccio sèguito ad  un  quesito rivoltomi dall’amico A.M. (al solito, motivi di riservatezza mi impongono di  riportar solo le iniziali di nome e cognome di chi mi scrive per sollecitar ricerche) occupandomi della  voce napoletana  in epigrafe e delle  espressive locuzioni in cui essa è usata.
Comincio súbito col dire che
scazzetta  è un s.vo f.le  che indica genericamente  un copricapo maschile e piú precisamente indica
1 uno zucchetto usato dal clero,un copricapo di forma semisferica molto aderente alla nuca costituito da quattro spicchi (in forma di  triangoli isosceli)  di tessuto foderato,  spicchi cuciti in modo da far convergere i vertici dei triangoli al centro del copricapo  cosí da creare una forma sapientemente semisferica che aderisca benissimo al capo e segnatamente alla nuca.Tale zucchetto è di vario colore a seconda di chi lo indossi: nero per il clero basso , nero profilato di rosso cremisi per  monsignori e canonici, violaceo per i vescovi, rosso per i cardinali e bianco per il papa, ma una sola è la funzione comune per tutti,  quella di proteggere la zona della tonsura e temo che tale copricapo sia stato usato nella chiesa cattolica ad imitazione del kippah quel copricapo cioè usato correntemente dagli Ebrei osservanti maschi principalmente all'interno dei luoghi di culto, anche se i piú religiosi lo indossano anche durante la vita quotidiana;
2 papalina, piccolo copricapo tondo e rigido,  copricapo d’uso domestico,  berretto di lana tondo e senza tesa,foderato, per lo piú con una nappa laterale o alla sommità, che un tempo portavano in casa gli uomini anziani.
3 berretto da notte, copricapo  di lana foderato in foggia di cono con una nappa sulla punta del vertice, usato dagli uomini anziani durante la notte per protezione del capo; tale  copricapo è détto esattamente scazzetta p’ ‘a notte.
Circa l’etimologia della voce alcuni si trincerano su  di un etimo sconosciuto, cosa che mi dà l’orticaria, molti azzardano varie ipotesi; insomma non ci sono identità di vedute sull’ etimologia della voce in esame; non tengo in alcun conto chi sbrigativamente parla di onomatopèia, ma non precisa poi donde provenga e  quale possa essere la fonte di questa onomatopèia; non mi convince neppure chi fantasiosamente parla, per la forma del berretto  di un denominale di cazza
(lat. tardo cattia(m), dal gr. ky/athos 'coppa, tazza'); non mi convince neppure chi fantasiosamente parla di un deverbale di un  non attestato *scazzare usato in taluni lessici meridionali come correlativo   di schiacciare; non mi convince infine  neppure chi farraginosamente parla di un deverbale di scamazzaresca(ma)zzare = schiacciare;per il vero  queste ultime due ipotesi semanticamente sembrerebbero  corrette atteso che in effetti la scazzetta insiste sul capo pigiandolo, ma – morfologicamente -  m’appaiono ipotesi lontano dal vero. Non mi resta che far mia l’idea del prof. Giarrizzo che legge in scazzetta un denominale del greco s + kottis – kottidos = testa, capo.
Tanto premesso illustro qui di sèguito due icastiche espressioni partenopee che si servono della vocer esaminata:
1)   Vulé trasí a fforza dint’â scazzetta d’ ‘o prevete.
2)   ‘A ‘na mallarda ‘e prevete nun farne ascí manco ‘na scazzetta p’ ‘a notte.
1) VULÉ TRASÍ A FFORZA DINT’Â SCAZZETTA D’ ‘O PREVETE.
Ad litteram: volere entrar con prepotenza nello zucchetto del prete. Détto di chi, soprattutto donne o uomini che si comportano da donnette, che intenda occuparsi di faccende altrui e tenti in tutti i modi di venire a conoscenza di fatti, vicende, impegni, occupazioni, lavori, incombenze non di propria pertinenza, ma riguardanti il prossimo e tale occuparsi venga fatto addirittura  con  arroganza, tracotanza, aggressività,  imperiosità, potenza, forza, intensità, vigore, incontenibilità nel tentativo di impossessarsi di notizie del tutto personali, quando non segrete tenute accuratamente celate cosí come lo zucchetto del prete che, aderendo al capo, tiene con precisione celata la tonsura del sacerdote.  
2)‘A ‘NA MALLARDA ‘E PREVETE NUN FARNE ASCÍ MANCO ‘NA SCAZZETTA P’ ‘A NOTTE. ad litteram: Da un vasto cappello da prete non ricavarne neppure un berretto da notte. Détto con sarcasmo e spesso con  risentimento a commento delle errato comportamento di chi (per incapacità, disattenzione,colpevole ignoranza o connaturata  sciatteria) nell’eseguire un lavoro sprechi materiali e non raggiunga perciò i risultati sperati come chi avesse a disposizione un enorme copricapo da sacerdote e tagliandolo via via  ne sprecasse tanto materiale da non farne sortire neppure un contenuto berretto da notte. mallarda s.vo f.le  è voce dal  dal franc. malart ed è in primis il nome con cui in napoletano si indica una grossa anitra; per traslato poi si indica un vasto ed ingombrante cappello da donna.Talora ironicamente lo si usa per indicare il vasto, enorme cappello indossato dai preti.Da ricordare che il poeta- giornalista napoletano Ugo Ricci (detto: Triplepatte – Napoli 1875 -† ivi 25/1/1940) usava, nei suoi componimenti indicare con il nome di "mallardine " le signorine della media borghesia aduse ad indossare le cosiddette mallarde.
 prèvete è un s.vo m.le che vale prete,presbitero, sacerdote, uomo consacrato, addetto al culto,  che abbia ricevuto il sacramento dell’ordinazione; etimologicamente il napoletano prèvete  da cui poi per sincope della sillaba centrale ve si è probabilmente  formato il toscano prete è dal tardo latino  presbyteru(m), che è dal greco presbyteros, propriamente: piú anziano; cfr. presbitero;
 la via seguíta per giungere a prèvete partendo da presbyteru(m)  è la seguente: presbyteru(m)→pre’bytero/e→prebeto/e→preveto/e.  
  

Non mi pare ci sia altro da aggiungere per cui mi fermo qui, sperando d’avere accontentato l’amico A.M. ed interessato qualcun altro  dei miei ventiquattro lettori e  chi  forte dovesse imbattersi in queste paginette. Satis est.
Raffaele Bracale


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