lunedì 16 marzo 2020

MENÀ ‘A FAVETTA & dintorni


MENÀ ‘A FAVETTA & dintorni

Questa volta è stato il  caro amico P. G. (i consueti problemi di riservatezza mi costringono ad indicare solo le iniziali di nome e cognome) a  chiedermi via e-mail di chiarirgli  significato e portata dell’ espressione partenopea   in epigrafe. Mi accingo alla bisogna dicendo che menà ‘a favetta  è ad litteram: buttare la piccola fava, ma  vale: gettare il malocchio su qualcuno o qualcosa nell’intento di procurargli un  durevole danno. È chiaro che trattasi di un traslato che qui di sèguito tento di spiegare.Si tratta di un’antica espressione in origine  d’estrazione rurale.
In primis va détto  che con il termine favetta non si intende esattamente, come parrebbe,  una piccola fava, ma il seme di quel legume. E mi spiego.  
Bisogna tener presente che la fava è un legume rigogliosissimo che  attecchisce facilmente di talché un coltivatore malintenzionato che volesse procurar danno ad un suo confinante, nottetempo potrebbe  buttare i semi della fava nel  campo del vicino   seminato ad altro,  per modo che la fava attecchendo e sviluppandosi rigogliosa infestasse a mo’ della biblica zizzania il campo procurando un danno.
Passata l’espressione  dall’ uso della campagna a quello della città quel  danno reale fu preso a simbolo di ogni altro derivante da un comportamento tipico di chi essendo un menagramo 
potesse ledere l’altrui esistenza di modo che l’espressione menà ‘a favetta significò ed ancóra significa   gettare il malocchio, la iella  su qualcuno o qualcosa; l’espressione fu ed è  perciò di pertinenza di ogni persona alla quale, soprattutto per il suo aspetto triste e tetro, si attribuí e si  attribuisce (per superstizione o con intento scherzoso) il potere di portare sfortuna; fu ed è  di pertinenza  di ogni soggetto che  si ritenne e si ritiene  esercitasse e/o eserciti influssi malefici; fu ed è  di specifica  pertinenza di ogni  iettatore e/o iettatrice. Analoga dell’espressione or ora esaminata, ma di valenza piú marcata  è quella che suona menà ‘o nniro ‘e seccia  oppure tout court menà ‘a seccia  che ad litteram sono: buttare il nero dello seppia oppure buttare  la seppia ed ambedue  anche esse valgono:  gettare il malocchio su qualcuno o qualcosa nell’intento di procurargli un  danno immediato ed appariscente simile a quello cagionato dalla seppia con il suo nero. Nella fattispecie il menagramo di turno è accreditato di comportarsi, sia pure metaforicamente, alla medesima stregua di una seppia che è solita, ma per difesa, lanciare spruzzi d’ un suo nero di cui è provvista contro un assalitore; alla stessa maniera lo/la iettatore/iettatrice   con una sua azione malevola e proditoria  è in grado di offuscare,scurire, rabbuiare  l’esistenza di colui/colei contro cui agisca quando decida di farlo/a bersaglio di un metaforico lancio di nero di seppia o di seppia tout court, seppia che entrata in contatto con l’ipotetico bersaglio l’irrorerebbe del suo liquido difensivo.
Esaminiamo le voci incontrate:
menà   verbo transitivo che à un vasto ventaglio di accezioni:  buttare, sospingere dentro o fuori   ed anche, ma meno comunemente, trascorrere, passare, vivere ed estensivamente assestare, dare con forza, picchiare; In parecchie frasi à senso affine a fare, sollevare, produrre, manifestare e sim., determinato meglio dal complemento: menà  rummore =far parlare di sé, essere sulla bocca di tutti; ; menà  a uno p’ ‘o  naso = raggirarlo, dargli a intendere, fargli fare o credere ciò che si vuole; l’etimo è dal tardo  lat. minare, propr. 'spingere innanzi gli animali con grida e percosse', deriv. di minae 'minacce'.
favetta s.vo f.le d.vo di fava 1 (in primis) pianta erbacea con foglie paripennate, fiori bianchi macchiati di nero e legume a baccello contenente semi commestibili, di color verde e della forma di un grosso fagiolo appiattito (fam. Leguminose) | (estens.) il seme commestibile della pianta: piglià dduje picciune cu ‘na fava - prendere due piccioni con una fava, (fig.) raggiungere due obiettivi in un colpo solo
2 (ant.) voto in un'assemblea che si esprimeva deponendo in un vaso fave bianche o nere
3 (per metafora  furbesca e giocosa  e popolarmente come nel caso che ci occupa)  glande;  e per estens., pene: voce dal lat. faba-m + il suff. diminutivo etta; come ò anticipato nella fattispecie con il diminutivo favetta non si intende una piccola fava bensí il seme della leguminosa quello che messo a dimora
attecchisce facilmente  e si sviluppa rigoglioso infestando  a mo’ della biblica zizzania un campo seminato danneggiandolo.
seccia di per sé s.vo f.le, ma usato anche al m.le senza mutamenti morfologici; 1in primis  mollusco marino dei cefalopodi, commestibile, a forma di sacco ovale e depresso, con bocca munita di tentacoli e provvisto di conchiglia interna; 2 per traslato  iettatore, malaugurio pericoloso capace (a mo’ d’una seppia che è solita, ma per difesa, lanciare spruzzi d’ un suo nero di cui è provvista)  con la sua azione malevola e proditoria di rovinare  l’esistenza di colui/colei contro cui agisca.
E qui penso di poter far punto convinto d’avere esaurito l’argomento, soddisfatto l’amico P.G. ed interessato qualcun altro dei miei ventiquattro lettori e piú genericamente  chi dovesse imbattersi in queste paginette.Satis est.
 Raffaele Bracale

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